Part 25
Il marchesino, che s’era acconciato sul guanciale e aveva chiuso gli occhi, fece un moto d’impazienza.
— Non vedi che ho sonno, imbecille? Vattene e chiudi ben l’uscio.
Fiordelis s’inchinò fino a terra e uscì a ritroso.
Giacinto si svegliò ch’era quasi ora di scendere a cena; saltò dal letto, contento d’aver ammazzato più tempo che non avesse sperato, accese un lume per rimettersi alquanto in assetto. Intanto pensava: — Sicuro che a non voler crepar di seccaggine in questo mortorio bisognerà aiutarsi in qualche modo, trovare un passatempo, una femmina qualunque, senza guardarla nel sottile, bionda, bruna, rossa, castagna: si chiami Caterina, Maddalena o Sofonisba. Ha ragione quel birbante: quando non c’è scelta! Vedremo questa Carlotta o Carolina che sia. Chi sa che il caso non mi prepari una dolce sorpresa...
Quando il giorno appresso Massimo vide il marchesino e il cameriere confabulare insieme e, malgrado la distanza ch’era tra loro, mostrar d’intendersela a maraviglia, pensò, senza tema di calunniare nessuno dei due: — Per Bacco, non ci sono che i discoli per indovinarsi alla prima!
Poi, siccome aveva il capo a tutt’altro, non s’occupò più di loro. Ma un dopo pranzo in cui, piantato sulle due gambe un poco aperte, intrecciate le braccia al petto, assisteva tranquillamente agli esercizi dei suoi uomini, scorse Giacinto uscir di casa, aprir pianamente il cancellone e prendere il viale.
— Senza invidia — diss’egli tra sè, conoscendo il debole del cugino e immaginando si recasse a qualche appuntamento, procacciato dall’officioso e scaltro Fiordelis. Gli tenne però dietro con l’occhio e gli dispiacque vederlo voltar verso Murello.
— Un appuntamento, un appuntamento... ma con chi? Con una contadina? Adagio un poco: è credibile che un giovane superbioso e schifiltoso come Giacinto si degni di amoreggiare con una contadina, anche giovane, anche bella?
Ad un tratto gli corse per la mente un sospetto. Appunto per l’antipatia ch’egli sentiva per il cugino, non badava mai a lui, non s’impacciava dei fatti suoi, non si curava affatto di sapere com’egli impiegasse il suo tempo.
Ora non era possibile che colui si fosse recato altre volte a Murello appunto in quei giorni? Non poteva aver visto la signora Ughes, già osservata e ammirata a Torino? Non poteva aver cominciato a ronzare intorno alla sua casa, od esservisi fors’anche già introdotto? In che modo?... E che importava il modo!
Combattè, respinse vigorosamente tutte queste idee moleste; ma dopo un momento tornarono; cacciate di qui ricomparvero di là, e non lasciarono più di saettarlo, per modo che presto s’accorse essergli ormai impossibile di prestar attenzione a quanto si faceva sotto i suoi occhi. Voltò le spalle senza dir nulla, e passo innanzi passo uscì nei campi dalla parte dell’orto.
Che cosa significava questo travaglio, questa febbre, questo diavolo che gli entrava addosso così all’improvviso? Dianzi era pur così quieto! Non era più andato a Murello da parecchi giorni, non pensava punto d’andarci, ed ecco che... Per Dio! Non si raccapezzava più. Erano molte le ragioni che l’avevano tenuto lontano e tutte importanti, ora gli parevano divenute subitamente deboli e poche. Nei giorni che seguirono la dipartita del Re, i pensieri che gli avevano agitata la mente erano stati troppi e troppo potenti perch’egli avesse campo di dar retta ad altro. Diceva sovente a sè stesso: — Animo, animo! adesso bisogna farla finita con le fanciullaggini; mi convien tenere il cervello a casa, star pei fatti miei e non aver più il capo ad avventure da commedie, da romanzi... Bisogna guarire da questa pazza e inutile malattia... Ho sofferto e soffro ancora per Liana, ma a fronte dei mali immensi che sovrastano alla terra dove son nato, il mio non è più niente. Questo è tempo d’ardito e franco operare, come direbbe mio padre, non di querimonie e di sospiri.
