La camicia rossa Episodi - Terza edizione riveduta e corretta
Chapter 9
Andai col maggiore Caldesi. Avvertivasi già nelle truppe un incipiente movimento di decomposizione e di sfacelo. Ma non trascorsero cinque minuti, che vi capitò in mezzo Garibaldi, soletto.
Propagatasene elettricamente la notizia, un nugolo d'uffiziali staccatosi dalle compagnie gli fece ressa intorno, anelando di vederlo, di conoscerlo, d'ammirarlo. I fanti buttarono via i fucili, i lancieri abbandonarono i cavalli, gli artiglieri i cannoni.
--A casa, a casa, urlarono tumultuariamente. E in meno di un'ora quelle armi e quel campo furono nostri.
Garibaldi da Soveria andò a Napoli coi cavalli di posta.
IV.
Dittatura di tre giorni.
Era il 7 settembre del 1860. Il conflitto delle diverse violente ineffabili emozioni provate in quel giorno del nostro ingresso trionfale in Napoli, immezzo a trecentomila persone che piangevano di gioia, che deliravano d'entusiasmo, all'improvviso e incruento passaggio dalla schiavitù alla libertà, e alla vista della figura raggiante e simpatica di Garibaldi emancipatore, aveva esauste le mie forze. Sentii, all'avvicinarsi della notte, che il mio cervello non reggeva oggimai ad alcuna reazione, quando al largo del palazzo d'Angri, ove Garibaldi prese stanza, e in via Toledo, l'onda popolare riagitandosi come in tempesta, migliaia di _carrozzelle_ montate confusamente da donne, frati, soldati, cittadini, correndo su e giù fra gli ululati di _Viva l'Italia una_, un immenso carro in forma di bastimento, che tiravano sedici bovi fantasticamente bardati, trasse con grande strepito davanti al palazzo, pieno di cantori e di suonatori i quali eseguivano per la prima volta l'_Inno_ indi famoso. Epperò appena finita la guardia, e il generale si coricò, consegnato il mio indirizzo nel caso d'una chiamata, seguii un napolitano gentile all'albergo suggerito da lui e mi trovai installato con mia moglie in un quartiere confortevole, donde prospettavasi il Largo delle Pigne.
--Possibile, cominciò ella, l'ingresso in Napoli nel numero di quattordici, e Garibaldi dittatore? Dicono puntati i cannoni di tutti i forti sulla città e in armi quattordicimila soldati borbonici. Come gli occhi del generale si dilatarono e l'aureola che circondava la sua fronte fiammeggiò passando davanti alla reggia! i soldati affascinati gli rendettero gli onori militari? hai...
--Sì, sì; lascia da banda le rapsodie, risposi guardando con avido occhio il saccone elastico, le materasse egregie e le lenzuola di bucato che m'invitavano dall'alcova con atti cortesi.
Dopo quattro notti dormite in vettura da Castrovillari a Napoli e venticinque per terra da Aspromonte a Castrovillari col firmamento per soffitto, la visione d'un letto soffice e la prospettiva di dodici ore di sonno sembravanmi l'apice della umana felicità.
--Viene o non viene la cena? dimandai impazientemente al cameriere entrato in quel punto con le mani vuote.
--Signore, un gentiluomo in abito nero, spada al fianco, fascia a tracolla insiste di parlarvi. Lo accompagna un ispettore di polizia. Quest'ultima frase fu aggiunta con evidente rincrescimento. La porta dell'alcova, continuò il cameriere con frettolosa parola, mette ad un corridoio e giù per la scala di dietro. Signore! additandomi la porta; indi scomparve.
--Garibaldi in pericolo, dissi a mia moglie, e qui si fa la morte del topo. I quattordicimila soldati pensarono che noi siamo quattordici. Guadagnata la porta, proseguii: ricevili, e di' che vengo subito. Proverò di raggiungere il generale; che imprudenza allontanarsi dal palazzo! Tutto lo stato maggiore, meno Basso, sarà assente.
Ed ella:--Lasciami venire, se no, una seconda volta ci chiuderanno in carcere separata.
--Che! anche se vieni non ci metteranno insieme. Non apparire così smarrita: il caso per noi non è nuovo nè il peggiore. Ti ho detto che cosa dovevi aspettarti quando volesti assolutamente accompagnarmi.
--Va, sono qui, rispose ricoverando il suo coraggio; ed io via come una freccia.
