La bufera

Part 23

Chapter 233,834 wordsPublic domain

Sulla fine d’ottobre il conte Annibale consigliò alla contessa la pronta sospensione d’ogni movimento ostile ai francesi per non fornire, con qualche avventatezza, un pretesto a nuove questioni. In novembre egli tornò più volte sull’argomento, raccomandando sempre la prudenza, la moderazione, l’astensione da ogni eccesso non solo negli atti, ma nelle parole; sugli ultimi di quel mese scrisse anche a suo figlio. Russia e Inghilterra s’erano di nuovo collegate contro Francia, aderivano le Corti di Vienna e di Napoli. Le cose potevano mutar da un momento all’altro, ma appunto per questo bisognava armarsi di pazienza e aspettare. Vincevano i francesi? Nulla essendosi fatto per inasprirli, tutto rimaneva invariato. Vincevano gli alleati? Essi dovevano pur sapere che il Re, non essendo più padrone in casa sua, non poteva prender l’armi in lor favore.

Predicava a un convertito. Massimo, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto disubbidire. A poco a poco, invece di badare alla qualità degli aderenti, non si era più cercato che la quantità, e appunto in quei giorni erano nati attriti, malumori, scissure e si venivano formando due diverse correnti. I giovani, i bollenti volevano fare al più presto un tentativo un po’ ardito, non fosse altro che per esperimentar le loro forze: proponevano si ragguagliasse di quanto si era fatto il duca di Aosta, nemico irreconciliabile del nome francese, e gli si offrisse senza più l’alta direzione dell’impresa. V’erano quelli che trovavano invece tutto fuor di tempo e inclinavano a lasciar maturare le cose.

La domenica 2 dicembre la contessa ricevette una lettera del marchese Violant che diceva così:

«Torino, 30 novembre 1798.

«Sorella carissima,

«Sono stato alla finestra senza cappello, ho presa una solenne infreddatura con tosse, fiocaggine ed anche un poco di febbre. Garonis vuole ch’io mi metta a letto subito. Ho tante cose da dirti e non posso che mandarti alcune notizie asciutte asciutte. Devi sapere: 1º che il Re di Napoli ha cominciato le ostilità; 2º che al comando della ex nostra Cittadella non c’è più Ménard ma Grouchy; 3º che ieri, 29, l’ambasciatore Eymar, accompagnato da un aiutante generale, si presentò a Priocca e chiese al Governo, in nome della Repubblica, otto mila uomini a piedi, mille a cavallo, una cinquantina di cannoni, l’approvvigionamento di tutte le fortezze per quattro mesi e la consegna dell’Arsenale. Il contingente militare, il vettovagliamento delle fortezze, non c’è che dire, sono cose pattuite, ma la consegna dell’Arsenale è contraria al trattato... Come vedi torniamo alle solite. Scusa se non scrivo di più. Subito che starò bene sarò lungo quanto potrò.

«Addio. Saluta Mazel e abbraccia il contino.

«TRAIANO».

La settimana intera passò senza che si sapesse più altro. La posta del mercoledì non portò che una gazzetta; quella del sabato mancò affatto. Il lunedì, 10 dicembre, Massimo doveva trovarsi a convegno con Di Rivas e due o tre altri amici sulla sponda della Varaita, presso la chiatta di Ruffia. Egli vi andò, ma aspettò inutilmente tutto il giorno.

Però una nuova che passava di paese in paese, di bocca in bocca arrivò anche a Robelletta. Un contadino, di ritorno da Racconigi, riferì d’aver udito dire che il Re non era più a Torino e che i francesi avevano messo al suo posto il principe di Carignano. Fiordelis, che, finito il suo servizio, andava nella stalla a far il cascamorto con una certa contadinotta, raccolse la voce e la ripetè al padrone la mattina di poi.

Mazel, non uso a dar importanza alle chiacchiere del volgo, lì per lì stimò inutile di parlarne alla contessa. Ma più tardi, poco avanti buio, trovandosi con lei e con Massimo nel salotto, davanti al caminetto ove ardeva un buon fuoco, raccontò in tono molto leggiero quanto aveva inteso dal suo cameriere.

— E mi dite questo ridendo! — esclamò la contessa turbata.

— Ma se è una voce! — rispose Mazel — niente più che una voce. Se ve lo dicessi in altro modo mostrerei di credere una cosa impossibile, una cosa che non sarà mai.