La sua immaginazione poi gli dipingeva la moglie del medico repubblicano esultante per il trionfo del partito; provava uno strano, un inesplicabile godimento nel farla complice di quanto accadeva; vi erano ore e giornate in cui gli pareva sinceramente d’odiarla...
Ed ecco che oggi i suoi propositi svanivano in un soffio, i sentimenti mutavano: egli tornava struggersi di rivederla. E tutto questo per un improvviso, irragionevole moto di gelosia!
Andava qua e là senza saper dove da alcuni minuti, quando in un subito, fatto un animo risoluto balzò nel sentiero che correva le praterie verso Murello. Supponendo che il cugino avesse seguito la strada del sale col passo con cui s’era incamminato, egli affrettando il suo per quella scorciatoia, poteva ancora arrivare al paese prima di lui. Per il momento non voleva altro; là avrebbe visto come doveva governarsi. Ma tirando innanzi e sempre riflettendo, invece di calmarsi si veniva agitando sempre di più. La prima risoluzione ne generò presto una seconda: andare in casa Ughes, senz’altro. Bisognava però preparare subito qualche cosa da dire, giustificare in qualche modo il suo strano procedere. Cercava d’immaginare come sarebbe stato accolto. Se avesse trovato la signora assolutamente cambiata? Se avesse visto Giacinto ricevuto senza cerimonia, affiatato, famigliare con l’avvocato e con Liana, diventato insomma l’amico di casa? Gli pareva così lontano, così annebbiato il giorno in cui era venuto per l’ultima volta! Quante cose non potevano essere accadute d’allora in poi! Era uno stordimento a pensarci. E... se invece di Giacinto avesse trovato Ughes? Nientemeno che Ughes, o tornato sano e salvo da volontario esilio, o liberato dalla segreta in cui giaceva ignorato, o sbucato da una caverna, da un sotterraneo, da un rifugio qualunque, poichè il gran sogno d’un tempo era divenuto realtà. E questo non sarebbe stato il più strano fra i casi che venivano accadendo in quei giorni.
Quand’egli giunse all’ingresso della stradetta che metteva a casa Ughes, l’immagine tragica del medico aveva fugata quella effeminata del marchesino; ma fatti ancora alcuni passi e scoperto il tetto rossiccio fra il bruno degli alberi, dimenticò l’uno e l’altro e non sentì più che la smania d’uscire in qualsiasi modo da quell’insopportabile angustia.
Entrò nel cortile con un battito tale che il cuore pareva gli volesse scoppiare nel petto. Don Prato, che usciva in quel momento dalla porta di casa, si levò il cappello e gli disse in fretta in fretta:
— Vada pur su. L’avvocato è nello studio: l’ultima stanza in fondo all’andito.
E fatta un’altra scappellata, seguì la sua via.
— E dir che una volta non la finiva più coi salamelecchi! — pensò Massimo, avanzando verso la soglia. Egli vi si soffermò, aspettando di veder comparire la serva; indugiò ancora alquanto a piè della scala, poi si decise a salire.
Oliveri era seduto in un’ampia sedia a bracciuoli, col piede sinistro fasciato e posato sur uno sgabello; aveva accanto un tavolino, su cui erano alcuni libri, un campanello e tutto l’occorrente per scrivere.
— Avanti — diss’egli, sentendo un passo che si avvicinava nell’andito, — avanti, cittadino, chiunque tu sia.
Raffigurando poi l’ex-contino, alzò le mani e gli fece festa col viso.
— Lei! — esclamò. — Un redivivo! Come sono mai contento di rivederla. Si accomodi, prego. Io non mi alzo perchè, come vede, ne sono impedito.
Massimo, assai sollevato da quell’accoglienza così sinceramente cordiale, si mise sulla sedia che l’altro gli indicava, e chiese notizie della signora Liana.
— Mia figlia sta benone. Io no, io sono rovinato. Guardi: non posso più reggermi in piedi.
— Che male si sente? — domandò Massimo, distratto.
