La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 51
Respinto su tutti i punti, lo esercito di Carlo aveva lasciato soli i cavalieri della Regina, i quali, disposti di morire anzi che indietreggiare, ordinatisi in isquadrone serrato contrastavano a tutto lo esercito di Manfredi. Giordano Lancia considerando come non fosse bene che tutte le forze del suo signore trattenesse quel pugno di gente, il quale nei suoi stessi conati si disfaceva, temendo che i respinti si rannodassero, e tornassero ad ingaggiare l'assalto, chiamati tosto Ghino e d'Angalone, comandava che di là si spiccassero, e senza riposo inseguissero i Francesi; rimarrebbe egli a prostrare cotesto avanzo dell'esercito di Carlo. Obbedivano al cenno; dietro la traccia dei fuggitivi si cacciavano a briglia sciolta; resistenti o cedenti ammazzavano; i quartieri non concedevano; era spenta ogni misericordia; funestava lo sperpero lagrimoso gli sguardi di molti tra gli stessi vincitori.
«Sire Dio! non ne sostengo la vista;» grida Carlo, che dal sommo della collina chiamata la Pietra del Roseto contemplava la strage; «l'asta, scudieri... il mio cavallo... qui, presto, alla riscossa!»
«Bel cugino,» ritenendolo esclama guido da Monforte «sta saldo per San Martino, lascia ch'ei vinca anche un quarto d'ora, e poi la vittoria è nostra...»
«Io non sopporto...»
«Io ti giuro per l'anima di mio padre che ti faccio arrestare... costanza!»
I Tedeschi, a mal grado che il d'Angalone contrastasse, tratti dall'ingordigia della preda, rotti gli ordini, presero, come sicuri della vittoria, a sbandarsi qua e là per fare sacco; erravano i cavalli in balia di sè stessi; i cavalieri smontati si davano a frugare per le tasche dei morti e dei moribondi; a rapire di su le armature gli ornati che stimavano preziosi, adoperando le spade a guisa di leva; taluno, imprimendo la rapace mano sopra i cadaveri per isvellerne panno o corame che accomodasse ai suoi bisogni, così rabbiosamente trasse, che panno, corame, e pelle strappava a un punto; molti anche, non potendo cavare le anella dalle dita dei morti, tagliarono le dita, e non aborrirono riporsele in seno,--tanto si palesa schifosa l'umana cupidigia!--In questa, Ghino e d'Angalone si affaccendavano, e a calciate di lancia battendo il dorso ai ribaldi: «A cavallo, ghiottoni!» esclamavano, «a cavallo!»--I battuti, intenti al guadagno, o non sentivano le percosse, o correndo più innanzi scrollavano un po' le spalle, e tornavano a far peggio. «Adesso scendiamo, cugino,» disse il Monforte; e Carlo montando a cavallo: «seguitemi, Baroni;» favellava ai suoi «voi vedrete il mio cimiero dov'è più gloria a conseguire; voi, Guido Guerra, rammentate ai vostri, che vincendo a Benevento ricuperano la desiata patria.»--E si slanciò alla pianura.
Un corriero spedito dal Conte Lancia si presenta a Manfredi, e gli dice: «Messere lo Re, abbiamo vinto.»
Il Re, levando gli occhi al firmamento per un pensiero che spontaneo gli si suscitò in mente di ringraziare il Signore, vede la schiera di riscossa francese che stendendosi sul pendío della collina del Roseto dechinava al piano, e ordina al corriero: «Va, va, torna a Giordano, e digli che si guardi, perchè non abbiamo anche vinto.»
Poi si fissò attento a considerare la masnada dei Guelfi, e parendogli, com'era, troppo bella, domandava, che gente fosse: gli rispondevano:--i fuorusciti di Firenze.--«Or dove» è fama che soggiungesse «abbiamo l'aiuto di parte ghibellina, che noi con tante fatiche e tanto tesoro favorimmo in Italia?»--E più sempre innamorandosi nella vista della masnada, che avanzava con ammirabile compostezza: «Veramente quella gente non può oggi perdere!» volendo significare, che qualora avesse egli vinto l'avrebbe tolta al suo soldo, e messa in istato.
