La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 52

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«Non mossi membro, non ho mutato fianco, Re;» di una voce soffocata risponde il confessore.

«Non hai sentito drizzarti i capelli su la fronte?»

«Prosegui ad accusare i tuoi maggiori delitti....»

«Maggiori! Non ti fa fremere, Frate, il parricidio?»

«Il mondo non ha reato che valga a illanguidire un momento, o ad accelerare i moti del mio polso... confessa... confessa.»

«Te non nudrirono dunque i precetti del Vangelo? Non accusa a Frate le sue colpe Manfredi?»

«Anima innocente venni tra gli uomini, si compiacque la madre del gentile portato, incessanti suonarono le grazie di mio padre pel virtuoso figliuolo; amai nell'aurora avventurosa dei miei giorni ogni oggetto creato, il buono perchè buono, il malvagio perchè poteva diventare buono; mi avvelenava un codardo la vita, sul cammino della perdizione mi spingeva,--io l'ho percorso:--la tua confessione non poteva ascoltarla, che un demonio, e tu, Re, mi rendesti demonio....»

«Le tue parole.... il furore....»

«Rendimi la mia innocenza.... la mia innocenza.... io sono il Caserta: contempla la mia sembianza disfatta dal dolore: tue sono le mie colpe.... in me saranno punite, ma la giustizia le aggiungerà ancora ai tuoi supplizii.»

«Toglimiti dinanzi.»

«Dinanzi! perchè? Non sono venuto, quasi invitato a banchetto nuziale, alla tua morte?»

«Ed io muoio....»

«E non corrono ormai venti e più anni, che ho tolto i tuoi ultimi aneliti per cagione del mio vivere?»

«Vattene, ti scongiuro.»

«Per cui vuoi tu scongiurarmi? per Dio forse? L'ho rinnegato per te. Pel mio onore forse? Tu me lo hai rapito. Per l'amore di mia donna? Tu me l'hai contaminata. Pe' miei figli? Per te fui padre di prole non mia. Cessa adunque, o Re, dallo scongiuro.»

«Fuggono le potenze dell'Inferno al segno della croce; non cesserà l'uomo di tormentare alla preghiera dell'agonizzante?»

«No:--concedi anzi, mio Re, ch'io mi sieda a godere la convulsione della tua agonia.»

«Ma vattene, feroce! lasciami morire in pace.»

«No.--Tu hai empiuto una coppa di disperazione; or non contendermi, Re, che il mio spirito esulti di apprestartela ai labbri.»

«La tua coscienza....»

«La mia coscienza! Non te l'ho io detto che spaventerebbe Satana stesso? non ti ho io detto ch'ella è opera tua?»

«Traditore!...»

«Taci, vituperato. Non sei tu quegli che fingendo amicizia mi rapisti l'amore di colei ch'io amava di rabbioso delirio? Tu fosti il traditore, quando ebbro di potenza aggravasti il mio capo d'infamia: guardati, abbietta creatura, di mandare un sospiro; o se nel furore che ti agita senti il bisogno di maledire,--maledici te stesso;--io sono giunto a prostrarti, ed io ti calpesto.»

«Se la voce del Re, quantunque s'inalzi dalla polvere, altro giudice degnasse tranne l'Eterno, ti direbbe, che prima che per te fosse strascinata la Spina avanti l'altare, me amava, me suo sposo all'intemerato seno stringeva....»

«Ti amava.... e fu punita....»

«Non periva nello incendio del castello?»

«Io la trafissi....»

«Ah! Dio ti perdoni....»

«E versai la mia colpa su la tua testa.»

«Ella non mi accuserà.... anima per anima.... quello che può difendersi sarà difeso.... per l'altro fammi misericordia, o Signore....»

«È tardi;--mal soddisfi alla colpa sul limitare della morte: non rammenti quello che sta scritto nella legge?»

«Rammento che orribili furono li peccati miei, ma la infinita bontà ha sì gran braccia che ripara chiunque le domanda perdono....»