Arrivato alla scala mi venne udito uno scoppio di risa. E un momento dopo il personaggio colla barba bianca e la spada al fianco stringevami, baciavami, e sfogava la sua contentezza con impeto meridionale. Era Mignogna. Nacque in Basilicata, visse quindici anni in galera coll'appendice della tortura, dieci in esilio ove io lo conobbi. Sbarcò a Marsala coi Mille e lo rividi in agosto a Messina. Di gran seguito nella sua provincia, precedette Garibaldi per agevolargli la strada di Napoli.
--Scendete subito, così favellò, e venite con noi; la carrozza ci attende. Vi presento Mele mio compagno di prigione e da stamane ispettore di polizia, il quale vi desidera ospiti suoi.
Non valsero obbiezioni, si dovette obbedire senza indugi.
Il buon letto dell'ospite era troppo buono; abituato alla terra dura e all'aria aperta, il chiuso della stanza pareva mi soffocasse, e la morbidezza delle piume destavami la sensazione del vuoto; laonde girai sino al mattino intorno a me stesso. Scesi, apersi la finestra che dava in un poggiuolo e rimasi come uomo stupefatto davanti ad uno spettacolo inatteso. La tenue luce dell'alba non toglieva alle lave ardenti, che solcavano in due linee parallele e orizzontali il Vesuvio a due terzi del suo dorso, l'apparenza di grandi masse rutilanti di carbonchio. Sarebbesi creduto il cono del vulcano semiaperto da un punto fisso a guisa di coperchio, e scorrente dall'immensa fessura un fiume di gemme colate. Quel rosso cinabro intenso, ondulante, contrastava decisamente con la tinta di calcedonio, la quale come velo diafano involve la natura nei pochi minuti che precedono la comparsa del sole. Gradualmente le lave sembravano disinfiammarsi e impallidire, e il golfo di Napoli venivasi disegnando magnifico, voluttuoso e inenarrabile. Ond'io poetando proruppi:--Splende così la prima aurora della libertà!--Mentre mi cullava in cosiffatte contemplazioni, erasi accalcata sotto il poggiuolo una turba da me non avvertita di popolani che mi affisavano in silenzio. Appena rinvenuto dalla mia estasi mi chinai a riguardare la contrada e tuonò un _Viva Garibaldi!_ Avvedutomi che la camicia rossa causò l'assembramento, feci una riverenza e mi ritrassi tirandomi dietro la persiana. Non veduto, vidi che la folla tosto si diffuse e si confuse nell'ondulatorio e perpetuo movimento di gente sulla spiaggia di Santa Lucia. E lungo codesta spiaggia sorgevano in fila più di cento enormi leggii, a quattro palmi l'uno dall'altro, e da tergo verso il muricciuolo, a mare, tavoli e panche. Sorto il sole, ciascun leggìo venne scoperchiato da un personaggio scalzo, scollato, in farsetto e berretta frigia; spartivasi in caselle a scacchiera, ed entro ogni casella parevami ravvisare un pezzo cristallizzato a colori vivissimi.--Un museo mineralogico, pensai, sulla pubblica via! e i curiosi naturalisti che ci sono in questo paese!--Riseppi che ell'erano frutta di mare, e lazzaroni pescatori i seminudi Linnei. La sera a quei tavoli s'accosta numerosa gente che, alla brezza del golfo, cibasi con delizia grande di quei molluschi aperti, rose e giacinti e fiordalisi marini mollemente natanti in un umore di porpora. Ghiotta grazia di Dio onde ogni sera mi confermai lo spirito e lo stomaco, assiso sulla panchetta al chiaro di luna col Vesuvio all'ovest, il leggìo all'est, a settentrione il Castello dell'Uovo e al sud il piatto di molluschi. E a quella mensa degli Dei trassi parecchi de' miei commilitoni, e si combinò per la sera del 12 settembre un'imbandigione in tutta regola. Io m'impegnai per le frutta di mare, le ostriche, il pane; Nullo pel vino di Capri e i maccheroni, altri pel Lacrima-Christi e le angurie.
Sul mezzodì del 12 di ritorno al palazzo d'Angri da una visita al Castello dell'Uovo, mi si chiamò con premura alla Segreteria. Il colonnello Bertani, segretario generale del dittatore, mi presentò un signore sui cinquant'anni, d'aspetto grave, di faccia e di persona quadra come il _miles romanus_, vestito in nero, giubba a tagliere, cravatta bianca e berretta da capitano nella mano sinistra su cui brillava un cammeo. Nel mentre m'affacciai sulla soglia della porta, questi stava parlando con accento vibrato, con fisonomia alterata, in piedi.
