La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 41
Il Gran Protonotario, fornito assai prestamente l'ufficio, porse la patente a Manfredi perchè la firmasse, ed egli munitala di sua firma gliela restituì sul momento. Allora Messer Giovanni d'Alife lesse: «Noi Manfredi Primo per la grazia di Dio Re di Sicilia, etc. etc., per tenore delle presenti concediamo a Messer Anselmo Conte della Cerra provocato, e a Messer Cavaliere innominato provocatore, ambedue qui presenti, campo franco e sicuro a _primo transito_ nella terra nostra di Benevento, dove ognuno di loro possa diffinire con l'arme la querela di _crimenlese_ per lo tempo e termine di tutto il presente giorno, nonostante alcuna cosa in contrario, etc. etc. In fede di che Noi abbiamo fatto fare la presente, segnata di nostra mano, e munita del nostro suggello, anno Domini 1265, giorno 24 del mese di gennaio.--MANFREDI.»
Anselmo non si aspettava a questo; e veduto che il Re si consigliava co' suoi più eletti Baroni, per essere tra quelli il Conte Rinaldo, stava sicuro che l'affare del Giudizio di Dio non sarebbe andato più innanzi; però se gli giungesse improvvisa quella concessione del campo non è da raccontare; l'ascoltava come uomo smemorato; pure il Gran Protonotario non aveva finito di leggere la patente, ch'egli pensò tra sè:--Rinaldo avrà certamente consigliato che non si venisse a questo fine, almeno doveva farlo; forse che non avrà potuto impedirlo.... ma e non avrebbe anche potuto promuoverlo?--perchè?--io non ne vedo la ragione: questo duello non si ha da fare, nè si farà. Guardiamo se per avventura giunsero i tempi di porre me sotto la protezione del trono, e loro sotto quella della forca.... No,--oggimai è troppo tardi, gli eventi mi hanno strascinato; a mal grado del mio ingegno per ischivare l'unione fatale, l'altrui vita sta essenzialmente congiunta alla mia, nè posso far cadere la scure sul collo dei miei compagni senza ch'io ne perda la testa.... la testa!--qui sì che ci vuole arte davvero: animo, Anselmo, non mancare in questo estremo a te stesso, aguzza lo intelletto, mostra il viso alla fortuna, ella si volge benigna agli audaci, e pensa che non ti resta per la tua salute che audacia.--Così appunto, secondo che narrano le vecchie leggende, quel Gano di Maganza, che occorre nella epigrafe del presente Capitolo, condannato da Carlo Magno allo squarto per aver tradito i Cristiani a Roncisvalle, dove morì il famoso Conte Orlando con la più parte dei Paladini di Francia, ormai presso allo strazio, supplicò l'Imperatore di una grazia, il quale, pur che non fosse di vita avendogliela quegli concessa, domandò di essere squartato da quattro cavalli verdi; invenzione che non giovò a quel tristo, più che ad Anselmo giovasse la sua, perchè dice la leggenda, che Malagigi per arte di negromanzia fece apparire quattro demoni in sembianza di cavalli verdi, e Manfredi con la sua autorità rimosse tutti gli ostacoli che mise in campo il male arrivato Della Cerra.
«Mio Re,» con atto modesto parlava Anselmo vôlto a Manfredi, «non v'ha colomba, per innocente che sia, che non possa essere dall'altrui malignità calunniata; la mia lealtà per voi si chiarisce per mille prove, nè teme offesa da questo uomo, che per dirne meno dirò che viene sconosciuto sì come fa il ladro....»
«Potrei scoprirmi, e allora che diverreste Anselmo?»
«Io parlo al mio Re, e prego di non essere interrotto:» (Manfredi accennava al Cavaliere che tacesse;) «ora Dio sa se volentieri io verrei al paragone con qualunque uomo al mondo, ed anche con costui, per sostenerla con l'armi; ma per appartenere ad illustre famiglia, tra le più nobili del Regno onorata, le leggi di Cavalleria mi vietano scendere in isteccato con tale che non pure non prova di essere Cavaliere, ma per istarsi tutto nascosto nell'armi potrebbe bene aver nota d'infamia....»
«Infame io? tu sei infame....»
