La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 46

Chapter 46 3,765 words Public domain Markdown

Mentre che Manfredi cavalca per sapere il caso, noi senza muoverci lo racconteremo. Guido da Monforte, il meglio avveduto maestro di guerra che avesse lo esercito di Francia, e, per essere del continuo al fianco del Conte, partecipe di ogni suo più riposto consiglio, vedendo combattersi la impresa dalla quale aveva sconfortato il suo signore, pensava, da che s'era incominciata, ad operare per modo che riuscisse quanto meno potevasi funesta ai Francesi; quindi è che tolse seco alcune compagnie di Borgognoni, al punto che infuriava la battaglia davanti la porta, circuì San Germano, guadò il fiume Rapido, e si presentò inosservato alla porta di questo nome;--più si avanzava, meno intendeva rumore; alzò la fronte ai merli,--nessuna sentinella; guardò il torrione,--guardia nessuna; si maravigliava, procedeva cauto, sospettando qualche imboscata; giunge alle mura.--non vede persona; drizza le scale, cominciano i Borgognoni a salire,--non si affaccia persona; montano su i merli,--sono deserti.--«Dio gli ha acciecati!»--esclama il Monforte divotamente:--«Dio gli ha acciecati! «--ripetono i soldati, e vanno oltre. Munisce le mura, mette i più valorosi nel torrione, e vi pianta la bandiera; scende, apre la porta, e spedisce messi al Conte che si affretti a venire, esser presa la terra. La nuova giungeva a Carlo al momento in che stava per uscirgli di bocca il fatale comando di ritirarsi; riprese l'animo già decaduto, e poichè per quel giorno l'aveva con San Martino: «O glorioso Barone,» esclamava segnandosi «due saranno i candelieri d'oro che sacrerò al vostro tempio di Tours, e di venti libbre per ciascheduno!»--Anche i suoi ripresero animo, ed egli ordinando che facessero sembianza d'insistere da quella parte, accorre là dove la fortuna aveva combattuto per lui.

Manfredi ascoltava per via, come sparsa fama tra i Saraceni del rifiuto ch'ei aveva fatto allo Amira di concedergli campo contro Angalone, abbandonassero i posti, e si riducessero nei quartieri a piangere sul corpo di Jussuff, quasi che fosse sepolto; come i nemici prevalendosi della occasione scalassero le mura, e se ne fossero impadroniti: si turbava, non si avviliva per questo, e affrettandosi alla fazione passava sotto i quartieri dei Saraceni, e chiamava: «Jussuff! Jussuff!»

«Che domanda il Muleasso dalla bestia che parla?» risponde l'Amira, comparendo alla terrazza con volto disfatto.

«Non te lo aveva predetto? i nemici per te sono dentro le mura, esci alla riscossa....»

«Come posso fare se non ho spada?»

«Io ti darò la mia.»

«E il braccio chi me lo darà?»

«La battaglia.»

«E il cuore?»

«Io te lo strapperò se una volta ti giungo,» grida stizzito Manfredi «o maladetto nell'anima di tuo padre, nella santità della tua fede!»--e rompendo gl'indugi trasvola cupido di venire a battaglia.

Ecco sorge in diversa parte con diversa fortuna il conflitto;--la notte, diventata del tutto oscura, lo rendeva più spaventoso:--i Francesi se per sorpresa s'impadronirono della terra, adesso si mostravano degni di averla potuta superare col valore; respinti non si smarrivano; saettati di sopra, dai lati, di fronte, con maravigliosa intrepidezza tornavano all'assalto:--non era questa battaglia ordinata; infiniti affronti particolari, combattuti per le vie e per le piazze; ogni capo di strada presentava nuova difesa ai Napolitani; ogni casa fortino: suonava nel buio aere per ambedue le parti altissimo il grido di guerra:--_Mongioia! Mongioia! Viva Francia, e San Martino!--Svevia! Svevia! Viva Manfredi, e l'Aquila imperiale!_--Ardevano gli animi già tanto inferociti, e senza distinguere gli amici dai nemici badavano a tagliare chiunque cadeva lor sotto.--A terribili tenebre succedeva terribilissima luce: sorgeva lo incendio; appariva una scena degna di essere contemplata dal Demonio; armi, uomini, animali a rifascio; la sembianza del morente più compassionevole dal lume sinistro, quella dell'uccisore più minacciosa; braccia e spade luccicanti, quasi sospese nel vano, scaturire dal buio, piagare, e involarsi; volti di caduti che alle scosse del dolore talora si nascondevano nell'ombra, e talora comparivano al riverbero delle fiamme, ad ogni istante mostrando essersi accostati di un passo alla morte: atti supplichevoli tronchi da fiere percosse, e le percosse vendicate da peggiori omicidii; il sangue chiamava sangue: chi uccideva di fronte spesso cadeva trafitto da tergo:--nè i cavalli imperversati menavano danno e paura minore dei cavalieri (tutto alla scuola dell'uomo si perverte); furiavano traverso la battaglia nitrendo, e parea che dalle narici dilatate fiutassero l'odore della strage; laceravano co' morsi, rompevano scalpitando; le zampe fino alla prima giuntura avevano ingrommate di sangue. Prevale l'incendio nella forza della rovina; però che con lampade siffatte conduca le sue _lucubrazioni_¹ la guerra.

