# La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi

## Part 6

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La disinvoltura, con cui affrontavasi questa pena appare infine nei trucchi che solevano usarsi, alla caduta della Repubblica, per gabellare al Savio alla Scrittura i premi promessi a colui che restituisse alle insegne un disertore. Si accordavano per questo in un medesimo corpo due soldati, l'uno s'infingeva di abbandonare le bandiere, l'altro di scoprirlo in un rifugio convenuto in precedenza; «sicchè colludendo notoriamente assieme _captori_ e _fuggiaschi_ tra loro si dividevano il premio assegnatosi ai primi... Onde sarebbe utile, in luogo di dare il premio a questi _captori,_ di servirsi al caso dei metodi usati dagli esteri eserciti, cioè di obbligare le terre, ville e paesi, ad arrestare i fuggiaschi e condurli senza mercede alcuna alle pubbliche forze, con la cominativa che venendo scoverto in qualsivoglia tempo e modo negletto il fermo di qualche disertore, sarebbe obbligato il villaggio o terra a supplire alle spese incontrate dalle pubbliche casse per il mantenimento e vestiario di un altro soldato»[113].

Quanto si disse fino ad ora trattando più particolarmente degli Oltremarini può riferirsi anche all'altra specie di milizia pedestre ingaggiata, cioè agli _Italiani._ Questi si levavano nei domini della Serenissima in Italia e nell'Istria Veneta e si raccoglievano al Lido d'onde, accertata la loro idoneità alle armi, «_in tempo di pace, in tempo di guerra, che Iddio non voglia, o di neutralità_» erano «_sbandati_» nelle diverse guarnigioni di terraferma.

Gli itinerari delle nuove reclute erano minutamente stabiliti nei capitolati dei capi-leva e circondati da cautele, tutte intese a far giungere sicuramente a destinazione la preziosa merce dei soldati di mestiere, incerti in questi primi passi tra la rude alternativa di seguire una strada intrapresa di mala voglia, oppure di abbandonarla al suo inizio medesimo. Drappelli di _croati_ o di _dragoni_, oltre la scorta dei soldati delle _compagnie di leva,_ accompagnavano in queste marce le giovani reclute che, così guardate, potevano rassomigliarsi in tutto e per tutto ad un triste convoglio di prigionieri di guerra. Partiti dal littorale del Lido, cioè dal deposito di reclutamento, i nuovi fanti italiani facevano una prima tappa al Castello di Padova che, in molti rispetti, funzionava da deposito succursale del Lido. Dopo una breve sosta in quell'antico maniero, le reclute destinate a proseguire il loro èsodo continuavano nel cammino fino agli estremi presidi della Serenissima, cioè fin sulle rive dell'Adda e dell'Oglio. Talvolta queste tappe erano abbreviate da qualche trasporto per via d'acqua dal Lido a Chioggia, e di qui con i barconi (_burchi_) a ritroso dell'Adige fino a Verona. Ma erano casi poco frequenti e subordinati in ogni modo alla occasione di qualche grande trasporto militare da Venezia alla grande piazza di terraferma.[114]

* * *

La fanteria italiana surrogò nel 1775 il tricorno, che aveva portato in giro con qualche gloria nelle campagne di Morea sotto il Morosini, con un caschetto di pelle di vitello adorno di una «_placca de otton._» In quella circostanza le compagnie di granatieri degli stessi fanti--create assai tempo prima--ebbero dei berrettoni di pelle d'orso sul modello francese, guarniti di fiocchi azzurri e della «_placca_» con l'impronta del leone di San Marco.