«O bando per assassino, per tradimento, o per qualunque altra causa contemplata nelle costituzioni....» (Lo sconosciuto fece sembiante di prorompere; Manfredi lo contenne con un suo sguardo severo, tuttavia egli continuò a stringere con mano tremante di rabbia l'elsa della spada) «.... così che lo potessi rifiutare di ragione, e però non venissi, assistendomi Dio, sì come confido per esser questa causa della innocenza, e causa sua, a conseguire vittoria contro costui più vituperosa, che perdita contro un Cavaliere onorato.»
«Conte della Cerra,» risponde Manfredi, «sappiate che un uomo che si affatica, come fa questo Cavaliere, a sostenere la gloria della nostra Casa, non può essere infame, nè notato di quelle vergogne che voi andate esponendo; nondimeno perchè a noi, quanto a voi, preme che illibate si conservino le leggi di Cavalleria, non vogliamo che con altri combattiate se non con Cavaliere.» E così favellando, ordinò a Rogiero che si accostasse all'altare: quivi arrivato:--«Ponete ginocchio a terra,» aggiunse, e toltagli la spada da canto, la sguainò, gliela percosse per tre volte su l'elmo, e proseguiva: «Voi siete Cavaliere: i modi vostri assai ci fanno palese, voi da gran tempo conoscerne i doveri; che voi siate per onorare il grado non dubitiamo» (e sì dicendo gli ricinse di sua mano la spada), «nè consentiamo che scendiate in campo senza illustre insegna. Contestabile Rinaldo, noi vi preghiamo esserci di tanto cortese, che lo vogliate accomodare della vostra arme; noi vi assicuriamo che le vostre bande d'oro, e i lioni d'argento, non si dorranno di questo, perchè se a Cavaliere privato fosse concesso portare impresa di Re, noi gli avremmo fatto presente della nostra Aquila stessa.»
Il Conte di Caserta, staccato dal suo seggio lo scudo, lo porse con bel garbo a Manfredi, che lo adattò al braccio del nuovo Cavaliere; il quale, sopraffatto da così grande dimostrazione di amore, null'altra cosa poteva proferire oltre questa: «O mio Signore, gran mercè!»
«Ora Conte della Cerra,» disse Manfredi, «vedete bene starvi a fronte questo uomo, nè potersi da voi rifiutare con nessuna eccezione, imperciocchè quando anche fosse contaminato di quelle brutte macchie di traditore e di assassino, che voi gli avete supposto, l'ordine di Cavalleria da noi conferitogli lo ha tutte rimosse, sì come fa dei peccati il santissimo battesimo tra i sacramenti.»
_Tra male gatte è capitato il sorcio_, per dirla con Dante. Il Conte della Cerra più s'ingegna levarsi d'impaccio, più vi si avviluppa, e ad ogni passo gli si chiude un sentiero allo scampo; nondimeno non gli basta il cuore di abbandonare la presa: considerando che quello ostinato celarsi del Cavaliere doveva tener sotto qualche grande mistero, e che dove fosse scoperto avrebbe prodotto accidenti da sturbare il duello, ricorre a nuova sottigliezza.
«S'io punto m'intendo di Cavalleria, parmi, mio Re;» favella rivolto a Manfredi «che a me spetti la _eletta_ dell'armi.»
«Veramente voi parlate la verità: eleggete.»
«Da che a me sta eleggere, questa è la nota delle armi: due coltelle genovesi di due palmi, taglienti; targa, un mantello di lana; morione in capo, una ghirlanda di fiori.»
Molti stupirono alla inaspettata proposta del Cerra, tenendola per animosa; molti, e tra questi Manfredi, con più senno la tennero per codarda, ravvisando in essa un cavillo per impedire la prova.
«Noi, come signore del campo,» parlò il Re un po' turbato «non possiamo ammettere coteste armi, insolite al costume cavalleresco.»
«Io pure non vorrei levarmi da dosso questo vituperio di sospetto in diversa maniera....»
«Se sia maggiore vituperio dare con la propria condotta luogo al sospetto di tradimento, ovvero la manifesta dimostrazione di sfuggire la prova che potrebbe purgarlo, noi non sappiamo, messer Conte; il primo è incerto, il secondo comparisce certissimo....»
«La scelta dell'armi non tenga la Serenità Vostra dal concedere il campo,» interruppe il Cavaliere innominato «perchè io posso combattere sconosciuto anche nel modo proposto dallo avversario.»
«E come lo potrete voi?»--domandò il Re.
«Coprendomi il volto con un velo di seta nera, simile a quello che nascondeva il Conte Anselmo, allorchè mi condusse entro una prigione di Napoli per farmi conoscere mio padre.»
