La Calandria Commedie del Cinquecento
Part 4
SAMIA. Fulvia ha voluto che oggi si chiavi l'uscio.
FESSENIO. Perché?
SAMIA. A te può dirsi tutto. Vestita da omo, è ita a trovar Lidio.
FESSENIO. Oh! Samia, che mi di' tu?
SAMIA. Tu hai inteso. Io ho a stare coll'uscio serrato e aprire quando la viene. Vatti con Dio.
SCENA XI
FESSENIO servo solo.
Or vedo bene esser vero che nessuna cosa è, quantunche grave e dubiosa, che far non ardisca chi ferventemente ama: come fa costei, la qual se n'è ita a casa di Lidio né sa che suo marito lá si trova. Il quale, posto che male accorto sia, non potrá però fare che di lei mal non pensi, vedendola in quell'abito e in quel loco sola; e forse in modo se ne adirerá che a' parenti di lei il fará noto. Voglio andar lá presto per vedere se, in alcun modo, a questo riparar potessi. Ma oh! oh! oh! Che cosa è questa? Oh! oh! oh! Fulvia che, oh! oh!, Calandro da prigion ne mena. Che domin è questo? Starommi cosí da parte per udire e vedere a che si riduce la cosa.
SCENA XII
FULVIA, CALANDRO.
FULVIA. Oh valente marito! Questa è la villa dove andar dicevi? A questo modo, ah? Non hai da far tanto a casa tua che tu vai sviandoti altrove? Misera me! A chi porto io tanto amore? e a chi tanta fede servo? Or so perché, le notti passate, non mi ti sei mai appressato: come quello che, avendo a scaricare le some altrove, volevi arrivare fresco cavalieri in battaglia. In fede mia, non so come io mi tengo che io non ti cavi gli occhi. E forse che non pensavi ascosamente farmi questo inganno? Ma, per mie' fé, tanto sa altri quanto tu. E, a questa ora, in questo abito, d'altri non fidandomi, io propria son venuta per trovarti. E cosí ti meno, come tu sei degno, sozzo cane, per svergognarti e perché ognuno prenda compassione di me che tanti oltraggi da te sopporto, ingrato! E pensi tu, dolente, se io rea femina fussi come tu reo omo sei, che modo mi mancasse da sollazzarmi con altro come tu con altra ti sollazzi? Non credere: perché io né sí vecchia né sí brutta sono che rifiutata fussi, se piú a me stessa che alla tua gaglioffezza rispetto non avessi avuto. Vivi sicuro che ben vendicata mi sarei contro a colei che a canto ti trovai. Ma va' pur lá. Non abbia mai cosa che mi piaccia, se non te ne pago e di lei non mi vendico.
CALANDRO. Hai finito?
FULVIA. Sí.
CALANDRO. Col mal anno, lassa che mi corrucci io, non tu, dispettosa! ché m'hai cavato del paradiso mondano e toltomi ogni mio sollazzo. Fastidiosa! Tu non vali le scarpette vecchie sue, che la mi fa piú carezze e meglio mi bacia che tu non fai. Ella mi piace piú che la zuppa del vin dolce; e luce piú che la stella Diana; e ha piú magnificenzia che la Quintadecima; e è piú astuta che la fata Morgana. Sí che tu non te l'aresti inghiottita, no, malvagia femina che tu sei! E se tu mai le fai male, trista a te!
FULVIA. Orsú! Non piú! In casa, in casa. Apri. Olá! Apri.
SCENA XIII
FESSENIO servo solo.
O Fessenio, che è questo che tu veduto hai? O Amore, quanto è la potenzia tua! Qual poeta, qual dottore, qual filosofo potria mai mostrare quelli accorgimenti, quelle astuzie che fai tu a chi séguita la tua insegna? Ogni sapienzia, ogni dottrina di qualunche altro è tarda respetto alla tua. Qual altra, sanza amore, averia avuto tale accorgimento che di sí gran periculo escita fusse come costei? Mai non vidi malizia simile. Ella se ferma in su l'uscio. Anderò da lei e le darò speranza di Lidio suo perché è d'avere ormai compassione della poveretta.
SCENA XIV
FULVIA, FESSENIO servo, SAMIA serva.
FULVIA. Guarda, Fessenio mio, se io sgraziata sono! ché, in loco di Lidio, trovai questa bestia di mio marito, col quale mi son però salvata.