«Sta scritto:--io ti ho steso la mano, e tu non mi hai badato; ti ho chiamato, e tu non mi hai risposto; tenesti a vile il mio consiglio, le mie rampogne sprezzasti; adesso rido su la tua morte, ed esulto se quello che temevi ti ha colto.»¹

¹ Vocavi, et renuistis; extendi manum meam, et non fuit qui aspiceret; despexistis omne consilium meum, increpationes meas neglexistis; ego quoque in interitu vestro ridebo, et subsannabo; quando id quod timebatis advenerit. (Prov.)

«Ma egli è pur scritto:--della pietà del Signore è piena la terra, e l'Onnipotente salverà la creatura con la misericordia, non già con la giustizia.» ¹

¹ Misericordia Domini plena est terra. (Psal) Non ex operibus justitiæ quæ fecimus nos, sed secundum suam misericordiam salvos nos fecit. (Act. Apost.)

«La misura dell'ira è colma,--sei condannato,--io ti dico che speri invano.»

«Tu speri invano, se credi disperarmi in questi estremi momenti, che una pietà profonda mi allegra con la speranza.... Intendi, uomo, il susurro dei tuoi vermi? Essi ti diranno che mentre pensi di tormentare, tu stesso ti senti qui tormentato....»

«Certo, io sono quegli che adesso vedo scoperchiarsi i sepolcri, e sorgerne le anime del padre, dei fratelli, dei figli, da me uccisi, per circondare il mio letto di morte; io che intendo lo scherno, io le risa con le quali accompagnano il mio transito.... per te scendono gli Angioli del Paradiso, e ti apportano la pace; per te si parte dal trono dell'Onnipotente un raggio di gloria, sul quale ascenderà alle gioie celesti l'anima beata... Dimmi, perduto, che opporrai nel giorno del giudizio alla strage di tuo padre?»

«Il mio pentimento...»

«A quella di Corrado?»

«Il mio pentimento...»

«A quella di tuo figlio...»

«Qual figlio?»

A breve distanza s'intende una voce lamentosa che mormora: «Yole!»--Balza in piedi il Caserta, osserva un moribondo, lo prende sotto le ascelle, e senza rispetto alla sacra ora in che l'uomo chiamato ad altri sensi combatte anche per poco la forza della estinzione, lo strascina contro Manfredi; giuntogli davanti, glielo getta nel grembo, urlando ferocemente: «Eccoti il figlio... oh! la mia vendetta è piena.»--Poi torna a sedere, e volge la luce della lanterna sopra que' volti per contemplarne la espressione.

Manfredi riconosce il morente, gli cinge le braccia intorno ai fianchi, e sorreggendolo dolora: «O Rogiero! o figliuol mio! già il cuore me lo diceva... qual ti riveggo, Rogiero!»

Apre a fatica le gravi pupille lo infelice giovane, e domanda: «Or dove mi hanno tratto?»

«Tra le braccia di un Re... tra le braccia di un padre!» risponde il Caserta.

«Padre!--Re!--Chi padre? Tu forse, Manfredi?»

«Ahi sventura! al figlio del peccato, abbracciamento di sangue!...»

«Tenebra di dolore angustiava i miei anni... vissi la vita del pianto... delitti, ambasce, rimorso... oh! tutto è ricompensato dalla soavità dell'amplesso... io benedico la vita...»

«Godi nelle braccia del padre che tradisti... godi del padre parricida!»

«Da cui muove questa voce, padre? ella m'inasprisce le piaghe...»

«È voce di schiavo che insulta alla morte del signore...»

«È del Caserta; la riconosci, Rogiero?»

«Ti riconosco per empio... ma bada, breve gioia è quella che deriva dall'altrui pianto... fiero destino ti aspetta, Rinaldo... Accenni del capo, e mi deridi? Nello abisso della miseria ove ci getta la tua perfidia io contemplo il tuo fine, e parmi sedere sopra un trono di gloria... Ahimè! fuggono le parole alle labbra... padre, è salva Yole?»

«Salva»

«Menti, è prigione.»

