La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 42
«E qui?»
«Mo.... orte!»
Il Conte Rinaldo, sottentrando velocemente con la destra alla manca, aveva piantato fino al manico un pugnale nel cuore allo infelice Anselmo; e súbito ritirandosi per non essere bruttato dal sangue, stette con istupida curiosità a contemplare le scosse che faceva il coltello secondo che riceveva gli impulsi dal viscere lacerato: quando si fu del tutto estinto quel moto, e la vita con esso, lo estrasse, prendendolo pel bottone con l'indice e il pollice, e si pose a nettarlo, fregandolo traverso il ventre del morto.--«Povero Anselmo!» frattanto andava dicendo «ve' un poco come hai finito. Ma! se lo dice il proverbio! finchè abbiamo denti in bocca, non sappiam quel che ci tocca; la tua lunga servitù, l'antica amicizia nostra, non meritavano questo, no certo; nè io ti portava rancore, odio nemmeno: ecco, ti ho incontrato su la mia via, ed io ti ho distrutto. Male accorto! e non sapevi che il mio alito consuma, il guardo abbrucia, il tatto disperde? perchè mi ti sei cacciato tra i piedi? Io ti ho morto... uno di noi doveva morire; tu hai perduto la prova,--colpa tua; se l'avessi perduta io,--colpa mia:» (e qui guardava la lama s'era divenuta netta; comparendovi pur sempre qualche striscia di sangue, continuò a fregarla sul ventre del trafitto;) «tanto hai detto, che le tue dottrine mi sono scese nel cuore; secondo quello che tu sentenziavi, io doveva abbandonarti avanti, chè corre assai tempo che non mi porti utile al mondo; pure ho aspettato che tu mi diventassi pericoloso, allora... non puoi dolerti... ell'è cosa tua... forse ho imparato più di quello che volevi; ma ti consoli la gloria di aver fatto un ottimo discepolo: io per me vado convinto che quando la tua anima sarà assicurata dal sofferto terrore, non potrà condannarmi,--forse sarà la prima a lodarmi: ora tu hai cessato di travagliarti, tu mi devi la quiete e il riposo; tu sei andato dove il prigione non ode la voce del carceriere, dove il servo non obbedisce al signore; quivi abita il grande e il piccolo¹--nella comunione della polvere, chi condanna, e chi è condannato....»
¹ Ibi requieverunt fessi.... et quondam vincti, pariter sine molestia, non audierunt vocem exactoris. Parvus et magnus ibi sunt, et servus liber a domino suo.(_Job_)
Allo improvviso con fracasso spaventoso parte della invetriata di quella camera violentemente percossa cadde giù sul pavimento; un corpo trasvolando velocissimo sollevò, col vento che suscitava, i capelli del Caserta, e andò a quietarsi dentro il soffitto.
«Vendetta di Dio!»--proruppe in un urlo salvatico il Conte Rinaldo, e incrociate le mani sul petto, agitato da tremore convulso, abbassò il capo al solaio: così stette assai tempo; poi, diminuita la paura, aprì gli occhi e gli sollevò peritosi: un grosso verrettone compariva conficcato al soffitto; guardò meglio, e vide una carta pendente dalla sua penna; ascese sopra uno sgabello, stese la mano e la tolse; lo scritto diceva così:--«Conte di Caserta, pensa come l'eterna provvidenza punisca; tu hai l'esempio sotto occhio; muta consiglio, e ti sia pena avere fino ad ora male operato; altramente un mio detto può farti morire della morte dei traditori.»
«Minacciano!» mormorò Rinaldo, e, stretto di nuovo il pugnale si guardò attorno con ciglia severe; «ma qui non vedo alcuno,» aggiunse guardando il cadavere «nè mi vi rimane a fare più nulla.»--Poi avviluppò il morto nelle coltri e si allontanava co' passi del peccato. Giunto al capo della scala gli si parò dinanzi il Re, che scortato da molti cortigiani veniva a visitare il ferito, onde súbito facendoseli incontro gli disse: «Messere lo Re, avete fatto il viaggio invano.»
«Perchè questo, Conte Rinaldo? come sta il ferito?
«È spirato.»
«Spirato! Era la piaga così mortale che non gli abbia lasciato un'ora di vita?»
«O signor mio, ell'era spaventosa, gli ha tagliato più che mezza la gola;--le ultime sue parole sono state ch'io vi chiedessi perdono per lui...»