FESSENIO. Tutto ho visto. Tirati piú drento, ché altri in questi panni non ti veda.
FULVIA. Ben ricordi. El gran disio d'esser con Lidio in modo mi accecò che piú oltre non pensai. Ma dimmi, Fessenio caro: hai trovato Lidio mio?
FESSENIO. Corre il sangue ov'è la percossa. Ho.
FULVIA. Sí?
FESSENIO. Sí.
FULVIA. Be', Fessenio mio: che dice? Dimmi.
FESSENIO. Non partirá cosí presto.
FULVIA. Doh Dio! Quando potrò io parlar seco?
FESSENIO. Forse anche oggi; e, quando con Calandro ti vidi, a lui me ne andavo per disporlo a venire da te.
FULVIA. Fallo, Fessenio mio, ché buon per te! E la vita mia te raccomando.
FESSENIO. Farò tutto perché a te venga; e a lui ne vo. Resta in pace.
FULVIA. In pace, eh? In guerra e in lamenti resterò io. Tu alla pace mia vai, ché a Lidio vai.
FESSENIO. Addio.
FULVIA. Fessenio mio, torna presto.
FESSENIO. Cosí farò.
FULVIA. Ahi infelice Fulvia! Se io cosí troppo sto, certo io me morirò! Misera! che far devo?
SAMIA. Forse lo spirito lo moverá.
FULVIA. Deh! Samia, poi che il negromante sta tanto a venire, torna a ritrovarlo.
SAMIA. Cosí mi pare; e non ci voglio perder tempo.
FULVIA. Raccomandagli questa cosa. E torna presto.
SAMIA. Subito che l'ho trovato.
SCENA XV
SAMIA serva, RUFFO negromante.
SAMIA. Oh! oh! oh! Gran ventura! Ecco Ruffo. Contentiti el cielo.
RUFFO. Che cerchi, Samia?
SAMIA. Consumasi di sapere quello che hai fatto della faccenda sua.
RUFFO. Credo si condurrá in porto.
SAMIA. E quando?
RUFFO. Verrò a dire a Fulvia il tutto.
SAMIA. Tu stai pur troppo a far questa cosa.
RUFFO. Samia, le son trame che non si fanno al gitto. Bisogna accozzare stelle, parole, acque, erbe, pietre e tante bazzicature che è forza che ci vada tempo.
SAMIA. Se voi il fate pur poi...
RUFFO. Ne ho ferma speranza.
SAMIA. Oh! oh! oh! Conosci tu l'amante?
RUFFO. Non certo.
SAMIA. È quel lá.
RUFFO. El conosci ben, tu?
SAMIA. Non è anco due ore che io gli parlai.
RUFFO. Che ti disse?
SAMIA. Mi si mostrò piú aspro che un tribulo.
RUFFO. Va', parlali ora per vedere se lo spirito l'ha punto raddolcito.
SAMIA. Ti pare?
RUFFO. Te ne prego.
SAMIA. A lui ne vo.
RUFFO. Olá! Tórnatene poi per di lá a Fulvia; e io ne verrò subito a lei.
SAMIA. Fatto è.
RUFFO. Fin che costei parla a Lidio, mi starò qui apparato.
SCENA XVI
FANNIO servo, LIDIO femina, SAMIA serva.
FANNIO. O Lidio, ecco in verso noi la serva di Fulvia. Nota che ha nome Samia. Rispondeli dolcemente.
LIDIO femina. Cosí pensavo.
SAMIA. Sei tu piú turbato?
LIDIO femina. No, Dio, no. Samia mia, perdonami, ché in altro caso io ero occupato ed ero quasi fuor di me, tal ch'io non so quel che mi ti dissi. Ma dimmi: che è di Fulvia mia?
SAMIA. Vuo' lo sapere?
LIDIO femina. Non per altro te ne ricerco.
SAMIA. Domandane il cor tuo.
LIDIO femina. Non posso.
SAMIA. Perché?
LIDIO femina. O non sai che 'l cor mio è con lei?
SAMIA. Tanto faccia Iddio sani delle reni voi altri amatori quanto voi dite mai il vero. Dianzi non poteva costui sentire ricordarla; e or mi vuol far credere che altro bene non ha che lei. Come se io non sapessi che tu non l'ami e non vuoi venire dove la sia!