— Domattina andrò a Racconigi — disse Massimo risoluto. — E se occorre anche a Torino... — S’interruppe, porse l’orecchio e soggiunse: — Una carrozza!

Infatti in quel subito i cani abbaiarono, s’udì cigolare il cancellone, strider la ghiaia sotto ruote pesanti.

La contessa e il cavaliere si alzarono in piedi, guardandosi muti ed ansiosi. Massimo balzò nella stanza d’ingresso, corse all’uscio, si trovò faccia a faccia con lo zio Violant; il quale, gettato il ferraiuolo a un servitore, consegnato il cappello a un altro, abbracciò il nipote; passò avanti, abbracciò la sorella, abbracciò il cavaliere, e andò a porsi con la schiena al fuoco senza proferir parola.

La contessa lo seguì, gli si piantò di fronte tremante e palpitante.

— Presto! — diss’ella — parlami del Re.

Il povero marchese, che aveva le carni paonazze e batteva i denti, alzò gli occhi al cielo, agitò le mani come per raccomandar calma e pazienza, poi si mise a tossire, a tossire, a tossire.

La contessa tutt’a un tratto fu come presa dalla paura d’udir la risposta; andò a rifugiarsi in un angolo scuro, si lasciò cadere sopra una poltrona, nascose il viso tra le mani.

Per un poco si udì soltanto il rumore che faceva Massimo movendosi smaniosamente per la stanza; poi Violant si rivolse a Mazel, che gli era rimasto vicino.

— Ma voi — domandò con voce roca, — cosa sapete voialtri?

— Noi? Noi non sappiamo niente.

— Peggio che peggio... Speravo di trovarvi già un poco informati... Basta, cari miei, vi dirò quello che ho sentito e visto. Dimenticherò certo moltissime cose, ma come si fa?... Altre poi non le posso sapere, perchè non le saprà mai altri che Dio. Ultimamente non si capiva più niente, non si vedeva più dove si andava. È ciò che ci ha perduti, perchè Joubert il suo disegno l’aveva e ben chiaro in mente; e Eymar e Grouchy e tutti gli altri avevano pure le loro brave istruzioni limpide e precise. Sentirete. Povero Re, povero Carlo Emanuele IV, come aveva ragione di dire, quando venne al trono, che si metteva in testa una corona di spine! La settimana scorsa è stata la sua settimana di passione. Dunque, tanto per cominciare, dal 30 novembre a tutto il 5 dicembre non ho visto niente: ero in letto con febbre, tosse secca, mille altri incomodi. Seppi solamente che in Cittadella si tenevano i fuochi accesi durante tutta la notte, che le sentinelle della cinta esterna erano triplicate, raddoppiati i cannoni che guardano verso la città, i ponti alzati come se il nemico circondasse la piazza. E siccome non si capiva il perchè di tutti questi provvedimenti, i cittadini si mostravano anche alquanto agitati. La mattina del 6 Giacinto uscì verso le dieci, ma tornò subito a casa molto impressionato. In città correva voce che Eymar e Cicognara si fossero ritirati in Cittadella durante la notte, accompagnati da un branco di patrioti. Infatti non si vedevano più gli stemmi sulle loro case... Mi alzai subito, m’imbacuccai bene e mi feci portare in bussola al palazzo reale.

Quello che aveva inteso dir Giacinto era vero; tutto annunziava vicino il cominciare delle ostilità, nessuno ne sapeva la ragione e, a sentir ciò che fu risposto a Castelborgo mandato a chiedere schiarimenti, si sarebbe detto che la ignoravano anche Grouchy e i suoi amici.

A Corte si teneva consiglio, quantunque il Re si sentisse peggio del solito. Erano presenti i principi, il presidente del Senato, i ministri Priocca e San Marzano, che, come saprete, ha preso il posto di Cravanzana alla guerra. Mi fermai più d’un’ora nella sala che è dopo l’anticamera di parata, seduto sur uno sgabello nel vano del finestrone, poi, sentendo suonar mezzogiorno, pensai di tornarmene a casa... Stavo per uscir dal portone, quando vidi arrivare la principessa di Carignano tutta frettolosa. Figuratevi ch’era a piedi, scarmigliata, scompigliata...

— Euh! — fece Mazel scandalizzato — l’etichetta, cospetto! E l’etichetta?

