La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Part 11
E passiamo agli esercizi con il fucile[241]. Poche premesse poste innanzi alla descrizione dei relativi movimenti richiamavano l'attenzione sul fatto, «che il maneggio del fucile deve compiersi dai soldati con desterità e scioltezza... epperciò essi dovranno stare con l'orecchio attento al comando, muovere le mani sempre in vicinanza del corpo, eseguire con vigore ogni tempo di una _mozione_ restando poi immobili da uno all'altro tempo». Per facilitare poi la simultaneità e l'esatta esecuzione degli esercizi, si prescriveva che «essendo i soldati in rango e fila, quelli di prima riga abbiano a guardare attentamente il _campione_ (istruttore) e quelli delle due ultime file quelli della prima, onde muoversi tutti contemporaneamente».
Tra il comando di ciascun movimento e l'esecuzione del primo tempo di esso, il _campione_ doveva lasciar correre un intervallo bastevole per contare a cadenza i primi tre numeri. Tra i tempi successivi questo intervallo doveva essere prolungato di alquanto e diventare eguale all'intervallo di tempo che è necessario per contare i primi sei numeri. Si eccettuavano da questa regola mnemonica i comandi per i fuochi e per ritirare le armi, i quali dovevano eseguirsi non appena ordinati.
La posizione di base per eseguire il maneggio dell'armi era quella del fucile collocato sulla spalla sinistra, con la canna in fuori, sostenendo il calcio con la palma della mano sinistra appoggiata al fianco, «sicchè il pollice premeva il calcio e le altre dita lo stringevano per di sotto: il braccio sinistro non doveva essere nè troppo teso nè troppo inarcato, col gomito daccosto alla vita in modo tale che la mammella cadesse tra le due viti della piastrina»[242].
Il rigido formalismo dominante non si arrestava però a tali prescrizioni e rilevando, «che vi sono uomini che hanno più anca che spalla e di quelli che sono al contrario», presumeva di correggere anche le differenze fisiologiche dei diversi attori con compensi e temperamenti, in modo da ottenere che tutti i fusti dei fucili si adagiassero in un medesimo piano inclinato, perfettamente uniforme.
«Se il soldato---diceva dunque il regolamento--ha più anca che spalla, esso dovrà sostenere il fucile sulla spalla volgendo il pugno un poco in dentro perchè la canna più si scosti dalla testa; e se al contrario avesse più spalla che anca, allora volgerà il pugno un poco più in fuori appoggiando maggiormente il calcio alla coscia per avvicinare di più la canna alla testa. Con tale avvertenza si riuscirà a mettere nello stesso piano tutti i fucili di una riga di soldati».
E sulla pratica di questi ripieghi i _campioni_ fondavano il supremo segreto dell'arte, la ricetta che assicurava fortuna alla complicata coreografia del maneggio dell'armi. I principali movimenti con il fucile erano 34. La loro progressione cominciava col presentar l'arme, la quale si sosteneva verticalmente davanti al corpo «in _candela_, proprio dirimpetto al mezzo del capo, col vidone (_vitone_) del cane contro il centurino... ed il piede destro tre dita dietro il piede sinistro, in modo che il calcagno di questo guardi il mezzo dell'altro piede, e ciò senza cangiare di fronte»[243].
Sull'esecuzione dei fuochi il regolamento richiamava «tutta l'attenzione dei soldati... avezzandoli a mirare con franchezza, a non torcere in verun modo la testa, a non muovere nè il corpo nè il fucile, perchè ogni piccolo moto può alterare la direzione del colpo. Allorchè poi questo vada a maggior distanza, si insegnerà ai soldati a premere bene col calcio la spalla nell'atto di far fuoco»[244].
Gli esercizi del fuoco erano preceduti dal movimento di base del preparatevi. A tale comando il fucile si portava presso a poco nella positura di «presentat-arm» e da questa si armava il cane, premendo con il pollice della mano destra sul vitone del cane medesimo. Ciò fatto si passava al secondo movimento, cioè all'impostatevi, portando il piede destro un palmo dietro al sinistro e volgendo il corpo verso destra, in guisa da «metterlo a mezzo profilo». Così si spianava l'arma «appoggiando la guancia destra sul calcio, chiudendo l'occhio sinistro per potere aggiustatamente mirare col destro lungo la canna l'oggetto che si vuole colpire.... Quando non sia determinato questo oggetto da prendere di mira, il soldato farà cadere la bocca del fucile al livello circa degli occhi».
