La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi

Part 12

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E tutto ciò per lasciar marcire sugli _squeri_ (cantieri) navi più che quarantenarie ed una perfino--la _Fedeltà_--impostata nel 1718 e varata nel 1770; per lanciare in mare tra il 1717 ed il 1780 soltanto 28 legni, che venivano così a costare all'erario pressochè tre milioni e mezzo ognuno, ammesso che questo prodotto di lavoro possa ritenersi il solo veramente sensibile dello stabilimento durante il menzionato periodo di oltre sessant'anni.

Il costo di produzione soverchiava adunque in modo inaudito il valore del prodotto, nè v'erano fede ed energia capaci di metterli in correlazione, amputando con sicurezza un organismo mastodontico di consorterie, lento e parassitario. Occorreva perciò romperla con le tradizioni corporative di una industria di Stato divenuta oramai un anacronismo economico, sociale e politico; stendere la mano franca e sicura all'industria privata che nella produzione delle armi aveva pur fatto passi lusinghieri e decisi.

Ora i buoni propositi di giovare in questo senso l'amministrazione della guerra attingendo alle floride officine della Bresciana, del Bergamasco, del Salodiano, mettendo a contributo i servizi della _compagnia mercantil_ dello Spazziani, le ferriere di Agordo, i lanifici della Trevigiana e del Vicentino, tramontarono non appena si dileguò al Saviato alla Scrittura il benefico influsso dell'opera riformatrice di Francesco Vendramin[255].

* * *

Rimase adunque nella sua integrità opprimente il bagaglio delle spese e, per fronteggiarle, dopo di avere liquidato l'esercito e la flotta convenne ricorrere alla rovinosa china del credito.

Subito dopo la pace di Acquisgrana venne aperto un _deposito_ o prestito di quattro milioni di ducati, valuta corrente, di _soldo vivo_ al tasso del 3,50 per cento. Il prestito doveva essere _affrancabile_, cioè rimborsabile entro 40 anni mediante _estrazioni_ (premi e rimborsi) da effettuarsi per maggiore garanzia in _pien Collegio_, e per la somma di centomila ducati ogni anno. Il pagamento dei _pro_, cioè degli interessi, doveva compiersi semestralmente.

Questi nuovi aggravi esaurirono i bilanci militari e diedero il tracollo alla moribonda milizia veneta. Il bilancio annuo della guerra si restrinse allora sul milione di ducati, nè si provvide per questo a sfrondare le spese inutili, allo scopo di rendere più efficaci e produttive le scarse risorse superstiti. In tali angustie finanziarie, in tanto disordine amministrativo, in tale ostinatezza nel persistere negli antichi errori, nella primavera del 1794 vennero chiamate alle armi le cerne. Indarno i _deputati ed aggionti sopra la provvision del pubblico danaro_ ed il Savio Cassier moltiplicarono le interviste, per far fronte alle nuove e più gravi esigenze e sollecitarono l'opera degli _scansadori_[256].

Ad onta di tutto ciò si resero necessari altri centomila ducati per la prima levata delle cerne, poi altri duecentomila e più, ed alla fine di quell'anno il consuntivo delle spese maggiori per gli armamenti della Repubblica era salito a 238,584 ducati e grossi 12, compresa la cavalleria e qualche lavoro più urgente da praticarsi nelle fortezze[257].

Fu perciò aperto un nuovo credito, il _nuovissimo_, e si convenne di porre mano anche alla _Cassa del deposito intangibile_, così come si porrà mano più tardi a quella del _Bagatin_ e si inaspriranno le decime, come infine, per sopperire ai bisogni delle armi, si era deciso di svaligiare senza remissione i magazzini dell'Arsenale[258].

L'anno terribile stava per scoccare. La commedia della finanza allegra si avviava a diventare dramma e tragedia, ma prima dell'epilogo essa doveva passare ancora sotto le forche caudine dei Commissari del Direttorio, piegarsi davanti alla voracità insaziabile dei cassieri dell'esercito francese incaricati di dimostrare alla Francia che la Serenissima poteva pur dare ancora, e che la guerra si doveva alimentare con la stessa guerra a qualunque costo, a spese degli ignavi e degli imbelli.

Questa fanfara era già stata audacemente lanciata all'aria dallo stesso generale Napoleone Buonaparte: «_Io_--aveva dichiarato al colonnello Veneto Fratacchio, a Castiglione, il 12 Luglio 1706--_batterò gli Austriaci e farò che i Veneziani paghino tutte le spesa di guerra!_»[259] Un mese dopo Bonaparte imponeva una contribuzioue di tre milioni di franchi alla città di Brescia e trattava col Battagia un prestito da imporsi alla Repubblica[260].

CAPO XI.

Conclusione.