— Veniva, secondo quello che poi mi fu detto, a portare una lettera ch’essa aveva ricevuta; una lettera anonima nella quale le si prometteva molte e grandi cose quando fosse riuscita a indurre il Re a rinunziare alla corona. Uno dei tanti pasticci della cucina repubblicana... Heheh! Cosa volete? ultimamente il palazzo Carignano era divenuto il centro dell’infezione giacobina, come diceva spiritosamente Garonis. Il principe s’è portato valorosamente quand’era maggior generale sotto Strasoldo, ma poi... Quanto alla principessa è una certa testolina che non metterà giudizio mai. Basta, passiamo oltre. Più tardi si seppe che in consiglio era prevalsa la risoluzione di tener fermo: infatti si fecero venire a Torino le guardie che erano alla Veneria, i dragoni della Regina passarono da Stupinigi al Valentino, e si postarono i cacciatori al Parco. Naturalmente tutto questo fece crescere il fermento, si cominciò a creder possibile un conflitto fra la città e la fortezza, tanto più che Grouchy, pur chiamando precauzioni le misure formidabili che aveva preso, giurava di metter tutto a ferro e fuoco, di non lasciar pietra su pietra ove si fosse attentato alla libertà d’un solo dei suoi benamati patrioti. Il governatore pubblicò un manifesto: raccomandava la tranquillità e la calma, assicurava che non c’era niente a temere dai nostri fedeli alleati. S’era appena finito di attaccarlo alle cantonate, quando si divulgò la notizia che Chivasso era stato preso da trecento soldati francesi, usciti la mattina dalla Cittadella, senza che si potesse saper dove andavano. Il giorno dopo, ecco una pioggia di novelle consimili: i comandanti delle fortezze già occupate dai repubblicani, s’erano impadroniti improvvisamente anche delle città, arrestando i governatori e disarmando le guarnigioni. Così Rey ora aveva in mano Susa, Casabianca Cuneo, Montrichard Alessandria. Costui, dopo aver occupato anche Asti, s’avanzava a marcia forzata per accamparsi a Superga. Due altre colonne, passato il Ticino sotto gli ordini di Dessolles e di Victor, erano già entrate chi diceva in Novara e chi in Vercelli. Nel consiglio reale Priocca fece tre proposte che furono subito accettate: 1ª pubblicazione d’un buon proclama; 2ª una lettera al generale in capo; 3ª preghiera al ministro di Prussia d’interporre i suoi buoni uffici. Poi si tornò a parlare dei mezzi di difendersi; ma il Re si dichiarò subito contrario a ogni spargimento di sangue, si alzò, uscì e fu colto immediatamente dal suo solito mal nervoso. Quando tornò in sè volle aver nella stanza il SS. Sudario, e pregò tutto il giorno... Verso sera uscì la protesta di Priocca. Vi si diceva... Vi si dicevano tante cose giuste, vere, sacrosante, con dignità e con energia, perchè Priocca è un grandissimo uomo dabbene, di quei tali che si accoppano, ma non si vincono, e bastano talvolta essi soli a ritardare la rovina d’uno Stato...

Violant s’interruppe, chinò il capo per raccogliere i pensieri, per rimettersi in filo.

— Tralascio molte cose — ripigliò subito — per non allungarla troppo, ve le dirò poi man mano che me ne ricorderò. Così siamo arrivati a sabato 8, la giornata fatale, in cui Grouchy doveva sgrillettare tutte in una volta le armi che aveva in mano. Quali fossero non si saprà forse mai esattamente nemmeno da quelli che scriveranno la storia. Vorrei ingannarmi, ma credo che il generale fosse riuscito a farsi amici e devoti, con l’arte e con larghe promesse, personaggi aventi uffici importanti, e a incaricarli di convincere il Re che non v’era più resistenza possibile. Il teologo Tempia fu tra i tentati, e so che rispose sdegnosamente. In tutta questa faccenda si vede poi chiaro il proposito di far comparir volontario il partito preso dal Re, mentre era più che forzato. E infatti se si pensa che non c’era stata dichiarazione di guerra... Basta, tiriamo via.

