La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 50
«Io vi dico che le probabilità del vincere non sono mai troppe, e cotesta vostra dottrina non giova all'anima nè al corpo, e poi gli Evangeli la condannano.» Così rispondeva il savio Giordano; e comecchè solo a sostenere la sua opinione, sarebbe co' savii argomenti venuto a capo di svolgere Manfredi, allorchè un suono di trombe gli troncò in bocca le parole. Assorse Manfredi impugnando la spada, assorsero i convocati, gridando: «arme! arme!» Lo stesso Giordano, senza che il suo cervello vi contribuisse per nulla, travolto dalla chiamata guerriera, trovò la sua mano su l'elsa, e la voce «arme» su l'estremo contorno del labbro.
«Ed arme sia!» esaltato di nuovo ardore esclama Manfredi; quindi velocissimo comandava: «Conte d'Angalone, Calvagno, prendete con voi le compagnie dei Tedeschi, e formatene una sola schiera più tosto profonda, che larga su la fronte; sia essa l'avantiguardia, assalti la prima, tenti sforzare le file nemiche, e s'inoltri più e più sempre, senza sbandarsi,--dovesse anche riuscire alle spalle di Carlo:--voi, Conte Lancia, Ghino, co' vostri Toscani, e Lombardi, e tu, Jussuff, con tutti i tuoi Saraceni, comporrete la battaglia, seguirete immediatamente l'avantiguardia, non troppo presso però,--a mezzo tratto di freccia,--vi prevarrete della impressione dei Tedeschi, che reputiamo infallibile; cacciatevi dietro di loro, sbandatevi, scendete, se fa di mestieri, da cavallo, e scompigliate le file;--a voi, Rogiero, affidiamo lo stendardo reale;--noi al capo del ponte co' Pugliesi comanderemo alla riscossa;--andate, provvedete: vi raggiungo all'istante; già non vi conforto a mostrarvi valenti, solo preghiamo la fortuna a favorire la _valentia_ vostra.»
«Elena, dolcissima donna mia,» favella Manfredi correndo armato di piastra e maglia verso la Regina, e le strinse con la mano aspra di ferro la sua delicata così fortemente, che per assai tempo vi portò la impronta violetta; «Elena--addio! avanti che il sole tramonti io sarò vittorioso, o morto.»--Poi senza attendere risposta si volse ai figli, e gli abbracciò, e li baciò: «Voi sarete felici, spero; se però la fortuna statuisse altramente, sovvengavi in ogni caso voi esser nepoti d'Imperatore, figli del nobile Manfredi; l'unico insegnamento che un Re vinto può dare ai suoi figli per ben condurre la vita è di saper morire; una, voi lo sapete, è la via per cui si viene alla luce, perchè una la cagione del vivere; innumerabili quelle per le quali si fugge, perchè innumerabili le cagioni del morire; se la natura ci aggravò di travagli, ne concesse anche il modo di deporli: non temete la morte; bugiardo è chi l'afferma terribile; più l'uomo le si avvicina, meno gli apparisce repugnante; al punto di abbracciarla, par bella; serbate, miei figli, i vostri giorni contro la persecuzione, contro la miseria, ma non obliate che il cielo ha fatto un asilo contro la infamia--sotterra...» Piangevano tutti; Manfredi gli sogguardò amoroso, e soggiunse: «In questa guisa dunque voi date animo al vostro Re per la vicina battaglia? Conviene accompagnare col pianto un guerriero al pericolo? In verità vi giuro, che avanti che sia molto coteste lacrime bagneranno le gote alla donna del Provenzale.... Ma se il destino.... Oh dove sei, mio fedele Benincasa!
«Mancano fedeli alla vostra sacra persona?» esclamò avanzandosi con passo sicuro il medico del Re, chiamato Giovanni da Procida; «se il mio Re vorrà onorarmi dei suoi comandi, per quanto basta la vita, io giuro adempirli.»