I tempi della carica erano laboriosissimi. Al comando di _pigliate la carica_ il soldato estraeva dal _tasco_ (cartucciera) una carica, bene avvertendo «di aprirlo in mezzo e non da fianco per ritrovarla più facilmente»; quindi portava la detta carica alla bocca, ne strappava la carta con i denti sino a scoprire la polvere aiutandosi per ciò con uno «sforzo della mano verso la sinistra». Ciò fatto si poneva mano al focone chinando la testa per poterlo bene innescare, quindi si chiudeva la _batteria_ e si impugnava con la destra il fucile verso la bocca, «in modo che il calcio poggi a terra accosto al piede sinistro, la cartella sia in fuori, il fucil tocchi la coscia sinistra e la bocca resti dirimpetto alla spalla destra, impugnato con la detta mano destra».
Da questa posizione, «dopo di aver soffregata con le due dita pollice ed indice la sommità della carica per bene aprirla del tutto, si versava la polvere in canna mandandole dietro la carta, e si intasava da ultimo con la bacchetta stendendo naturalmente il braccio e spingendola con forza dentro la canna stessa». Tutto ciò esigeva una quarantina di _tempi_.
Non minor cura esigevano l'_armare le baionette_,[245] il disarmarle, il _sostenere l'urto_[246] e portare il fucile _alla pioggia_, assicurato con il calcio sotto l'ascella sinistra «la bocca in basso e la bacchetta in sù»; il recare l'arma _alle bandiere_ cioè a _fianc-arm_; a _funeral_, sotto l'ascella sinistra con il calcio all'insù e davanti, la canna inclinata indietro tenendo il fucile con la sinistra all'impugnatura e la destra dietro la schiena al mezzo di essa; infine _all'orazion_, verticalmente davanti la spalla destra mentre il soldato stava nella posizione di _in ginocchio_ con la mano sinistra in atto di saluto _sul frontone del caschetto_.
Un'appendice agli _Esercizi personali_ regolava i movimenti speciali della fanteria oltremarina per quanto riguardava il maneggio del _palosso_ e recava, a mò di chiusa, un capitolo relativo alla visita delle armi e delle monizioni.
* * *
Tale fu la riforma dei regolamenti per la fanteria veneta. Con essa si dovevano abbandonare d'un tratto i vincoli che collegavano i regolamenti stessi all'arte del Principe Eugenio di Savoia, per ravvicinarli decisamente alle tradizioni più recenti della scuola francese e federiciana. Forse tali progressi sarebbero stati assai più sensibili nella seconda parte che si attendeva, quella cioè, relativa all'impiego tattico delle truppe, ma il tempo tolse non solo la facoltà di pubblicare quest'ultima, ma ben anco il destro di diffondere più largamente la prima oltre il ristretto cerchio delle milizie che componevano il campo veneziano sotto Verona. La parte formale degli _Esercizi personali_ non vide infatti neppure l'onore delle stampe. Essa rimase allo stato di manoscritto tra le mani gli ufficiali veneti che la sperimentarono, e così si tramandò pure ai posteri confinata tra le polverose carte del Savio alla Scrittura[247].
Restò così ancora in vigore, fino alla caduta della Serenissima, il libretto del maresciallo Schoulemburg, l'ultimo capitano della Repubblica.
Gli uomini delle tre righe erano disposti l'uno dietro all'altro alla distanza di un passo. Gli esercizi erano comandati alla voce o con il _tocco_ del tamburo, e si dovevano eseguire all'ultima parola del comando che il _campione_ doveva pronunciare breve e forte, oppure al termine del tocco seguendo l'esempio dei sottufficiali o dei campioni medesimi. Gli esercizi del reggimento erano preceduti dal _riconoscimento_, o formazione delle unità di manovra. Si pareggiavano allora le file, si eguagliava la forza delle compagnie, si suddividevano tra i riparti secondo l'ordine di precedenza gli ufficiali ed i sottufficiali i quali, fuori delle righe, attendevano in questo frattempo di prendere posto. La compagnia inquadrata perdeva da quel momento ogni personalità e tutta la truppa si ripartiva in tre divisioni, cioè il centro e le due _ali_. Tale formazione era pure la normale per il combattimento[248].