Sabato mattina venne in scena l’avvocato Bertoliati. Io non l’avevo mai sentito nominare, e voi? Anche non vi saprei dire perchè sia stato scelto costui, repubblicano sfegatato, creatura di Cicognara, a far da mediatore tra la Corte e Grouchy. San Germano lo fece chiamare e lo pregò di recarsi in Cittadella per saper una buona volta cosa diavolo si chiedesse; ma l’avvocato volle avere il mandato direttamente dal Re. Lo ebbe, andò, tornò di lì a poco molto spaurito dell’accoglienza troppo soldatesca che aveva ricevuta. Gli si accordò mezz’oretta per riprender animo, poi gli si rinnovò l’invito di presentarsi a Grouchy a fine di ottener proposte esplicite e scritte. Grouchy lo guardò in cagnesco, disse brutalmente che non aveva facoltà di dar consigli di sorta: Sua Maestà si trovava negli imbrogli? Si levasse da sè. E mostrò la porta, esortando l’inviato a non venirgli più tra i piedi. Queste brevi risposte furono soggetto di lunghe discussioni, ma oramai diveniva evidente che non c’era più da scegliere che tra due partiti: la resistenza a oltranza o l’abdicazione. Il duca d’Aosta, da quel franco signore ch’egli è, si mostrava così risoluto a non lasciarsi sopraffare, che il Re, accennando la Regina, gli disse queste testuali parole: — Volete proprio mandar al patibolo me e questa santa donna? — Poichè il generale non voleva saperne di scrivere, si sperò volesse almeno piegarsi a leggere, e il buon avvocato ripartì munito d’un foglio. Stavolta il francese saltò in bestia, annunziò prossimo l’arrivo delle colonne ch’erano in marcia, mostrò un proclama arrogante, insultante e minaccioso di Joubert, dichiarò che _le moment de la vengeance était venu_, che alla famiglia reale non rimaneva più alcun mezzo di fuga, che la città era circondata da tutte le parti, che infine bisognava finirla. In un quarto ed ultimo viaggio Bertoliati non ebbe più che l’incarico di domandar l’invio d’un ufficiale per trattare. L’aiutante generale Clausel cominciò ad andare e venire dalla Cittadella al palazzo e dal palazzo alla Cittadella alle sette di sera, e terminò alle due dopo mezzanotte. Domandò, o per dir meglio impose, prima di tutto che le truppe, state introdotte in città, sgombrassero subito e che la guarnigione fosse ridotta al minimum come in tempo di pace completa. Il Re firmò l’ordine e lo mandò ai vari corpi. Poi si esaminarono e si discussero tutti gli articoli... E sono questi, cari miei: Sua Maestà rinunzia a ogni potere. Ordina ai sudditi di obbedire al Governo provvisorio, e all’esercito piemontese di considerarsi come parte integrale dell’esercito francese. Ordina al cavalier Damiano di Priocca di consegnarsi come ostaggio e sconfessa la protesta da lui pubblicata. Ordina al governatore della città di Torino di ricevere e far eseguire i comandi e le disposizioni del generale francese concernenti il mantenimento della tranquillità pubblica... Il culto cattolico rimane tal e quale. Rispettate le persone, rispettata la proprietà. I piemontesi che volessero espatriare, come quelli che volessero rimpatriare, possono farlo liberamente e agevolmente. Nessuno sarà più ricercato per scritti, detti o fatti politici anteriori all’atto. Piena facoltà al Re di passare con la famiglia in Sardegna. Piena facoltà al principe di Carignano di starsene tranquillamente a Torino... San Germano e Clausel sottoscrissero, il Re ratificò. Un articolo chiedeva la consegna del duca d’Aosta, fu il solo rigettato; ed egli acconsentì poi a scrivere a piè del trattato: — _Je garantis que je ne porterai aucun empêchement au présent acte._ — L’aiutante generale si fece regalare l’_Idropica_ di Gérard Dow, uno dei capilavori della scuola fiamminga, che aveva già fatto gola a Bonaparte...

Massimo, che si era buttato sopra una sedia, si rizzò, si asciugò le lacrime che gli scendevano sulle gote, sul petto.

— Ecco! — esclamò — avevo ragione io quando dicevo e sostenevo che bisognava mettere il duca d’Aosta alla testa del nostro partito, e provar se ci riusciva...

— Sua Maestà non voleva che si spargesse sangue — disse Mazel. — Non hai sentito? Si ricordava d’esser cristiano...

— Ma si scordava d’esser Re!

Violant sospirò. La contessa mostrò appena con un moto del volto di disapprovare le parole di suo figlio, poi riabbassò le ciglia e tacque. Ma il cavaliere s’impermalì.

