La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi

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La Campagna del 1796 nel Veneto.

PARTE II.--Dal ponte di Lodi alla manovra di Lonato e Castiglione.

EUGENIO BARBARICH

Capitano di stato maggiore

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LA CAMPAGNA DEL 1796

NEL VENETO

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PARTE PRIMA

LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA

UOMINI ED ARMI

ROMA ENRICO VOGHERA, EDITORE

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1910

Roma, 1909.--Tip. E. Voghera

INDICE

I.--Le fonti della milizia veneta II.--L'amministrazione centrale della guerra. Savio di terraferma alla scrittura e le magistrature militari III.--Ufficiali grandi e piccini IV.--Le truppe assoldate V.--Le milizie paesane VI.--L'artiglieria veneziana VII.--Il corpo degli ingegneri militari VIII.--La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed il riparto difensivo e territoriale. I veterani IX.--L'addestramento della truppa veneta X.--Dei bilanci militari XI.--Conclusione

IN MEMORIA

DI

FRANCESCO PESARO

TENACE PROPUGNATORE NEL VENETO SENATO D'UNA VENEZIA FORTE.

PREMESSA

Ayez les choses de première main; puisez à la source!....

(LA BRUYÈRE.--_Maximes_)

Il presente studio non vuol essere che una prefazione intesa a far conoscere l'ambiente militare ed i personaggi che accompagnarono la _Serenissima_ al sepolcro. Perchè, se esiste qualche opera di indubbio valore intorno all'armata della Veneta Repubblica, poco o nulla di edito si trova relativamente al suo esercito, quasi che fosse argomento trascurabile nella vasta trama delle politiche vicende dello Stato nato sul mare e per il mare.

Ora questa presunzione non è equa. Qualunque ramo dell'attività pubblica merita riguardo e considerazione, e soltanto il giudizio particolare sopra ciascun ramo dell'attività medesima può mettere capo ad una sintesi illuminata e completa.

Al caso concreto poi dell'attività militare veneta, cimentata nei tempi dello splendore alle tenaci e vittoriose lotte contro i Turchi in difesa della Cristianità, dei commerci e dell'incivilimento contro la barbarie, sembra argomento cospicuo di studio l'esame dell'evoluzione di questa attività giunta al termine del suo ciclo ed il coglierla quando sta per accasciarsi sopra sè stessa come una persona fatta decrepita, pavida ed intransigente.

Questo dal lato puramente soggettivo della speculazione storica. Ma v'ha ancora un altro argomento di peculiare interesse che può spingere all'indagine intorno alla decadenza militare della Veneta Repubblica.

L'ambiente della storia presenta ricorsi di singolare rilievo, suggestioni forti e spontanee sulle quali, a determinati periodi di tempo, non sembra nè vano nè inutile riportare il contributo positivo degli studi e della meditazione, affinchè traccino a loro volta norma ad un nuovo ricorso di fatti.

E Venezia, con gli svariati suoi atteggiamenti della politica, dei commerci, dell'arte, dell'incremento economico e marinaro, è soggetto che volentieri s'impone oggigiorno allo spirito ed alla fantasia e li occupa con l'inesauribile fascino di una figura dalle perfezioni classiche. L'opera del Molmenti sulla storia di Venezia nella vita privata simboleggia l'espressione più bella ed alta di questi sensi.

Per le cose della decadenza e della rovina militare della _Serenissima_ i documenti non scarseggiano. V'ha anzi plètora, come per solito accade dei periodi storici e sociali di debolezza e di dissolvimento, i quali sono pur sempre anche i più loquaci e papirofili, perchè appunto sono i meno attivi e materiati di fatti.

E questi documenti assai numerosi e del tutto inesplorati nelle grosse filze del _Senato militar_ e dei provveditori Foscarini e Battagia all'Archivio di Stato dei Frari in Venezia, oltre che illustrare il periodo storico singolarmente considerato, gittano per riverbero nuova luce sulle operazioni dell'esercito francese e del generale Buonaparte, da Lodi a Leoben.