«Figlio generoso di generoso padre, noi non dubitiamo della tua prodezza; se tu avrai il senno del Benincasa, oltre il nome, e il sembiante, non sapremmo qual differenza sarebbe tra voi; pure tanto mi giunge gradita la tua offerta, che noi vogliamo, sebbene giovane, affidarci a te solo: se il fine del nostro regno è fisso lassù, se la stirpe di Federigo non deve più reggere le terre di Sicilia, tu condurrai in salvo la moglie, e i figli nostri, a Lucera, o meglio a Manfredonia.... Mia diletta, tu riparerai, come o piace, in Epiro presso tuo padre, o in Aragona alla Corte di Piero: certo tu avrai perduto la corona, perduto me tuo consorte, che avresti amato anche senza corona;--ti rimarranno i figli.--i figli, Regina, sostegno ai tuoi anni cadenti, consolazione delle passate sciagure;--il sapervi salvi anche dopo la mia morte, m'invigorisce lo spirito. Or via, un abbraccio... non piangete così... voi non conoscete s'egli sia l'estremo. Dio solo lo sa.» Poi si sciolse dagli amplessi loro, parlando a Giovanni di Procida: «Abbilo fermo, a Manfredonia; nè finchè giunganti galere di Catalogna, o di Grecia, nè per minaccia, nè per prego....»
Rogiero, il quale, finchè Manfredi stava stretto nelle braccia dei suoi, era rimasto immobile, forse quattro passi discosto, adesso osò sollevare gli sguardi, e muovere un piede: tentò parlare,--le parole uscivano imperfette, tremolavano i labbri convulsi; lo guarda Yole fisso fisso senza battere palpebra, con le pupille smarrite pel bianco dilatato in terribile maniera; tenta anch'essa rispondergli, si affollano le voci alla gola, vi lasciano l'angoscia dello sforzo, e tornano a gravitàrle sul cuore; riprova:--ogni potenza dell'anima, ogni facoltà del corpo è impiegata in quel conato; le vene che le errano su pe' cigli, e per le tempie, sporgono turgide, e di colore di piombo; la faccia va tinta di un sangue rappreso; tutta la vita sembra debba sgorgare in que' detti; soccombe la natura allo sforzo inusitato, un lungo strillo strazia le orecchie, e il cuore dei circostanti;--Yole bianca, sciolta nelle membra, stramazza come statua percossa dal fulmine.
Le trombe provenzali chiamano un'altra volta il nemico a giornata; pare a Manfredi intendere in quel suono una voce di scherno, balza alla porta gridando: «Svevia! Svevia!» Rogiero vede partirsi il Re, guarda Yole, alza la mano al cielo sospirando: «Ch'io la rivegga lieta, o non la veda più!» e fugge.--Elena sorreggendo la figlia non può seguitare Manfredi co' passi, lo segue con un grido; solo Manfredino corre dietro le poste paterne chiamando: «O padre mio, padre mio! ritornerai stasera?»--Fanciulletto infelice! ode prima dei passi distinti, poi rumore confuso, alla fine più nulla; ritorna piangente con le mani entro i capelli, e lamenta per via: «Il padre è sparito,--sparito, e non mi ha promesso di ritornare stasera.»
Lo esercito di Carlo, giunto sul vertice dei monti vicini, ammirava la città di Benevento, tanto famosa per la bellezza e antichità sue, non meno che per l'erronee credenze dei popoli. La sua origine si smarrisce nelle tenebre della Mitologia, sebbene non manchino scrittori che affermino averla edificata Diomede Re degli Etolii dopo la guerra troiana. Poche novelle ci avanzano di lei durante la dominazione dei Romani, imperciocchè la storia di questa nazione assorba ogni altra storia dei paesi conquistati; e finchè ella fu, Roma sorpassò la universa Italia. Narrano le Cronache, Totila averla tolta dalla signoria dei Greci; ma la sua grandezza comincia dopo la conquista dei Langobardi, chè Otari sommettendo la Italia fino all'ultima Reggio di Calabria, ne fondò un nobilissimo Ducato, donandolo a Zetone suo generale. Noi non faremo la cronologia dei Duchi che successero; solo diremo, che per la venuta di Carlomagno in Italia non fu distrutto il Ducato a patto che Arechi Duca si radesse, e facesse radere la barba ai Langobardi, coniasse moneta col nome di Carlo, e rovinasse le fortezze di Salerno, di Acerenza, e di Conza. Grimoaldo generoso figlio di Arechi non li serbava, allegando _sè esser libero, e ingenuo per lato di madre e di padre, e sempre si manterrebbe libero con lo aiuto di Dio_. Nè i fatti suonavano diversi: si vendicava in libertà, si faceva ungere dai Vescovi, a modo dei Re, adoperava corona reale. I Duchi che tennero dietro a questo Grimoaldo fino ai Normanni, non vanno distinti che per