Ogni divisione era comandata da un capitano o da un sergente maggiore: si suddivideva in mezze divisioni, e queste ancora in plotoni di manovra.
Le evoluzioni principali consistevano nel raddoppiare le file e le righe, nel serrarle, nelle conversioni, nello spezzare la fronte, nel formare le colonne ed i quadrati, nelle contromarce e nei fuochi.
Per raddoppiare le file i soldati di ciascuna fila si spostavano lateralmente ed entravano nella distanza di circa un passo che intercedeva di solito tra uomo ed uomo. Quando il movimento doveva eseguirsi sulla destra si spostavano le file pari, se a sinistra si spostavano invece le disparì.
Le conversioni si effettuavano a perno fisso e per ottenere il necessario contatto facevasi assai spesso porre ai soldati le mani sui fianchi, alla costumanza tedesca. Le contromarce facevansi per righe e per file.
Per eseguire i fuochi si serravano le righe _da petto a schiena_, cioè si annullava l'ordinaria distanza di circa un passo che esisteva tra le righe medesime. V'erano fuochi così detti _di riga, di mezze divisioni, di plotoni_, da fermo e marciando, cioè alternandosi le righe nello sparare usufruendo all'uopo degli intervalli interposti. Contro la cavalleria si formava il quadrato, sia da fermo che in marcia, _armando le baionette e sostenendo l'urto._
Il libro del maresciallo Schoulemburg trattava oltre a ciò del servizio territoriale, o _di piazza_, del modo di accampare e di accantonare un reggimento e le unità inferiori ad esso, di porlo in marcia con le misure di sicurezza e di scortare un convoglio. Però, stante l'esiguità delle forze disponibili e l'abbandono degli esercizi nei campi di manovra, queste pratiche non erano che semplici attestazioni teoriche. Invece--come si disse altrove--era assai deplorato il difetto di norme regolamentari circa l'imbarco e lo sbarco di truppe a piedi o a cavallo sui pubblici legni; operazioni di qualche frequenza nell'esercito della Repubblica specie dopo l'adozione dei _turni_ di guarnigione[249].
Le evoluzioni della cavalleria erano più antiquate di quelle della fanteria e risalivano alla fine del XVII secolo, cioè a dire alla pratica del generale Stenau, altro capitano della Veneta Repubblica. Anche la cavalleria--come la fanteria--si ordinava su tre righe e la distanza tra queste era normalmente di cinque passi. Gli intervalli tra fila e fila erano tali che i cavalieri potevano introdursi liberamente in questi spazi senza toccarsi l'un l'altro.
Le evoluzioni consistevano nello sdoppiare e nel raddoppiare le file e le righe, con procedimenti analoghi a quelli risati dalle armi a piedi. Le conversioni--di 180 gradi--si eseguivano tanto a righe aperte che serrate: si adoperavano per cambiare diametralmente direzione di marcia e si compievano per divisioni, mozze divisioni, per file ed anche individualmente per ogni singolo cavaliere.
L'esercizio con le armi consisteva, per le _corazze_ ed i _croati_, nel maneggio della spada, della sciabola e dei pistoloni da arcione; per i _dragoni_ inoltre nell'uso del moschetto armato di baionetta. Le tendenze difensive diffuse nell'arma di cavalleria--a motivo della importanza crescente del combattimento a fuoco--avevano accentuato nella pratica degli esercizi l'impiego delle _colonne vuote di dentro_ e dei _quadrati._ La prima di queste formazioni si assumeva dagli squadroni in colonna di divisione, «facendo che la testa stia ferma e che conversino le mezze divisioni delle altre, dimodochè rivolgano la fronte alla campagna», cioè verso il nemico[250]
I _quadrati_ si ottenevano invece dalla linea spiegata, ripiegando le ali all'indentro e ripiegandosi ancora ciascuna metà di queste ultime in sè medesime dopo effettuata la conversione verso l'interno, in guisa da costituire nell'insieme il quarto lato della figura. Ciò fatto tutti eseguivano una conversione individuale «verso la campagna».