--Ho capito, me l'ha già narrato, interrompevalo Bertani con manifesta impazienza, e contento del mio apparire volsemi il discorso:--Il signor B..., sindaco di Forio d'Ischia.
Il sindaco, sbirciatomi in un baleno, non mostrossi molto entusiasta di me, e me ne accorsi da una leggera e velocissima contrazione che sorpresi sull'angolo destro della sua bocca. Certamente egli immaginò un uffiziale superiore splendido di ricami d'oro, algerina di _cachemire_ bianco sulle spalle, stivali alla scudiera e speroni affibbiati, onde riluceano le sale del palazzo d'Angri. Ma disgraziatamente io non ero che luogotenente, avevo un cappellino nero conforme a quello di Garibaldi, fatto rossastro dal sole e dalle rugiade notturne, tutto gualcito perchè mi servì di guanciale durante la campagna; avevo un paio di calzoni di panno grigio e una tunica rossa annerita all'ingiro dalla cintura della spada e con larghe macchie di terra e d'erba.
--Il signor sindaco, proseguì Bertani, giunse testè apportatore della triste novella che a Forio d'Ischia scoppiò una forte sommossa a favore del governo caduto, la quale egli opina si dilati e possa mettere sossopra tutta l'isola. Con grave pericolo remigò sin qui per chiedere al governo aiuto immediato, un uffiziale energico che comandi, mezzi sommarî; per offerirsi ad ogni sbaraglio, e promettere l'uso della propria influenza nella parte liberale, sorpresa e battuta, ma coraggiosa e capace d'alte prove se soccorsa in tempo. Il dittatore non dissimulò il turbamento cagionatogli dalla inaspettata notizia, e dopo breve silenzio disse:--Manderò A. M.; e ci licenziò. Egli ti attende per darti le debite istruzioni. E, rivolto al sindaco, soggiunse:--Si affidi a questo uffiziale, e vedrà in poco d'ora sbarbato ogni segno di ribellione nell'isola.
Malgrado la scelta di Garibaldi, malgrado le assicurazioni così formali del suo segretario, il sindaco non parve molto soddisfatto, e chinato il capo e gli occhi, aperte le braccia lungo le coscie tanto da formare con queste e col gomito per vertice due angoli acuti, con aria rassegnata rispose al segretario:--Eccellenza!
--Addio frutta di mare! mormorai gemendo: e rammemorai l'_adieu rotî_ di Rousseau fanciullo mandato a letto prima di cena.
Ritornando nell'anticamera del generale con cera scura, col cappellino all'orecchio, strascicando la sciabola sui pavimenti di maiolica delle sale, non curai la solita gente addensata sull'uscio e trattenuta dalle sentinelle: chi guaiva _eccellenza!_ chi _colonnello!_ chi _signorino_, chi _bacio le mani_, e chi tacendo alzava l'indice per significare _ascoltate una sola parola_. Ed io soleva essere loro forse più che altri cortese; respinti quasi sempre da' miei camerati, ne introducevo al generale quanti più mi veniva fatto, imperocchè egli non accomiatava veruno sconsolato. E udii storie pietose di domestici lutti incredibili e ignorati, perchè la mano di Ferdinando II arrivava terribilmente ove l'occhio sempre non arrivava. Ma questa volta tirai diritto con cuore indurato ed entrai nella camera del generale a ricevere gli ordini. Bertani e il sindaco mi tennero dietro.
--Andate subito in Ischia, mio rappresentante con pieni poteri.
Il sindaco esclamò:--_Alter ego_, e Bertani gli tirò la falda della velata in segno di silenzio. Il sindaco balbettò sotto voce:--_Aggio caputo_.
Il generale continuò:--Domate la ribellione, restituite la libertà e tenetemi ragguagliato.
--E se occorre...? io domandai raffigurando con le braccia uno schioppo spianato.
--Siate giusto e umano.
Ritiratomi, Nullo in anticamera mi fece:--Mandai il vino di Capri e i maccheroni a casa tua.
--Rimanda a pigliarli.
--E perchè?
--Vo in Ischia.
--Ai bagni?
--Ad eseguire una _Sainte-Barthélemy_.
--Che!