«A cavallo vituperati! a cavallo! ecco il nemico!»--gridarono Ghino e Giordano; ma i Provenzali galoppando di tutta carriera già soprastavano: i Tedeschi e gl'Italiani, lasciando, quantunque a malincuore, la preda, assorsero per combatterli; i cavalli pascendo si erano allontanati, e nell'improvviso scompiglio molti li perderono, però che aombrando fuggirono; nessuno ebbe il suo. Non anche avevano formato gli squadroni, che i Francesi vi dettero dentro di furiosissimo impeto, e gli respinsero forse quaranta passi; allora i Tedeschi ristettero; lo spazio che li divideva appariva ingombro di cadaveri: i Francesi vacillavano aborrendo di calpestare i corpi dei fratelli. Carlo avvisando che da quella incertezza potevano i nemici prendere tempo a rannodarsi, e forse nascere la perdita della impresa, esclama: «Su, cavalieri, non badate a calpestarli, sì bene a vendicarli: quei vostri morti sono lieti di offrirci sui loro petti la via alla vittoria; _Mongioia! Mongioia!_»--E fu il primo a passare.
«Fate testa, avanti!--fuggirete chi avete in prima fugato?--Manfredi vi guarda,--vincere o morire,--_Svevia! Svevia!_» avevano un bel gridare Ghino e Giordano; i soldati andavano a ritroso, la paura si era cacciata tra loro. Il Monforte imperversava più fiero degli altri: montato sopra un forte cavallo normanno, menando a destra e a sinistra la mazza d'arme, faceva aspro governo della gente di Manfredi; l'osservò Ghino, e lo conobbe dallo scudo, che dopo il torneamento di Roma deposta l'insegna della Italia rovesciata riassumeva quella di sua famiglia, che mostra tre sedie rosse all'antica in campo di argento.--Non dette l'animo al buon Toscano di contemplare lo strazio, toglieva la lancia ad uno dei suoi, e correndogli addosso gridava: «Guardati, che sei morto.»
Il Manforte schivò il colpo, e quando Ghino fu trascorso gli trasse dietro la mazza d'arme, ma non lo colse. Ecco che Ghino, riabbassata l'asta, sprona di nuovo contro Monforte; questi con fermo volto, e col cuore tremante, attendeva a ripararsi, allorchè un suo scudiere si precipita alle spalle di Ghino, e lancia una zagaglia, che passando là dove la panciera si unisce all'usbergo penetra sotto l'ultima costa spuria, e ferito a morte lo stramazza per terra.
«Da vero, Raul,» parlò sorridendo Monforte al suo scudiero «il Cavaliere che hai ucciso era prode uomo, nè meritava morire a tradimento; nondimeno ben per te, chè uomo spento non fa guerra, e odore di nemico morto manda odore di rosa.»--Ciò detto, gli spinse sopra il cavallo, che meno tristo del suo signore sdegnò calpestarlo.--Stolto! e non sapeva che i cieli gli destinavano morte mille volte più miserabile. È da credersi che la Provvidenza la quale fece morire Simone Monforte suo bisavo di un sasso nel capo all'assedio di Tolosa, Almerico suo avo di una saetta nel ventre sotto Tolemaide, e Simone suo padre di onorate ferite sostenendo la libertà degl'Inglesi contro il Re Enrico, contendesse a Guido in pena della sua barbarie la gloria di cadere sul campo, oggimai ereditaria nella sua famiglia; preso nella battaglia navale combattuta tra Siciliani e Napolitani avanti il Golfo di Napoli nel 1287, conchiuse nello squallore del carcere una vita, che aveva illustrata di bei fatti d'arme, e contaminata di feroci misfatti.
Il Conte Giordano d'Angalone mirò quella morte; la mirò, e una tenebra gli si diffuse su l'anima; nondimeno, risoluto di non tornare in sembianza di vinto là d'onde si era dipartito come vincitore, trovandosi presso la masnada dei Guelfi vi si lanciò in mezzo, desideroso della bella morte. Trapassando imperversato molti percuote, molti stramazza, tanto che giunge allo stendale che in quella giornata portò Corrado da Montemagno di Pistoia; lo afferra con la manca, con la destra mena la spada; Corrado a sua posta tiene stretto, e si difende: i _Paladini_, che così, come abbiamo avvertito nel Capitolo decimosesto, si chiamarono i dodici Guelfi che condussero a morte _Tacha_ da Modena, circondano il d'Angalone, e lo trafiggono di mortalissime punte; non vi bada il prode uomo, e segue la sua battaglia col bandieraio, il quale, soverchiato da troppo maggior forza, ferito in più parti, lascia cadersi di sella; al punto stesso trabocca il d'Angalone, spirando l'anima sul giglio di Firenze.--Atroci erano gli odii dei faziosi d'Italia in quei tempi, atroci i fatti; combattevano i fratelli contro i fratelli, i figli contro i padri, e però non senza commozione trovo nella mia Cronaca come i Guelfi dessero dopo la battaglia onorata sepoltura al d'Angalone deponendolo nella fossa stessa con Corrado di Montemagno, e sopra vi piantassero una croce, che nel braccio diritto presentava il nome di Giordano, nel traverso quello di Corrado, e pregava il passeggiero a recitare una requiem all'anime di due forti morti sul campo.