Le cariche si effettuavano di regola in modo avvolgente. In quest'arte--tramandatasi tradizionalmente nella cavalleria veneta dagli _stradiotti_ e dai _cappelletti_--si distinguevano ancora, sul cadere della Repubblica, i _Croati_. Questi medesimi recavano ancora la palma nel _foraggiare_, nel portare gli attacchi in terreni intricati e scuri, nel passaggio dei corsi d'acqua ed infine nei combattimenti temporeggianti e nelle ritirate. Le _corazze_ distinguevansi a loro volta nelle salve con i pistolonì, ed i dragoni nei fuochi con i moschetti e nei combattimenti pedestri.
Gli esercizi campali e le evoluzione del _Reggimento artiglierìa_ erano infine regolate, sul tipo di quelle della fanteria, da un libretto appositamente redatto dal brigadiere Stràtico.
La carica dei pezzi si eseguiva con la cucchiaia o con i cartocci. Con il calcatoio si spingeva la polvere nella camera della bocca da fuoco e vi si intasava, adoperando all'uopo un poco di strame palustre, delle alghe di mare oppure della paglia aggrovigliata, fintantochè la polvere stessa affiorava nello intorno del focone. Indi appresso si introduceva nell'anima del pezzo la palla elevandone alquanto la volata. Eseguito questo primo tempo della carica, con un fiaschetto si colmava di polvere da innesco il focone, se ne spargeva un poco anche nella parte posteriore di esso, ed il cannone era allora pronto per la punteria e lo sparo.
CAPO X.
Dei bilanci militari.
Anche l'energia motrice di ogni organismo sociale, il denaro, difettava grandemente al tempo della decadenza repubblicana. È perciò necessario di toccare anche questa materia nelle sue relazioni con i bilanci della guerra, per conoscere quanta parte della rovina nelle armi venete tocchi ai fattori morali e quanta, non meno notevole, sia da attribuirsi invece ai fattori materiali, al governo della lésina, al metodico rifiuto dei mezzi necessari per mantenere in vita il prezioso strumento della difesa della patria, all'ostinatezza infine di negare ad esso le necessario riforme.
Importa dunque sfogliare anche il carteggio dei _Savi cassieri_--o ministri veneziani delle finanze--quello dei _Magistrati sopra Camere_, o sopraintendenti delle tesorerie provinciali, esaminare le _pòlizze_ dei preposti al _Quartieron_, o cassa militare destinata a sopperire ai bisogni della milizia stanziata nel territorio dipendente da ciascuna _Camera_.. E da questa indagine emergerà una verità di molto rilievo. Che cioè i primi allarmi nelle angustie finanziarie si sogliono, con improvvido consiglio, far scontare alle milizie--come che queste possano in ogni evenienza privarsi di tutto quasi arnesi inutili e parassitari--e che questa decimazione mal frutta allo Stato che la pratica nel momento del pericolo, quando cioè esso si accorge troppo tardi di essersi apparecchiato lentamente e di proposito alla rovina, all'umiliazione ed al servaggio.
Al caso concreto, Venezia negò ai propri soldati e marinai il necessario per affilare le armi, tenere asciutte le polveri e validi i propri navigli, ed il mal fatto risparmio andò profuso e sperduto nel mantenere sul proprio suolo due eserciti, nemici tra di loro e pronti a sovvertirla.
Ora vediamo un poco addentro a queste cifre. Alla fine della _Seconda Neutralità d'Italia_ (1737) la Serenissima aveva accumulato un sensibile _deficit_, o _sbilanzo_--come si diceva nel linguaggio d'allora--epperciò si escogitarono riduzioni, falcidie ed economie, atte possibilmente a colmarlo.
A quell'epoca le entrate annue della Repubblica erano valutate in ducati 5,114,915, cioè a dire in lire 21,426,378 circa: le spese complessive ammontavano a ducati 5,810,037, talchè lo _sbilanzo_ si aggirava annualmente intorno a 705,722 ducati, cioè a 2,960,161 lire.