«Dunque egli mi tradiva?»
«E' pare»
«Buon per lui, che mi ha risparmiato il cordoglio di mandarlo alla forca...»
«Salvo vostro onore, Messer lo Re,» interruppe il cortigiano che aveva consigliato il duello con la religione «dovevate dire al taglio della testa, perchè a norma delle costituzioni del Regno, tale è il privilegio dei nobili.»
Manfredi sorrise; e il Caserta pensò:--ti ho risparmiato il cordoglio di uccidere Anselmo, ma ti ho tolto il piacere di uccidere me e i miei compagni-,--questa tua gioia mi piace.--
Il Re, conoscendo la sua venuta vana se ne tornò palazzo dove tra le altre cose ordinava al Caserta ai seppellire segretamente il cadavere del Conte della Cerra.
Nel più buio della notte, due vassalli portando una bara e una torcia di resina, che rischiara il sentiero di luce vermiglia, si accostano alla porta di Benevento, chiamano la guardia che sonnacchiosa si leva, ode una parola, e brontolando abbassa il ponte, e lascia passare. Giunti alla valle, danno di mano alle zappe, e cominciano a scavare; goccia dalle fronti loro il sudore, ma il terreno è sassoso, e fanno poco frutto: uno di loro cominciando il discorso con fiera bestemmia dice all'altro, non meritare tanto travaglio quel ribaldo del Conte della Cerra, essere il meglio lasciarlo sul campo, chè i lupi avrebbero loro risparmiato la fatica:--questi risponde: da che egli si era aperto, gli avrebbe molto miglior modo insegnato: prendesse il morto per le braccia;--egli lo afferrò alle gambe, e così lo portarono ad un pozzo poco quinci discosto, gli legarono al collo un sasso di enorme gravezza, e lo precipitarono dentro; miserabile, non indegna fine di tanto scellerato!--si dolse la Pietà dell'atroce sepolcro, non già la Giustizia. Le acque contaminate svelarono l'opera nefanda; e la gente del contado, non tanto per misericordia, quanto per abbisognare del pozzo ad abbeverare il bestiame, estrassero quelli avanzi di membra putrefatte, e con meno disonesta sepoltura li sotterrarono accanto al pozzo.
Rosalia, figlia naturale del Conte Anselmo, caduta per la morte del padre nella più orribile miseria, cacciata da tutti, quasi fosse appestata od idrofoba, spesso fu vista sul far della sera aggirarsi intorno quel pozzo, e affacciarsi all'orlo, e sporgervi dentro le braccia: lamentava la misera, da che nessuno altro retaggio le aveva lasciato, se non che l'avvilimento e la infamia, la soccorresse almeno con la morte, le partecipasse la impassibilità e la immobilità sue; disprezzarla ogni anima vivente, abbeverarsi il suo cuore di obbrobrio, contaminarsi il suo sangue nel vilipendio, non poter durare agli insulti feroci; soccorresse la tapina che niun'altra colpa aveva oltre quella di esser nata da lui; sentissero le sue ossa pietà, riparasse il fallo, le facesse un po' di luogo entro la fossa....--Queste cose parlava la sconsolata, ed altre molte aggiungeva, che l'intelletto di soverchio commosso non mi concede riferire. Giunta la nuova alle orecchie di Yole, questa gentile opero sì col padre, che la povera fanciulla venne tolta da quella vita raminga, e messa nel monastero di Santa Maria della Pace; quivi conobbe a prova non darsi travaglio che la religione non blandisca, non pena che non volga in gioia. Aggiunge la Cronaca, che dopo la conquista di Carlo, essendo le opere di suo padre diventate presso il nuovo signore titoli di onoranza, sì come furono presso lo antico d'infamia, ricercata dalla Contessa Beatrice di andare a Corte, ricusasse, e come abborrente dalle umane cose prendesse il velo, e si consacrasse al servigio di Dio, nel quale tante pietose opere fece, e tante devote parole favellò, che dopo molti anni morisse _in odore di santità_. Vero è poi che quanto racconta qui la mia Cronaca non trovo confermato dalla Curia romana, che non ha mai ventilato causa per chiarire Rosalia della Cerra _venerabile, beata, e santa_, che sono le tre fermate per conseguire la _Dulia_, ovvero culto che si rende ai Santi del Signore.