Spenti i capitani, non fu più modo alla fuga, non si scôrse più altro che un correre alla dirotta per la campagna, non s'intese che un gridare: «salva chi può.» In questa maniera rovinando pervennero dove Giordano Lancia, vinti i cavalieri della Regina, riordinava i soldati per condurli in sussidio dei suoi. «Ecco i nemici!» bianchi di paura gli gridavano i primi arrivati.--«Quali nemici?»--«I Guelfi, i Francesi, una schiera di demoni scatenati.»--«Vengano, col nome di Dio; siamo qui per combatterli.»
Urtano i sorvegnenti Francesi le schiere del Lancia con inestimabile valore, e sono con pari prodezza ributtati; rinserrano le file, tornano alla carica, e di nuovo indietreggiano respinti; fu il terzo rincalzo il meglio sanguinoso, nè quantunque laceri, peranche si sbigottivano;--tentarono il quarto;--infiniti i colpi percossi e ripercossi, infinite le piaghe, infinite le morti; ma il Lancia: «fermi!» gridava ai suoi, e i suoi confortati dall'esempio non piegavano un'oncia: combatteva Rogiero nella prima fila; stava la bandiera di Manfredi nella sua mano salda quanto su la cima di un torrione; intorno di lei si affollavano con impeto rabbioso i più prodi, e quando egli l'agitava al vento, sorgeva un grido di gioia, e il coraggio dei combattenti si raddoppiava.--Allora che assaltiamo, non vincere significa perdere, e Carlo oggimai conosceva, per quella ostinata resistenza, disperata l'impresa; l'animo contristandosi però non si smarriva, anzi più acre per la sventura meditava lo scampo. Sovente osservammo, l'uomo sfortunato diventare maligno, e commettere nel disastro tal fatto, cui egli non avrebbe pensato nel tempo felice. Questo appunto avveniva nel caso presente: ricorse alla frode il figlio di Francia, e rompendo ogni patto dal diritto delle genti costituito in quella età, inteso solo ad apportare il maggior male possibile al nemico, ordinò che prendessero a ferire i cavalli: fu cotesto comando contro la fede che scambievole si davano i due popoli guerreggianti su la forma del combattere; ma la vittoria assolve ogni peccato commesso per acquistarla, e se Grozio sentenziò,--doversi serbar fede ai nemici, e recare loro il minore male possibile,--crediamo che lo dicesse di luglio, nè lo avrebbe confermato di gennaio.
Propagavasi il cenno di Carlo per tutte le file, da ogni parte sorgeva il grido: «_Agli stocchi! agli stocchi! e ferire i cavalli_.»--Ponevasi immediatamente in esecuzione; la prima fronte del Lancia innanzi che avvisasse a difendersi si trovò scavalcata; il Lancia medesimo ebbe morto sotto il cavallo; gli abbattuti si ripiegarono in disordine su le schiere che stavano a tergo; si aprirono queste per preservarli;--gli accoglievano;--solo infelici, che siccome raccolsero i compagni non poterono ributtare gli avversarii;--entrarono alla rinfusa; la francese gagliardia, fatta maggiore per la speranza della vittoria, menava le mani a precipizio; non mancarono in quell'estremo frangente a sè stessi i soldati del Re, pari era il valore, disuguale la condizione. Nessuno stimi più sanguinosa battaglia, o con maggiore prodezza, essersi mai combattuta negli antichi o nei moderni tempi; lunga stagione la pianura di Santa Maria della Grandetta esalò vapori pestiferi a cagione del lezzo che intensissimo mandavano i corpi insepolti; per oltre cinquanta anni le bianche ossa sparse alla campagna attestarono con quanta rabbia vi si straziassero migliaia di vittime, ed anche adesso avviene sovente all'agricoltore tracciando il solco di sentirsi a mezzo trattenere l'aratro; si abbassa, e trova frammenti di scheletri attraversatisi al vomere, gli afferra imprecando, e gli sbalestra nel campo del vicino.