Sicchè studiando questo brano di storia militare inedita nel campo pratico delle vicende storiche e militari nostrane, si stende la mano a quella meravigliosa messe di studi e di documentazione delle guerre napoleoniche che ci viene d'oltre Alpe, e che con i volumi del capitano Fabry spinge innanzi la bella marcia delle indagini fin sulla soglia degli Stati Veneti, all'Adda ed all'Oglio nella primavera dell'anno 1796[2].

Roma, dicembre 1909.

E.B.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Non può essere copiosa, una nota bibliografica quando gli argomenti dell'indagine si riferiscono pressocchè esclusivamente all'inedito. Nondimeno occorre citare a questo punto qualche opera di interesse generale utile per inquadrare la materia particolare dello studio presente.

La documentazione inedita, riferita più specialmente alla raccolta «_Deliberazioni Senato Militar_» e «_Deliberazioni Senato Militar in Terraferma_», si trova singolarmente descritta per ogni argomento di trattazione.

L. CELLI.--_Le ordinanze militari della Repubblica Veneta nel secolo XVI_.--Nuova Antologia--Vol. LIII--Serie III--Fascicoli del 1 settembre e 1 ottobre 1894.

F. NANI MOCENICO--_Giacomo Nani--Memorie e documenti_--Venezia, Tip. dell'_Ancora_, 1893:

V. MARCHESI.--_Tunisi e la Repubblica di Venezia_.--Torino, Roux edit.

A. MENEGHELLI.--_Vita di Angelo Emo_.--Padova, 1836.

M. FERRO.--_Dizionario del Diritto comune e Veneto_.--Venezia, Santini Edit. 1845.

S. ROMANIN.--_Storia documentata di Venezia_--Vol. IX, Venezia, 1850.

8. ROMANIN.--_Lezioni di storia veneta_.--Firenze, Le Monnier, 1876.

P. MOLMENTI.--_Storia di Venezia nella vita privata_--Parte Terza--Il decadimento.--Bergamo, Istituto Italiano di Arti Grafiche, 1908,

CASONI.--_Forze militari_ (in _Venezia e le sue lagune_, Vol I).

A. RIGHI.--_Il conte di Lilla e l'emigrazione francese a Verona_. (1794-1796)--Perugia, Bertelli edit., 1909.

E. PESENTI.--_Angelo Emo e la Marina Veneta del suo tempo_.--Venezia. Naratovich, 1899.

LA CAMPAGNA DEL 1796 NEL VENETO

PARTE PRIMA

LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA [Blank page]

CAPO I.

Le fonti della milizia veneta.

La sera del 2 giugno 1796 deve essere stata assai tragica per i senatori veneziani convenuti al casino del _procuratore_ Pesaro, alla Canonica[3], per deliberare intorno a gravi oggetti concernenti la Repubblica. Il _provveditore generale in Terra Ferma_, Nicolò Foscarini, aveva avuto il dì avanti, sotto Peschiera, un colloquio burrascoso con il generale Buonaparte, nè gli era riuscito a rabbonirlo che a prezzo di dolorose abdicazioni per la dignità della vetusta Serenissima. E l'uomo nuovo, con la visione dinanzi agli occhi di sconfinati orizzonti di gloria, si era trovato di fronte all'uomo del passato, che vedeva chiudersi per la sua patria quegli orizzonti medesimi sotto il velo grigio e melanconico del tramonto.

Il generale Buonaparte aveva accusato il Senato Veneto di tradimento per avere permesso giorni avanti agli Austriaci di occupare Peschiera, di slealtà per avere dato asilo in Verona al conte di Lilla, di parzialità colpevole--come egli diceva--per male corrispondere alle pressanti esigenze di vettovaglie e di carriaggi da parte dell'esercito francese, di neutralità violata infine in vantaggio dei nemici suoi, gli Austriaci.

Ora, di tutto questo, Buonaparte aveva dichiarato al vecchio Foscarini di doverne trarre aspra vendetta per ordine del Direttorio, incendiando Verona e marciando contro Venezia. Il rappresentante Veneto, atterrito, era riuscito alla fine a indurre il focoso generale a più umani consigli ed a salvare Verona, ma più con l'aspetto della sua desolata canizie che con la virtù della parola, a condizione però «che le truppe «del generale Massona fossero ammesse in città, occupassero «i tre ponti sull'Adige, avvertendo che le minime rimostranze «che si imaginassero di fare i veneti riuscirebbero il segnale «dell'attacco[4]».