Rinaldo, che attentissimo ascoltava la disputa, riconobbe chi fosse il Cavaliere, e raccolti i pensieri, si diede a considerare la prepotenza dei destini che lo avevano costretto a porgere di buon animo la sua impresa a tale uomo, che or sono molti anni, con solenni giuramenti sacramentava, non avrebbe indossata giammai.
Lo riconobbe anche Anselmo, e nessuno migliore espediente trovò per nascondere la fiera alterazione, che gridare: «Or via, sia come volete; accetto di combattere con le armi solite adoperarsi tra Cavalieri.»
«Contestabile,» allora disse Manfredi «a noi non è concesso per le gravi cure del Regno assistere a questo abbattimento; pertanto a voi deleghiamo le parti di giudice, e di signore del campo, ed espressamente ordiniamo, che vi sia senza nessuna esitanza obbedito, come se foste la nostra stessa persona: avvertite, noi aver concesso il duello al _primo transito_; togliete sufficiente scorta onde reprimere chi si volesse muovere a favorire alcuno dei combattenti; e se insistesse, si uccida, che sarà bene ucciso; provvedete al vostro e al nostro onore; abbiate cura all'ordine, non dimenticate mai che spesso queste prove di onore hanno finito in obbrobriosi assassinii. Voi, Giordano d'Angalone, costituisco padrino del Cavaliere innominato; voi, Benincasa, di messer Anselmo; adempite da valenti Cavalieri l'ufficio: Conte Lancia, seguitemi; Contestabile, nel nostro palazzo aspettiamo la novella del fatto.»--Profferite queste parole, salutò con cenno cortese i ragunati Baroni, e scomparve col Conte Lancia per una porta della sala.
«Rinaldo,» parlò il Conte della Cerra, cogliendo l'occasione di accostarsegli, quando camminavano alla volta dello steccato fuori delle mura di Benevento; «Rinaldo, voi avete veduto con quanta costanza io vi abbia salvato la vita; adesso ragione vuole che voi facciate alcuna cosa per salvare la mia.»
«Io bene pensava a questo, Anselmo; state di buon animo.»
«Ditemi il come, Messere, perchè sta in mia mano perdervi tutti....»
«E voi stesso con noi però....»
«Non vuol negarsi questo: ma che dice il proverbio, Conte? mal comune mezzo gaudio; e poi chi vede la fine? da cosa nasce cosa....»
«Voi parlate saviamente, Anselmo; uditemi: adesso bisogna non isbigottirci per nulla; state saldo, parate i primi colpi, chè per essere voi coperto di piastra, di leggieri lo potete; allora susciterò scompiglio nel campo, farò ammazzare il vostro avversario, che se mal non vedo, dovrebbe essere....»
«Il figlio della vostra consorte.... è certo.»
«Sia: e voi fuggire....»
«Chi mi assicura che voi lo farete?»
«Come posso assicurarvi, Anselmo? non ho condotti già io questi tempi, nei quali uomini senza fede è di mestieri si affidino sopra la mutua lor fede.»
E proseguivano; se non che in questa giunsero al campo. Rinaldo, chiamato il Capitano della gente d'arme, segretamente gli commetteva, desse ordine ai soldati di disporsi in quadrato; badassero bene che nessuno passasse la fila, finchè l'uno o l'altro dei combattenti non fosse morto, o abbattuto: e se persona l'osasse, senza rispetto al mondo la uccidessero; avvertisse che quanto gli comandava fosse eseguito _sotto pena del cuore_. Poi ristrettosi col vecchio congiurato, di cui la troppa età ci ha nascosto il nome, gli disse, che dove il Cavaliere sconosciuto avesse, sì come pareva certo, morto o ferito il Conte Anselmo, egli co' più audaci compagni rompesse le file dei soldati, che non avrebbero fatto resistenza, e s'ingegnasse in tutti i modi di ammazzare anche lui. Il Cavaliere, udito il comando, scosse la testa, e rispose: «Sta bene,--assai mi piace,--ella va in regola,--non dubitate, chè sarà fatto.»