Senza elmo in testa, co' capelli rappresi di sudore e di sangue, ferito nel volto, tenendo nella manca lo stendardo reale lacero, nella destra la spada dalla punta all'elsa intaccata, si presenta Rogiero a Manfredi, e da lontano gli grida: «Alla riscossa. Messere lo Re, alla riscossa!»
«Ch'è questo? lasciano il campo i codardi? Dove è Messer Ghino?»
«È morto....»
«D'Angalone?»
«Morto....»
«Vendetta di Dio! Baroni, alla riscossa! seguite il vostro Re, egli vi condurrà alla gloria, o alla morte.»--E spinse il cavallo: non intendendo che un fievole rumore, volge la testa;--forse dieci lo accompagnavano; i rimanenti, in numero di mille quattrocento cavalieri, e forse quattromila fanti, non si muovevano.
«Su presto, affrettatevi! alla riscossa! chè l'indugio è rovina!» replica Manfredi. La medesima immobilità per la parte dei suoi. Comincia a chiarirsi il grande inganno; trema il cuore del Re.---«O miei fedeli Baroni,» riavvicinandosi a loro esclama smanioso «muovetevi per la vostra salute, pe' vostri figli.... già non voglio rammentarvi qui i miei beneficii,--pensate all'onor vostro, pensate al vituperio....»
«Noi pensiamo all'anima, noi vogliamo l'assoluzione della scomunica....»
«Che fingete ora voi? Non combatteste meco contro Papa Alessandro? Non fa ancora l'anno, non iscorreste voi, armata mano, la campagna di Roma? Adesso non vi propongo investire la terra altrui, sì bene difendere il Regno....»
«Il Regno è vostro; difendetelo, se sapete.»
«Sì, lo saprò col valor vostro: usi a militare sotto l'Aquila del figlio di Federigo, voi non l'abbandonerete a mezzo della vittoria: il giuramento di fedeltà pronunziato a Monreale, e a Benevento, adempite: deh! fate che per la seconda volta Manfredi vi sia tenuto del trono.»
Gli rispondevano dando fiato alle trombe, e volgendo il tergo alla battaglia:--incredibile tradimento, se le storie del tempo, guelfe e ghibelline, nol riferissero. I Baroni napolitani, nella medesima maniera dei Pollacchi nell'antica costituzione, montavano a cavallo nei pericoli del Regno, e, come essi, formavano la principale, o la più numerosa parte degli eserciti: chi ha letto la storia di Polonia, si maraviglia della somiglianza tra i Pospoliti e le masnade dei Baroni napolitani; medesimo il lusso, medesima la instabilità, le abitudini medesime: solo diversi, in questo, che i Pollacchi difendevano ciò che reputavano libertà, i Napolitani la Monarchia. Manfredi che dubitava della loro fede, li sottoponeva ai suoi proprii comandi, confidando che l'autorevole presenza gli avrebbe frenati; come rispondessero alle sue speranze adesso vedeva;--per brevi istanti contemplò sbigottito l'immensa viltà.--«Stolto!» finalmente proruppe «ed io li pregava!» Poi levò la mano in atto d'imprecare: «No.... immeritevoli delle mie imprecazioni, io li condanno a vivere!... me avventuroso! chè, come il trono, non istanno nelle loro mani la gloria e rinomanza nostre.»--Volgeva il destriero; col grido e con gli sproni lo stimolava alla corsa. In quel momento avvenne un caso stupendo: l'Aquila di argento, che teneva per cimiero, gli cadde su l'arcione.... impallidì all'augurio fatale, dicendo: _Hoc est signum Dei_, però che questo cimiero aveva di mia mano appiccato per modo, che non doveva cadere.»
Raccolse, ciò detto, le sue virtù; e da che gli era impedito di vivere, ruinava nel furore della battaglia per morirvi da Re.
CAPITOLO VENTESIMONONO.
LA VENDETTA.
Un'alma coronata si diparte, E lascia qui del suo gran nome un'ombra. O del mondo vivente, o del non nato Occhi pietosi, nella morte sua Osservate, apprendete D'un gran regno che cade, e d'un che nasce La vicenda solenne.... CLEOPATRA, _tragedia antica_.