CAPITOLO VENTESIMOQUINTO.
LA FUGA.
Tu vedrai che lo indugio, e la dimora Che si frappone alla vendetta, accresce Questa gran piaga, ch'è da sè mortale. ARRENOPIA, _tragedia antica_.
Noi non sapremmo accertare l'amoroso lettore, che nulla curando il fastidio ci ha con tanta benevolenza seguitato fino a questo punto della storia nostra, se la Cronaca dalla quale ricaviamo le narrate avventure sia o no in parte manchevole, imperciocchè priva della numerazione delle pagine, non lascia modo a conoscere il difetto; vero è che omettendo di esporre come Carlo si partisse da Roma, quale strada tenesse, e quali ostacoli incontrasse, senz'altro badare, trascorre ai casi che avvennero dopo il memorabile passo del Garigliano eseguito dalla milizia francese; onde volendo noi dare un po' di supplemento a questo luogo, c'ingegneremo di raccontare alla meglio quanto accadesse in quel mezzo tempo. Coronato che fu a Roma nel giorno della Epifania il Conte di Provenza, rompendo gl'indugii si mise in cammino, sì per prevalersi di quel primo ardore dei suoi soldati, sì perchè, soprastando, non aveva danari per pagarli; e Papa Clemente, per molte cagioni, tra le quali non era ultima quella di non averne neppure egli, non poteva prestargliene. Le storie dei tempi non ci hanno conservato se Carlo operasse ciò che tutti i capitani a lui antecedenti e posteriori hanno fatto movendosi alla conquista del Regno, vale a dire dividere la sua gente in due schiere, mandandone una lungo il littorale, l'altra pe' luoghi più prossimi agli Appennini, con intenzione di riunirsi a Capua per marciare unitamente alla volta di Napoli; anzi e' pare che tenesse diverso consiglio, e repugnando dal partire lo esercito, pel cammino di Frosinone si accostasse intero al passo di Cepperano: forse temè incontrare troppo dura resistenza a Fondi e ad Itri, che occorrono costeggiando la marina, e considerò, che quando pure gli fosse venuto fatto di superare questi due passi, gli rimaneva il terzo, più arduo, del Volturno sotto Capua, il quale, per essere quivi il fiume grosso, e il ponte afforzato di antiche e di nuove torri, appariva inespugnabile. Trapassando la Campagna Romana, i popoli, non che gli contrastassero, gli davano all'opposto favore come a figlio prediletto, e a campione di Santa Chiesa. L'Arcivescovo di Cosenza, Bartolommeo Pignattello, veniva con esso lui in qualità di Legato apostolico, benedicendo chiunque si fosse aggiunto alla impresa contro Manfredi, e pronto a scomunicare coloro che avessero osato prenderne le parti: tanta era l'autorità della sua voce, che gli uomini del contado accorrevano per ogni lato volonterosi di farsi ammazzare in pro, come dicevano, della religione contro un eretico. Il Monte San Giovanni, che nel 1494 contese con tanto pericolo di Carlo VIII allo esercito di Francia, il fatale Angioino con allegrezza infinita accoglieva, e gli era largo di spontanei sussidii. Nè (poichè la fortuna non toglie mai a sollevare a mezzo i suoi diletti) i giorni, che, per essere all'entrare di febbraio, dovevano mostrarsi piovosi, cessavano di continuare sereni; il sole oltre ogni credere caloroso, pareva si compiacesse a rischiarare di limpidissima luce i passi del Destinato. Così il campo di Carlo, in sembianza di gente cui tarda essere aspettata a qualche gran festa, vide il quarto giorno del mese le sponde del Garigliano. Questo fiume principale di tutto il Regno di Napoli, che deriva la sua sorgente poco lungi dal lago Celano, trapassando per Sora bagna Cepperano, traversa Pontecorvo, e sbocca finalmente nel