la varia immagine impressa su le medaglie,--o per qualche delitto. I nuovi signori duramente calcando i popoli fecero sì che implorassero lo aiuto di Papa Lione IX, il quale si condusse in Germania presso lo Imperatore Arrigo III, e seco lui convenne di permutare il censo delle cento marche d'argento e del cavallo bardato, imposto da Benedetto II su la Chiesa di Bamberga, con la signoria di Benevento, pur che di sue milizie lo accomodasse per conquistarla: riuscì l'opera a Papa Lione pel molto favore dei popoli, ed investì del Ducato un Raidolfo langobardo, che in breve fu cacciato da Anfredo normanno Conte di Puglia, fratello maggiore del Guiscardo. Per la nuova ingiuria crebbero le asprezze tra Roma e i Normanni, e ne derivò una serie fastidiosa di piccoli affronti, la quale non ha altro di comune con le grandi battaglie tranne la strage. Finalmente nell'anno 1059 furono composte in pace queste contese nella città di Melfi, e Benevento fu restituita alla Santa Sede, per esserle tolta di nuovo nei tempi successivi. Il maggior danno però che soffrisse la straziata città venne da Federigo II, il quale nel 1242, dopo averla sottomessa, ne spianava le mura. Ella portava impressi i segni della ferocia e della ambizione di coloro che l'avevano conculcata prima, poi scelta a dimora; era il suo aspetto medesimo la storia delle sue vicende, chè presso a lei si ammirava un arco trionfale di marmo pario eretto a Traiano per la strada ordinata a sue spese da Brindisi a Roma;--parte delle mura non demolite da Federigo mostravano la strana foggia di architettare portata dai Settentrionali in Italia; le nuove riparazioni, e le otto porte costruite per comando di Manfredi,--il risorgimento delle arti. Il castello fondato dalla Chiesa per istanza del Governatore pontificio, inalzandosi con le brune sue torri su la città, avvertiva, o forse avverte ancora al viatore, qual fosse in quei tempi la solenne maestà dei successori di San Pietro.
Il Conte di Provenza più la guardava, più gli pareva degna di essere conquistata; la circondò molte volte degli occhi per iscoprirne il debole nel quale far breccia, e tentare l'assalto; la conobbe munita con tanta maestria di guerra, che impossibile cosa fosse espugnarla per forza;--gemè, si volse a considerare la sottoposta valle;--spaziosa compariva, e degna di combattervi campale battaglia; i fiumi Calore, e Sabato, confuse le acque alla estremità di Benevento, l'attraversavano, e un ponte magnifico dava il passo dall'una all'altra sponda: domandava come avesse nome la pianura,--gli rispondevano:--Santa Maria della Grandella.--
«Oh se ci venisse fatto» favellava Carlo al Monforte «di chiamare il nemico in questa valle!»
«Spingiamoci alla dirotta ad occupare il ponte, e....»
«E il nemico scorgendo il vantaggio, non verrà più fuori.... date fiato alle trombe.»
Questa fu la prima chiamata, che interruppe il consiglio di Manfredi. Dopo il segnale ristette, ansante di speranza e di timore, a spiare quello che fosse per nascere. Si aprono le porte, e le compagnie dei soldati nemici prendono a stendersi per la pianura verso il capo del ponte.
«M'ingannano gli occhi,» domandò Carlo ai Baroni che gli stavano attorno «o sorte Manfredi?--Sì, sorte.... Sire Dio, gran mercè!--_Or ecco, Baroni, il giorno che avete tanto desiderato.... Mongioia! Mongioia!_ la battaglia è vicina.»
«Bel cugino,» parlò sotto voce il Monforte al Conte di Provenza «perchè il Cavaliere _del fulmine_....» E il rimanente gli disse in modo che nessuno dei Baroni quivi ragunati lo intendesse. Carlo parve sdegnato, e negò assoluto: insistendo il Monforte, lasciava piegarsi, e rispondeva: «Fa, cugino, quello che vuoi; ma guarda che sia degno di portarle:--certo egli è un molto terribile cavaliere.»
«Lasciate fare, io troverò il vostro uomo, cuore di ferro, testa di nuvolo.» E tale discorrendo il Monforte si dette a cercare per le file un gentiluomo guascone nominato Sire Arrigo di Cocence, e gli riferiva come al Re, tratto dai suoi tanti meriti, era venuto in pensiero di vestirlo delle sue proprie armi, e farlo condottiero dell'avantiguardia: «io» gli soggiungeva lo scaltrito «avrei potuto contendervi l'onore, ma come grande amico vostro ho voluto lasciarvelo; pensate alla gloria che sta per ridondarne alla vostra famiglia, pensate, sire Arrigo, che di qui innanzi inquarterete nell'arme vostra il fiordaliso di Francia.»