LIDIO femina. Anzi, mi si strugge la vita infin che seco non mi trovo.
SAMIA. Alla croce di Dio, che lo spirito potria pure aver lavorato da buon senno. Tu verrai, dunque, come suoli?
LIDIO femina. Che vuol dir «come suoli»?
SAMIA. Dico, in forma di donna.
LIDIO femina. Bee', sí: come l'altre volte.
SAMIA. Oh che nuova porto io a Fulvia! Non voglio star piú teco. E tornerommene per la strada di dreto perché altri non mi veda, partendo da te, entrare in casa. Addio.
LIDIO femina. Addio.
SCENA XVII
LIDIO femina, FANNIO servo, RUFFO negromante.
LIDIO femina. Hai tu udito, Fannio?
FANNIO. Sí; e notato quel «come suoli». Certo, per altro sei còlto in iscambio.
LIDIO femina. Cosí è vero.
FANNIO. Sará bene avvertirne Ruffo che a punto a noi torna.
RUFFO. Or be', che vuoi fare?
LIDIO femina. Ti par cosa da lassare?
RUFFO. Eh! eh! eh! L'amico si risente. E ne hai bene ragione, Lidio, ché, per certo, l'è un sole.
LIDIO femina. La conosco e so dove sta a punto.
FANNIO. Se ne trarrá piacere.
RUFFO. Ed utile.
FANNIO. Se io, Ruffo, ben le tuo' parole notai, tu dicesti dianzi che, altro mezzo non giovandoli, ella al tuo ricorre: da che comprendo che ha tentato piú la pratica. A noi di ciò non fu mai parlato. Però è da creder che Lidio, qui, sie còlto in iscambio per un altro, come oggi ha fatto la sua serva: per il che è necessario che tu, a cautela, dica a Fulvia, per parte dello spirto, che di cosa passata non parli mai piú; perché il fatto potria scoprirsi e gran scandalo riuscirne. Avvertisci bene.
RUFFO. Ben notasti; saviamente ricordi. Cosí farò. Orsú! Qui non è da dire altro. A' fatti. Io a lei me ne vo; voi in ordin vi mettete.
LIDIO femina. Va' e torna, ché in punto ci troverrai.
FANNIO. Lidio, avíati. Io, or or, drieto a te ne vengo. Ruffo, duo parole.
RUFFO. Che c'è?
FANNIO. Io ti dirò un secreto tanto a proposito di questa cosa quanto tu mai immaginar non potresti. Ma guarda che tu non lo dica, poi.
RUFFO. Non mi lassi avere Dio cosa che io brami, se io ne parlerò giá mai.
FANNIO. Vedi, Ruffo, tu rovineresti me e leveresti a te l'utile che trarrai di questa pratica.
RUFFO. Non temer. Di' sú.
FANNIO. Sappi che Lidio mio padrone è ermafrodito.
RUFFO. E che importa questo merdafiorito?
FANNIO. Ermafrodito, dico io. Diavol! tu se' grosso!
RUFFO. Be', che vuol dire?
FANNIO. Tu nol sai?
RUFFO. Per ciò il dimando.
FANNIO. Ermafroditi sono quelli che hanno l'uno e l'altro sesso.
RUFFO. Ed è Lidio uno di quelli?
FANNIO. Sí, dico.
RUFFO. Ed ha il sesso da donna e la radice d'uomo?
FANNIO. Messer sí.
RUFFO. Te giuro, alle guagnele, che mi è sempre parso che Lidio tuo abbia, nella voce e anco ne' modi, un poco del feminile.
FANNIO. E per quello sappi che, questa volta, userá con Fulvia solo il sesso feminile per ciò che, avendolo ella domandato in forma di donna, e donna trovandolo, dará tanta fede allo spirito che poi la te adorerá.
RUFFO. Questa è una delle piú belle trame che io sentissi mai. E ti so dire che e' denari verranno a staia.
FANNIO. Fatt'è. Come è liberale?
RUFFO. Liberale, dimandi? Gli amanti serran la borsa con la fronde del porro; perché i ducati, e' panni, il bestiame, li offizi, le possessioni e la vita darieno coloro che aman come costei.
FANNIO. Tutto mi consoli.
RUFFO. Consolato hai tu me con quel barbafiorito.
FANNIO. Piacemi che tu nol sappi nominare perché, volendo, noi saprai poi ridire.