La «Serenissima» si apparecchiava adunque a scomparire sotto una marèa montante di contraddizioni tristi ed anche ridicole. Essa voleva sinceramente la pace con tutti e si sforzava di preparare delle armi lògore e spuntate; fidava palesemente nelle dichiarazioni di neutralità e, privatamente, non si dissimulava le difficoltà di mantenere il rispetto ai trattati in un periodo di violenze e di usurpazioni in cui unico diritto sovrano era la forza; aveva dichiarato la bancarotta nelle finanze insufficienti a mantenere in vita persino il proprio esercito anemico e la propria flotta tarlata, ed i Francesi e gli Austriaci ben rovistando con sfrontatezza e rapacità nelle casse dello Stato e nelle tasche dei privati, si apparecchiavano a trarne il necessario per mantenere e nutrire non solo un esercito, ma ben anco tre, lautamente ed allegramente.

Triste stato dei deboli codesto, fatto di speranza e di timore, di alternative di fiducia e di sconforto. La Repubblica, ridotta a palleggiarsi delle responsabilità non sue, a stendere la mano capitale al nemico ammesso a forza dentro il cerchio delle mura cittadine doveva, da Verona, strizzare l'occhio all'altro nemico che stava ancora fuori e voleva penetrarvi.

Obbligata a piatire in note diplomatiche, in richiami, in proteste, le spinosità di una situazione politica, sociale e morale insostenibile, poteva rassomigliarsi ad una dannazione di Procuste fatta persona.

Passava da Verona il 20 maggio 1796 il maresciallo Colli per ritrarsi nel Tirolo, col livido in volto per le recenti sconfitte patite nella Liguria e nel Milanese, e prometteva al provveditore generale Foscarini: «pieno riguardo alle autorità venete, disciplina nelle truppe, pagamento delle somministrazioni in contanti». E tutto ciò mentre giungevano alte proteste dalle comunità venete, «per i violenti modi con i quali si trattano i villici nel trasporto dei bagagli austriaci per le vie di Campata, obbligati essendo a forza di oltrepassare con i loro carriaggi i confini convenzionati... asportandone gli Austriaci poscia perfino i bovi»[261].

Ed il Foscarini: «convinto essendo che tutto ciò sia contrario alle intenzioni della Corte Cesarea ed agli ordini dei di Lei generali» comandava «ai commissari ai Campara di rimostrare ai generali austriaci le cose accennate, di interessarsi a rilasciare ordini precisi onde tutto proceder avesse secondo le regole e le discipline convenzionate per i passaggi a Campara medesima»[262].

I Francesi erano ancora lontani e la fiducia nell'equilibrismo era ancora fresca e promettente. «I Francesi scriveva il 22 maggio Foscarini al Doge, di cui ancora non conosco le forze sono--per quanto la diligenza dell'eccellentissimo rappresentante di Brescia mi scrive con sua lettera di ieri--a Robecco, da dove, staccato un uffiziale con cinque soldati per passare il ponte sull'Olio entrarono nella terra di Ponte Vico, ricercando se vi fossero altri ponti vicini o altri _porti_, e quanto fondo il fiume avesse. Quindi, fatta ricerca a chi appartenesse quella terra e conosciuta essere soggetta al dominio Veneto, sono al momento retrocessi a Robecco»[263].

Buoni adunque parevano i principii della nuova avventura con i Francesi, e tutta l'arte e tutte le speranze sembravano rivolte allo scopo di propiziarsi gli Austriaci, quando il menzognero zeffiro che veniva di Lombardia crebbe d'un colpo d'audacia e di violenza.

«I mali asprissimi--scriveva il 26 maggio Foscarini al Doge--che l'attual guerra fa provare all'Italia cominciano a produrre non lievi conseguenze. Già ho rassegnato i disordini occorsi a Crema per parte delle truppe francesi... ma la vivacità di questa nazione ed il genio intraprendente dei suoi generali lasciano oramai delusa ogni speranza. In queste circostanze, ben volentieri avrei desiderato accorrere io pure a confortar personalmente i sudditi di V. E. a quel paese... ma coperte essendo le strade di armati delle belligeranti potenze, il riguardo di non compromettere il decoro della pubblica rappresentanza ha fatto sopprimere per ora in me stesso tale vivo desiderio».

* * *

Fu l'avventura di Peschiera che scatenò l'uragano, occupata di sorpresa dagli Austriaci di Beaulieu il 26 maggio come _res nullius_, tanto che il Beaulieu stesso agli ufficiali veneti inviati a protestare per questa rapina non si faceva scrupolo di dire: «che lorquando le ragioni di guerra fanno credere necessaria una cosa a chi la tratta... _non valgono le deboli ragioni del diritto e vengono sforzati a tacere tutti i riguardi»[264].

Al danno si aggiungevano dunque l'ironia e le beffe.