— Tutti i mali del mondo, proprio tutti. Ho anche un monte di sopraccapi, tante incertezze, tanti dubbi, tante cose che mi amareggiano. La discrepanza fra i miei più antichi amici, per esempio. Chiovetti è rimasto realista, Aquilante e Bottalla son diventati repubblicani, capisce. L’uno mi scrive di non muovermi, di aspettare tempi migliori in campagna; gli altri mi consigliano di tornare in città. Par che si pensi a riabilitare e risarcire tutti quelli che hanno avuto a soffrire sotto l’antico Governo. Ho qui una filza di nomi: Picco e Pelisseri, impiccati in effigie, sono stati nominati il primo giudice del tribunale di alta polizia, il secondo sotto-segretario generale del Governo; sotto-segretario anche Ghione, che è stato a lungo in carcere per i fatti d’Asti del ’97; Faustini è sovrintendente al Vicariato; il fratello di Boyer commissario sopra le arti; alla madre di Berteu e alla vedova Junod fu dato un sussidio; la sorella di Tenivelli è ricoverata alla Provvidenza; la Patria adotta per figlia la vedova Arò, eccetera, eccetera, che non la finirei più. Bottalla e Aquilante affermano che mi sarebbe facile ottenere per mia figlia, anch’essa verosimilmente vittima della crudeltà dell’espulso tiranno, un simile onorifico decreto. Figuriamoci! Ed è per questo che dovrei tornare a Torino!...
Battè insieme le palme e alzandole congiunte, esclamò:
— Signor Iddio! Sarei pur contento di svegliarmi una di queste mattine in contrada Nuova, e vedere ancora una volta piazza San Carlo, piazza Castello, San Giovanni, e la nostra torre della Città, così alta e così svelta, col suo globo e il bel toro di bronzo in cima. Ma questo non è più possibile: Torino _fuit_ per me, _fuit, fuit, fuit!_
— Come? — disse Massimo.
— Non capisce? Voglio dire che per me è finita, non tornerò più, mai più a Torino.
— Oh! — fece il giovane, col viso di chi ode la maggior stravaganza del mondo.
— È così: certe cose si sentono, ma non si spiegano. Amen! D’una sola cosa mi dolgo: non lasciar ai posteri una grande, una bell’opera d’inchiostro. Sarà superbia, ma credo che avrei potuto far anch’io qualche lavoretto non affatto cattivo. Al mio _Eugenio_, non è più il caso di pensare; piuttosto vorrei provarmi a comporre qualche cosetta di sacro. Don Prato mi ha suggerito un argomento, e più ci penso, più mi va a genio: la storia del Santuario di Murello e delle grazie particolari dovute al patrocinio della Beata Vergine degli Orti. Ho già in testa l’ordinamento, la distribuzione delle parti. Parte prima: i fatti che riguardano l’antico tabernacolo, in cui è dipinta a buon fresco l’incoronazione della Madonna; seconda: i fatti che riguardano la graziosa cappelletta, a cui il tabernacolo servì, per così dire, di nocciolo; terza: i fatti che riguardano l’attuale graziosissima chiesa, nella quale il vetusto dipinto è parte ed ornamento dell’altare maggiore. Tre parti, tre epoche, tre età: il nostro Santuario infante, adolescente, adulto. Cosa ne dice?
— Bene, molto bene — rispose Massimo, tanto per mostrare d’aver ascoltato, ma di questa ultima parte del discorso di Oliveri non aveva inteso neppur una sillaba. Egli stava in orecchi, aspettando ansiosamente d’udire una voce, un passo, un indizio qualunque della presenza di Liana.
L’avvocato rimase un momento in silenzio come per raccogliere le idee, poi ripigliò.