¹ _Lucubrazione_ è voce latina, non si trova su gli antichi vocabolarii; l'hanno ammessa i moderni, l'adopera l'illustre Botta tra gli altri luoghi al Libro II della _Storia d'Italia_: vale propriamente studio fatto di notte.

È da credersi che dove i Pugliesi non avessero rimesso un po' dell'animo loro per la presa inaspettata della terra, o pel timore che i Saraceni volgessero le armi contro Manfredi non si fossero avviliti, sarebbero stati vincitori; ma sfiduciati al punto in cui maggiormente abbisognavano di costanza, e con valore stupendo feriti dai Francesi sovvenuti del continuo di gente fresca, cominciarono a piegare: solo si reggevano nella contrada dove combatteva Manfredi; pure anche in questa assaltati dalle vie circonvicine, venute in potere del nemico, voltarono le spalle gridando:--_salva chi può_.

Allora cominciava un miserabile eccidio: le spade nemiche gl'incalzavano con ardore bestiale; quanti incontrarono resistenti, o cadenti, trucidarono; la età non salvava; il sesso incitava alla libidine, non alla pietà; dopo gli ultimi oltraggi, quelle sciagurate donne tagliavano. A noi non concede la mente di narrare lo sperpero commesso in quella notte dalle armi francesi, comecchè sappiamo che la più parte delle storie degli uomini sia composta di questi fatti; basti sapere che tra i morti per ferro e tra i morti per fuoco, sommarono le anime a meglio di diecimila.

Manfredi, travolto nella fuga dei suoi, conoscendo la voce della paura essere diventata più potente della sua, desideroso morire di ferita nel petto, fa un ultimo sforzo, e volta il cavallo. Avrebbe incontrato quello che andava cercando, perchè distinto dall'Aquila d'argento che portava per cimiero, contro di essa si sarieno rivolte le spade nemiche, se una nuova gente, da lui mai più veduta, sboccando dalla via che mena alla porta dell'Abruzzo, non lo avesse circondato gridando:--_Svevia! Svevia!_--Un Cavaliere gigantesco che teneva su l'elmo una Lupa gli si accostava, spingendo il cavallo a slascio traverso la pressa: e curvatosi dall'arcione, gli diceva in fretta: «Messer lo Re, la terra è presa, il Provenzale soverchia: se fossimo giunti avanti, vi avremmo fatto vincere; adesso non possiamo che salvarvi:--voi non ci conoscete, ma noi siamo vostri amici.»

--Dunque non è anche l'ora,--pensò Manfredi; poi rispose al Cavaliere: «Gran mercè, Barone; da che siete venuto, vi accetto; a Benevento potremo sospendere anche una volta la fortuna di Carlo.»

«E se a Dio piace, superarla!» soggiunse lo sconosciuto. Quindi levando la voce che superò lo schiamazzo che si faceva d'intorno, ordinava ai suoi si serrassero, ponessero le lance in resta, e così andassero avanti. Quel battaglione di ferro si avanzava sfondando quanto gli si opponeva; lento lento, come un carro pesante, si approssimava alla porta dell'Abruzzo, conosciuta ancora col nome di San Giovanni.

«I miei figli! la Regina!»--urla all'improvviso Manfredi, e senza dire parola al Cavaliere che gli cavalcava al fianco riprende il cammino che aveva percorso. «I suoi figli!» s'intese al tempo stesso da una voce che partiva di mezzo allo squadrone «salviamoli.»