Pure in quel torno di tempo il colore bianco degli abiti della fanteria italiana--che ne era stato a lungo il distintivo caratteristico, come il _cremisi_ lo era stato per gli oltremarini ed il _grigio ferro_ per gli artiglieri--venne sostituito dal panno azzurro. Così le vecchie _velade_ e _bragoni_ di panno bianco cedettero il campo ad abiti di colore e di taglia alquanto più succinta, chiusi sul davanti da bottoni metallici fin sotto alla cravatta; e ciò per ovviare all'incomodo svolazzamento delle falde e per meglio riparare il soldato nella cattiva stagione. Tale riforma aveva anche una portata economica, perchè il nuovo abito meglio serrato alla vita del fante rendeva possibile l'abolizione delle così dette camiciole, o corsetti di colore che si usavano sotto la «_velada._»

Il soldato portava una cravatta di pelle nera, due _incrociature_, o bandoliere di bulgaro, una per sorreggere il tasco o bisaccia, l'altra per sostenere la baionetta. Le cartucce--venti di regola--costituenti il munizionamento del fante italiano erano riposte nel tasco.

Il governo amministrativo della fanteria italiana si differenziava in qualche parte da quello dell'oltremarina. Un sostanziale divario concerneva anzitutto il vestiario, che nell'italiana era fornito dallo Stato e mantenuto dai comandanti di compagnia, laddove per gli oltremarini--come è detto più sopra--era fornito dai capitani.

Al ramo delicato ed importante dell'amministrazione sopravvegliavano i _magistrati sopra camere_, cioè i funzionari delle tesorerie locali, impegnando a tal'uopo le somme che ciascuna di esse aveva disponibili per le cose della milizia (_Casse al Quartieron_).

Le stoffe per le uniformi militari provenivano dall'industria privata, ed erano fornite dalle fabbriche e lanifici di Schio, Castelfranco[115] ed Alzano nel Bergamasco[116]. Anche Venezia si distingueva in quest'arte con due stabilimenti di molta fama, specie nella confezione dei panni colorati di scarlatto, di cremisi e di azzurro, che si esportavano pure largamente in Dalmazia e nelle contigue terre balcaniche.

Le merci che l'industria privata così offriva alla Repubblica erano collaudate di regola presso i depositi al _Quartieron_, o magazzini di equipaggiamento e di vestiario della truppa. I lanifici e le fabbriche di cui sopra, erano oltre a ciò ispezionate ogni bimestre da due dei cinque _Savi alla_ _mercanzia_, i quali dovevano vegliare sulla qualità e sulla quantità delle lane da incettarsi per confezionare i panni per _uso militar_. Queste lane dovevano essere tassativamente della specie nominata _sacco, scopia o Puglia_[117].

Le medesime cautele vigevano per la fornitura delle buffetterie e dei cuoî necessari per esse: _incrociature, taschi, pendoni_, o centurini da sciabole, baionette, _palossi e palossetti_, che erano pure somministrati dall'industria privata e più precisamente dai fratelli Zaghis di Treviso.

I reggimenti di fanteria italiana alla caduta della Serenissima erano in numero di 18. Per decreto del Senato, nel maggio 1790 i reggimenti di cui sopra assunsero un numero progressivo fisso, oltre al nome variabile derivato dal rispettivo colonnello comandante. E questi numeri erano:

Reggimento _Veneto Real_ n. I del colonnello Alberti--reggimento n. II del colonnello Mario Alberti--reggimento n. III del colonnello Marin Conti--reggimento n. IV del colonnello Francesco Guidi--reggimento n. V del colonnello Teodoro Volo--reggimento n. VI del colonnello Giambattista Galli--reggimento n. VII del colonnello Lòdoli-- reggimento n. VIII del colonnello Pacmor--reggimento n. IX del colonnello Marco Conti--reggimento n. X del colonnello Francesco Covi--reggimento n. XI del colonnello Andrea Toffoletti--reggimento n. XII del colonnello Marino Stamula--reggimento n. XIII del colonnello Giacomo Sarotti--reggimento n. XIV del colonnello Francesco Galli--reggimento n. XV di _Rovigo_--reggimento n. XVI di Treviso--reggimento n. XVII di Padova--reggimento n. XVIII di Verona[118].

Il numero di questi reggimenti era marchiato a caratteri romani sui grossi bottoni di metallo dorato di cui erano adorni gli abiti dei fanti italiani. Come gli _oltramarini_, anche reggimenti di _italiani_ si suddividevano in 9 compagnie ciascuno.[119] La loro forza complessiva oscillava nel 1790 intorno ai 6276 uomini, ripartiti in 162 compagnie organiche. Di queste, 43 con 2712 uomini erano nelle guarnigioni di terraferma, raccolte in massima parte nei presidi di Verona, Legnago e Peschiera, quando a quelle terre venne ad affacciarsi Napoleone Buonaparte.