RUFFO. Or vattene a Lidio; e vestitevi. Io me ne vo a Fulvia e dirò che ará lo attento suo.
FANNIO. Adunque, io sarò la serva.
RUFFO. Ben sai. Siate in ordine quando a voi tornerò.
FANNIO. In un tratto. Ben feci a trovare i panni ancor per me.
SCENA XVIII
RUFFO negromante, SAMIA serva.
RUFFO. Sin qui la cosa va in modo che li cieli non me l'ariano potuta ordinar meglio. Se Samia è per di lá arrivata a casa, Fulvia deve aspettarmi. Mosterrolle lo spirito aver fatto tutto e che le bisogna, con questa immaginetta, dire alcune parole e far certe cose che li parranno tutte a proposito d'incantesimi. E ricorderolle che di cosa successa e seguita in questo amore suo e ch'io seco faccia, fuor che alla serva sua, con altri non ne parli. Farò tutto subito e fuor me ne tornerò. E vedi in su l'uscio comparsa Samia.
SAMIA. Entra presto, Ruffo, e va' da Fulvia lá in quella camera terrena; perché, su di sopra, è Calandro pecora.
SCENA XIX
SAMIA serva, FESSENIO servo.
SAMIA. Ove vai, Fessenio?
FESSENIO. Alla padrona.
SAMIA. Non puoi ora parlarli.
FESSENIO. Perché?
SAMIA. È col negromante.
FESSENIO. Deh! lassami entrare.
SAMIA. In fine, non si può.
FESSENIO. Son tutte bubole.
SAMIA. Bubole son le tua.
FESSENIO. Sono un... presso ch'io non ti dissi. Or io darò una volta e tornerò a Fulvia.
SAMIA. Ben farai.
FESSENIO. Se Fulvia sapesse quel ch'io so, non se cureria di spirti; perché Lidio brama piú d'esser con lei che essa non fa e oggi vuol trovarsi seco. E di mia bocca glie ne voglio dire io, perché so mi donerá qualche cosa. Però nol dissi a Samia. Lassami partire di qui perché, vedendomi Fulvia, pensería che io fermo mi ci fussi per vedere il suo negromante; che esser deve quel che esce di casa.
SCENA XX
RUFFO negromante solo.
La cosa procede bene. Io spero ristorare le miserie mie e uscire di questi stracci perché la mi ha dati di buon denari. Non potrei piú bel giuoco avere alle mani. Costei è femina ricca e, per quel che io comprendo, piú innamorata che savia. Se io non me inganno, credo che trarrá ancor da maladetto senno; né io di minor ventura avevo bisogno. Vedi, vedi che pur li sogni, alle volte, son veri. Questo è la fagiana che, stanotte, sognai aver presa. Mi parea trarle molte penne della coda e porle sopra il cappel mio. S'ella se lasserá prendere, che mi pare omai di sí, io la spinnerò di maniera che bene ne staranno un pezzo i fatti miei. Per mie' fé, che anche io mi saperrò dar buon tempo e vorrò del buono. Oh! oh! che ventura! Ma che donna è quella che mi accenna? Non la conosco. Lassami accostar piú a lei.
SCENA XXI
RUFFO negromante, FANNIO servo vestito da donna.
RUFFO. Oh! oh! oh! Fannio, tanto te ha questo abito trasfigurato che non ti ricognoscevo.
FANNIO. Non son io buona robba?
RUFFO. In ogni modo, sí. Andate a contentar quella scontenta.
FANNIO. Contenta so io ben che non fia, a questa volta.
RUFFO. Sí, sí, perché Lidio userá seco il sesso feminile.
FANNIO. Messer sí. Be'. Possemo andare? di'.
RUFFO. A posta vostra. Lidio è vestito?
FANNIO. E' mi aspetta qui presso; e sta tanto bene che non è persona che non lo pigliasse per donna.
RUFFO. Oh! oh! quanto mi piace! Fulvia vi aspetta. Va', trova Lidio e da lei ve n'andate. Io de qui intorno non mi partirò, per intendere poi a che fine se arreca la cosa. Oh! oh! oh! Ella è, vedi, giá in su l'uscio. Ben ha presto fatto quanto li dissi.
SCENA XXII
FESSENIO servo, FULVIA.
FESSENIO. Or sei tu fuor di passion, madonna mia.