Intanto i padrini, smontati da cavallo, come correva la usanza, si posero a guardare con molta diligenza il proprio campione per conoscere se fosse di tutto punto armato, se alcun pezzo di maglia fosse male affibbiato, se alcuna piastra debole; poi il padrino di Anselmo andò al Cavaliere innominato, e verificò di propria mano se sotto i cordoni di seta, che allacciavano il bacinetto alla gorgiera, fosse rame, ferro, od altro metallo; lo stesso praticò il Conte Angalone con Anselmo, e trovarono tutto senza frode. Ciò fatto, i combattenti mutarono tra loro le spade, perchè la consuetudine voleva che l'uno combattesse con la spada dell'altro; e queste pure vennero provate dai padrini per escludere il sospetto, che fossero fabbricate con ingannevole magistero, o con falsa materia; la lunghezza non misurarono, perchè giusto per essere quella di Anselmo più corta e quella di Rogiero più lunga, si compensava così il vantaggio di statura, che l'ultimo aveva sul primo.
In quei tempi non facevano altre ricerche: in appresso, variati i costumi, pervertiti gli animi, e prevalso l'uso che il provocato portasse arme offensive e difensive per sè e pel provocatore, fu di bisogno consumare gran parte del giorno in questa prova, perchè tra l'armatura mescolarono alcuni pezzi inchiodati con chiodi di stagno, elmi bruniti dentro per modo che togliessero il vedere, o fatti con arte tale che non si potesse guardare se non in cielo, guanti che forte stringendo cacciavano fuori punte che ferivano le mani che li portavano, usberghi avvelenati, che escoriata la pelle il mortifero veleno trasfondevano nel sangue; che più? perfino panzeroni e schinieri fatti di cartone, e acconciamente coperti di foglie di argento; onde quelle buone anime di scrittori che composero libri intorno questa materia, ebbero ad esclamare sovente: _o tempora! o mores!_
I padrini posero dopo questo i capi di una cordicella, forse lunga tre braccia, in mano ai combattenti, e rimontati in sella specularono il campo se avesse alcuna fossa o rialzo che impedisse l'indietreggiare dei Cavalieri; dipoi tornarono appresso loro, e fecero cenno al Contestabile essere tutto preparato.
Il Contestabile mandò lo araldo, che con la spada della giustizia divise la corda, e i Cavalieri principiarono l'assalto. Racconteremo noi le vicende di cotesto duello? ripeteremo noi quello che da qualsivoglia straniero od italiano poema viene troppo sovente descritto? Noi nol faremo, sì perchè ogni uomo che ne abbia vaghezza ne troverà un mirabile esempio nella _Gerusalemme liberata_, e un altro mirabilissimo nei _Lombardi_ di Tommaso Grossi, gloria vivente d'Italia, a nessuno secondo, e, dove il desideri, agevolmente primo;--sì perchè comunissimi furono i casi del nostro. Troppo soverchiava Rogiero di forza e di destrezza Anselmo; tuttavolta questi fidente di aiuto andava a gran fatica schermendosi, e mostrava chiaro che non poteva durare: adesso, trapassato alquanto di tempo, nè vedendo, giusta il convegno, muovere alcuno a soccorrerlo, suppose che Rinaldo, caduto nella solita astrazione, se ne fosse dimenticato; però volse il capo a quella parte onde egli rinvenisse, od alcuno dei congiurati lo facesse avvertito:--inutile tentativo: nessuno dei molti quivi raccolti fece pur cenno di levare una mano. Rogiero conobbe essergli capitato il destro di spingersi innanzi, menare un bel colpo, e fornire la bisogna; nondimeno, come avviene, sentendosi più forte del suo avversario, volle che prima dei dolori della morte gustasse i dolori non meno terribili dello spavento. Così seguitò anche un poco il duello: Rogiero era intatto: Anselmo, in parte disarmato, aveva in due o tre luoghi falsato l'usbergo, ammaccato il bacinetto, ma non gettava anche sangue: bene lo facevano spasimare l'aspre percosse; la qual cosa unita allo stupore di non essere aiutato, ed alla paura di esserlo, ma non in tempo, tanto gli scompigliò la mente, che fuori di sè, perduto il lume degli occhi, sconfortato dal rumore che annunziava la sua sconfitta, cominciò a lasciare il terreno; ad ogni passo volgeva disperato la testa verso il Caserta che se ne stava immobile, e tante volte offriva occasione al nemico di finirlo a un tratto: di vero infastidito Rogiero di quel gioco, aspetta il tempo, mena un gagliardo manrovescio, coglie Anselmo nei cordoni di seta che la gorgiera allacciavano al bacinetto, e ad un punto gli getta queste armi per terra, e lo ferisce alla gola. Anselmo stramazza tramortito; se a levarlo di sentimento contribuisse il terrore o il dolore, noi non sappiamo; certo molto tremendi furono ambidue;, mostrava il volto giallo come itterico, la fronte livida dai colpi, i labbri congelati in un brivido; sgorgava dalla ferita impetuosamente il sangue, fluido e vermiglio, segno certo di arteria recisa;--era la piaga insanabile. Gli spettatori levarono un grido, e rotte le file dei soldati si precipitarono a gran corso verso il caduto. Rogiero, guardatosi attorno, vide che sopra tutti gli altri si affaticavano a farglisi vicino i Baroni congiurati, e temè di perfidia; accostatosi al suo padrino, proferì queste parole: «Ora salvatemi, valente Cavaliere, o che son morto.»