— Cospetto, in che chiave la prendi! Parli senza riflettere, tu. Non nego che si potesse cadere con un po’ più di... Ma bisogna anche ammettere ch’era difficile, nelle circostanze in cui si trovava Carlo Emanuele IV, non aver presente Luigi XVI. E la Regina! Ti par ch’ella potesse non pensare al martirio dei suoi, la Regina? Cospetto, cospetto!

— Io penso ai soldati, io! — gridò Massimo. — Penso ai valorosi a cui s’impone di giurar obbedienza ai francesi, dopo quello che si è fatto sulle Alpi e sugli Apennini per la casa di Savoia, per la bandiera, per il paese!... Ah lei non nega che si potesse cadere con maggior dignità? Per Dio! Dopo tanti secoli, dopo tanta gloria...

— Basta — disse la contessa, severa.

Il giovane morse furiosamente il fazzoletto che aveva in mano, lo squarciò, lo gettò sul fuoco e ammutì.

Un servitore aperse l’uscio pian piano e annunziò la cena.

La contessa non diede segno d’aver inteso.

— E poi? — domandò Mazel a Violant, dopo qualche momento di silenzio.

Il marchese, che contemplava la fiamma, alzò il capo.

— Dov’eravamo rimasti? — diss’egli. — Basta, non importa. Io, che avevo passata la notte al palazzo reale con parecchi altri signori, ne uscii sulla prim’alba. Cominciava già la baraonda, lo scatenamento degli interessi. Tutto andava all’aria, bisognava profittarne. Chi ha tempo non aspetti tempo. Ognuno pigliava e metteva in salvo le robe sue, le più o meno sue... quadri di valore, carte segrete, suppellettili preziose... Gli ebrei devono aver fatti affaroni in questi giorni. Giunto a casa, mi gittai vestito sul letto. Naturalmente non mi riuscì di chiudere gli occhi. A giorno chiaro mandai fuori tre o quattro servitori a vedere che cosa succedeva. Era domenica, la città aveva l’aspetto ordinario. Più tardi uscii con Giacinto. Le cose erano cambiate. Si sapeva che nella notte era arrivato il generalissimo Joubert con nuove truppe e che il Re si preparava a partire. Vivessi cent’anni, non dimenticherò mai le facce, i discorsi. V’erano di quelli che non sarebbero rimasti più sbalorditi se avessero veduto il campanile di San Giovanni levarsi a volo. Di questo sbalordimento generale, Grouchy si valse con molta accortezza. Egli uscì tranquillamente dalla Cittadella verso le dieci, alla testa d’una colonna di granatieri e di _chasseurs à cheval_, si recò all’Arsenale e comandò ai soldati piemontesi di sgombrare immediatamente e di rientrare nei quartieri... Fu obbedito. Dopo, con un’altra colonna, andò ad occupare porta Susina; quindi, accompagnato da un capitano, scortato da pochi _chasseurs_, e seguìto da una folla di monelli e di curiosi, per Dora grossa, piazza Castello e contrada di Po, arrivò alla porta ov’erano i volontari torinesi. Egli annunziò con enfasi che, fidando nella loro lealtà, nel loro affetto per gli amici francesi, lasciava continuassero a tenere quel posto, di più li incaricava formalmente di mantener la quiete all’interno. Come resistere a un oratore di così gran persuasiva? I militi gridarono: — Viva la Libertà! — e si dichiararono felici. Del resto il Re mandava già attorno i suoi ufficiali a ordinare ai soldati di metter su la coccarda tricolore. Tutto il giorno si videro in giro pattuglie, e veicoli pieni di gente che partiva. I repubblicani vecchi e nuovi brulicavano, sguazzavano in quel disordine come i vermi nell’acqua corrotta. Priocca fece testamento, si confessò, si comunicò, poi andò placidamente a piedi, a costituirsi prigioniero in Cittadella. La gente che lo vedeva passare credeva ch’egli se ne andasse a spasso. La famiglia reale partì la sera, verso le dieci. Carlo Emanuele era tranquillo, ma aveva avuto male fino a poco prima. Giù per lo scalone, al lume vacillante dei candelabri, pareva un morto disotterrato; Maria Clotilde una santa avviata al martirio. Uno dei principi piangeva. Uscirono dalla porta che dà nel giardino. Era buio fitto, il vento spingeva di traverso un’acquerugiola ghiacciata. Non vedrò niente di più funereo, di più lugubre in mia vita: la lunga fila delle carrozze nere, le torce a vento dei dragoni di scorta, ottanta francesi e ottanta piemontesi... Mi sentivo schiantar l’anima. Eh, diavolo! Dopo mille anni di dominio, come diceva Massimo poco fa, dopo una così maravigliosa seguenza di antenati!... Il convoglio s’era appena incamminato adagio adagio adagio, che già i rimasti cacciavano fuori le famose coccarde. Tutti i legami che tenevano uniti al Re i suoi famigliari, s’erano già spezzati. Continuò il _si salvi chi può_ cominciato al mattino. Puah! I reali hanno lasciato indietro tutto, assolutamente tutto: le gioie della Corona, le argenterie, settecento e più mila lire in doppie d’oro ch’erano nelle casse. Adesso comincieranno le dilapidazioni private e governative; figuratevi che bazza! La _curée_, insomma. Io ho dovuto snocciolare parecchie migliaia di lire, la mia parte d’una taglia di due milioni posta sui ricchi... Son venuto in campagna per respirare un poco; laggiù mi pareva di sentire nell’aria un puzzo insopportabile, un’esalazione pestilenziale, un fetore d’avello. Volevo condurre con me anche Giacinto, ma...