«Egli ha detto prigione... A chi affidasti la diletta?»

«Non lo rimembri? Al Procida.»

«Allora morditi la lingua... serpente, ella è salva; Padre, ti lascio...»

«Oh figliuol mio!»

«Perchè piangete voi? Io vedo la morte con quella stessa gioia con la quale io ti vidi, o mio tradito genitore... sono i miei casi un fremito... terminarli è pietà... Acqua battesimale mi fu il sangue della madre... olio santo mi è il sangue del padre... anima più deplorabile è mai vissuta nel mondo?»

«Oh figliuol mio!»

«Stringimi forte... porgimi la mano, o padre,... corro al premio della sventura.»

Si reca la mano paterna alla bocca, e la bacia; poi si sforza d'imporsela sul capo: sviene a mezzo dell'atto; ricade la destra di Manfredi,--la vita di Rogiero è già spenta.

Chi vorrebbe biasimarmi, se, come Timante velava la faccia di Agamennone, io passo senza descriver le le sensazioni che abitarono Manfredi? Chi lo potrebbe? Chi lo tenta nemmeno? Taccio del quarto d'ora che corse tra la morte di Rogiero, e queste parole che il Re profferiva: «Nè così tranquilla sarà la nostra agonia, pure l'affretto col desio... e sento che giunge. Rinaldo, presto a comparire al tribunale dell'Eterno io non voglio lasciare oggetto di odio sopra la terra... bisognevole dell'altrui perdono, io ti concedo il mio... se tu mi abbi offeso lo vedi... e tu perdona... valgaci il mutuo amore... prendi, prima che sia irrigidita, la mia mano...»

«Non toccarmi;--io sono venuto a vederti morire, non a perdonarti.»

«E bene, io muoio... e ti perdono...»

«Io vivo, e ti detesto.»

Allora Manfredi cadde riverso, nè andò molto che prese a singhiozzare forte, e ad esclamare tra i singulti: «Non favellarmi mite... oh! non mi ti mostrare placido... dimmi parricida... straziami con la rampogna degli occhi, padre mio. Che fai? perchè mi asciughi la fronte, Corrado? il lino è diventato vermiglio... vi stava sopra del sangue rappreso... è tuo... Oh! egli mi bacia dove stava il suo sangue... benedetto dal Signore... il regno dei cieli... piangerò milioni di secoli... così dolce chiama il sepolcro? lo spirito mio... la gioia della luce... mi raccomando.»

Il Conte di Caserta intento, chino sul volto di Manfredi, per notare i sospiri, l'agitarsi dei muscoli, le più leggiere contorsioni dei labbri,--allorchè lo vide spirato, si levò impetuoso, e gittata la lanterna si dette a correre a precipizio pel campo di battaglia: spesso su qualche cadavere stramazzava, spesso inciampando nelle armi sparse si feriva; pareva non sentisse più nulla; strette le mascelle, le pugna tese, digrignava tra i denti atroci bestemmie, di tratto in tratto si pestava su per la bocca, e per le guance, ed ululava: «Egli è morto,--e non si è disperato.»

Qui ha fine la Cronaca nostra; se non che correndo tra i Novellieri la usanza di accompagnare i propri eroi all'altare, o al sepolcro, egli è mestieri che non potendo io avviarli al primo, gli segua al secondo. E primamente favellando di Carlo d'Angiò Conte di Provenza, trovo nelle Storie, come dopo la giornata di Benevento senz'altro contrasto il Regno di qua dal Faro occupasse, nè con minore fortuna l'isola di Sicilia vincesse: in qual modo ei reggeva, perchè la sua potenza nell'universa Italia a declinare cominciava, come finiva, già non racconterò io, che forse potrebbe prestare soggetto a cui volesse continuare la storia fino alla celebre rivoluzione dei _Vespri Siciliani_; solo volgarizzando con la fedeltà che posso maggiore uno squarcio di Niccolò Jamsilla cronista vivente in quei tempi, mostrerò ai lettori quanto stoltamente si affidassero i Baroni del Regno nella fede francese: soffrirono insolite gravezze, sotto lo incomportabile peso della tirannide straniera curvarono, ebbero lo scherno per giunta; osservino gl'Italiani lo esempio, e facciano senno, se possono. «O Re Manfredi!» esclama lo Jamsilla «in fondo di tutta speranza, adesso quale tu fosti conosciamo, e dolorosi deploriamo. Te, lusingati dalla speranza del presente dominio, lupo rapace tra i quieti agnelli reputammo; e mentre larghezza di premii in guiderdone della slealtà nostra ansiosi attendevamo, te, troppo tardi, mansueto agnello conoscemmo. Ora che con l'asprezza del nuovo impero lo paragoniamo, la soavità del tuo ci è manifesta. Sovente menavamo querele perchè i nostri piivilegii in parte di potenza della tua Maestà si convertissero; adesso i beni in prima, poi le persone, siamo costretti ad offrire in preda del rigido straniero.»