CAPO V.

Le milizie paesane.

L'esercito assoldato del vecchio regime agonizzava adunque a Venezia sotto il peso degli anni, degli errori e dell'universale indifferenza. Indebolito nel principio di autorità, roso dal tarlo profondo dell'indisciplina, conscio di essere diventato da ultimo uno strumento inutile a sè medesimo, maleviso ai novatori come un'arma da tirannide decrepita, trascurato dai medesimi governanti che ne sapevano tutta l'intima debolezza organica e morale, l'esercito assoldato veneto più non rappresentava alla caduta della Repubblica se non l'ombra di sè medesimo, una sopravvivenza intristita che il primo soffio di fronda sarebbe stato sufficiente a rovesciare nella polvere.

Causa dunque la pertinace riluttanza della Serenissima nel concedere all'organismo nato ai bei tempi dei condottieri del Trecento le riforme e l'evoluzione che esso richiedeva, l'organismo medesimo stava per giungere all'ultima mèta del suo travagliato ciclo nella città delle lagune.

Si spiega così come nello spirito dei migliori--per quanto pochi--si rappresentasse la necessità di surrogare alla imminente rovina delle armi _regolate_ venete qualche altro istituto che valesse a raffermare nelle medesime quella fiducia che sembrava oramai spenta nei cuori. Ed il rimedio meglio adatto alle esigenze pressanti dell'ora sembrava consistere in una risurrezione delle vecchie _cernide_ veneziane, in un adattamento cioè degli ordini di queste--nate in tempi non meno travagliati per la Repubblica--alle condizioni militari, economiche e sociali delle nuove età. Nella fede ancora superstite in questi illusi, la maschia e vigorosa fondazione di Bartolomeo d'Alviano pareva ancora sorridere, piena di promesse e di lusinghe, come dopo la Ghiara d'Adda e la perdita dei domini Veneti di terraferma, nel 1794, come al tempo della Lega di Cambrai. Alla perfine non si erano perduti dai Veneti nè terreni, nè battaglie ordinate, e l'uniforme tranquillità dell'epoca pareva propizia, purchè si volesse, a restaurare la milizia secondo forme meno viete e più progredite.

Si trattava in sostanza di fare ritorno alla semplicità ed alla spontaneità delle funzioni dell'istituto militare, reso pesante dagli attriti, rugginoso dalla lunga e sfibrante inazione, improduttivo per essersi ridotto--causa la sfiaccolata bontà dei governanti--a disimpegnare insieme i còmpiti di istituto di beneficenza e di vasta casa di correzione. Le cerne, vera e prima milizia territoriale ed archetipo della _Landwehr_ di Stato, dovevano perciò evoluzionare nelle forme e nella sostanza. Di conseguenza, al concetto della _prestazione personale_ dei componenti di tale milizia derivato dalle antiche compagnie del popolo, durante una campagna di guerra o un determinato periodo di neutralità armata, doveva sostituirsi quello di un _servizio temporaneo_ sotto le bandiere, anche all'infuori delle dette eventualità; un criterio da coscrizione progressiva, una specie di prefazione insomma al servizio personale individuale ed obbligatorio. La riforma era dunque ardita perchè i tempi della decadenza veneta repubblicana potessero accoglierla, comprenderla ed attuarla.

Nondimeno, per qualche sintomo, essa poteva sembrare ancora possibile a coloro che la vagheggiavano. Anzitutto il buon volere con cui, dopo tanti anni di dissuetudine, le cerne erano accorse alle armi nella primavera del 1794 per rimpolpare le scheletrite compagnie dei soldati di mestiere, ed in secondo luogo l'arrendevolezza con cui le cerne medesime si erano sottomesse agli _sbandi_ resi necessari per colmare in modo uniforme le deficienze dei diversi presidi militari di terraferma. In linea di diritto e di organica militare adunque l'evoluzione aveva compiuto indubbiamente un grande passo.