Nella notte del 27 alla rapina di Peschiera seguì la violenza della Chiusa d'Adige. Prima dell'alba del detto giorno si era presentato davanti a quella fortezza un gruppo di ufficiali austriaci accompagnato da una colonna di fanti, per imporre al governatore veneto Bajo di aprire le porte. Questi rispose dal _chiavesin_ [265] che quello «non era il luogo di passaggio e retrocedessero perciò a Loman, ma gli ufficiali austriaci insistettero dicendo di aver lettere di somma premura da consegnare alla posta di Volargne, dirette a Verona». Sorpreso nella buona fede l'ingenuo Bajo introdusse allora gli ufficiali austriaci dentro la Chiesa ma, «nell'aprire le _bianchette_ erano appiattati i soldati, che sforzarono il _chiaverino_ e si introdussero in più di duecento in fortezza, senza il minimo sconcerto» (_sic_).

Così cominciò per la Serenissima il tristissimo calvario dei disinganni, delle estorsioni e delle usurpazioni, senza forza di ribellarsi al tormento del martirologio, senza fede per trovare in sè medesima un'ultima stilla di energia capace di abbreviarlo con una scossa suprema. Era il destino che fatalmente ed implacabilmente si compieva sopra un organismo fiaccato dagli anni e rassegnato a morire.

L'occupazione di Peschiera da parte degli Austriaci fornì a Buonaparte buon argomento per esigere un vistoso compenso nell'occupazione di Verona--necessaria alla sua manovra con la linea dell'Adige e Legnago--non appena i Francesi ebbero forzata la linea del Mincio (30 maggio).

In questo intento Buonaparte apparecchiò una di quelle rappresentazioni a tesi delle quali egli era maestro. Atterrì il Foscarini minacciando d'incendiare Verona, poi sembrò placarsi, «purchè vi entrassero le sue truppe, occupassero i tre ponti sull'Adige traversando la città e lasciando guarnigioni sugli stessi, fino a che le ragioni della guerra lo esigessero». Il 1° giugno infatti una colonna di 20,000 Francesi capitanata dal generale Massena si affacciò alla Porta di San Zeno e penetrò in città minacciando l'uso della forza in caso di resistenza[266].

Così cominciò la spoliazione della Repubblica che doveva avere il suo classico epilogo ai preliminari di Leoben. Ma siccome per il momento conveniva osservare ancora qualche parvenza di riguardo verso la Serenissima--che pur non era ancora radiata dal novero degli Stati--così, di buon accordo, si decise di continuare nella serie delle reticenze parziali, delle contraddizioni, delle umiliazioni e delle figure artificiose, come per ingannare l'estrema ora che stava maturando. La speranza, dopo tutto, è sempre l'ultima dea a sgombrare dall'orizzonte.

I Francesi pretesero un rifornimento giornaliero di 12,000 razioni. Per salvare le apparenze della neutralità, la _ditta mercantile_ Vivante si prestò alla bisogna, figurando di dare con una mano agli ospiti incomodi e di riceverne con l'altra il valsente; ma in realtà la ditta non era pagata che dalla Serenissima la quale, per evitare maggiori guai, si era docilmente adattata a mantenere il protervo nemico sullo stesso suolo della patria che conculcava[267].

La commedia piacque e si diffuse largamente, come un allegro diversivo in mezzo al trambusto della guerra ed alla concitazione bellicosa. «Cinquantamila razioni di pane da 24 oncie l'una chiedono giornalmente i Francesi sotto Peschiera--scriveva il 6 giugno il Foscarini--più 60 grossi bovi, 150 carra di fieno, prodigiosa quantità di vino, legna ed altro»[268]. E la Repubblica compiacente faceva per questo scivolare nelle tasche della ditta Vivante--che moltiplicava le sue filiali--danaro sopra danaro, come una buona nonna passa di soppiatto al nepotino capriccioso un balocco rifiutatogli dalla mamma severa.

Dopo le razioni, il pane ed i buoi, venne la richiesta delle armi, cioè 2000 fucili per armare parte delle reclute del corpo di Massena[269]. E poichè le rappresentazioni della _compagnia mercantile_ Vivante riscuotevano il plauso generale, si pensò bene di aggiungere alla piacente commedia qualche nuova scena ad effetto.

«Si sono concertati finalmente--scriveva il Foscarini al Principe[270]--i modi più adatti per la consegna dei fucili. Abbiamo perciò creduto opportuno di richiamare il _munizioniere_ del territorio ed il Vela, l'agente noto della ditta Vìvante, ed imposto ad essi _il più scrupoloso segreto_ con la minaccia di incorrere nella pubblica disgrazia, prescrissimo[271] al primo di avere sul fatto a cancellare dalli ricercati fucili le marche in essi impresse del territorio e riponendoli in casse, con le loro baionette, di trasportarli questa sera _in modo inosservato_ nel luogo dove il Vela forma i magazzini per i suoi generi. Al Vela poi abbiamo ingionto che, lorquando avrà a presentarglisi un commissario francese per parte del generale Massena, abbia a dirgli che essendo stato da noi incaricato di procurare da _mano privata la prestanza di duemila fucili_, era a lui riuscito di averne mille subito e gli altri sarebbero somministrati nei seguenti giorni, a diverse partite. E questa dilazione abbiamo combinata perchè la ristrettezza del tempo conceder non poteva di verificar tutto il travaglio di togliere dai fucili l'impronta del territorio ed accomodare quelli che in qualche misura ne abbisognano».