Da questo complessivo gèttito di pubblico danaro, le spese militari (Esercito e Marina) prelevavano ogni anno due milioni e mezzo di ducati, all'incirca[251].
Tali spese nell'anno 1737 erano ripartite come segue; Arsenale e _Tana_, ducati 218,037 e grossi 6[252]; _Spese per l'armar_, comprese le navi e le galere, ducati 46,836 e grossi 3; Fortezze, ducati 32,776 e grossi 12; Artiglierie, ducati 25,841 e grossi 15; per _formento_ ad uso di lavoro dei forni, ducati 109,264 e grossi 19. Simile, per _formento_ bonificato alle decime, ducati 215,165 e grossi 6; per le milizie del Lido, ducati 215,107 e grossi 3; per il loro vestiario, ducati 56,594 e grossi 22. Per capitoli varii, quali _spazzi_ (viaggi) dei capi da Mar, sopracomiti etc., ducati 28,512 o grossi 17. Paghe e _paghette_ alle predette autorità e serventi, ducati 28,348 e grossi 17. Per gli stipendi, compreso quello del _veltz-maresciallo_ Schoulemburg[253], ducati 31,296 e grossi 12. Totale per l'_ordine militar_ nella Dominante, ducati 1,008,511 e grossi 23.
Il rimanente del bilancio era assorbito dalle truppe dislocate negli altri riparti della Serenissima, distinto in analoghi capitoli di spesa, e questa fu precisamente di ducati 2,060,965 e grossi 11[254].
Sempre nell'anzidetto anno, con questo bilancio la Serenissima manteneva nelle armi 19,385 uomini.
Ma premendo ovunque le proteste e gli incitamenti ad assottigliare gli apparecchi militari ed a porli in armonia con la politica di rinuncia e di stretta neutralità dichiarate dalla Repubblica dopo la pace di Passarowitz, il Senato nell'inverno del 1738 convocò, «una _conferenza_ per meditare e far suggerire quei sollievi e risparmi che conciliar si possano tra i riguardi della pubblica economia e quelli della necessaria custodia degli Stati». Quali fossero i termini di questa equazione vaghissima, a più incognite, solita a rinverdire ad ogni crisi delle finanze e molto più ad ogni depressione di spirito ed infrollimento della volontà collettiva delle nazioni, non è detto. Certo si voleva che l'Esercito e la marineria veneta facessero le spese dello _sbilanzo_ e lo risarcissero.
La navigazione più non allettava, il commercio veneziano era allora arenato, l'impero coloniale scomparso miseramente: di questo ormai non rimanevano superstiti che i pochi brandelli delle isole Ionie, del Cerigo e di Cerigotto. I porti franchi di Trieste, di Livorno, di Ancona e di Sinigaglia avevano soppiantato i traffici della Repubblica, che si era ormai ridotta a dimenticare affogando le memorie del passato nella vita spensierata, spendereccia e voluttuaria del presente. Ed in quei frangenti di allegro consumo senza un'equivalente produzione riparatrice, lo _sbilanzo_ cresceva.
Nondimeno il credito della Repubblica era ancora considerevole--una bella facciata architettonica che imponeva pur sempre per quanta rovina nascondesse nell'interno--ed il fratto degli antecedenti risparmi poteva consentire di far ancora fronte alla situazione, purchè si ponessero un poco all'incanto le armi e meglio si colorisse con quest'atto la divisa assunta dallo Stato godereccio, scettico ed imbelle.
Frutto adunque della conferenza indetta dal Senato Veneto si fu una prima riduzione della forza bilanciata la quale, da circa 20,000 nomini, discese a meno di 16,000. Si sospesero inoltre le _reclutazioni_ e le _giubilazioni_ e si incitò la conferenza anzidetta a proseguire nelle riforme e nelle falcidie per realizzare nuovi e più copiscui risparmi.
Nel 1738 il bilancio militare veneto si ridusse infatti ad 1,886,322 ducati; quello del 1739 discese ancora a 1,670,333 ducati; quello del 1740 infine precipitò a 1,592,784 ducati.
L'esercito o la marineria veneziani si erano adunque sacrificati alla generale assenza d'ogni spirito di sacrifizio individuale e collettivo, ed in questa bancarotta di sentimenti e di mezzi essi avevano riportati dei colpi così fieri da non riaversi mai più.