Di Manfredi io non voglio esporre il miserabile fine con parole diverse da quelle che adopera il Cronista Villani, di tanto più veritiere, in quanto che essendo egli di parte guelfa ripone ogni suo studio in abbellire le generose opere di Carlo, e in onestare le triste: «Più di tre dì si cercò il corpo di Manfredi, nè si trovava; e non si sapea se fosse morto, o preso, o scampato, perchè non aveva portato armi reali in battaglia. Alla fine uno ribaldo di sua gente lo conobbe per più insegne di sua persona nel mezzo del campo, ove fu l'aspra battaglia. Trovatolo il detto ribaldo, il pose a traverso di un suo asino, e venía gridando: _chi accatta Manfredi?_ Allora uno Barone del Re Carlo lo batteo forte di un bastone, e il corpo di Manfredi portò innanzi al Re, il quale, veggendolo, chiamati tutti i Baroni ch'erano presi, e domandatigli ciascuno, s'era il corpo del Re Manfredi, tutti temorosamente dissono di sì. Ma quando venne il Conte Giordano Lancia sì si diè delle mani nel volto piangendo, e gridando: _Oimè! signor mio, che è quel ch'io veggio! signor buono, signor savio, chi ti ha così crudelmente tolto di vita! Vaso di filosofia, ornamento della milizia, gloria dei Regi, perchè mi è negato un coltello ch'io mi potessi uccidere per accompagnarti nella morte?_¹ Onde fu molto commendato dai Baroni franceschi.» (E Carlo pure assai lo commendava, ma non si rattenne per questo dal farlo vilmente morire nelle carceri di Provenza.) «Fu lo Re Carlo per alquanti Baroni pregato che gli facesse fare onore alla sepoltura. Rispose lo Re: _le fairois-je volontiers, si lui ne fùt excommunié_. Ma perchè era scomunicato, non volle lo Re Carlo che fosse recato in luogo sacro; ma a piè del ponte di Benevento fu seppellito, e sopra la sua fossa per ciascuno dell'oste fu gittata una pietra, onde vi si fece uno grande monte di sassi.» Fin qui il Villani. Cantando la dolente vicenda, il divino Alighieri aggiunge averlo l'Arcivescovo di Cosenza Bartolommeo Pignattelli, per comandamento di Papa Clemente, fatto estrarre di sotto quel tumulo, e gittare allo scoperto fuori del Regno su le rive del fiume Verde, oggidì conosciuto col nome di Marino, il quale scorre presso Ascoli!...

¹ Le parole contrassegnate sono dello Jamsilla, volte in italiano dal Giannone.

«Se il Pastor di Cosenza, che alla caccia »di me fu messo per Clemente, allora »Avesse in Dio ben letta questa faccia, »L'ossa del corpo mio sarieno ancora »In co' del ponte presso a Benevento, »Sotto la guardia della grave mora. »Or le bagna la pioggia e move il vento »Di fuor dal Regno, quasi lungo il Verde, »Ove le trasmutò a lume spento.»

