La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 53

Chapter 53 1,185 words Public domain Markdown

Giovanni da Procida riserbato a vendicare la famiglia di Manfredi, non giungeva a salvarla. Riparato in Lucera, mandava alla marina per trovare galea o saettia, che valesse a trasferirla in Catalogna: i messi caduti nelle mani del nemico perivano. Lucera, stretta d'assedio, ferocemente si difendeva: certo non si sa in che cosa sperasse; mancavano i cibi, ed il presidio ogni giorno si assottigliava; ma il Procida protestava non entrerebbe Carlo nella terra finchè vi fosse anima viva: tentato a tradire, gettava di propria mano il vergognoso ambasciadore dalle mura della città; ciò che uomo può operare, aveva operato; sul cammino della fame si approssimava la morte. Sia che il lungo assedio infastidisse Re Carlo, sia che diffidasse vincere con forze di tanto soverchianti, ricorreva alle frodi: proponeva al Procida cedesse la terra, dacchè il resistere tornava in vano; avrebbe egli investito Manfredino del Principato di Taranto, e delle altre possessioni lasciate per testamento dell'Imperatore Federigo a suo padre Manfredi; nessuno ligio omaggio, nessuna cessione su la corona di Napoli esigerebbe; per sicurezza dei patti impegnava la parola di Re: ammirare poi la rara fedeltà del Procida, che di così generosa resistenza tutelava la causa del suo signore, volerla ricompensare ad ogni modo; bella virtù essere la fede, nè meno lodevole, perchè avversa ai proprii disegni; lo terrebbe pel più fidato amico, sì come lo aveva avuto pel più generoso nemico.--Il Procida non voleva cedere, sospettoso della lusinga; ve lo costrinsero gli assediati. Carlo angioino serbava la promessa a Manfredino svevo nel modo stesso che Enrico svevo la serbava a Guglielmo normanno: così in quei tempi remoti si assomigliavano i Re nella fede!--Elena, Yole, Manfredino, e il Procida, rinchiusi nel Castello dell'Uovo con nuovo esempio attentarono, non doversi i vinti affidare che alla fossa; potè non pertanto il Procida ingannare le guardie, e calarsi dalla torre e fuggire: assunta per cagione di vita la vendetta di Manfredi, così si adoperò in Arragona presso Re Pietro, così in Costantinopoli presso l'Imperatore Paleologo; tanto commosse i suoi compatriotti, cui egli con incredibile ardire andò a trovare in Sicilia; tanto Papa Niccolò degli Orsini, nella Corte del quale si conduceva vestito da Frate, che dopo tre anni di viaggi continui, d'impedimenti, e di pericoli, ribellò la Sicilia al Re Carlo, vi restituì Gostanza figlia di Manfredi, e, tranne un solo, spense quanti Francesi dimoravano nell'isola:--maravigliosa storia, che, dove di alcuno sguardo benigno mi fosse cortese la fortuna, non ischiverei fatica per aggiungere a questa.--Elena, e i figli, non comparvero mai più alla luce; quanto vivessero, come morissero, è un mistero di delitto. Corso un tempo il racconto come nella notte d'Ognissanti, dopo che la campana aveva suonata a mattutino, s'intendesse un grido nella torre occidentale del Castello dell'Uovo, e di lì a poco un'anima scettrata, radendo velocissima per li spaldi senza mutare i passi, si dirigesse alla cappella; non osavano le scolte aspettarla ferme al loro posto, fuggivano tutte a quell'ora a ricovrarsi entro i quartieri: una volta certo soldato guascone, incitato dai compagni e dal vino, osò tener dietro all'anima, ed entrare nella cappella con lei; alla mattina fu trovato steso senza sentimento sul terreno: e richiamato alla vita narrava, come l'anima scettrata genuflessa innanzi l'altare aveva percosso una lapida, e dall'avello scoperchiato erano assorte due altre anime, una di fanciulla, l'altra di garzone, le quali, gittandosi al collo della prima, l'avevano abbracciata, come si suol fare tra cari parenti ed amici; che poi si erano messe a pregare fervorosamente innanzi la immagine di Nostra Donna: la immagine supplicata, volgendosi al figliuoletto che teneva in braccio, gli aveva favellato:--Compiaci, dolcissimo figlio, alle dolorose;--al che nulla rispondendo il figliuolo, la Vergine levatasi in piedi lo poneva sopra l'altare, e gittandosegli davanti a misericordia lo scongiurava di nuovo:--Compiaci, dolcissimo figlio, alle dolorose:--al quale prego, il sacrato fanciullo, raccolto nella palma alquanta di sangue che grondava dal seno dell'anima scettrata, aveva scritto diverse parole su la mensa: allora le lampade si erano spente, un terremoto aveva scosso la cappella, ed egli erasi sentito stramazzare per terra. Accorsero all'altare e di fresco sangue vi trovarono scritto _Vendetta_;--lo rimossero, ma gli anni susseguenti pel dì dei Morti ve lo rivedevano più vermiglio di prima, nè cessò mai di comparire fino alla strage dei _Vespri Siciliani_. Colui che può tutto, poteva anche produrre il mentovato miracolo; tuttavia stimo si debba attribuire alla superstizione, la quale però dimostra quanto fosse il concetto mal talento dei popoli, i quali si persuadevano che il Cielo fosse collegato con loro per procurare la vendetta.