— Don Prato ha promesso di fornirmi altre notizie ed altri particolari, ma ehm! li vedo e non li vedo, che quel poveretto in questi giorni non può proprio attendere di proposito a niente, tanto è continuamente e scelleratemente tribolato da quella canaglia di Bechio. Colui vorrebbe vederlo sul pulpito con accanto la bandiera tricolore, come il parroco di Cavallermaggiore; vorrebbe ch’egli non spiegasse altro che i _Diritti dell’uomo_, o certe sue pappolate repubblicane; lo accusa d’aver conservato tutti i pregiudizi d’un prete realista sol perchè non si pianta in testa il berretto frigio, non indossa la carmagnola, non va a ballar la monferrina e a baciucchiare le belle intorno all’albero della Libertà... Se sapesse come quel birbante spadroneggia e detta la legge in paese! Bisogna sentire con che sicumera egli va spargendo intorno le sue bestialità: finito il tempo dei balzelli e dei privilegi, libera la caccia, libera la pesca, libero il commercio; aperta a chiunque la via per diventar magistrato, ministro, generale, vescovo, cardinale; pane, vino, sale gratis et amore; lavoro per tutti; eguaglianza, fratellanza, abbondanza e felicità. E questi poveretti senza malizia abboccano e batton le mani; s’accorgeranno poi dell’inganno, ma sarà tardi. Senta, io credo che i nostri posteri dureranno una bella fatica a credere vere le cose che vediamo coi propri occhi in questa nostra età. Chiovetti scrive che a Torino c’è fermento, disordine, una confusione babelica: chi vuol esser francese, chi italiano; quelli che vorrebbero restar piemontesi, non contano più un’acca. Lei è informato, eh? Sa che ha vinto il partito di coloro che preferiscono star con chi comanda piuttosto che con chi deve ubbidire? Saprà anche che ci sono commissari che girano nelle provincie a far gli squittini per l’unione con la Francia? Chi mi avesse detto che dovevo finire infrancesato!... Si va a cavar fuori che un tempo eravamo Galli anche noi!... Ah sì? Giuro a Dio, che non me ne ricordo! Mi ricordo d’un altro tempo, io: di quello in cui il nostro Piemonte poteva amoreggiare allegramente con la Francia, la Spagna, l’Austria e l’Inghilterra; le quali tutte, per Giove! si mostravano ottimamente disposte all’amplesso.
Massimo aspettava che l’avvocato facesse una pausa, per dar una voltata al discorso e ricondurlo a Liana; intanto crollandosi sulla sedia, diceva tra se: — Che diavolo fa la signora? Se è in casa perchè non viene? Se è fuori dove può essere andata? Possibile ch’ella non sappia ch’io sono qui? Possibile che non m’abbia sentito?
E non potendo più raffrenare la sua impazienza, cominciò dall’alzarsi e si venne contorcendo or sur un piede, ora sull’altro, finchè Oliveri cessò di parlare; allora gli stese la mano.
— Vuol andare? — domandò questi. — Tornerà presto, eh? Non mi abbandoni; c’è poca gente con cui io stia volentieri come con lei.
E così dicendo scosse il campanello ch’era sul tavolino.
— Grazie, prego — susurrò Massimo, uscendo dalla stanza, — conosco la strada.
In tre salti fu al basso; fece alcuni passi nel cortile, poi si fermò su due piedi, già pentito d’esser venuto via così bruscamente, cercando un pretesto per tornar su non fosse che un momento.
E stando così immobile con la mano al mento e l’occhio a terra fisso e pensoso, sentì improvvisamente aprirsi una finestra; si voltò: vide Liana che faceva capolino sorridendo e un poco arrossita.
— Vengo giù — diss’ella; — mi vuol aspettare?
Massimo rispose con un atto che significava grandissimo consentimento, ma non potè formar parola o frase nessuna, tanto fu potente il senso di gioia che lo invase. La finestra fu richiusa; passarono pochi minuti, che al giovane parvero eterni, e, quando cominciava quasi a dubitare d’aver traveduto o sognato, Liana ricomparve e si approssimò. Il suo volto non era nè ilare, nè serio; la persona e le movenze rivelavano che la salute e il vigore erano pienamente tornati.
— Esco a far due passi — diss’ella, — fino alla strada di Racconigi. Non oltre, perchè la donna è fuori e non voglio lasciar troppo solo mio padre.
Diede con tranquilla dimestichezza la mantiglia a Massimo perchè gliel’adattasse sulle spalle, intanto soggiunse:
— Come lo ha trovato?
Massimo, che si disponeva a render conto della sua assenza, non capì.
— Le domando come ha trovato mio padre? — ripetè Liana con dolcezza.
— Ah! bene, assai bene... Fuorchè il piede, naturalmente.