* * *

Lunga sarebbe la serie di queste umiliazioni e di queste mistificazioni, patite con eguale improntitudine dalla Serenissima per opera dei Francesi come degli Austriaci. Ma importa ora di conchiudere.

La ragione ultima di ogni debolezza, di ogni contraddizione, di ogni transazione vergognosa, stava nel miserando stato di esaurimento militare in cui versava la Repubblica. Questa, fiduciosa nei trattati e nelle dichiarazioni di neutralità, nella politica di equilibrismo e di opportunità spinta oltre ai limiti del ragionevole, spensierata, allegra, disamorata della milizia, aveva creduto di trovare nei trattati medesimi un'arma sempre valida e rispettata, una specie di talismano, dimentica che la guerra li rompe e li calpesta quando così piaccia al più forte.

In tale sfera di cieche confidenze, di ostentate omissioni, di trascuranze ignobili, la milizia veneta si era appartata dal grande organismo dello Stato, come vergognosa di essere, come desiderosa di vivere semplicemente tollerata. E decadde ed intisichì in questo abbandono come una pianta selvatica e parassitaria.

Quando la vecchia Repubblica fu destata dal lungo sonno dal rumore delle armi nemiche sopra il suo suolo abbandonato alla mercè dello straniero, essa cercò invano le armi proprie, ma non le trovò più, perchè ben diceva Giacomo Nani che: «_non vi può essere piano militare che sia acconcio a combattere una malattia puramente di ordine morale e politico»[272].

Così la Serenissima, ostinata nel negare al proprio esercito quelle riforme che l'avrebbero potuto salvare dalla rovina, lo aveva reso organicamente un anacronismo, economicamente uno strumento di dissipazione del pubblico danaro, militarmente un istituto incapace di esplicare una forza qualunque. Esso poteva perciò rassomigliarsi ad una personificazione grandiosa della statua di Laocoonte, paralizzata dai molteplici intralci e viluppi dell'amministrazione faragginosa dello Stato, sfibrata dalla specializzazione delle autorità, dai controlli e dalle consorterie, schiacciata dalla sovrapposizione delle autorità, dal bagaglio opprimente di un immenso macchinario di pubblici poteri.

In questi intralci delle energie e delle volontà, in questa atrofìa degli organi motori dell'amministrazione di Stato, il _mercenarismo_ potè sviluppare l'intera gamma delle proprie caratteristiche, fino alle conseguenze estreme. Indifferenza cioè al contenuto morale della patria, separatismo nella società, venalità, protervia nel chiedere, pari alla debolezza nel cedere o nel promettere da parte dell'organismo dello Stato che alimentava il mercenarismo medesimo.

Cosicchè mentre altrove--specie in Piemonte--l'evoluzione degli ordini ed il largo appello alle milizie paesane permettevano di compiere riforme decise nel tralignato organismo degli eserciti mercenari, apparecchiando il trapasso verso gli odierni sistemi di reclutamento, Venezia, cieca nella fede giurata alle sue costituzioni vetuste, dimentica dell'eredità legatale dall'Alviano--che nelle cerne aveva additata la fortuna militare della Repubblica--si ostinava pur sempre a mantenere nelle caserme una larva di esercito che si dissolveva come neve al sole.

Così fu possibile, anzi necessaria, la viltà suprema della Veneta Repubblica nel 1796.

Nondimeno, tra il vecchio che cadeva a brandelli in rovina ed il nuovo che maturava, ad onta delle volontà dei governanti e dei governati e della pertinace immutabilità degli istituti, si apparecchiavano gli eserciti odierni fatti con la nazione e per la nazione. Riguardare quindi le vie del passato, riandare il cammino percorso per toccare lo sviluppo d'oggi, non può qualificarsi opera vana, purchè si mediti sulle circostanze che hanno accompagnata la grande evoluzione e sulle contingenze particolari che l'hanno affrettata. Perché--ad onta di ogni sapienza postuma di storia e di esperienza umana più generalmente note--v'ha sempre qualche spunto a suggestioni molto proficue da raccogliere, dimenticato lungo la grande ed ampia via maestra, come assai spesso si notano sovra a' suoi cigli dei modestissimi fiori che sfuggono alla vista dei più.