Se pietà fu quella che velò in cielo il raggio delle stelle nell'ultima notte di febbraio del 1265, e gli contese di risguardare sul campo scellerato, perchè si affaccia ogni giorno il sole all'oriente per illuminare opere che la notte non ha tenebre abbastanza profonde per tenerle celate? Un aere uliginoso, pesante, copre la valle di Santa Maria della Grandella; al fragore dei ferri cozzantisi, al corruscare delle armi, allo scalpitare dei destrieri, ai gridi di misericordia e di minaccia, è subentrato il silenzio;-- silenzio e tenebra, spaventosi compagni della morte! solo qua e là il singulto di un uomo che passa, un implorare di padre, o di figlio di qualche agonizzante; ma il lamento suona fievole, come il soffio del vento che agita appena la fronda, e va via, nè turba la quiete solenne. Tutto è guerra nel mondo: pure la fiera divora, e si rinselva; noi (non so se più stolti o ribaldi) osiamo vantarci della strage, e la diciamo vittoria, e ne rendiamo grazie all'Altissimo, quasi per averlo compagno dei nostri delitti. Piove la rugiada del cielo ugualmente pietosa su i cadaveri dei Pugliesi e dei Provenzali; ed io per me quando considero la rugiada principiare e conchiudere il giorno, penso che pianga la Natura sopra la sciagurata generazione della polvere.... Oh fosse almeno un giorno esaudito quel pianto!--Tutti hanno abbandonato i caduti sul campo; cerca il vinto coll'ansia del terrore un asilo alla vita, che sottrasse alla spada nemica; il vincitore si affaccenda a bere nelle tazze la dimenticanza del fratello trafitto; dimani gli pregherà riposo, e gli darà sepoltura; intanto--morti co' morti, e' pensa di godere.
Avvolto entro una cappa di panno nero, scende un uomo dal colle della Pietra del Roseto, e volge i passi alla pianura di Santa Maria; lo precede un grosso mastino, che stringendo tra i denti un lampione gli rischiara la via; l'abito lo accenna per un santo Frate, la faccia tiene quasi che affatto nascosta nel capperuccio; tuttavolta dalla parte che mostra tu lo diresti lo spirito maligno che viene a godere del frutto della sua tentazione: con le braccia incrociate sul petto, senza recitare una preghiera, passa tra i morti, li guarda, li calpesta, e va innanzi. Forse da un'ora cercava sul campo di battaglia, allorchè proruppe infastidito: «E sì che me lo avevano giurato morto!» Soprastette alcun tempo, poi riprese a investigare;--colà dove maggiore compariva la strage, tra mezzo un cerchio di cadaveri orrendamente mutilati, premendo del piè la testa di un caduto, intendeva un leggiero lamento.
«Di poca carità! sei tu Cristiano! un Frate del Signore! e calpesti il capo del moribondo?»
«Chi sei? M'inganna la speranza? Dimmi chi sei?»
«Un uomo che muore.»
Il Frate si nascose maggiormente nel cappuccio, prese il lampione dalla bocca del cane, lo accostò alla faccia del giacente, e: «Sei Manfredi!» gridava con gioia bestiale.
«Fui Manfredi, ora sono un uomo che muore; oh! se prima di passare al tribunale di Dio, tu in carità, santo Frate, volessi....»
«Parla, Re della terra, io godo in ascoltarti.»
«Il cielo dunque mi ti ha mandato.... ma non chiamarmi Re; la corona che io assunsi col misfatto, l'Eterno me l'ha tolta con la morte. Vuoi tu udire la mia confessione?»
«È il mio ministero: pure come speri placare la giustizia?...»
«Intesi sovente che il maggiore peccato commesso da Caino fu diffidare della misericordia.... lascia a cui può la cura di perdonarmi, tu porgi l'orecchio.... ti condurrò nell'amarezza dell'anima mia per tutti i miei anni, accuserò al tuo cospetto le mie colpe, e tu mi rimetterai la empietà del peccato.»
Il Frate si pose a sedere sopra la terra, lo segnò della mano, susurrò un'orazione, e gli diceva: «Parla, Re,--io sono parato.»
«Padre mio, Padre mio, io sto per accusarmi di un delitto che il cuore mi scoppia a pensarci.»
«Abbi costanza: così tosto diffidi?»