«Grande per vero» rispose il Cavaliere «è la dignità che ci comparte sire Carlo, pure non tale a cui la illustre stirpe dei Visconti di Cocence non sia assuefatta. Vedete, Monforte, questo morso d'oro in campo rosso? ne sapete voi la cagione?»
«Ne udii, sire Arrigo, narrare qualche novella....»
«E che! ignorereste voi forse, sire Monforte, averlo posto Regnault de Cocence per aver tenuto la briglia al Re Clodoveo, che il Signore riposi, dopo la battaglia di Soissons? E queste mani intrecciate in campo d'oro?»
«Sì veramente, Visconte: ma venite, che il Re ne aspetta, e il nemico si avanza.»
«Geffroi Visconte, alfiere dell'Imperatore Carlomagno, che Dio faccia requie alla sua anima, l'ebbe mozze alla battaglia delle Chiuse portando l'Orifiamma; e la fama racconta, che sire Geffroi, senza punto sbigottirsi, la stringesse co' denti, e così la restituisse all'Imperatore, il quale gli disse: o Sire....»
«Già, già,--trovasi nella Storia del Regno, pagina quattromila cento otto; vi mostrerò il luogo; si dice che la scrivesse Arduino.... gran savio maestro Arduino, Visconte,--primo consigliere di Carlomagno, e Diacono di San Remigio.»--E così interrompendolo, e strascinandolo, condusse Monforte il Visconte alla presenza di Carlo, e gli disse: «Ecco il Visconte.»
«Sire Arrigo, tanto di grazia nel nostro aspetto hanno trovato gli alti meriti vostri, che noi siamo venuti nella determinazione» e fece cenno agli scudieri, i quali attorniarono il Visconte, e presero a spogliarlo dell'armatura «di vestirvi della nostra divisa, e preporvi alle prime schiere.»
«Gran mercè, sire Carlo: molto è l'onore che mi fate, nondimeno tale a cui la stirpe dei Cocence si trova da secoli immemorabili assuefatta. Sapete....» (e «_tout doucement_» disse stizzito agli scudieri, che quasi rabbiosi gli levavano gli arnesi da dosso), «sapete, sire Carlo, la cagione del morso d'oro?»
«Santo Dionigi! pensate noi essere tanto ignari delle glorie di Francia?»
«Dico bene: e le mani intrecciate in campo....»
«Già.... gran fama vi aspetta là su quella valle, sire Arrigo.»
«L'uomo fa quello che può; nondimen tanto faremo, sire Carlo, che ne andrete contento: «noi volgeremo alle spalle....» («_Doucement_» ripetè agli scudieri che nel torgli le manopole gli avevano graffiato le mani) «alle spalle, scavalcando quei monti.... Vero che, prima dei nemici s'incontra Benevento; noi lo prenderemo per forza, e poi....»
Così favellando era rimasto in giustacuore di bufalo;--i nemici ingrossavano alla pianura;--Carlo cominciò ad armarlo dei suoi arnesi, e mentre lo armava lo avvertiva: «No, sire Arrigo, voi lascerete lo impaccio di guidare le mosse al Maliscalco Mirapoix, ed ai Vandamme; state intento a ferire bei colpi, potrebbe distrarvi il comando....» in questa gli stringeva gli sproni «io giurerei che nessun Cavaliere avrà guadagnato meglio di voi gli sproni d'oro.» Quindi si levò dal collo l'ordine di Gran Commendatore d'_Oltremare_, e ponendolo a quello del Visconte:--«Questo d'ora innanzi onorerà la vostra vita, o la vostra sepoltura.»--L'ordine d'_Oltremare_, conosciuto eziandio col nome del Naviglio, e della _doppia luna_, fu instituito da San Luigi, fratello del Conte d'Angiò, nel 1262, nel suo secondo viaggio nell'Affrica. Egli era composto di una collana di conchiglie intrecciate con mezze lune, e di una medaglia che rappresentava una nave sul mare: ogni oggetto aveva il suo significato; le conchiglie dinotavano la spiaggia di _Aigues-mortes_, dove ebbero i Francesi ad imbarcarsi, le mezze lune la guerra da imprendersi contro gl'Infedeli, la nave il tragitto del mare. Veramente Carlo rammentava impresa poco onorata con quelle insegne di Terra Santa sul petto; tuttavolta, calcolando l'utile che poteva derivargli dall'ostentazione di pietà, maggiore del danno della reputazione nell'armi scemata, non mai le depose in Italia.