Ghino di Tacco, quantunque ferito a morte, fu trasportato dai suoi fedeli in luogo sicuro, i quali tanto s'ingegnarono, ch'ebbero due medici riputatissimi, e nelle mani loro l'affidarono, perchè ogni accorgimento dell'arte adoperassero per sanarlo. Visitatolo da capo a piedi, l'uno avvisò che avesse piagato il polmone, l'altro lo contese, ragionarono una intera notte senza ragione: alla mattina, non vedendosi persuasi, misero mano alle daghe per convincersi meglio: poco mancò che per sanare un ferito due non si uccidessero. S'interponevano i masnadieri infastiditi dal disonesto oltraggiarsi, ed ordinarono con severo cipiglio che tacessero, e badassero a guarirlo, o mal per loro. Allora muti, chi prese a forargli le vene, chi a dargli bevande da invigorirlo; questi voleva non si cibasse, quegli si cibasse, e bevesse; come Dio volle, la buona natura di Ghino vinse ogni ostacolo, e guarì. Disse la gente cotesta guarigione un miracolo, ed in fatti fino allora non si aveva memoria di sopravvissuto alla scienza di due medici. Ritornato nel processo dei tempi al castello di Radicofani, continuava, detestandolo, il mestiere di rubare le strade, quando sul finire del secolo avendo preso l'Abbate di Clugnì che se ne andava ai bagni di Siena, così lo seppe innamorare delle sue virtù, che il buon Prelato lo pacificava con la Chiesa, e Papa Bonifazio VIII, _sì come colui che di grande animo fu, e vago dei valenti uomini_, lo chiamava a Corte, gli donava una prioria dello spedale, e lo fe' Cavaliere; la quale storia potrà chiunque ne abbia vaghezza conoscere, leggendola nell'ultima Giornata del _Decamerone_.

Per quanta diligenza poi io vi abbia posta, non sono mai giunto a capo di soddisfare la mia curiosità intorno l'Amira Jussuff: egli è possibile che sia morto in battaglia; possibile ancora che abbia avuto il destro di riparare nell'Affrica; non pertanto io non accerto dell'uno nè dell'altro, e lascio alla coscienza del lettore di credere qual più gli torna dei due.