«E che cosa vi fa tanto temere della fede siciliana?»--domandò arrossendo Giordano d'Angalone.
«La fede è già rotta: perchè sforzare le file? Io vi dico che mi trucideranno, e voi sarete debitore della mia vita in faccia degli uomini e del cielo.»
«Tolga Dio tanta infamia! balzate in groppa, che il mio Sauro mi ha salvato da ben altri pericoli che non è questo.»
Rogiero, senza por tempo tra mezzo, di un lancio maraviglioso, tutto armato com'era, inforcò il cavallo; Giordano d'Angalone concitandolo con la voce e con gli sproni, lo spinse di piena foga là dove vide meno gente. A quella tempesta, a quel furioso rovinio, non vi fu uomo che comparisse zoppo: taluno gittandosi da questo lato, tal altro da quello, e molti cadendo, e per la caduta loro, frapponendosi ai passi, molti altri forzando a traboccare, si sbarattarono, lasciando libero il campo, pel quale precipitandosi l'animoso destriere, ben tosto ebbe condotto quelli che lo cavalcavano fuori di ogni pericolo.
Quando apparve vicina la porta di Benevento, in quei tempi conosciuta col nome _del Calore_, Rogiero, che per la prestezza con la quale andava il destriero non aveva potuto formare parola, lasciò cadersi da cavallo, ed offerta la mano al Conte Giordano gli tenne il seguente discorso: «Conte, vi ho per salutato; io so pur troppo che le imprese gentili non hanno bisogno di altro guiderdone, e sono premio a sè stesse; tuttavolta sappiate che vi devo la vita, e che mi torna dolce manifestarvi....»
«Che è ciò che dite, signor mio?» interruppe Giordano; «forse non volete ch'io vi conduca al Re?»
«I tempi stringono, o Conte, e molto mi rimane da fare; io non posso....»
«Salvo vostro onore, che lealtà è questa vostra verso Manfredi? Conoscete i traditori, nè li volete svelare?»
«Non posso. Quello che mi era concesso mostrargli gli ho mostrato: il mio silenzio procede da una serie di tali avvenimenti, che io, io stesso, il quale sento tutta la gravezza della loro atroce realtà, appena li tengo per credibili; di questo vi prego, che gli diciate, avere spento il più ribaldo dei suoi traditori; pure restarne molti altri, che si guardi e diffidi di cui più si confida, ch'è minacciato di estremo esterminio....»
«La salute del mio Re dunque richiede ch'io non vi lasci andare....»
«No, Cavaliere; voi mi fareste villania, nè giovereste al Re; lasciatemi libero, chè ogni passo, ogni pensiero miei, sono per la preservazione della Casa di Manfredi.»
«Noi perdiamo un valente compagno, il Re un leale vassallo....»
«Nè egli, nè voi mi perdete: io vado ad apprestargli quattrocento uomini d'arme, e un condottiero famoso.»
«E dove li condurrete voi?»
«Ditegli a San Germano; colà ci rivedremo, Conte; forse mi riconoscerete allora, e passato il pericolo sarà bello e piacevole per me raccontarvi le durate fatiche, i sofferti travagli. Addio, Conte; salute a Manfredi.»
Ciò detto con presti passi si allontanò. Il Conte Giordano tutto dolente s'incamminava a portare queste novelle a Manfredi.