Armato di tutto punto il Visconte, Carlo fece condurre il destriero: comparve il generoso animale avviluppato entro immensa gualdrappa ricamata a fiordalisi; ed appena conobbe il signore, nitrì; Carlo mostrò qualche cordoglio a cederlo, pure allo improvviso si scosse, e: «Va,» disse «Benevento vale bene un cavallo bardato.»--Terminata cotesta faccenda, «Baroni,» aggiunse «ascoltate i comandi: voi, sire Visconte di Cocence, Maliscalco Mirapoix, Vandamme, Clermont, prendete con voi mille cavalieri francesi, e sostenete l'assalto; compongano la battaglia le brigate dei Fiamminghi dei Brabanzoni, dei Piccardi, i Romani, e i cavalieri della Regina; porti l'insegna Guglielmo lo Stendardo, li comandi il nostro cugino Roberto di Fiandra, il Contestabile Giles Lebrun, e Beltramo di Balz; noi terremo la riscossa co' Provenzali, avremo con noi Guido Monforte, Crary, e voi, Conte Guerra, co' Guelfi di Toscana; la parola è la solita di Francia, _Mongioia, cavalieri_. Andate dunque, miei figli, ed acquistatevi signoria.»
Si muovevano, allorchè seduto sopra bianchissima mula comparve circondato da molti prelati Bartolommeo Pignattello Arcivescovo di Cosenza, addobbato dei suoi più magnifici arredi; la stessa mula andava coperta di un manto di oro ricamato a pignatte d'argento; vesti di oro con pignatte di argento ostentavano i servitori, e pignatte di argento su le mazze dorate portavano i maggiordomi. Certo, cotesta arme è gloriosa, perchè le Cronache dei tempi antichi raccontano che un Landolfo, capitano su le galere del Re Ruggiero nello assedio di Costantinopoli, di tanto fu audace, che penetrato nelle cucine dell'Imperatore Emanuele rapì tre pentole di argento, e le assunse ad impresa di sua famiglia; pure ella sente un po' di ridicolo, e la voglia dell'Arcivescovo di trametterla da per tutto la rendeva piacevole anche più. Pertanto il Pignattello, fattosi al cospetto di Carlo, lo domandava, gravemente, se voleva che leggesse le bolle delle indulgenze date da Alessandro IV, Urbano IV, e Clemente IV, a cui combattesse in quella santa Crociata; Carlo rispose non essere mestieri, saperle tutti _par coeur_, li benedicesse, di questo sarebbongli tenuti. L'Arcivescovo si reca in mano l'aspersorio, e senza scendere dalla mula, con assai buone orazioni, li benedisse: poi, recitata in fretta un brano di perorazione nel quale diceva Manfredi figlio di Acab, fulminato dal sacratissimo anatema, razza di vipere, ariano arnaldista, priscillanista, ed ateo, tutto insieme, e chiamando allo incontro i Francesi veri figli d'Israello, e discendenti in linea retta dalla tribù di Giuda, intuonava l'_Exurge Domine et defendem causam tuam_ ecc., e gli avviava a sgozzarsi allegramente su la pianura.--
«Ora incomincian le dolenti note.»