Suonò lunghissimo tempo pel Regno spaventosa la fama della morte di Rinaldo d'Aquino; l'età l'assorbiva nella dimenticanza; adesso, come vuole fortuna, viene per me richiamata alla memoria degli uomini. Invitato a Corte dal Conte di Provenza, ricusava; e Carlo, a cui non parve vero godere del benefizio senza pagare mercede, lasciò volentieri che si ritirasse a vivere separato dal mondo. Rinaldo nella solitudine del suo castello meditando incessante i commessi delitti, e la vendetta, travagliato dall'aspide del rimorso, non parendogli che dalla morte avvenuta di Manfredi gliene derivasse quel conforto che ne sperava prima che avvenisse, vegliando le notti errante per le sale del vuoto palazzo, sussurrante nella febbre del dolore orribili imprecazioni, timoroso della luce del sole, come dell'aspetto di un nemico, aborrente ogni umana sembianza, osava un giorno gettare uno sguardo dentro l'anima sua, e maravigliava come la sopportasse più oltre albergatrice del corpo;--statuì morire. Scese verso sera nel cortile; e ragunata la famiglia, con molti presenti l'accomiatava, protestando volersi rendere a vita diversa; intese la famiglia avesse fatto proponimento di entrare in qualche chiostro, e molto lo commendava: egli era stato per lei signore cortese, gli si prostrò davanti, e pianse menando doloroso rammarichío; forse in quel punto la toccò la perdita del guadagno,--forse era pietà sincera;--basta,--quel che fu vero fu il pianto; voleva la benedicesse, con iterata istanza lo supplicava pregasse per lei. Rinaldo l'ascoltava come uomo smemorato; rinvenne all'improvviso, e riassumendo la baronale fierezza ordinava, si levasse, e partisse.--Tacito tacito andava ognuno alla sua cameretta a meditarvi disegni, onde provvedere agli anni che gli rimanevano a vivere. Alla dimane uno scudiero, al quale il nuovo comando non aveva potuto fare obbliare le antiche costumanze, non vedendo comparire il Conte all'ora consueta, andò pianamente alla sua camera, e porse l'orecchio in ascolto;--non intendeva nulla:--appressò l'occhio al foro del serrame: e mirava il suo signore appeso per la gola; leva un altissimo grido il servo fedele, e raddoppiate le forze per la intensità dello affanno, spinge l'usciale per modo, che scassinato lo getta in mezzo della stanza. Il Conte Rinaldo aveva sovrapposto uno sgabello al letto, dipoi appiccato il capestro al trave, adattatoselo intorno al collo, e dato di un calcio allo sgabello era rimasto sospeso. Stava sul capezzale uno scrignetto aperto,--il teschio di Madonna Spina era il tesoro che conteneva.--Ben egli mostrava livido il sembiante, gli occhi sporgenti dal ciglio, la bocca torta; tuttavia non sembrava anche defunto. Il servo, cavato il coltello, con gran lamento correva verso Rinaldo per tagliare il laccio: il mastino del Caserta cacciato sotto del letto, avvisando che il servo volesse fare qualche mal tratto al padrone, gli si avventa rabbioso, e l'afferra alla strozza; schermivasi il servo come meglio poteva, e a gran voce chiamava aiuto; tanto chiamò, che alla fine fu inteso da alquanti dei suoi compagni: accorsero, legarono il cane; e tolto il laccio al Caserta, lo deposero sul letto.--Deplorabile caso! la lingua nera gli si insinuava tra i denti che la mordevano; gli gocciava giù dalle narici e dalla bocca una bava sanguinolenta; le dita livide, e contratte, il collo lacerato, il corpo rigido:--lo scinsero: taluno gli accostò ai labbri la lama del pugnale per tentare se l'appannasse col fiato, tal altro empiendo una coppa gliela sovrammise al ventre, affermando, secondo l'errore del tempo, che se il polmone respirasse, l'avrebbe agitata. Tornati vani cotesti esperimenti, cominciarono a vellicarlo nelle parti più delicate del corpo, poi a inciderlo, a scottarlo,--e' fu l'opera gittata;--forse se il servo avesse súbito reciso il capestro, è da credersi che lo avrebbe salvato; il tempo che lo rattenne il mastino conchiuse per certo la vita allo infelice Caserta. Se caso fu quello che punì Rinaldo del tradimento commesso contro Manfredi con la fedeltà del suo cane, bisogna dire che il caso talora è più sapiente della giustizia: se poi destino dei cieli, che stranamente bizzarra era la pena.--Angiolo di Costanzo nella Storia del Regno, desiderando purgare la fama del Conte Rinaldo, racconta, ch'essendo stato avvisato da certo suo fante come il Re si fosse giaciuto con la Contessa, _volendo procedere da Cavaliere, e seconda i termini dell'onore_, mandasse segretamente, senza palesare il suo nome, a Roma, dove sapeva che appresso Re Carlo era il fiore dei Cavalieri di quel secolo, un suo famigliare, il quale propose avanti il collegio di quei Cavalieri, se fosse lecito al vassallo in tal caso insorgere contro il suo Re, e mancargli di fede: il che, come penseranno i lettori, fu deciso _dai cavalieri, e letterati che venivano presso Re Carlo_, non solo potersi, anzi doversi fare. Io per me nato popolano non conosco come il Cavaliere proceda, nè in che faccia consistere i termini dell'onore, ma penso che tradimento sia pur sempre tradimento; nefanda cosa mancare di fede a colui al quale si aveva in prima giurata: se male fece Manfredi, peggio aver fatto il Caserta; la scelleranza altrui non diminuire la propria, non compensarsi le infamie; che se ad ogni modo voleva vendicarsi Rinaldo, si vendicasse contro l'offensore però, non contro i popoli, nè col chiamare lo straniero ad opprimere la patria;--devono il pugnale, e il veleno, meno biasimevoli reputarsi di questa turpe vendetta.