Tra l'incendio e l'occupazione militare non era dubbia la scelta, ed al Foscarini fu giocoforza di cedere. Duramente Buonaparte aveva rifiutato al vecchio provveditore perfino il tempo necessario, per prendere gli ordini dal Senato e lo aveva accomiatato «con i modi che il vincitore detta leggi al vinto[5]».

Era il principio della fine della Serenissima. All'udire i dolenti messaggi del Foscarini, l'accolta dei senatori veneti alla _Canonica_, pavida, discorde, sfiaccolata, non trovò altro rimedio al male che spacciare due Savi del Collegio a Verona per assistere il provveditore in altri colloqui con il generale Buonaparte, quasi che il loro mandato fosse quello di sorreggere con le dande gli estremi passi del valetudinario diplomatico e della agonizzante Repubblica.

La fiducia nelle arti della parola e del protocollo rappresentava ancora, agli occhi dei contemporanei, l'ultima àncora di salvezza, perchè i tempi di Sebastiano Verniero e di Francesco Morosini erano trascorsi da un pezzo. Ed i due nuovi eletti in quella tumultuaria adunanza notturna per implorare mercè al vincitore di Dego, di Millesimo e del ponte di Lodi, furono Francesco Battagia e Nicolò Erizzo I. Essi partirono sùbito alla volta del campo francese sotto Verona, recando seco «40 risme di carta di buona qualità, 12 risme di carta piccola da lettere _lattesina_, 2000 penne, 3000 bolini grandi ed altrettanti piccioli, 36 libbre di cera Spagna, un barilotto di inchiostro, 6000 fogli di carta imperiale, registri, spaghi e spaghetti in grande quantità».[6] La burocrazia aulica della Serenissima, in difetto di soldati e di armi, così provvedeva alla difesa delle sue città murate e del suo territorio.

A quel tempo, l'esercito veneto si era oramai consunto per vecchiezza. I lunghi e sfibranti periodi di pace e di neutralità in cui l'inazione suonava colpa e l'assenteismo politico della Repubblica, prolungata offesa alla dignità del vecchio e glorioso Stato italico, l'abbandono, lo scadimento d'ogni istituto, lo scetticismo e l'indifferenza, avevano siffattamente prostrata la milizia veneziana da imprimere sul suo volto, un tempo già gagliardo e raggiante per le vittorie d'Italia e d'Oriente, le rughe più squallide della decrepitezza ed il marchio più profondo della dissoluzione.

La bella e radiosa visione del monumento a Bartolomeo Colleoni, fiera ed energica come il suggello di una volontà prepotente, stupenda come l'annunzio di una vittoria pressochè astratta dall'ordine dei tempi, grado a grado si era dileguata nell'esercito della Serenissima, come svanisce un sogno carezzato alla luce di una triste realtà. * * *

Il nerbo degli armati della Serenissima traeva origine da due provenienze distinte: i _mercenari_ e le _cerne_. E queste e quelli, per la comunanza del servizio sul mare, ritraevano un tal carattere anfibio che imprimeva alla milizia veneta fisionomia ed atteggiamenti del tutto diversi dalle altre milizie contemporanee.

Queste due fonti si erano nel passato così bene intrecciate assieme, da dar vita ad un fiume ricco d'acque e poderoso nel quale, in determinati e non infrequenti periodi della storia, si erano come trasfuse tutte le tradizioni militari dei Comuni e degli Stati dell'Italia.

Il _mercenarismo_ rampollava dalle antiche compagnie di ventura e ne aveva dapprincipio tutto il sapore e tutto lo spirito, considerate le forme repubblicane della Serenissima e le tendenze della sua società aristocratica e marinara. Questo spirito, a grado a grado, si era modificato e quasi plasmato sotto il ferreo stampo fortemente unitario degli istituti veneziani del Rinascimento; sicchè il mercenarismo, tratto fuori dal martellare delle passioni partigiane e dall'angusta cerchia delle passioni cittadine, aveva alla fine assunto in Venezia una individualità più piena, lineamenti più decisi e sicuri da organismo di Stato.