L'elemento campagnuolo delle cerne rassicurava oltre a ciò i più retrivi e timorosi del governo della Serenissima, coloro cioè che a tutto si sarebbero rassegnati pur di non toccare di un punto il vetusto e tradizionale edificio degli ordini repubblicani.

Il rinvigorimento delle cerne infatti, mentre poteva rafforzare i ben noti spiriti conservatori della popolazione delle campagne, affezionate all'antico ordine delle cose, ligie ai patrizi ed al clero, poteva nel contempo costituire nelle mani di questi ultimi un sicurissimo presidio da contrapporre a qualunque novità avesse potuto arrecare l'avvenire.

I documenti di tali sensi di ossequio, come pure la presunzione che essi avrebbero corrisposto al caso di una reazione improvvisata non facevano difetto nelle masse rurali nelle quali le cerne si reclutavano. Nella primavera del 1796 i contadini del Bergamasco, sorpresi dalla mareggiata giacobina nelle loro campagne in fiore, affluivano a torme al capoluogo della terra, si accalcavano allo sbocco delle vallate, si armavano ed eccitavano il loro podestà Ottolini ad organizzarli in vasta e tenace guerriglia e capitanarli nel nome della patria in pericolo.

«Non sarà però molesto a V. E.--scriveva l'Ottolini al Doge, il 2 giugno 1796--se, con la mia solita ingenuità. confermo esser sempre vivi i miei timori sulle direzioni della popolazione all'arrivo dei Francesi. Ravviso anzi in generale una tale e tanta animosità contro di essi, che attribuirò sempre ad un tratto di fortuna se non succede inconveniente, sebbene dal canto mio faccia tutto il possibile per evitarlo. Ho rinnovato quindi le commissioni di fare stare tutti tranquilli ai capi dei comuni ed ai parroci della città e provincia, ed impegnai i sacerdoti a secondarmi con tutto il fervore possibile»[120].

Non molto tempo dopo, accompagnando lo stesso Ottolini una proposta fatta dai campagnuoli bergamaschi al Doge, di levarsi cioè a massa, quel magistrato soggiungeva:

«In relazione a quanto ebbi a rassegnare alla E. V. intorno alle spiegate generose impazienze di numerose popolazioni delle vallate di questo territorio, di esporre tutte volontarie le vite proprie per la difesa e la gloria del Principato, precise come sono e confermate in reale proposizione accolta dall'universale uniforme voto dei rispettivi consigli, mi formo dovere di assoggettarla devotamente a cognizione di V. E. raccolta nell'unita _parte_ (deliberazione) del General Consiglio... con cui si offrono a pubblica disposizione 10,000 uomini riuniti delle loro armi, tutta gente scelta, capace e ben diretta, che può prestare un ottimo servizio... desiderosa infine di sacrificarsi per la perpetua e felice costituzione loro sotto il Veneto dolcissimo impero» [121].

* * *

Adunque, se a questo slancio delle popolazioni rurali soggette a Venezia avesse corrisposto l'opera prudente e cosciente del governo della Repubblica, si sarebbe per certo acceso sui fianchi e sul tergo degli eserciti di Napoleone Buonaparte nella loro marcia dall'Adda all'Isonzo un terribile incendio reazionario da Vandea[122].

In realtà, al tempo di cui si parla, la Serenissima aveva preso oramai il suo partito riguardo alle milizie paesane ed alle cerne, il partito grigio delle mezze misure, dei compromessi e dei destreggiamenti, tutto proprio delle individualità e delle collettività fiacche e malate. Alle prime novelle della rivoluzione di Francia, il Senato aveva deciso di risciorinare la vecchia e comoda divisa della neutralità armata, quella medesima che aveva servito così bene a nascondere le magagne della Serenissima, nel 1701, nel 1735 e nel 1743.