--C'è la reazione in armi. Forio cadde in sua mano.
--E le frutta di mare?
--Al ritorno.
--Ma se cadi?
--Offrile a' miei Mani e fa le libazioni d'uso.
Per ischivare i petenti e i piagnoni del corridoio principale, me ne andai da una porta secondaria. Nel vestibolo del palazzo il sindaco, che mi corse a panni, toccatomi leggermente una spalla, disse a capo scoperto.
--Signor colonnello, la mia carrozza è costì a vostra disposizione.
Ed io seccamente:--Non sono colonnello.
--Perdonate, colonnello; il segretario mi commise di consegnarvi questo documento firmato dal dittatore, che comprova l'autorità conferitavi dell'_alter ego_.
--Sta bene.
--Ci vorrà un battaglione per isbarcare nell'isola autorevolmente. A quale caserma comandate, colonnello, che il cocchiere ci conduca?
--All'ospedale dei feriti di San Sebastiano.
Salii in carrozza, e veduto a caso sul portone un giovinotto lombardo, sergente che appartenne all'Istituto militare di Palermo:
--Siete in servizio? gli dimandai.
--Nossignore.
--Avete la rivoltella?
--L'ho.
--Montate in cassetta.
A San Sebastiano feci chiamare mia moglie occupata nella trasformazione del Collegio dei Gesuiti in ospedale, e la informai di che si trattava.
A cui ella:--Vengo anch'io. Non vi ha feriti in Napoli, e dobbiamo sospendere ogni altra preparazione finchè non giunga l'ambulanza generale.
Ond'io al cocchiere:--Ora a Pozzuoli.
Il sindaco, pietrificato, mi guatava con pupille stupide, e io leggevo sulla sua fisonomia:--Codesto originale forse si pose in capo di soffocare la rivolta con un sergente, con una pistola, con una moglie!--Ma non osò fiatare a cagione del mio muso duro. Egli si lusingò che io avrei guidato una schiera dei vincitori di Calatafimi e di Milazzo per dare la caccia ai villani d'Ischia e per guardia d'onore di lui nel suo ingresso in Forio. Intanto dovette starsi pago che nessun contrassegno di grado mi distinguesse, onde a suo agio poteva chiamarmi e annunciarmi colonnello.
Percorremmo via Toledo, Largo di Palazzo Reale, e voltammo a Santa Lucia. Una fitta moltitudine, intesa ad ascoltare un frate che predicava da una bigoncia a ridosso della fontana di marmo bianco edificata al tempo degli Spagnuoli, ingombrava l'ampia via verso la metà. Dietro la bigoncia sorgevano due trofei d'armi antiche di cartone, involute di fasce tricolori, e a sinistra un fazzoletto di seta a banderuola col ritratto di Garibaldi. Abbiamo impiegato cinque minuti per penetrare nel cuore della folla dirimpetto al frate, ove fece mestieri d'arrestarci. Il frate,--uomo di sessant'anni; bianchi i capelli e la barba; di tinta ulivigna; d'occhi chiari; di sopracciglia lunghe, foltissime e nere, che conferivano al suo sguardo una virtù soggiogatrice; alto, asciutto e vigoroso delle membra; tuonava con voce terribile; la sua posa era artistica, i suoi movimenti tardi, appropriati ed energici. Quando stendeva le braccia davanti a sè con mani aperte, le dita strette e il guardo fiso e immoto, quella massa di donne e di lazzaroni curvavasi in figura di vasta onda di mare. Il frate irradiava sulla folla una corrente magnetica come sovra una sonnambula. Durante la sosta ci vennero udite le seguenti parole in dialetto napolitano:
--... Ora che sapete che cosa ha fatto, vi dirò chi è. Giù le berrette, popolo peccatore; guarda lassù, a Iddio e implora ch'ei ti renda degno d'ascoltare la verità. Lassù!