Così la Repubblica cominciò a morire da quando decretò la liquidazione dei propri armamenti. «_Va ben_--aveva esclamato il penultimo doge Paolo Renier--_No gavemo più forze, non terrestri, non marittime, non alleanze,.. Vivaremo dunque a sorte e per accidente!..._».
* * *
Vennero ben presto nuove angustie derivate dal contegno che doveva serbare la Repubblica all'aprirsi della guerra per la Successione Austriaca. Il docile strumento dei bilanci guerreschi che sembrava adattarsi all'infinito all'umile compito di _dare_ senza nulla mai _chiedere_, di risarcire il patrimonio pubblico perchè altri spensieratamente lo godesse senza ombra di preoccupazioni o di affanni per l'avvenire, di servire da vàlvola di sicurezza dell'erario che si avviava al fallimento, cominciò a farsi meno duttile e più prezioso.
Le diffidenze verso la Francia e verso la Spagna, l'aperto viso dell'armi assunto dall'Austria, avevano richiamato alla realtà delle cose con quella pavidità pronta ad ogni dedizione, con quella premura decisa a troncare ogni imbarazzo e che potevano eguagliare la spensieratezza imbelle con cui si era posto mano a disfare gli armamenti. Pure conveniva apparecchiare qualche cosa, se non altro per semplice mostra.
La Repubblica aprì allora docilmente la strada di Campara (_Val Lagarina_) agli Austriaci--i nemici più vicini--per ingraziarseli; suonò a raccolta per le cerne e racimolò qualche migliaio di vagabondi tratti dai riparti d'Italia e d'Oltremare per innestarli nell'esercito. Alle potenze più lontane offrì in pegno la dichiarazione della sua _terza neutralità_ a mò di una presuntuosa etichetta fatta per coprire una merce avariata. Ed il costrutto positivo di tutte queste pratiche si fu quello di riallentare i cordoni della borsa.
Nel 1741 i bilanci militari veneti risalirono ad 1,818,147 ducati, nell'anno appresso--con la leva di due migliaia di cerne--crebbero ancora sino a 2,845,481 ducati e si mantennero a questo livello per tutto il rimanente periodo della terza neutralità d'Italia. Ma dopo la pace di Acquisgrana il governo della lèsina riprese di bel nuovo il sopravvento ed accompagnò senza interruzione le vicende militari della Repubblica fino alla sua caduta.
L'esercito si ridusse daccapo prima alla forza bilanciata di circa una quindicina di migliaia di uomini, poi ad una dozzina di migliaia, compresi i non valori. Le compagnie di fanteria precipitarono alla forza di una trentina di individui, quelle di cavalleria ad una ventina, i bilanci militari al milione e mezzo di ducati ed anche meno.
La bancarotta non poteva essere più completa. L'Arsenale ridusse pressochè a nulla il proprio lavoro, le milizie incanutirono sugli artificiosi _piedilista_, gli ufficiali furono obbligati a morire ancora in servizio nella più tarda vecchiaia per mancanza di danari necessari a giubilarli. Nondimeno la vetusta macchina della Repubblica continuava a reclamare tutta la sua parte di dissipazione dell'erario, senza che il più timido tentativo di riforma valesse ad alleviarne l'insopportabile peso. La macchina lavorava unicamente a vuoto e peggio.
A comprovare questo spèrpero di energie basta l'esame dei bilanci dell'Arsenale veneziano, considerato come pietra angolare del vetusto edifizio guerresco della Repubblica. Esso richiedeva in media per il suo mantenimento--affatto parassitario--218,837 ducati all'anno, 46,836 ducati per l'anno dei pubblici navigli, 25,841 ducati per il rabberciamento delle artiglierìe più sganghenate, 30,000 ducati per il _Reggimento Arsenal_. In totale il maggior stabilimento marinaro dei Veneti pesava adunque sulla pubblica finanza per 324,504 ducati all'anno--cioè a dire per 1,356,426 lire odierne--senza contare le giubilazioni, le spese ordinarie per i trasporti Oltremare, per le esperienze ed altro.