Ma, dileguatasi alquanto l'impressione del primo momento, si vide che quella vecchia e sdrucita zimarra della neutralità in armi si rivestiva in circostanze ben diverse da quelle degli anni precedenti. La Serenissima era minacciata questa volta da un lato dalla nuova Francia nelle basi del suo reggimento politico e fors'anco nei suoi domini, e dall'altro dall'Impero che, per ragioni di frontiere e di militari interessi, poteva violare la proclamata neutralità ad ogni occasione propizia. La Serenissima doveva quindi essere pronta a tutelare un bene senza disporre della necessaria forza per allontanare il male.

In questi frangenti l'unica forza e speranza erano le cerne. Per rimetterle in valore si presentavano due partiti: l'uno derivato dalla consorteria conservatrice militare veneta, l'altro dal piccolo nucleo dei riformatori. Il primo caldeggiava un largo e fecondo innesto delle cerne nelle truppe prezzolate, per scansarle dalla prossima morte mediante una trasfusione di sangue rigoglioso in un corpo infermo, e proponeva quindi un _amalgama_; il secondo partito mirava invece decisamente a soppiantare i _regolati_ ed a surrogarli senza compromessi di sorta con le milizie paesane.

Vinse il partito dell'amalgama, dopo molte discussioni accademiche sui pregi di un metodo e sugli svantaggi dell'altro, mentre il vento di fronda che veniva dalla Francia si era oramai tramutato in procella.

Fino dalla primavera del 1791, il Savio aveva esortato le primarie cariche militari a riunirsi per concretare i provvedimenti più adatti a riordinare le cerne.

Per questi studi mancavano però i dati di fatto, poichè la costumanza delle _mostre generali_ e dei _mostrini_ era passata in dissuetudine come un'anticaglia, sicchè convenne attendere ancora un'altra primavera per riordinare i ruoli e raggranellare gli inscritti, «essendo questi quasi tutti ammogliati, laonde si credono dispensati, quantunque non cassi, oltrechè non sono poche le emigrazioni nel territorio e le morti avvenute da tempo»[123].

Finalmente, nella primavera del 1794, le cerne riapparvero alla luce in uno degli ultimi tramonti della Serenissima. La fusione di esse con i _regolati_ era allora al sommo dei pensieri del Senato, «che si proponeva, non già di ripetere da questo corpo una truppa agguerrita, capace di marciar subito tutta unita e direttamente contro il nemico, ma bensì un corpo da potersi, tutto o in porzione, prontamente unire alle altre truppe... disposto ad essere in assai più breve tempo delle reclute comuni istruito nelle militari evoluzioni, reso capace a presidî, difese e battaglie. Tale essendo il servizio che da esso corpo si propone di ritrarre il Senato, basterà disporre quello che può essere atto a preparare ed ottenere dalle cerne subito l'occorrente da poter divenire, con poche istruzioni, un ottimo soldato»[124].

Ma per questo amalgama--compiuto per di più in evidente condizione di inferiorità delle cerne rispetto ai _regolati_--occorreva una certa misura tra gli elementi da fondersi, affinchè riuscisse una forte e vigorosa combinazione non già un miscuglio instabile. Si addivenne così al partito del sorteggio, ossia all'_estrazione_ tra le cerne, ed all'adozione di una ferma biennale da attribuirsi a quei _descritti_ cui sarebbe toccato in sorte di amalgamarsi con _i regolati_.

La costumanza d'altronde aveva qualche precedente nei periodi delle neutralità anteriori, specie nel 1703 e nel 1709[125], sicchè fu accolta dalle masse campagnuole con uno spirito di rassegnazione che parve superare le aspettative. L'esempio del piccolo ma forte Piemonte--rievocato a proposito dal Fontana ambasciatore Veneto a Torino--aveva persuaso alla fine anche i più scettici in materia di cerne[126]. Quivi i reggimenti stanziali erano assai di frequente rincalzati con uomini tratti dai reggimenti _provinciali_, cioè dalle milizie paesane piemontesi, e mercè tale incorporamento periodico, replicato a più riprese e quindi numeroso di elementi scelti del paese obbligati temporariamente alle armi, ben sicuri di far ritorno alle case al termine della ferma, il sistema di reclutamento dell'esercito subalpino aveva fatto un grande passo verso i metodi in fiore ai nostri giorni[127].