Il Cavaliere, che pareva il capitano, comandava alla masnada si cacciasse dietro Manfredi, e lo difendesse fino all'ultimo sangue. Bruttissimi fatti vedevano in passando, e degni di vendetta; pure, come chiamati da più grave faccenda, non li vendicavano. Alla svolta della piazza di Santa Maria delle cinque Torri ne contemplavano al chiarore dell'incendio uno incomportabile:--sopra un trafitto plorava, mettendo angosciosi guai, una bella giovanetta (se fosse moglie, od amante, non si sapeva); singhiozzava forte, e tra i singhiozzi con dolcissimi nomi lo appellava, e gli teneva discorsi, come se quello fosse stato un convegno di amore; così veemente l'agitava la passione, che fingendosi il cadavere a quel modo che le s'era presentato alla mente nei giorni felici, non lo vedeva adesso lacero per mille piaghe, livido d'infinite contusioni: aveva le labbra pendenti, immobili, sparse di bava sanguinosa; nondimeno ella vi accostava le sue, e ve le figgeva quasi a libarne il liquore della voluttà. Stava appresso alla dolorosa un soldato, e le diceva asciugasse le lacrime, morto un papa crearsene un altro, e con tali altri argomenti la consolava ch'io non li voglio dire: alla fine, conoscendo di non far frutto in quella guisa, l'afferrò per le trecce, e brutalmente la strascinava. Oh! quale era la faccia della meschina! Oh come stendeva le braccia al trapassato! Con quanti conati s'ingegnava colei per sottrarsi alle braccia che la menavano! I cavalieri che correvano dietro la posta di Manfredi levarono un grido, passarono via: solo uno uscì di fila, e spingendo in abbandono il destriero arrivò improvviso alle spalle del soldato, e levando più alto che poteva la destra, e acconsentendo con tutta la persona, di tale un colpo lo ferì su l'elmetto, che la mazza d'arme, spezzati i cerchii di ferro, s'internò più che mezza nel cranio; una vena di sangue gli spicciava bollendo dal capo.... barcollava.... cadde,--nè la mano abbandonò le trecce della giovanetta, anzi stringendo rabbioso gliene svelse gran parte; i bei capelli che scaturivano dalle dita, attestavano la sua brutalità, sì come il cranio fesso il castigo. La tapina donzella ricadde bocconi sul morto, o riprese il lamento più fiero di prima.

Ora non torni grave, di grazia, se adoperando un privilegio comune ai Novellatori, noi, _per tornare un passo indietro,_ dobbiamo alcuna cosa raccontare della Regina Elena, e dei suoi figli.

Corrado di Pierlione Benincasa preposto alla custodia del palazzo reale di San Germano, conosciuta disperata la difesa della terra, maravigliando di non vedere comparire Manfredi allo scampo dei suoi, e però timoroso che fosse rimasto ucciso, ragunati in fretta quanti cavalieri stavano in palazzo, favellava: «Signori Cavalieri, chiunque tra voi desidera comperare la vita con la vergogna, esca immediatamente, e vada a ricovrarsi ove la coscienza gli detta; chi poi ama restare fedele al suo Re, sappia che non gli rimane altro che una morte onorata.»

Rispondeano volere serbarsi fedeli a Manfredi, non temer la morte, sì bene spaventarli il vituperio. Corrado esclamava commosso: «Protegga il cielo, a cui piacciono i generosi fatti, la valentia, e fedeltà vostre.» Quindi rinforzava le porte, disponeva i soldati, e commettendosi intero ai voleri della Provvidenza, sovente a lei si raccomandava. Fatto quanto conveniva a savio capitano, si conduceva dalla Regina.--Vacillava il servo fedele salendo le scale, piangeva, e giungendo le mani di tratto in tratto, tra i sospiri prorompeva: «O casa del nobile Manfredi, in quanto abbassamento caduta! » Alle damigelle, e ai fanti, che gli si paravano sul cammino, e gli domandavano ansiosi: «Che nuove, Messere?» rispondeva: «Raccomandatevi a Dio; «--e passava oltre. Giunto alle stanze della Regina, si fermò, terse le lacrime col rovescio delle mani, e bussò sommesso: gli apriva Gismonda; entrava Corrado ostentando fermezza, ma quando vide la famiglia del suo signore, non potendo frenarsi, dette in uno scoppio di pianto, e s'inginocchiò a piè del letto dove giaceva la Regina.