Mare Tirreno, formando un confine naturale tra la Campagna Romana e la Terra di Lavoro: dicono, correre le sue acque per lo spazio di ottantacinque miglia, e affermano potersi navigare per venticinque discosto dal mare; nondimeno a Cepperano e a Castelluccio non apparisce sì grosso che qualche volta non si possa guadare. Manfredi, che ben conosceva la importanza del passo, súbito dopo l'assemblea di Benevento vi mandò il Contestabile Rinaldo, Conte di Caserta, al quale aggiunse Giordano Lancia con molte compagnie di Pugliesi, perchè vi tenessero il fermo; schivassero venire alle mani; assaltati, si adoperassero di rituffare i nemici nel fiume. Conosceva lo Svevo, essergli lo indugio più efficace della vittoria medesima, e la impresa di Carlo doversi risolvere in fuga, dove non avesse potuto ingaggiare una presta battaglia, che mancava di danaro, primo e forse unico nervo della guerra: nessuna provvisione che si richiede da esperto capitano aveva ommesso; l'affidavano a bene sperare il luogo di leggieri assai difendevole, i sufficienti presidii affezionati al suo nome, per disciplina e per valore reputatissimi; la fedeltà dei Conti di Caserta e Lancia, che aveva loro preposto. Adesso riprende la Cronaca, e racconta, come la sera del quinto giorno di febbraio tornando Manfredi verso Benevento, dalla quale città era uscito per incontrare una masnada di soldati che dovevano mandargli di Puglia, si doleva per via della negligenza dei Governatori in ispedirli, e della lentezza dei condottieri in menarglieli, mostrandosi più che non si convenisse malinconoso, allorchè, levando gli occhi all'orizzonte, vide un nugolone nero che parandosi innanzi del sole prima che fosse tramontato, ne impediva la vista: qual fosse la relazione che in quel momento passava tra cotesta scena e i pensieri di Manfredi, noi non sapremmo; ma egli stava a considerarla con misteriosa calma, e con un meditare profondo, maggiore di quello che l'uomo in simili casi possa adoperare: gli estremi contorni della nuvola però splendevano di colore di sangue, e ne scaturivano alquanti raggi che spargendosi largamente per l'emisfero tingevano in vermiglio tutti gli oggetti che l'occhio giungeva a contemplare; d'ora in ora un buffo di vento scuoteva con violenza le fronde degli alberi, e percorreva la terra, cacciandosi innanzi turbini di polvere mossa, e paglie; il volo degli uccelli più e più sempre si abbassava, quasi presentissero che il cielo era per farsi turbinoso, ed annunziavano con voce inquieta soprastare la procella. Giordano d'Angalone, che cavalcava allato di Manfredi, avvisando di entrare nel pensiero del Re, favellava: Stasera il sole muore innanzi tempo.»
Manfredi, guardandolo accigliato, rispondeva: «Muore, ma brilla.»--E nel volgere che fece degli occhi, protendendogli giù per la valle esclamò: «Oh! perchè mai si affaccenda egli tanto? In verità mala nuova ne porta il corriero.»
I cortigiani che accompagnavano Manfredi diressero gli occhi al punto in cui mirava il signore, e stringendo le palpebre quanto meglio poterono, aguzzarono la vista: pur finalmente, stanchi di nulla discendere, parlarono insieme: «Salva vostra grazia, messer lo Re, voi avete preso errore....»
«Errore! Guardate là, là a mancina presso al dirupato del Diavolo,» ed accennava col dito «seguendo la direzione della cappella di Nostra Donna del Pianto,--non vedete un uomo che si affatica per guadagnare l'erta del monte?»
Si riprovarono più intenti di prima i cortigiani, e dopo replicati esperimenti risposero: «Noi non vediamo cosa al mondo.»