Infine la medesima stabilità ed unità degli ordini oligarchici veneti, l'èsca dei largheggiati premi, il miraggio delle accumulate ricchezze, il cemento glorioso del sangue prodigato per un vincolo mistico e positivo insieme--quello della fede e della pubblica economia rivendicate sotto i fieri colpi del Turco--avevano contribuito ad imprimere a quel vecchio istituto militare del _Trecento_ una fisionomia veneta. schiettamente originale, che sembrava quasi fusa dentro l'orma formidabile del leone di San Marco.

Nel frattempo il periodo eroico della guerra di Cambrai, delle lotte di Candia e delle campagne del Morosini erano volti al tramonto.[7] La Serenissima divenuta più sollecita di conservare che di conquistare, aveva stimato savio consiglio quello di fare più largamente partecipi de' suoi beni i propri soldati, specie i mercenari dalmati, allo scopo di meglio stringerseli dattorno con i vincoli della gratitudine e dell'interesse, con quei legami di amorevolezza che suscitano il reggimento paterno e la coscienza della solidarietà delle fonti del comune benessere.

Questo cammino, che sapeva del romano antico, pareva bello e fiorito ma celava non pochi rovi e non poche spine. La Serenissima, fatta vegliarda, largheggiò per troppa debolezza in autonomie, in franchigie e donativi a benefizio de' suoi soldati di mestiere, ed apparecchiò fatalmente a sè medesima ed alle istituzioni militari quella rovina che, in altri tempi, aveva annientato il vigore delle colonie legionarie di Roma. Anzitutto, quella continua e gagliarda corrente di forze fresche e nuove che, dal littorale dalmata, rifluiva ai dominî di Terraferma e di Levante per rinsanguare le schiere dei così detti reggimenti di _Oltremarini_--levati in origine per servire sulle navi--cominciò ad inaridire pel tralignare degli ordini feudali in Dalmazia e pel diffondersi del benessere nelle repubbliche marinare e nei municipi liberi. Infine, il difetto di stimolo alle audaci imprese--primo incentivo allo spirito di ventura--e le lunghe paci, lo asfissiarono e l'uccisero come sotto le distrette di una enorme camicia da Nesso. Le angustie finanziarie compirono l'opera.

Così le truppe levate per ingaggio tanto Oltremare che in Italia principiarono a morire a sè medesime. Francesco Morosini già da tempo aveva avvisata questa lenta ruina, quando per mantenere a numero il suo esercito del Peloponneso aveva dovuto ricorrere ai rifiuti di pressocchè tutti i mercati d'uomini d'armi d'Europa ed incettare, coi Toscani e Lombardi, anche gli Svizzeri, gli Olandesi, i Luneburghesi ed i Francesi; di guisa che con cosiffatta _genia_--come egli disse--corse rischio non già di dettare legge al nemico bensì di riceverla dai suoi soldati medesimi[8].

Nel 1781, come risulta dai _piedilista_, ruoli organici e stanza dei corpi insieme delle milizie venete redatti dall'_inquisitore ai pubblici rolli_, mancavano 654 _oltremarini_ nei presidi di Levante, 353 in quelli di Dalmazia, 263 in quelli del Golfo e 42 infine in quelli d'Italia. In totale 1312 soldati oltremarini mancanti, su 3449 che dovevano essere presenti alle armi in quell'anno, suddivisi in 99 compagnie ed 11 reggimenti.[9]

In questo intervallo i nobili dalmati--feudatari un tempo, poi condottieri eroici e devoti delle milizie venete di ventura, modificate e migliorate nel senso di cui sopra è cenno--si erano venuti imborghesendo grado a grado [10]. L'antico privilegio loro di levare e di vestire i propri fanti con le vistose casacche cremisine e di donarli poscia, come in simbolo di fede ardente e di accesa devozione alla Serenissima, era degenerato col tempo e diventato un mercimonio tra le mani venali degli ingaggiatori, dei capi-leva e degli ingordi _racoleurs_.