«No, spero. Dalle mie mani fu versato quel sangue, sul quale adesso sdrucciolando giaccio per sempre; il mio trono grave di una morte nefanda m'è rovinato sul capo, e meco infrange la mia famiglia.... Vedi, e fremi, Frate, ma non fuggirmi in nome di Dio.... vedi in Manfredi l'assassino dell'imperatore Federigo....»
«Tu parricida!...»
«Parricida!»--e per lunga ora nessuno ebbe coraggio di schiudere il labbro.--Ricominciava Manfredi: «Sì, non parlare, tu non diresti parola che la coscienza non me l'abbia mille volte ripetuta: nè presumere che la tua lingua laceri quando mi ha lacerato costei.... Se possono i rimorsi espiare le colpe.... oh! tremendo fu il mio peccato, ma senza pari il rimorso. Correva la notte del 13 decembre, giaceva l'Imperatore ammalato.... io mi sedeva accanto al suo letto.... la clamide e la corona imperiali, posavano sopra una tavola poco discosto da me.... mi assaliva il Demonio; i miei occhi si affissarono su la corona, pensai al potere, pensai alla conquista.... vidi Re vinti, nazioni debellate ai piè del mio trono.... osservai entro i secoli futuri, ed ogni secolo mi svelava il mio nome luminoso di fama.... più mirava i gioielli che l'adornavano, più mi pareva che splendessero.... stesi le mani per afferrarla.... ahi! le rattenni a mezzo l'atto.... quantunque io mi stessi tra Federigo e il diadema, nondimeno la vita dell'Imperatore stava tra me e la corona; mi si intenebrò l'anima, guardai mio padre,--dormiva,--un lieve alitare accennava la vita.... Togliti, o morte, invocai dal profondo, cotesto avanzo di vita!... Presero ad agitarsi le labbra dell'Imperatore, e a mormorare tra il sonno:--Corrado porterà la corona, ma la mia gloria è Manfredi, la mia mente.... il mio braccio....--Povero padre! una voce mi susurrò nelle viscere,--e mi morsi le labbra in pena dello scellerato pensiero, e la contrizione si espresse con due grosse lacrime che mi sgorgarono sul volto.... Alzai la mano per isvegliarlo.... dormiva così tranquillo! e poi faceva di mestieri a un figlio per non commettere il parricidio che il padre lo guardasse? Non proseguiva.--La testa che può meditare la morte di cui l'ha generata è oggimai degna della scure in questa vita, dell'Inferno in quell'altra.--Il raggio del diadema mi lusingava più feroce di prima, mi vi struggeva dinanzi con ineffabile spasimo.... dopo un'ora di meditazione, il parricidio non mi parve tanto spaventevole.... la gloria e il potere mi abbagliavano come due Soli.... il misfatto appariva a guisa di un piccolo nuvolo per un cielo da per tutto sereno.... Dio non vidi, perchè indurato era il mio cuore.... vinceva il Demonio.... solo il sangue del padre su le mie mani rappreso.... l'estremo anelito.... il guardo, oh! il guardo del morente mi tratteneva. In questa intendeva nuovamente ripetere il mio nome: ben quella voce valeva a rompere l'orribile proponimento.... ormai giù nel precipizio della infamia, non volli ascoltare parola che mi rimuovesse.... stesi senza pensarvi la mano, ed ella si posò su la bocca paterna.... impedito nella respirazione, l'aere uscì a guisa di gemito soppresso.... voltai la faccia.... balenò un pensiero traverso il mio cervello, e tornò nell'Inferno.... se l'origliere, sul quale posa la testa dell'Imperatore, gli posasse sopra la testa.... non sangue.... non isguardo.... Balzai dalla sedia.... tremavano le gambe.... tremavano le braccia.... grondava sudore.... tutto il mio corpo era delitto.... m'abbandonava sul letto.... strappo di sotto l'origliere.... e.... e percuotendolo nel volto.... mi inginocchio sopra di quello.... io.... Manfredi.... consumo il parricidio.... e le mie membra si atteggiano in sembianza di colui che scongiura l'Eterno.»
Manfredi vinto dalla fiera memoria si abbandona sì come spasimato; poco ormai gli rimaneva di vita, e pure lo affanno più profondo che avesse sofferto doveva amareggiargli quelle ultime ore: stendeva, appena rinvenuto, brancolando le mani, nè occorrendo nell'oggetto che ricercava proruppe: «Ahi! che s'è fuggito il Frate.... lo ha cacciato il racconto....»