«Che è questo, Gran Cancelliere?»--domandava la nobile Elena.

«Madonna, la terra è presa....»

«Presa!--e Manfredi?» Corrado non rispondeva. «Vergine gloriosa! sarebbe egli morto?»

«Morto!»--gridarono a un tempo Yole e Manfredino.

«Morto non so, Madonna.... e vivo nemmeno.... pure per noi è morto perchè non ci soccorre.»

«Avrà abbandonato i dieci per salvare i cento. Rimane scampo nessuno, Cancelliere?»

«Nessuno.--Or che faremo?»

«Gismonda!» con voce altera chiamò la Regina «portatemi la clamide reale, e la corona.»

Le furono portate; se ne ornò le spalle e la testa, dipoi scese dal letto, si compose con bel decoro sopra un sedile, si pose i figli a destra e a sinistra; quindi parlava a Corrado: «Vedete, Cancelliere, quello che a noi rimane sappiamo,--morire da Regina; se noi fossimo Cavaliere, non avremmo dimandato a persona quello che dovremmo operare.»

«Nobile Madonna, non parlate così, chè a me, e ai miei ho provveduto secondo i termini dell'onore: solo sono venuto a ricercarvi, se a voi fosse nota alcuna segreta uscita per mettervi in salvo, e ad avvertirvi che mentre noi difenderemo la porta del palazzo, voi, e i vostri figli, fuggiate dalla rabbia nemica.»

«Noi non conosciamo mezzo alcuno di salute: e quando anche lo conoscessimo, dovrebbe bastare per tutti, o per nessuno.»

«Magnanima! Addio dunque, mia dolce signora: state pur sicura che a voi non verranno i Francesi se non per questa via,» e si toccò il petto. «Piacciavi intanto ch'io possa esser degno di baciare per l'ultima volta la real destra, e assicurarmi della grazia vostra, se mai feci cosa che tornasse in dispiacere alla Vostra Serenità;--del resto rammentatemi nelle vostre orazioni.»

Tolse in collo Manfredino, lo baciò su la fronte, e riponendolo in grembo alla madre, supplicava con devoto fervore: «O Gesù per noi crocifisso, fa che il tuo servo possa salvare questo innocente fanciullo!--Sentite, sentite, l'assalto è già cominciato, bisogna ch'io vada.--Svevia! Svevia, Cavalieri!»--gridò correndo verso la porta, dove arrivato si voltò alla Regina iterando la preghiera: «Raccomandatemi a Dio.»

Durava da un'ora l'assalto; ma quantunque i Baroni pugliesi tenessero il fermo con ammirabile costanza, si vedeva chiaro che non potevano durare più a lungo: quando all'improvviso i colpi nemici cominciarono a farsi più rari, poi a cessare del tutto; anzi sentirono che si sbandavano alla dirotta, e dopo alcuni istanti con incredibile gioia suonare da per tutto: «Viva Manfredi!»

«Aprite al Re!»--urlavano cento voci; e quelli, riconosciuta l'Aquila di argento, schiudevano la porta. Entrava Manfredi accompagnato da pochi cavalieri; i rimanenti si fermavano avanti la porta; si inoltrava palpitante, trascorse la corte, giunse alla scala;--era buio,--nel porre il piede sopra il primo gradino inciampa in un corpo,--sorge un gemito profondo, e un lamentare sommesso, che diceva: «Chi mi calpesta?»--Vengono le torce; Manfredi riconosce nel moribondo il fedele Benincasa:--ferito mortalmente di una freccia nel petto, erasi il leale Barone quivi condotto per morire tranquillo.

«Corrado, mi riconosci?» gli domandò pietoso Manfredi.

«Ah! se vi riconosco?» rispose il moribondo levando le pupille velate «voi perdete un fedele... ed io... muoio contento di aver salvato il vostro sangue....»

«No, tu vivrai, Corrado! » proruppe Manfredi, e si curvò sul giacente... aveva esalato l'ultimo fiato: una lacrima scese sul volto del morto dal ciglio del Re, che si allontana, prorompendo in singhiozzi convulsi.--Allorquando il Provenzale si fu impadronito di San Germano, la plebe stolta, per piacere al nuovo signore, cinse di un capestro il collo del fedele Benincasa, e lo strascinò a vituperio per le strade della città,--solito premio che gli uomini sogliono dare alla virtù sfortunata!--Il tempo però che rende a tutti le sue giustizie ha ormai sentenziato se in quel momento l'avvilito fosse Corrado Benincasa, o il Conte di Provenza, che vide cotesto scempio, e potendo nol volle impedire. Certo io ho fede che l'Angelo della Vendetta gli notasse quell'opera, e che fino da quell'ora Carlo d'Angiò si rendesse degno dell'ira divina, che così acerba lo colse nei Vespri Siciliani: se così non fu, io mi dispero sul destino della creatura.