FULVIA. Come?
FESSENIO. Lidio è per te in maggior fiamma che tu per lui. Non prima gli dissi quanto me imponesti che in ordine si misse; e a te ne viene.
FULVIA. Fessenio mio, questa è nuova da altro che da calze; e certo ben ti ristorerò. Odi, di sopra, che Calandro domanda i panni per uscir fuori. Tira via, ché meco non te veda. Oh che commoditá! oh che piacere mi fa! Ogni cosa comincia andarmi prospera. Lassami spingere fuora questo uccellaccio acciò che io libera resti.
FESSENIO. Ti so dir che questi amanti ristoreranno il tempo perso. E, se Lidio fia savio, doverrá ben fermarla alla cosa di sua sorella, se mai si ritrovassi. Calandro non sará in casa. Hanno viso per grande spazio sollazzarsi insieme. Io posso andarmi a spasso. Ma oh! oh! oh! Vedi Calandro che vien fuora. Lassami discostar di qui perché, fermandosi a parlare qui meco, potria veder Lidio che omai deve arrivare.
SCENA XXIII
CALANDRO, LIDIO maschio, LIDIO femina.
CALANDRO. Oh felice giorno per me! che non ho prima el piè fuor de l'uscio che vedo apparire il mio galante sole e verso me venire. Ma, oimè! Che saluto gli darò io? Dirò «buon dí»? Non è da mattina. «Buona sera»? Non è tardi. «Dio t'aiuti»? Saluto da vetturali. Dirò «anima mia bella»? Non è saluto. «Cor del corpo mio»? Detto da barbieri. «Viso de angioletta»? Par da mercante. «Spirito divino»? Non è bevitrice. «Occhi ladri»? Mal vocabulo. Oimè! la m'è giá adosso. Anima... cor... vis... spi... och... Cancher ti venga! Oh castron che io sono! Avevo fallito. E ben ho fatto a bastemiar quella perché questa qua è Santilla mia, non quella. Buon dí... volsi dir, buona sera. In fede mia, la non è dessa: m'ingannavo. La è questa qui. Mai non è. Ella è pur quella: lassami ire da lei. Anzi, è pur questa. Parole! Ell'è quella. Or questa è la vita mia. Anzi, è pur quell'altra. Anderò da lei.
LIDIO maschio. Pillera! Questo matto mi stima donna; e è di me innamorato; e mi verrá dreto fino a casa sua. Torniamo pur a casa nostra. Spoglierommi e, piú al tardi, torneremo da Fulvia.
CALANDRO. Eimè! Lei non è dessa. Infin, l'è quella che è andata lá per la strada. Meglio è trovarla.
LIDIO femina. Or che questa bestia non può vederci, entriamo in casa presto. E vedi lá, drento all'uscio, Fulvia che ci accenna. Drento, sú!
ATTO IV
SCENA I
FULVIA, SAMIA serva.
FULVIA. Samia! o Samia!
SAMIA. Madoonna!
FULVIA. Vien giú presto.
SAMIA. Io veengo.
FULVIA. Muoviti, trista ti faccia Dio! Muoviti!
SAMIA. Eccomi: che vuoi?
FULVIA. Va' via or ora, truova Ruffo dello spirito e digli che venga a me subito subito.
SAMIA. Vo sú pel velo.
FULVIA. Che velo? Bestia! Tira via cosí; vola.
SAMIA. Che diavol vuol dir tanta rabbia? E' mi par che l'abbia il dimonio in corpo. E pur Lidio doverria avergliene cavato.
FULVIA. Oh fraudolenti spiriti! oh sciocche umane menti! oh ingannata e infelice Fulvia, che, non pur te sola offeso hai, ma ancora chi piú che te stessa ami! Misera a me, che ho quel che cercai e trovato quel che non volea! onde, se lo spirito remedio non ci pone, de uccidermi sono disposta; perché manco amara è una voluntaria morte che una angosciosa vita. Ma ecco Ruffo. Presto saperrò se sperar o disperar mi debbo. Nissuno appare. Meglio è parlarli qui perché, in casa, le panche, le sedie, le casse, le finestre stimo che abbino li orecchi.
SCENA II
RUFFO negromante, FULVIA.
RUFFO. Che c'è, madonna?
FULVIA. Le lacrime mie, assai piú che le parole, mostrar ti possono la passion ch'io sento.