Quinci e quindi a gran corsa, gridando _Mongioia_, e _Svevia_, si precipitano le schiere l'una contro l'altra, bramose di vincere; sparisce lo spazio che le divide, sorge la strage. I Francesi per comando del Maliscalco Mirapoix assaltano con la fronte assai vaga, perchè vedendo gli squadroni tedeschi avanzarsi in forma di quadrato, sperano ricingerli di fianco con le punte delle file, alle quali erano preposti i fratelli Vandamme. La cavalleria tedesca aveva in quei tempi riputazione d'invitta, e a vero dire,--tanto variano le cose in questo mondo,--incapace allora per difetto di disciplina a resistere, era insuperabile nel dare la carica. Adempiendo dunque i comandi del Re, insiste contro il centro dell'avantiguardia nemica, e sforza, e punta con sì fatta costanza, che, un po' pel suo estremo valore, un po' per essere il centro francese troppo sottile, comincia a balenare, diradarsi, e finalmente aprirsi; le punte, o vogliamo dire ale dell'antiguardo, già ripiegandosi per ferire i Tedeschi di fianco descrivevano un mezzo arco, allorchè occorrono nella battaglia di Manfredi difilata in linea retta a breve distanza dalle prime schiere, e così in vece di assaltare di fianco fu mestieri si difendessero di fronte da forze preponderanti. La fortuna più oltre conduce la trista lusinga: le schiere mezzane della battaglia, composte della masnada di Ghino, e dei Saraceni, prevalendosi della via aperta dai Tedeschi, vi si precipitano dentro. «_Svevia! Svevia!_» gridano muovendosi, e il suono si propaga per le valli circonvicine, e cresce il terrore: aggiungono spavento i Saraceni coll'incessante percuotere dei tamburi, chè in quel secolo soli essi adoperarono cotesta loro invenzione, la quale fu in processo di tempo accettata dalla civiltà europea per trasmettere i segnali in guerra, e per istraziare gli orecchi dei cittadini in pace, mettendoci di proprio i pifferi, onde compire l'armonia. Roberto di Fiandra, e il Contestabile Giles Lebrun, accorrono con la battaglia francese a sostenere le sorti vacillanti della giornata. _Mongioia_, e _San Martino_ urlano a posta loro, e affrontano francamente. Formavano parte di questa schiera i cavalieri della Regina, e molti bei colpi di spada è fama che menassero, i quali però non ci conservano le storie; solo ci narrano come sire Arrigo di Cocence, non potendosi dar pace di avere indietreggiato meglio di due trar d'arco, infuriava per le file esclamando: «Cavalieri cristiani, fate testa per San Dionigi... che diranno di me in Francia? Vergogna! avanti... avanti... sono paterini, eretici i nostri nemici... le spade loro non tagliano, Dio gli ha riprovati.»--Due cavalieri di Manfredi osservato il Cocence, cui tolsero in cambio di Carlo di Angiò, avvolgersi così allo scoperto tra i suoi soldati, si spiccarono di fila, e abbassata la lancia, e premutala di forza sotto l'ascella, gli si disserrano addosso: erano questi Ghino e Rogiero. Bene avvertirono i vicini il Visconte dell'imminente pericolo, ma egli aspettandoli di piè fermo gridava: «Ora vedrete il bel giuoco.»--Giunti i Cavalieri di piena corsa, al punto stesso colpiscono il Visconte nel mezzo il petto, per modo che ambedue le punte riuscirono in angolo a tergo, e toltolo di sella per qualche tempo lo portarono confitto nell'aste. Si levò un grido di vittoria dall'esercito di Manfredi, stimando morto il Conte di Provenza, e più acre che mai continuò la battaglia: non meno vigorosi si difendevano i Francesi, comecchè si conoscesse chiaro che alla fine avrebbero perduto la prova. Travagliandosi così i due eserciti sul campo insanguinato, segnava il sole l'ora di nona, quando Giordano d'Angalone senza cimiero, mezzo scoperto di maglia, con lo usbergo falsato in più parti, recando in mano la spada rotta, si avvenne nell'Amira Jussuff, e: «Dammi la tua scimitarra,» disse «pochi colpi a ferire mi avanzano, e la vittoria è compita.»
«Viemmi dietro, Conte,» gli rispose l'Amira «chè ti provvederò di una spada.»--E così favellando sprona verso Clermont, che dalle armi, e più dalla prova, mostrava essere assai valente Cavaliere. Clermont vedendo colui stringersegli contro senza consiglio, si mette in guardia, reputando il manrovescio sicuro; allorchè gli è a tiro, mena di pieno vigore: l'Amira con ammirabile destrezza si curva sul collo del cavallo, passa la lama nemica, e appena gli sfiora le spalle; egli stringe la briglia allo snello Borak, torna indietro, e cala un fendente sul cimiero di Clermont, che, levate le gambe, aperte le braccia, cade morto per terra: l'Amira si piega dall'arcione, raccoglie la spada, e: «Prendi,» parla al Conte Giordano «così provvede di arme i suoi amici Jussuff.»
«Prode uomo!» rispose Giordano «io l'adoprerò in guisa, che corrisponda degnamente al modo col quale mi viene donata.» E sparve internandosi nel folto della mischia.