Udiva la famiglia del Re Manfredi i passi accelerati che si dirigevano alla sua volta; udirono toccare le imposte; si nascose Manfredino dietro il manto della madre, gittò un grido Gismonda, sorse la Regina, e Yole le si fece appresso per sostenerla.

«Non bisogna....»--parlò la nobile Elena rimuovendo da sè le braccia della figlia, e si atteggiava in altera sembianza.

Si spalancano le imposte.... «Vergine benedetta! Manfredi!»--Il Re non proferisce motto, corre verso la Regina, si pone la spada tra i denti, e cingendo del braccio diritto la moglie, del manco il figliuolo, li porta fuori della stanza.

Un Cavaliere, avvenente di forma, comechè vestito di ferro da capo a piedi, quel desso che aveva salvato su la piazza la dolorosa dalla rabbia del soldato, si accosta a Yole, e le porge la destra;--si tinge di rossore la modesta, e sdegnosa repugna;--le si avvicina il Cavaliere, e le dice una parola.--Che le ha egli detto? forse l'ha toccata con qualche breve di magia?... non so; ma ella gli si avventa al collo dimentica del verginale decoro, sì come donna innamorata; egli la stringe col manco braccio alla cintura, e levatala da terra se la porta dietro Manfredi. Qualunque fosse la passione che in quel punto agitava Yole, non valse però a vincere in quell'animo gentile la cortesia per la quale andava famosa su tutte le damigelle d'Italia; quindi è che non anche toccava la soglia della stanza, che volse la faccia, e parlò: «Dov'è Gismonda?»

«Eccomi!» rispose la damigella, che tratta da un altro Cavaliere le camminava vicina; «io vi vengo dietro, mia dolce signora.»--Yole le sorrise, e parve contenta.

Scendendo le scale, il Cavaliere che teneva per cimiero la Lupa, scorgendo il Re impacciato nel portare la Regina e il figliuolo, gli favellava: «Monsignore, così non potete durare.»

«O come ho a fare io?»

«Datemi il figlio.»

«Il figlio! tu vuoi il figliuol mio? s'io te lo do, lo riporrai sano e salvo nelle braccia paterne?»

«Spero.... almeno egli non morrà prima di me.»

«Prendilo dunque!»--e glielo porse. Il robusto Cavaliere lo sollevò con la destra, e siccome il fanciullo nel distaccarsi dal padre menava un lamento, lo rampognò così: «Non piangono i figli dei Re.»--Allora Manfredino si tacque, e il Cavaliere se lo adattò sul braccio sinistro dicendogli: «Tenetevi stretto al mio collo:»--la qual cosa avendo egli fatta, lo ricoperse con lo scudo per modo, che da nessuna parte poteva essere offeso. «Ora potete dormire perchè siete sicuro,»--soggiunse, e si precipitò giù per le scale, che, per non funestare gli sguardi dei Reali di Napoli, aveano sgombrato del cadavere del povero Benincasa.

Uscivano all'aperto;--i nemici erano scomparsi. Da lontano s'intendeva un cozzare di spade, un gridare confuso _Svevia! Mongioia!_ Stupivano, non s'immaginavano che cosa potesse essere; si valevano della buona occasione, e montati in sella, tolte in groppa le donne, spronavano verso la porta di San Giovanni. Senza incontrare avventura che meriti di essere raccontata, pervennero alle mura, le passarono, e si cacciarono alla campagna, gridando sovente con allegre voci: «È salvo il Re!»

Manfredi, spesso ricorrendo con la mente ai casi avvenuti in quella notte memorabile, esclamava tra contento e turbato: «Anche la sventura a qualche cosa è buona; s'ella non fosse stata, io non avrei mai conosciuto questi fedeli che mi circondano.»