— Quello del piede è un male immaginario, una fissazione dalla quale non si rimuove, ma il medico assicura ch’egli potrebbe camminare, anche uscire, se volesse. Ciò che m’impensierisce è lo stato d’inerzia in cui lo vedo caduto. Gli ho proposto più volte di tornare in città; geme, sospira, ma non risponde. Vi sono giorni in cui si direbbe ch’egli è nell’impossibilità di fare nulla, di parlar di nulla, di pensare a nulla. — S’interruppe, poi ripigliò con accento costernato: — anche la sua mente non mi par più lucida come in addietro.
— No? — esclamò Massimo — di questo non mi sono proprio accorto. Oggi mi ha parlato con entusiasmo d’un lavoro che sta per intraprendere; pareva felice d’aver trovato un bel soggetto, e si esprimeva molto sensatamente, con molta chiarezza.
— Dio voglia ch’egli torni presto quel di prima!... Io lo vedo anche così invecchiato, così affralito!
— È il primo inverno ch’egli passa in campagna, lontano dai suoi amici; forse si annoia.
— È verissimo; la mia compagnia non gli può bastare, e di tutti quelli che venivano in casa nostra, il parroco solo ci è rimasto fedele.
— Questa viene a me — disse Massimo in cuor suo; e subito, ad alta voce: — anch’io mi son reso troppo invisibile, conosco il mio torto, ma se sapesse! Non ho più avuto un momento di quiete, di riposo, in questi ultimi tempi. Tanti pensieri, tante cose! Poi sempre in moto... M’abbia per iscusato.
Erano giunti dove metteva capo la piccola strada; Liana si fermò senza far cenno d’aver inteso e volse l’occhio in giro sulla campagna spenta, sull’orizzonte pieno di vapori, nei quali moriva il disco solare abbacinato e sanguigno.
Massimo, un po’ ferito dal silenzio di Liana, si turbò forte vedendo già venuto il momento di separarsi da lei; diceva in segreto a sè stesso: — Ecco che non dovevo venire, dovevo resistere a quel primo impeto sciocco, mi sarei acquietato, a quest’ora non ci penserei forse più. Invece chi sa che diavoleria mi sentirò addosso stasera, stanotte, domani! — La rimembranza delle sofferenze altra volta provate, destò nel suo animo un vero sgomento, e una non so qual rabbia di riscattarsi in qualche modo; sentendosi affatto disarmato di fronte all’indifferenza di lei, gli parve un sollievo tornare ai suoi propositi di fuga. Cercò col pensiero, trovò, e, guardando in alto, prese a dire con voce non troppo sicura:
— Ecco un cielo sotto il quale mi par proprio di non respirar più. Oramai non resta altro che seguir l’esempio di tanti fra i miei antichi commilitoni che hanno preso servizio in Austria, in Russia, in Inghilterra. Sto appunto bilanciando il pro e il contro. La cosa mi sembra utile e bella... Ma a primo aspetto non sempre si giudica bene... Sentiamo un po’: lei che mi direbbe di fare?
— Io? — esclamò Liana, inarcando le ciglia.
— Sì, signora.
Ella pensò un momento, poi rispose con un sorriso:
— Perchè non si consiglia coi suoi?
— Mi son già consigliato.
— E allora?
— Non basta: voglio anche il suo parere.
— È una questione troppo grave.
— Appunto perchè grave.
— Non posso... anzi, credo che non devo risponderle.
— Oh perchè non mi dice addirittura: faccia quanto le pare e piace, che per me è tutt’uno?
Tacque, vedendo stendersi come un’ombra sulla fronte pura e serena di Liana.
— Avanti! — diss’ella, con un’improvvisa energia di voce. Poi vedendo ch’egli, incerto e titubante, si mordeva il labbro e non sapeva che dire, ripigliò:
— È chiaro che se lei parte io perdo un amico...
— Ah! — interruppe il giovane con fuoco: — dunque lo sa che sono un amico?
— Non ne ho mai dubitato.
— Grazie! E allora mi dica: quest’amicizia ha qualche valore per lei? È una domanda insulsa, lo so, però la prego di rispondermi.
— No insulsa, inutile.
— Perchè?