La Serenissima tentò dapprima di ravvivare i sopiti spiriti bellicosi di quella nobiltà, un po' distratta dalle fortune commerciali della Repubblica ragusèa, dalle libertà comunali di Spàlato e di Zara e dalle autonomie di Poglizza, col largire nuovi privilegi, decime, concessioni e _bacili di formento_. Ma la prodigalità attizzò alla fine l'avarizia e non accese i desiderati spiriti di patriottismo, talchè i _deputati et aggionti alla provvigion del dinaro_ nell'agosto del 1745 si videro obbligati a porre un freno alla disastrosa ed infruttuosa corrività della Repubblica verso la nobiltà dalmata; corrività che minacciava, di rovinare le «camere (_tesorerie_) di quelle province, costringendo per questo oggetto a farsi più abbondanti et frequenti le missioni di pubblico danaro per le esigenze di quelle parti» [11].

Nè più valeva a risollevare l'intisichito spirito di ventura tra i Dalmati--i mercenari per eccellenza--l'imagine della forza e della potenza guerriera della Serenissima. Le parvenze esterne dell'imperio, alle quali si affidava buona parte del suo prestigio presso le popolazioni soggette, erano precipitate a quel tempo in uno stato di abbandono colpevole. «Le fortificazioni di Levante, della Dalmazia e dell'Albania--scriveva nel 1782 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck al Doge--sono in uno stato di desolazione tale da commuovere a riguardarle... A Zara, ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni è in rovina... Spàlato è in decadimento, ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano, a suo talento... Lo stato infine del forte S. Francesco a Cerigo fa rabbrividire pel decoro del Principato»[12].

Le armi vecchie e rugginose avevano dunque disamorato i venturieri a detergerle in Italia, ed Oltremare. Restava soltanto qua e là per la Dalmazia ed in Levante qualche guizzo del fulgore antico, raccomandato ad un sentimento di gratitudine giammai sopito nel cuore delle genti d'altra riva dell'Adriatico verso la Veneta Repubblica, che le aveva raccolte sotto le proprie ali nei tempi più travagliati della Cristianità e difesi contro il Turco. Ed a questi sentimenti, le ultime compagnie di ventura italiane avevano raccomandato i loro estremi giorni di vita a Venezia.

* * *

L'altra fonte delle milizie venete era rappresentata dalle _cerne _, che fornivano soldati dei luoghi ordinati con previdenze territoriali, specie di _Landwehr_ che si levava in tempo di guerra o di neutralità a rincalzo dei mercenari, cioè dei _provvisionati_. Le _cerne_ venete, o soldati d'_ordinanza_, emanavano adunque direttamente dal pensiero politico e militare di Nicolò Macchiavelli, che volle l'istituto delle milizie nazionali tratto dal popolo pedestremente armato[13].

Costituiva il nerbo delle cerne l'elemento rurale dei domini di Terraferma e d'Oltremare, cui la Serenissima aveva fatto larghe concessioni per rinfrancarlo nel suo innato spirito conservatore ed adescarlo a servire, lietamente ed in buon numero, nella milizia regionale. Di queste prime pratiche conservò memoria il Bembo.

«Deliberò il Senato--egli scrisse--che, nel Veronese, l'anno 1507, un certo numero di contadini che potessero armi portare, si scegliesse e descrivesse; i quali all'arte militare si avvezzassero, e costoro liberi da tutte gravezze fossero, acciò più pronti alle cose della guerra essere potessero, e chiamati alle loro insegne incontanente v'andassero. Il qual raccoglimento di soldati di contado agli altri fini della Repubblica (come suole l'uso essere di tutte le cose maestro) in breve passò e si diffuse. Il perchè ora le ville ed i ragunamenti degli uomini del contado di ogni città, parte de' suoi hanno che a questa cosa intendono, di essere armati ed apparecchiati di maniera che, senza spazio, alla guerra subitamente gire e trovarsi e servire alla Repubblica e per lei adoperare si possono. E queste genti tutte _soldati di ordinanza_, o _cernite_, si chiamarono»[14].

La guerra della lega di Cambrai, combattuta per l'integrità dei domini della Signoria, consolidò questa milizia paesana e la fece popolare, ad onta dei tentativi fatti per denigrarla--più che tutto dopo lo sbaraglio di Vailate--per opera dei troppo interessati fautori delle milizie assoldate, gli industriali della guerra d'allora. In sostanza, si voleva rovesciare sopra i soldati di _ordinanza_ un po' di quel discredito e di quella noncuranza di cui gli eserciti regolari furono sempre prodighi verso le «guardie nazionali».