Per altra parte Rinaldo ordinava si fasciasse il ferito Anselmo, si adagiasse dentro la bara, e lo conducessero al proprio palazzo; per via comandò al Capitano della gente d'arme, che quando vi fosse entrata la bara, impedisse a qualunque altro l'ingresso: sì come di fatti egli fece. Il vecchio congiurato vedendo non potere entrare, nè essendo fino ad ora riuscito a parlare con Rinaldo, tanto spinse che gli si accostò, e presolo pel lembo della cappa lo costrinse a voltarsi.
«Che volete?»--interrogava severo il Conte.
«Conte, rammentatevi che secondo le regole non dovrebbe vivere...»
«A questo penso io; così voi aveste pensato al vostro incarico!»
Il vecchio stava per rispondergli; ma Rinaldo gli volse le spalle, e si cacciò dietro la bara di già entrata in palazzo.
Rinaldo solo accanto al letto dove giace il ferito gli conta i momenti di vita, e vedendo come ella di punto in punto si consuma, resta di affrettarne la estinzione: a un tratto però, mentre il giacente raccoglie con lungo anelito nel polmone maggiore quantità di aria, che egli crede per l'ultimo sospiro, dato un gemito profondo, rinviene.
«Anselmo, amico mio, come vi sentite voi?»
Anselmo, aperti gli occhi, conosce il Caserta, e mormora tra sè:--«Ora sono perduto davvero.»
«Io sono Rinaldo, Anselmo.... perchè vi dite perduto?»
«Satana sta al capezzale... aspetta l'anima al varco... egli ha ragione... è cosa sua... io ho ben veduto che voi siete il Caserta...»
«O amico mio, Dio sa se forte m'incresce del vostro male...»
«Lo so,--amico,--lo so.»
«Io perdo il più fedele...»
«Che parlate voi? ma che devo morire? sono io così presso alla morte...?»
«Siete.»
«Oh! allora, in carità, mandate per un confessore, che venga presto.»
«Un confessore! E che volete voi fare del confessore?»
«Chi mal vive, mal finisce... pure una speranza in Dio....»
«Novelle!»
«No... io vi dico di no... mi si risvegliano in mente i precetti di religione che io appresi da bambino, e mi confortano a non disperare: oh! come bella ci apparisce la fede nell'ora della morte! il poco bene che ho fatto mi lusinga del Paradiso...»
«Il vostro senno vien manco, Anselmo; io comprendo che voi tornate sul bambino: che discorrete di Paradiso? dov'è l'animo indomato, la minaccia di Dio, la bestemmia del vostro Creatore?»
«Io l'ho detto, Satana sta al capezzale. Voi venite per perdermi... andate via, vi comando, vi prego... in nome di Dio, andate via... no, accostatevi, che forse potrò vincere anche voi... Rinaldo, muoviti; egli è un grande arcano la morte! potessi dirti la millesima parte di quello che sento, di quello che vedo.... alza gli occhi, non contempli la gloria del cielo?»
«Io non vedo che il soffitto.»
«Pure v'è luce più viva del sole, pure v'è melodia malinconica; v'è Cristo... Cristo co' fulmini che gli corruscano nella mano terribile... Un confessore, Rinaldo, un confessore...»
«Che diavolo volete voi farvi del confessore a questa ora? animo via, che pensate esser la morte? ella è una bevanda amara; chiudete gli occhi, trangugiatela senza sbigottirvi, passata la gola, non si sente più altro.»
«Oh! io voglio confessare le mie colpe.»
«Ma pensate che non potete accusare le vostre colpe senza perdere i vostri compagni, e me stesso...»
«O dunque volete che pel corpo vostro perda l'anima mia?»
«E voi volete che per l'anima vostra perda il mio corpo?»
«Questo è affanno! questa è barbarie! Io griderò tanto, che alcuno mi sentirà....»
--Tu non griderai,--pensò il cervello del Caserta, e fu quella sentenza di morte: poi, levatosi in piede, si pose la destra sotto il farsetto, e si accostò al giacente: «Or via, tacete, amico,» gli disse «da che questo è il desiderio vostro, io vi contenterò....»
«Sì? gran mercè.... Dio ve ne rimeriti in questo stesso punto.... andate....»
«Vado, solo vi prego che non isveliate i nomi....»
«Ve lo prometto.»
«State di buon animo.»
«Sto.... ma andate.»
«Vado.--E qui che sentite?»--domandò il Caserta, premendolo con la manca presso la ferita.
«Dolore!»
«E qui?» scorrendo con le dita, e toccandogli la clavicola sinistra.
«Dolore!»