Nel pronunciare questo avverbio, il frate mago, sollevato il braccio destro, appuntò l'indice al cielo con sì imperioso gesto che le mille teste della muta e commossa moltitudine macchinalmente si alzarono e parea invocassero la discesa dello eterno spirito. Trascorso qualche minuto secondo, il frate ripigliò:
--Or bene; nel fondo dell'anfiteatro di Pozzuoli, san Gennaro, alla vigilia del martirio, chiamato a sè l'unico figliuolo, gli disse: «Va, fuggi, affidati a una barca e remiga verso la Liguria; là sarai salvo, là dai figli dei tuoi figli nascerà un figlio maschio, con capelli come i raggi del sole, con faccia di leone, che non berrà vino nè bibite forti, che si nudrirà di frutti della terra e avrà nome Zibeppe, e gli uomini lo conosceranno dalla camicia rossa intinta nel mio sangue, di cui dimani empierai un'ampolla che porterai teco in esilio. Codesto mio nipote diletto tornerà alla terra de' suoi padri vendicatore e redentore; i tiranni che avranno contristato il mio popolo napolitano dilegueranno davanti a lui, e a questo popolo egli apporterà libertà e maccheroni...
A tal passo della orazione, il sergente, tolte le redini di mano al cocchiere, spinse i cavalli a suon di frusta, la folla s'aperse, il rumore delle ruote soperchiò la voce del predicatore, e una triplice risata traboccò dalle labbra del sergente, di mia moglie e dalle mie. Il sindaco serio, e forse offeso della nostra empietà, spingando le mani su e giù delle saccoccie, faceva le fiche contro la jettatura.
Il cocchiere, il quale probabilmente adottò la medesima precauzione del sindaco, avvedutosi soltanto della risata del sergente, ne lo redarguì con la seguente intemerata:
--Il signorino ha torto di ridere al padre Pasquale: egli è un sant'uomo; ha patito dieci anni in catene al bagno di Nisida, per la causa del popolo. Non riderebbe mica il signorino se conoscesse quanto il padre abbia lavorato per convertire codesti infedeli di Santa Lucia, serbatisi tutti affezionati a Bombino, finchè li convinse che Zibeppe procede da san Gennaro.
Velocemente passato Chiatamone e Chiaia, pervenimmo alla Grotta di Posilipo, al disopra della quale vuolsi sepolto Virgilio.
--L'ha scavata Lucullo o Agrippa? chiesi al sindaco per distrarlo e porlo nell'imbarazzo.
Ma il valentuomo mi regalò una lezioncina di storia e di archeologia. Citò gli autori che opinavano per Lucullo e quelli per Agrippa; dimostrò l'insussistenza delle due opinioni, e conchiuse sostenendo averla scavata in più rimoto secolo i Cumei e i Napolitani insieme, per reciprocità commerciale; e con ciò capitammo a Pozzuoli.
Il governatore di Pozzuoli, da cui l'isola d'Ischia dipendeva, avvisato per telegrafo del mio arrivo, s'affrettò all'albergo ove discesi. Lo interrogai quali fossero le ultime notizie d'Ischia.
Ed egli:--Quelle portate dianzi dal sindaco.
--Mandaste esploratori?
--Mandai un esploratore, il quale non tornerà prima delle undici.
--Nessun abitante dell'isola si mostrò in Pozzuoli?
--Il sindaco.
--La guardia nazionale è armata?
--Un battaglione di cinquecentosei uomini.
--In quanto tempo può raccogliersi?
--Sta schierato vicino al porto per far onore al rappresentante di Garibaldi.
--Sarebbe disposto a marciare?
--Una buona metà.
La consegna d'un dispaccio da Baja troncò il dialogo fra il governatore e me. Nel forte di Baja esisteva il massimo deposito di polveri dello Stato; artiglieri e fucilieri borbonici lo custodivano. Alle intimazioni di resa risposero temporeggiando; uno di loro, nativo di Baja, disertore, narrò aspettarsi dal presidio nella notte tre legni borbonici per caricarvi le polveri e trasportarle a Gaeta, e giudicò possibile dal canto nostro un assalto improvviso sulla fiducia del presidio nelle trattative.
Provvidi che nella notte trecento della guardia di Pozzuoli insieme ai militi di Baja circuissero il forte, ne impedissero l'uscita e l'entrata, intimassero la resa alla dimane e all'uopo procedessero all'assalto. Assegnai ai rimanenti del battaglione l'officio di riserva in Pozzuoli, raccomandai al governatore di vigilare e trasmisi un telegramma a Garibaldi.
Passato in rassegna il battaglione e tenutagli una breve concione marziale, il sindaco, che avevalo covato con gli occhi, chiesemi flebilmente:--E per Ischia?
Ed io asciutto asciutto:--Il mio sergente.