Il grande vantaggio delle cerne consisteva, anzitutto, nel loro costo sensibilmente minore in confronto del necessario per mantenere un eguale numero di soldati di mestiere. Toccava infatti al comune di descriverle, di armarle e d'inquadrarle in centurie; laddove questo còmpito, per i soldati di mestiere, toccava ai capi-leva che ne ritraevano un utile per sè e per la compagnia. Anche i gradi delle cerne, fino a quello dei _capi di cento_ incluso, si attribuivano di massima per elezione nei villaggi che contavano il maggior numero di _descritti_.

Gli obblighi di questi ultimi erano limitati a cinque mostre o rassegne annuali (_mostrini_), oltre a talune riviste straordinarie (_generali_) in luoghi designati, con il comune consenso dei soldati medesimi, escluse però le fortezze, le terre murate, i castelli ed i grossi villaggi. Epperciò le rassegne si compievano d'ordinario in rasa campagna.

Le cerne dovevano presentarsi alle rassegne con le armi che avevano personalmente in consegna dai comuni, come si pratica per lunga tradizione nella Svizzera: le assenze erano punite con la _descrizione a galeotto_, oppure con la multa di 5 ducati[15]. In queste rassegne le cerne ricevevano la polvere da moschetto, il piombo e la corda occorrenti per confezionare _li scartocci_, i quali erano poi verificati dai capitani alla presenza dei _capi di cento_.

Con queste munizioni i soldati si esercitavano al _palio_, vale a dire al tiro a segno nei campi appositamente stabiliti.

Dal lato economico adunque le cerne rappresentavano un notevole vantaggio per le finanze della Signoria, una vàlvola di sicurezza all'aprirsi delle guerre, perchè esse esimevano lo Stato dal ricorrere--sotto la pressione del bisogno e sotto il giogo della domanda--al mercato sempre sostenuto dei soldati di mestiere.

* * *

Ma il vantaggio delle milizie paesane non era solo d'indole economica--cosa per certo non disprezzabile tenuto conto delle angustie finanziarie in cui versava la Serenissima verso la sua fine--ma anche di natura morale. Lo schietto spirito di regionalità di cui erano come impregnate le cerne, il quale traeva origine dai sani e vigorosi succhi della terra, conferiva loro molto prestigio e dava affidamento di moralità grande, laddove i soldati di mestiere, rifiuto della società del tempo, erano rappresentati dal generale veneto Salimbeni come «_sentina d'ogni vizio_».

Dalle cerne infatti erano esenti i capi di famiglia, per un patriarcale riguardo riferito alle cose della guerra e nelle famiglie stesse non si _descriveva_ più di un soldato per ognuna, tenendo fermo il concetto di non ammettere in questa milizia che sudditi genuini della Repubblica. Dalle cerne erano inoltre esclusi i servitori, i girovaghi, i condannati ed i galeotti, sicchè l'elemento di esse era incomparabilmente migliore di quello dei soldati di mestiere, tra i quali si accoglievano «tutti gli oziosi ed i vagabondi che dalla Terraferma si spediscono in castigo nelle province di Oltremare, per cui cresce la massa dei vizi e delle corruttele nella truppa, e sono cagione della poca disciplina e del fisico deperimento di essa»[16].

Passate quindi le guerre unicamente ispirate al concetto della difesa dei dominî italici, prese il sopravvento la presunzione dei riguardi dovuti in uno Stato marinaresco e repubblicano alla libertà individuale dei propri sudditi, che si voleva completamente arbitra di esplicarsi, senza restrizione alcuna, secondo il miglior rendimento delle energie di ciascuno di essi. La tolleranza dei pubblici uffizi, il benessere diffuso, il vezzo delle neutralità ripetute invariabilmente allo aprirsi di ciascuna campagna, a partire dalla sciagurata pace di Bologna (1530), invogliarono le genti già disamorate delle armi a colorire codeste teorie di liberismo militare con le tinte più accese dell'arte tizianesca. E la presunzione, oppure la consuetudine, per l'ignavia degli uomini e per la debolezza dei tempi acquistò alla fine vigore di legge. La Repubblica, ricca ed imbelle, poteva ben concedersi anche il lusso di comperare i soldati di cui abbisognava per la difesa de' propri domini.