In queste buone predisposizioni ed in queste analogie organiche, i novatori di cui sopra scorgevano da ultimo un indizio benaugurante per la propria tesi.

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Adunque, nel maggio dell'anno 1794, dietro istanza del brigadiere Stràtico--il miglior campione del partito conservatore militare veneto del tempo--il Savio di Terraferma alla Scrittura Antonio Zen emanò un decreto con il quale si prescriveva, «di effettuare l'_estrazione_ tra le cerne dell'Istria e la _coscrizione tra le craine della Dalmazia, di un competente numero di individui per essere imbarcati ed inoltrati al Lido _per rinforzo occorrente ai soldati di Terraferma_»[128].

L'obbligo alle armi dei sorteggiati doveva essere di un _biennio_, i compensi di 2 ducati a titolo di _donativo_ da corrispondersi all'atto del loro _innesto_ nella milizia regolata, la paga eguale in tutto e per tutto a quella dei soldati di mestiere, cioè a 31 lire venete nominali.

In questo modo, nel maggio dell'anno sopra ricordato, si ingaggiarono sull'altra sponda dell'Adriatico 500 reclute, e cioè 125 nell'Istria Veneta e 375 nella Dalmazia, sorteggiate rispettivamente e proporzionatamente sopra un contingente di 525 uomini atti alle armi della prima provincia e 1375 nella seconda. Il mese successivo si levarono altre 450 reclute tra le cerne di Terraferma e nell'agosto altrettante in Dalmazia: in complesso 1400 uomini in 4 mesi. Erano esenti da questa prestazione i comuni della Bresciana, per l'antico privilegio loro di servire con la gente solo nell'interno della terra, sicchè quelle cerne si incorporarono nei presidi della provincia e più precisamente nelle due compagnie dei fanti italiani di presidio in Orzinovi.

Ma, più che altrove, questi primi saggi di coscrizione avevano incontrato grande favore sull'altra riva dell'Adriatico. «L'estensione della Dalmazia--diceva la relazione di un piedilista dall'epoca--la sua aperta e moltiplicata confinazione esigendo talora per l'indole dei finitimi uno straordinario aggregato di individui, anche per una sola occasione al servizio, così si arrolano ivi le _colletizie_, le quali sono più adatte di ogni altro per la loro nascita ed educazione a difendere i focolari ed il pubblico suolo. Armigeri per istituto, essi non hanno bisogno di annui esercizî che li addestrino come i sudditi della Terraferma e dell'Istria, ma cadono ben volentieri in stipendio per il solo tempo del servizio che fanno nel corpo delle _colletizie_ sotto i loro ufficiali che, stipendiati con costanti tenuissime paghe, tengono una certa sopravveglianza sull'andamento dei sudditi della _Sardarìa_ (o rispettivo contado), sono come accreditati e riveriti dalla popolazione e preposti al caso a dirigerla con paghe in tal caso corrispondenti al grado che dalla pratica è loro accordato per rientrare, tosto che cada la ragion dell'armo, nel consueto metodico loro piede»[129].

In quell'anno 1794 si ristabilirono pure le _mostre generali,_ si completarono i ruoli sotto la responsabilità dei singoli rappresentanti e capi di provincia nonchè di 2 _colonnelli_ delle cernide oltre Mincio ed in Terraferma e di 4 ufficiali dello _Stato Generale_ all'uopo prescelti dal _Savio alle Ordinanze_, pure _due per di qua e due per di là del Mincio_; infine si ristamparono le norme della «_Elementar istruzione ad uso delle cernide_» edite nel 1763[130].

Sempre però ligio al concetto fondamentale dell'amalgama--da attuarsi cautamente e circospettamente--il Senato aveva prescritto di escludere al possibile i _volontari_ dalle nuove coscrizioni, sia perchè il vocabolo aveva troppo sapore di giacobinismo, sia perchè ammettendo i volontari medesimi quella suprema magistratura temeva che l'istituto tradizionale delle cerne tralignasse con troppo rapida vicenda nel campo dei fautori delle nuove milizie.