— Basta così; bisogna ch’io torni.
E si fece alquanto indietro.
Massimo si riaccostò subito, tanto che potè vedere come un leggier tremito nelle mani di lei, una leggiera inquietudine nelle labbra e nelle ciglia.
— Non mi lasci in questo modo — riprese egli; — non sente che è una durezza, una crudeltà? Non le domando che una parola, mi dica che sarebbe spiacente di sapermi lontano, ed io non parto più.
— Noi stiamo celiando, e mio padre è solo.
— Celiando? Lei non sa che momento è questo per me! Ho bisogno, ho necessità d’una sua parola. Vorrei anche dirle perchè mi è indispensabile, ma non so come esprimermi. È una cosa tanto dolorosa questa di non sapersi spiegare! Una cosa dolorosa, opprimente, terribile.
Ella tornava verso casa passo passo; egli la seguiva parlando sempre, sempre più eccitato.
— Non mi so spiegare, ma mi dovrebbe comprendere. Dovrebbe anche aver indovinato. È tanto tempo che non ho più in cuore altra immagine fuor della sua; che non capisco vi sia al mondo altra donna se non lei sola! Non vi è più niente per me. Niente assolutamente, non v’è che lei.
Ella si voltò con impeto, stringendosi nervosamente la mantiglia sul petto.
— Parte stasera?
— No.
— Domani?
— No, no...
— Bene... Non stia più un secolo senza venire a Murello.
E si allontanò rapida, infinitamente leggiadra.
XXVI.
I furori repubblicani potevano oramai dirsi interamente sbolliti; il malcontento cresceva a dismisura. Gli abbienti erano sdegnatissimi contro il Governo, il quale, con provvedimenti finanziari aspri ed inconsulti, li aveva fatti scapitare per modo che molti fra loro erano veramente caduti in miseria. I non abbienti, che per le suggestioni dei patrioti s’erano assuefatti ad attribuire all’antico reggimento i mali passati, si mostravano coerenti attribuendo al nuovo i mali presenti, e cominciavano a fremere vedendo, dopo tante magnifiche promesse, la moneta effettiva sempre più ridotta, il credito dei biglietti divenuto illusorio, i guadagni diminuiti, il commercio incagliato, i filatoi chiusi e il pane e la carne rincarare tutti i giorni.
Intanto nelle campagne l’epizoozia si estendeva, i prodotti del suolo non bastavano al pagamento delle imposte; e i francesi requisivano cavalli, muli, strami, foraggi, vuotavano i pollai e le cantine, si facevano consegnar le armi, lasciando i contadini senza difesa contro le audaci e numerose bande di ladroni che andavano attorno.
I soldati piemontesi non potevano piegarsi a considerar come amici quelli con cui eran venuti tante volte al paragone dell’armi, contro i quali avevano nutrita tanta animosità per l’addietro, e che ora li trattavano non come camerati, ma come vinti. Di qui indisciplina, diserzioni, ammutinamenti.
L’erario, già scarso negli ultimi tempi della monarchia, s’era venuto esaurendo in seguito alle continue estorsioni dei generali e dei commissari francesi. I governanti, che dovevano pur pensare ai bisogni urgentissimi dello Stato, s’erano ben presto avveduti esser cosa impossibile sottoporre a nuovi aggravi un popolo già oppresso da tanti pesi, percosso da tante terribili sciagure. Dichiarati appartenenti alla Nazione gli arredi delle chiese, santuari, confraternite, conventi, sinagoghe; proclamati benemeriti della patria tutti quelli che offrissero doni; ricorso, per far denaro, a non so quanti espedienti vessatorj, tirannici, gretti, puerili, fra cui quello di recidere dai pubblici trattati, contenuti negli archivi, i sigilli di metallo prezioso e perfino i cordoncini che apparissero contesti d’oro o d’argento: alla fine, sentendosi soli, esautorati, assolutamente impotenti di fronte ai mali che incalzavano, vedendosi giunti a tale da non saper neppur più di che natura fosse l’esistenza politica del paese di cui reggevano le sorti, avevano deciso di chiedere l’unione colla Repubblica francese, e possibilmente d’indurre il popolo a domandarla.