RUFFO. Parla: che cosa è questa? Fulvia, non pianger. Madonna, che hai?
FULVIA. Io non so, Ruffo, se o della ignoranzia mia o de l'inganno vostro doler mi devo.
RUFFO. Ah madonna! Che è quel che tu di'?
FULVIA. O il cielo o il peccato mio o la malignitá dello spirito che stato si sia, non so; ma, una volta, voi avete, oimè! di maschio in femina converso Lidio mio. Tutto l'ho maneggiato e tócco; né altro del solito ritrovo che la presenzia in lui. Ed io non tanto la privazion del mio diletto piango quanto el danno suo: ché, per me, privo si trova di quel che piú si brama. Or hai la cagion di queste lacrime e per te comprender puoi quel che io da te vorrei.
RUFFO. Se, Fulvia, il pianto, che mal finger si può, testimonio di ciò non mi facessi, a gran pena ti crederrei. Ma, stimando che vero sia, penso che di te sola doler ti puoi perché io mi ricordo che tu domandasti Lidio in forma di donna. Penso ora che lo spirito, per piú compiutamente servirti, e nel sesso e ne l'abito di donna ha mandato a te lo amante tuo. Ma poni fine al dolor tuo perché chi femina l'ha fatto ancor maschio può rifarlo.
FULVIA. Tutta consolar mi sento, parendomi che il fatto passato sia come tu di'. Ma, se tu Lidio mio intero mi rendi, li denari, la robba e ciò che io ho fia tuo.
RUFFO. Or che so lo spirito esser ben volto verso te, ti dico chiaramente che lo amante tuo tornerá maschio subito. Ma, per piú non equivocare, di' chiaro quel che vuoi.
FULVIA. La prima cosa, che se li renda il coltel della guaina mia, intendi?
RUFFO. Benissimo.
FULVIA. E che in abito, non in sesso da donna torni a me.
RUFFO. Se cosí staman parlavi, non seguiva questo errore: del quale ho però piacere perché tu cognosca quanta sia la potenzia del mio spirto.
FULVIA. Tra' mi presto di questa angoscia; ché, s'io nol vedo, non posso rallegrarmi.
RUFFO. Non solo il vedrai, ma con mano il toccherai.
FULVIA. E tornerá oggi da me?
RUFFO. Sono omai venti ore e poco teco star potria.
FULVIA. Non mi curo dello stare, pur ch'io veda che maschio sia.
RUFFO. E come può non bere chi assetato si trova al fonte?
FULVIA. Verrá, dunque, oggi?
RUFFO. Lo spirto tel fará venire subito, se vuole. Statti, dunque, avvertente in su l'uscio.
FULVIA. Non bisogna questo, perché, venendo da donna, in presenzia d'ognuno può mostrarsi; perché non è chi per maschio il conosca.
RUFFO. Basta.
FULVIA. Ruffo mio, vivi lieto, ché mai piú povero sarai.
RUFFO. E tu non piú scontenta.
FULVIA. E quanto posso aspettarlo?
RUFFO. Subito che sarò in casa.
FULVIA. Ti manderò drieto Samia perché tu me avvisi quel che te ne dice lo spirito.
RUFFO. Fa' tu. E ricordati che anche lo amante si presenti spesso.
FULVIA. Oh! oh! Non curare, ché ará denari e gioie a iosa.
RUFFO. Resta in pace. Con gran ragione Amor si dipinge cieco perché chi ama mai il ver non vede. Costei è per amor accecata sí ch'ella s'avvisa che uno spirito possa fare una persona femina e maschio a posta sua: come se altro fare non bisognasse che tagliare la radice de l'uomo e farvi un fesso, e cosí formare una donna; e ricucire la bocca da basso e appiccare un bischero, e cosí fare un maschio. Oh! oh! oh! amatoria credulitá! Oh! oh! Ecco Lidio e Fannio giá spogliati.
SCENA III
RUFFO negromante, LIDIO femina, FANNIO servo.
RUFFO. Vorrei che voi fusse ancor vestiti da donne.
LIDIO femina. Perché?
RUFFO. Per tornare da lei. Ah! ah!
FANNIO. Di che cosí sconciamente ridi?
RUFFO. Ah! ah! ah! ah!
LIDIO femina. Di' sú: che hai?