Tuttavolta, così comandando Manfredi, si rimasero su quella vetta, nè passò molto che incominciarono a scoprire una macchia bruna che parea distaccarsi dall'estremo orizzonte, e di mano in mano ingrandirsi approssimandosi; molto si maravigliarono del caso, e di animo concorde lo attribuirono a miracolo: e veramente, dice la Cronaca, ciò non fu senza volere di Dio, che, purificandogli le facoltà intellettuali e del corpo, anticipava all'anima travagliata lo spasimo della vicina sciagura, la qual cosa noi non sapremmo affermare; comecchè presso molte nazioni della terra vivesse, e forse anche viva la credenza, che il Destinato abbia il dono di profezia, e possa per alcuni segni degli occhi conoscersi colui che, prossimo a chiuderli per sempre, ha ricevuto, quasi in compenso della morte affrettata, la potenza di antivedere gli eventi. Ora si scorgeva manifesto il corriero: gli copriva la bocca una fascia, perchè nel celere corso l'aria non fosse impedita dall'entrare liberamente nel polmone; teneva fitti più che mezzi gli sproni nei fianchi del cavallo, o che distratto da altro pensiero non avvertisse che in quel modo gli dava la morte, o anzi che, calcolando per la fatica sofferta non potere più a lungo durare, volesse che quegli ultimi avanzi di vita si consumassero in isforzo disperato:--nefanda, non inusitata ferocia presso di noi, che ci diciamo immagini del Creatore! Anelava il povero animale in ispaventosa maniera, aveva il morso imbrattato di spuma sanguinosa, grondava sangue dal costato, da tutto il corpo sudore; pure trasvolava con una rabbia di corsa, per modo che a mala pena si potesse seguitare col guardo nei rapidi passaggi che faceva dall'ultimo globo di polvere nel nuovo che suscitava scalpitando; giunto circa quaranta passi alla distanza di Manfredi, stramazzò con lungo sdrucciolío, e abbandonando la testa stette immobile: il corriere, traendo le briglie, spronando più aspro che mai, s'ingegnava a rilevarlo;--fu opera perduta.--«Potevi aspettare a morire dopo altri quaranta passi!» mormorava il corriere smontando, e senza pure degnarlo d'uno sguardo s'incamminò pedone alla volta del Re; se gli inginocchia trafelato alla staffa, ma soverchiato dal travaglio cadeva boccone. Scese Manfredi, lo alzò affettuoso, lo pose a sedere, e di propria mano gli allentava la cintura, perchè meglio respirasse. Confortato il corriere di breve riposo, cominciava dolente: «O Re Manfredi, male nuove vi porto.»
«Già corre gran tempo, che non ne aspetto di buone.»--E così parlando Manfredi pose il gomito sopra la sella del suo destriere, e nella palma della mano lasciò declinare la testa.
«Grande sventura sono per narrarvi, mio Re.»
«E noi siamo apparecchiati ad ascoltarla: narrala.»
«I Provenzali hanno passato il Garigliano...»
«Che!--Tu te ne menti.»
«Così piacesse alla Santa Vergine, e a San Germano, che voi mi aveste giustamente mentito, chè io non vi chiamerei per questo in isteccato.»
«Perchè hanno combattuto? non avevano ordine di schivare la battaglia? Ecco, chi a adopra l'arme senza consiglio, le depone con danno... costoro mi sono debitori di questo sangue sparso...»
«O signor mio, che parlate di sangue? un vituperio eterno ha contaminato l'onore dei Baroni del Regno.»
«Come!»
«Carlo passò senza colpo ferire.»
«Dio!...»--proruppe con altissimo grido Manfredi, e il rimanente digrignò fra i denti, e alzò la testa, e così duro colpo sferrò su la groppa del destriero, che questo si mosse per fuggire: ma egli gli cacciò la destra dentro la criniera, e con forza convulsa lo costrinse a stare: quindi interrogò il corriere: «Dove è il Caserta?--dove andò il Lancia? Questa è la fede dei congiunti? Sopravvissero essi a tanto obbrobrio? Se sopravvissero.... io lascio loro, per pena, la vita.»
«Ahimè, Messere! che vi ha tradito il Caserta.»
«Chi?--Caserta? Hai tu nominato il Caserta? Perchè mi ha egli tradito? Che gli aveva io mai fatto? Non l'onorai? Non lo chiamai a parte del reggimento? Non lo costituiva, dopo me, primo nel Regno? Non lo anteposi ai miei stessi consorti? Rinaldo!--l'amico mio! Perchè? Ah!--qual baleno di rimembranza!--La Spina!--Il tempo ha ridotto in polvere anche le sue ossa, e non ha cancellato l'offesa?--Chi offende dimentica; ma lo ingiuriato cinge di cilicio la memoria, e mette su l'anima il peso della vendetta:--non è la vendetta la cancrena del cuore? Ho errato; misero il Re che offende; più misero colui che offende, e non uccide! Rinaldo ha fatto il debito suo: perchè noi mancammo al nostro;--mai si concede errare indarno a cui porta corona; noi ne paghiamo amarissima pena, ma pure dovuta. Dovevamo noi?... un Manfredi?... No, nol dovevamo; ma _Dio a cui vuol male toglie il senno_.» ¹
¹ Espressione sovente adoperata dal Cronista Villani nel racconto di queste avventure, Libro 7.