Quale è la morale di questo libro? La scempiezza, che parla come l'ebbro cammina, già si appresta a maledire:--maledica.--Se gl'intelletti usi a speculare addentro la ragione delle cose conosceranno per questa storia sì come nasca dal misfatto la vendetta, e con interminabile vicenda dalla vendetta il misfatto; come, allorchè la virtù non ha più vaghezza che piaccia, nessuno argomento per contenere l'uomo da mal fare--il meglio che avanzi è spaventarlo con gli effetti stessi del male, frenarlo insomma col terrore, dacchè con l'amore non possiamo: se conosceranno, dico, sì fatte verità, non dubito la morale del libro non sia per comparire oltre quella che io aveva meditato instillarvi.

Quale è il merito dell'opera?--Secondo il lettore.

Costume degli antichi e dei moderni scrittori fu preporre alle proprie opere una prefazione dottamente noiosa, nella quale protestano tenere per gradite quelle critiche che saranno ragionate: accidioso per indole, e per sistema, io do licenza a chiunque scrivere e parlarne delle stolte. Ma se il cieco maligno, che scongiura morta la luce perchè i suoi occhi non ne bevono il raggio,--ma se il giornalista, che dietro la trinciera di una lettera dell'alfabeto attende a scoccare le frecce del vituperio dalla corda di pelo di volpe, pensassero al mio spirito contristato dal bisogno di andare limosinando i volumi dai quali ricavare con istudio incredibile le notizie per ordire le storie, se al nuovo stile, se al nuovo soggetto, al paese nel quale mi sbalestrò la fortuna,--nè aggiungo parola per carità di patria,--il biasimo non oserebbe nemmeno sussurrare nel segreto delle menti, e ammirerebbero la costanza.... pure l'ho detto,--io concedo a cui piace, favellare stolto a suo senno.

Intanto, lettore, addio:--meditando su questa parola mi sembra non solo che suoni lamentevole per le sensazioni che suscita, ma ed anche per un mesto accozzo delle lettere:-addio;--se lo sconforto che sento nel dartelo, tu lo sentissi per metà nel riceverlo,--oh! il premio avrebbe sorpassato la speranza.

FINE.

INDICE.

Avvertimento dell'Editore Al benevolo Lettore CAPITOLO I. Furore -- II. Amore -- III. Il primo bacio -- IV. Offesa -- V. Inganno -- VI. Lega Lombarda -- VII. La Casa di Svevia -- VIII. Manfredi -- IX. Il prigioniero -- X. Il propagginato -- XI. Il pellegrino -- XII. Messinella -- XIII. Il cuore morso -- XIV. La testa del giudice iniquo -- XV. La fine del traditore -- XVI. Il Cavaliere _del fulmine_ -- XVII. Il rimorso -- XVIII. La estrema unzione -- XIX. Lo indemoniato -- XX. La congiura -- XXI. La spia -- XXII. Disperazione -- XXIII. La sorpresa -- XXIV. La prova di Dio -- XXV. La fuga -- XXVI. Il Saracino -- XXVII. La notte dolorosa -- XXVIII. La battaglia di Benevento -- XXIX. La vendetta