Mi volgerò io a contemplare per l'ultima volta la vinta città? Mi volgerò,--che l'Angiolo non me lo ha vietato sotto pena di tramutarmi in istatua di sale.--Ecco, ella arde come Gomorra; l'una colpevole di ribellione al suo Dio, l'altra colpevole di fedeltà al suo Re: le dico ambedue colpevoli, perchè altramente non saprei andare capace, come una stessa rovina le percotesse, Poc'ora d'incendio abbrucia opere intorno alle quali sudò anni interi la industria; le dimore del superbo, i poveri ricoveri, cadono adesso nella comunione della distruzione: vi furono figlie stuprate sotto gli occhi dei padri, mogli sotto quelli dei mariti, e guai a loro se facevano cenno, se mettevano un grido, un gemito; i cittadini, parteggianti per Carlo o per Manfredi, purchè doviziosi, rubati; le case saccheggiate, i repugnanti uccisi, i paurosi scherniti; e sì che il Conte di Provenza diceva a cui ci voleva credere, essere venuto a levare dal collo dei Pugliesi quella oppressione sveva, e si faceva chiamare liberatore. Le cose e le persone sacre nulla meglio rispettate; sacerdoti venerabili per santità, per anni e per dottrina, dalla proterva soldatesca manomessi; monache con sacrilega inverecondia su i gradini del santuario contaminate; i voti dalla divozione dei Fedeli appesi alle immagini, se di oro o di argento, intascati; se di cera, lasciati stare; le stesse immagini dei Santi, se di metallo prezioso, arruffate; se dipinte, lasciate stare.--Che più?--refugge l'animo al fiero racconto:--diffusi i sacri olii per terra, o consumati in ungersi le barbe; sparso sul pavimento il mistico pane, ghermivano i ricchi vaselli per quindi giuocarseli a zara, o Dio sa in quale altro uso disperderli:--e sì che il Conte di Provenza protestava essere venuto a ristorare la Religione del Regno, e si diceva figliuolo primogenito della Chiesa.

Ecco come da rimotissimi tempi costumano gli italiani uomini ricevere la libertà.--Assicura la gente cosa preziosa essere la libertà, ed io di leggieri concorro in questa sentenza, considerando il grave prezzo di averi, e il molto più grave di vite che ne ha finora sborsato;--tratta dalla ingannevole lusinga, non badò la tradita, se legittimi mandatarii fossero coloro nelle cui mani sborsava... essi furono falsificatori:--ella pagò male le tre, le dieci volte,--e sempre; peggio per lei: chi non ha il senno, abbia la pazienza. Tanti misfatti si commisero a nome di questa libertà; in tante e sì strane forme si è presentata al mondo ingannato, e ingannatore; così sovente ha nascosto il volto della stessa tirannide,--che oggimai ho fede non viva uomo di sano intelletto che al solo intenderla rammemorare non si sgomenti: e però quell'intemerato Parini, che ai suoi tempi l'aveva veduta tragica, e comica, e democratica, e aristocratica, e consolare, e fescennina, e perfino ballerina, allorchè tenevasi in sua presenza proposito di lei, interrogava tutto smarrito:--Libertà! di che sorta?--Queste opinioni stanno qui con la medesima convenienza dell'orazione di Tizio nell'Inferno, che conforta gli eternamente perduti ad apprendere giustizia: non v'è cera che turi le orecchie all'umana imbecillità; elleno stanno aperte alla prima Sirena che voglia susurrare dentro di quelle la canzone della frode.

Nè si presuma essere diventati in nulla migliori; siamo i medesimi di tre e cinque secoli passati, strascinanti di età in età la soma del vituperio sul basto della ignoranza. Mancano i fatti nequitosi? segno è che manca chi inciti, non gli animi, non le voglie pronte a commetterli; imperciocchè la più parte di noi non abbia nemmeno volontà propria a mal fare, e penda sospesa ai confini del vizio e della virtù, aspettando la spinta per traboccare: quindi è che io non ho mai avuto in iscopo di predicare al deserto, tentando di migliorare i miei simili,--no; possa l'anima mia diventar quella di un avvocato, se mai ho avuto in pensiero cosa sì fatta: ciò che ho scritto, scrissi per dimostrare altrui che so, come dicevano i nostri vecchi Fiorentini, _quanti piedi entrano in_ _uno stivale_, e distinguo i _bufali dall'oche_, e che, quando la cerco, mi ritrovo anche io, e non capisco il come, una testa rotonda sopra due spalle quadre.

CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO.

LA NOTTE DOLOROSA.