RUFFO. Ah! ah! ah! Fulvia, credendo che lo spirito abbi converso Lidio in femina, supplica che or maschio ti rifaccia e che te rimandi da lei.
LIDIO femina. Be', che gli hai promisso?
RUFFO. Che tutto subito si fará.
FANNIO. Bene hai fatto.
RUFFO. Quando vi tornerai?
LIDIO femina. Non so.
RUFFO. Tu rispondi freddo. Non vuoi tornarvi?
FANNIO. Si fará, sí.
RUFFO. Cosí si faccia, perché io gli ho detto, per parte dello spirito, ch'ella spesso ti presenti; e promisso m'ha di farlo.
FANNIO. Vi torneremo. Non temere.
RUFFO. E quando?
FANNIO. Intesa certa nostra faccenda, ci rivestiremo e vi anderemo subito.
RUFFO. Non mancar, Lidio. Sin di qua mi par vedere la sua serva su l'uscio. Non voglio che con voi mi veda. Addio. Ma oh! oh! oh! Fannio, odi all'orecchio. Fa' che il barbafiorito usi or con Fulvia il pestello, non il mortaro, intendi?
FANNIO. Cosí fará. Va' via.
SCENA IV
FANNIO servo, LIDIO femina, SAMIA serva.
FANNIO. Samia esce di casa. Tirati in qua sin che passi.
LIDIO femina. Da sé parla.
FANNIO. Taci e ascolta.
SAMIA. Or va' impácciati con spirti, va'! che t'hanno ben concio Lidio tuo.
FANNIO. Di te parla.
SAMIA. L'han fatto femina e ora lo vogliono far maschio. Oggi è il dí delle tribulazioni sue e delle fatiche mie. E pur, se lo faranno, anderá bene tutto. E presto il saperrò, perché la mi manda ad intenderlo dal negromante; e all'amante prepara di dare di buon denari, come la intende che abbia rifatta quella novella.
FANNIO. Hai tu udito de' denari?
LIDIO femina. Ho.
FANNIO. Or prepariamoci a tornarvi.
LIDIO femina. Certo, Fannio, tu se' fuor di te. Tu promesso hai a Ruffo che noi ci torneremo; e non so come vuoi che vada questo fatto.
FANNIO. Perché?
LIDIO femina. Me ne domandi? Scempio! come se tu non sapessi ch'io son femina!
FANNIO. E poi?
LIDIO femina. E poi, dice! Mò non sai tu, sciocco, che, s'io fo prova di me, paleso quel ch'io sono, me stessa offendo, Ruffo perde il credito ed essa scornata resta? Come vuoi che si faccia?
FANNIO. Come, ah?
LIDIO femina. Come, sí.
FANNIO. Ove omini sono modi sono.
LIDIO femina. Ma dove non sono se non donne, come saremo ella ed io, non vi sará giá il modo.
FANNIO. Tu sei sul burlare, sí?
LIDIO femina. Su le berte sei tu. Io parlo da maladetto senno.
FANNIO. Quando promissi che tu vi torneresti, a tutto avevo io ben pensato.
LIDIO femina. Or di': che?
FANNIO. Non me hai tu detto che in camera scura stesti con lei?
LIDIO femina. Sí.
FANNIO. E sol con le mani teco parlava?
LIDIO femina. Vero.
FANNIO. Be', io verrò teco, come dianzi.
LIDIO femina. Oh! oh! oh! a far che?
FANNIO. Ascolta. Per serva.
LIDIO femina. Mel so.
FANNIO. Vestita come tu.
LIDIO femina. E poi?
FANNIO. Quando seco in camera sarai, fingi avermi a dire qualche cosa e fuor di camera vieni. Tu resterai di fuori in loco mio, nota, ed io in tuo scambio entrerò in camera: ove essa, sanza barba trovandomi, al buio non discernerá chi si sia, o tu o io. E cosí crederrá che tu maschio ritornato sia; allo spirito si giungerá credito; i denari verranno a iosa; ed io con lei arò quel piacere.
LIDIO femina. Ti do la fede mia, Fannio, ch'io non udii mai cosa con maggior astuzia pensata.
FANNIO. Adunque, io non errai a dire a Ruffo che noi vi torneremo.
LIDIO femina. Non certo. Ma, intanto, saria pur bene intendere quel che a casa nostra si fa di questo mio parentado.