— E Annibale? — domandò la contessa, accostandosi a suo fratello.

Il marchese si battè la fronte.

— Toh! — diss’egli — guardate che testa! Annibale è stato sempre con me in tutti questi giorni, poi stamattina è partito per la Toscana. Non sapeva ancora se avrebbe accompagnato o seguito Sua Maestà in Sardegna. Si governerà secondo le circostanze.

Si trasse di tasca due lettere, ne porse una alla sorella, l’altra al nipote, soggiungendo:

— Queste son per voi.

La contessa prese la sua e uscì dalla stanza. Massimo sedette al tavolino, su cui era la lucerna, spiegò il foglio, lo spianò e cominciò a leggere.

Violant e Mazel erano sempre davanti al caminetto.

— Già — fece il cavaliere, dopo un poco, — credo che la contessa non si lascierà rivedere.

— Capacissima — rispose il marchese.

— Mi par che ci abbiano chiamati a tavola, no?

— Sì, mezz’ora fa.

— Avrete bisogno di ristorarvi, eh?

— Peuh! Una tazza di brodo la prenderei volentieri.

— E anche qualcos’altro?

— E anche, e anche.

— E tu, Massimo, non vuoi cenare?

Massimo alzò il viso, guardò trasognato, poi voltò silenziosamente la pagina.

— Bene — mormorò Mazel: — quando non si ha fame, meglio non mangiare.

E passò col marchese nella sala da mensa.

XXIV.

La lettera che il conte Annibale scriveva a sua moglie era assai breve. Ella sapeva quali erano i suoi sentimenti, com’egli fosse dei primi tra i fedeli sudditi del Re, tanto per dovere sacro di religione, quanto per l’affetto e dedizione che ben di cuore aveva giurato alla casa di Savoia. Non aveva perciò bisogno ch’egli le enumerasse le ragioni della risoluzione da lui presa. Le spiegava in succinto le condizioni della loro fortuna, molto diminuita dalle vicende di quegli anni; indicava il modo di condursi durante la sua assenza che poteva esser lunga, anzi lunghissima, e terminava con alcune frasi molto ben tornite e squisitamente cortesi.

Le quattro pagine di gran formato dedicate al figlio racchiudevano una quantità di insegnamenti politici astrusi e trascendentali, corredati da esempi tolti alla storia greca ed alla romana. Norme pratiche e di applicazione diretta e immediata, nessuna.

Massimo s’alzò a giorno, montò a cavallo e si recò alla tenuta del conte Di Rivas. Questi si era appunto abboccato poco prima con alcuni gentiluomini del loro partito.

Tutti avevano convenuto con lui che per il momento non c’era nulla da fare; bisognava star cheti, rodere il freno, fingersi morti e lasciar svampare i primi furori repubblicani; dopo si sarebbe veduto. Massimo non fece alcuna obbiezione; stabilì con l’amico le cifre da usarsi ove accadesse di dover corrispondere per lettera, fissò il luogo ove queste sarebbero lasciate e prese da uomini accorti e fidati, e tornò che il sole scendeva verso occidente.