Scendemmo al porto ove stava pronta una snella barca veliera. Traversando la piazza, osservai due statue collocate di prospetto ai due lati opposti, una di Lollio pretore e augure, l'altra di San Gennaro in sul punto di benedire. Questo contrasto di cattolicismo e di paganesimo, la coesistenza di due mondi, di due civiltà, di due tradizioni contradditorie che si additano ad ogni passo nella provincia di Napoli, riflettesi nella gente napolitana in cui si confondono ingegno arguto e grossa superstizione, in cui si combinano Vico e Pulcinella. Interrogai il sindaco se san Gennaro trinciasse contro la jettatura dell'augure.
Ed egli di ripicco, punto dal mio irriverente sarcasmo:
--No, colonnello, benedice ai fedeli, perdona agli empî e prega per tutti.
Dissimulando la freccia scoccatami con tanta destrezza, entrai in barca e ci ponemmo alla vela.
Mancavano due ore a sera. Il sole dell'occidente vestiva di porpora il golfo di Baja che incurvavasi sulla nostra diritta. La barca veleggiando da Pozzuoli al Capo Miseno tracciava la corda dell'arco. La molle aura, le tinte calde e vaporose dell'autunno, il mare oleoso, la calma della natura, la presenza augusta di ventidue secoli di storia che pareano figure solenni assise sui gradini dell'immenso anfiteatro, conciliavano al silenzio e alla contemplazione a cui non s'è mai così disposti quanto dopo la tumultuosa vita degli accampamenti, la tensione morale delle rivoluzioni, le sensazioni irritanti dei pericoli, e le logoranti fatiche di una lunga campagna. Nell'incanto di quella scena, nel cumulo di tante memorie, nello spettacolo di tante rovine, vidi Annibale minacciar Miseno; assistetti ai funerali di Scipione, schivo della patria ingrata, a Literno; all'agonia di Silla in Pozzuoli; di Tiberio alla Dragonara; e di Porzia in Nisida; udii il tragico _ventrem feri_ di Agrippina all'imperatore matricida ripercotersi d'eco in eco sul lago Lucrino; penetrai nelle logge principesche della villa di Cicerone mentr'egli componeva _Le questioni accademiche_; seguitai con ansia Bruto che studiava un rifugio nei giardini di Lucullo; salii sul cassero della nave capitana di Sesto Pompeo nel quarto d'ora in che i Triumviri a cena spartivansi il mondo romano; visitai la flotta d'Augusto all'àncora; guardai al trionfo di Caligola sul ponte costrutto fra Pozzuoli e Baja, all'esercito sul ponte, al notturno sole di milioni di fiaccole, al banchetto, al proditorio tonfo in mare dei magistrati imperiali e degli amici dell'imperatore briaco; ripopolai la costa dei circhi, dei portici, dei giardini, delle ville, dei templi di Nettuno e di Venere genitrice, delle stufe e dei bagni di Nerone, del palazzo di Cesare, della Piscina mirabile, della gioventù elegante di Roma, e nel mio entusiasmo classico ruppi il lungo silenzio declamando quel verso d'Orazio:
_Nullus in orbe sinus...._
Il sindaco terminandolo:--_Baiis praelucet amenis_.
--Precisamente! io soggiunsi, e le fantasime sparirono.
Intanto s'era girato il Capo Miseno, ed ecco le isole di Procida e d'Ischia, e verso levante Cuma e le rive euboiche celebrate da Virgilio.
--Costà, narrò il sindaco affisando la parte esterna del promontorio, si pescano eccellenti murene; presso al lido sorgeva la villa dell'oratore Ortensio, il quale pescava gli antichissimi avi delle presenti murene, e avevane addestrata una che alla sua voce accorreva a lui e attirava perfidamente le compagne nell'agguato.
--Domata la ribellione, imbandirete la nostra tavola dittatoriale colle ultime nipoti delle murene d'Ortensio.
--Colonnello, la pesca in questa notte medesima.
Già al corto crepuscolo succedeva la notte; ancora un miglio, indi sbarcammo in Procida sulla costa di San Cattolico.
Traversammo l'isola a piedi, con un appetito che la brezza marina acuì e più acuto allora rendevano gli effluvî degli aranci e dei cedri. Per giunta lo spietato sindaco ci descrisse le migliaia di grassi fagiani e di francolini della caccia reale di Procida. Laonde fra le murene dell'indomani della lotta e i francolini che presumevamo mangiare la vigilia ci sembrava mill'anni di arrivare alla prima stazione del viaggio. Il sindaco continuò il racconto nella seguente conformità: