La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 39
«Rido sì, Barone, e a ragione rido, imperciocchè questi vostri provvedimenti somiglino assai a quelli di colui, che, mentre ardono le interne pareti della casa, s'ingegnasse a spengere l'incendio con lo spruzzare i muri al di fuori; e' bisogna distruggere la parte per serbare il tutto; e' fa di mestieri potare i rami soverchi dell'albero rigoglioso, perchè meglio divenga fruttifero. Che pensate di fare con codesto vostro esercito mantenitore degli ordini? Davvero che me ne prende il riso, nè senza ragione, perchè quando Carlo avrà in mano l'erario, e il potere di mandare al patibolo chi vorrà chiamare ribelle, i mezzi in somma di corrompere e di punire, non vedete che quel vostro esercito sarà disfatto in una ora? E voi sapete che parando innanzi ostacoli agevoli a superarsi si accresce la baldanza a chi li supera. Udite me adesso, e dite se consiglio meglio di voi. Corre gran tempo, che una vil ciurma di vassalli riscattata a contanti dalla servitù, e fattasi ricca su i nostri livelli, trascorre insolentita a non volere riconoscere i feudali privilegii, sogna nella grossezza della mente farsi nostra uguale, osa perfino sperare di concorrere insieme co' suoi antichi padroni alle magistrature del Regno; e' fa mestieri cavare un poco di sangue a questo corpo, che tutto giorno con vicina minaccia di danno s'ingigantisce; è forza che egli si convinca che può variare signore, non signoria; che deve servirci, che deve formare una massa morta o viva, secondo i nostri comandi: il mezzo di conseguirlo sta nell'ordinaria in bande armate, e mandarla in soccorso dell'_uomo_; s'inciti pure con la lusinga d'una libertà che nè ella conosce, nè noi le lasceremo conoscere; vada lietamente sul campo ad uccidere e ad essere uccisa; prevarrà, non ne dubito, la disciplina francese, non senza strage però, ed allora noi avremo riportato due notabili vantaggi, quello di essere affrancati da gente tanto pericolosa, e di avere indebolito coloro che vogliono dominarci; a noi rimarranno intere le valorose masnade dei nostri castelli, e con esse la facoltà di sperdere i nuovi signori, sì come saranno dispersi gli antichi: bello ci si presenta lo scopo al quale miriamo, nè dobbiamo prenderci cura della via; un tradimento più, un tradimento meno, non è quello che ci deve tenere ormai che siamo su l'operare, e finalmente un po' di sangue nelle rivoluzioni parmi necessario.... E che! abbrividite voi? Da quando in qua diventaste femminette voi, da atterrirvi a questa parola? occorre forse uno tra voi che abbia le mani incontaminate? Chi di voi oserebbe giurare sul Vangelo che nei sotterranei del suo castello non ha fatto commettere segreto omicidio? In verità io vi confermo che le rivoluzioni senza sangue non hanno opinione. Perano Carlo e Manfredi, e provvediamo una volta a noi stessi. Forse alcuno temerà di risse civili, di contese tra i capi; ma oltrechè il Pontefice, apparecchiato a prevalersi della nostra discordia, farà in modo che stiamo collegati per ributtare i suoi tentativi, le guerre civili si vollero sempre preferire alle dominazioni straniere.»
Giunto che fu il Conte Anselmo a questa parte di sua orazione, la quale, se non per la profondità, almeno per la tristezza equivaleva a qualunque pagina del nostro Machiavelli, s'intese uno spesso scalpitare di cavalli, e vicino. Si alzò prestamente un congiurato, e fattosi al balcone della stanza contigua, ne ritornò tutto disfatto gridando: «Armati! armati a questa volta!»
Rispondevano in tumulto: «Siamo traditi.»--«E' sarà la ronda che passa.»--«Misericordia! noi siamo perduti!»--«No.... sì.... udite al rumore ch'è troppo grossa squadra per andare in ronda.»--«Ma se lo aveva detto,» senza levarsi da sedere parlava il vecchio congiurato al suo vicino «che le cospirazioni quando vanno in lungo non si possono celare, specialmente tra noi che siamo d'indole tanto loquace!»--Lo scompiglio cresceva: egli era un andare, un venire, un urtarsi; pochi aveano tratta la spada, sprangata la porta al di dentro, e senza dire un fiato si mostravano disposti all'estrema difesa; i più invocavano o bestemmiavano Dio, e si avvolgevano per la sala privi di mente, per modo che somigliassero ai percossi di cecità dall'Angiolo del Signore davanti la casa di Lot. A tanto scompiglio si aggiunse un asprissimo colpo su la porta della via, e un grido che diceva: «Aprite, da parte di Messere il Re.»--Nessuno ardì muoversi alla chiamata, nè avrebbero potuto, chè i più fieri guardavano il passo: qual con gli occhi al soffitto, quale al solaio, speculavano se si parasse loro dinanzi un nascondiglio; videro una porta, e tutti facendo pressa si affollarono per aprirla; i primi sospinti vi dettero dentro col capo e col petto, e colà confinati, non potendo farsi largo per operare, e cansarsi nè meno, ne veniva che facessero nulla; intanto quei di dietro maledicevano la lentezza loro, e spingevano più che mai.
Rinaldo di Caserta, il quale dopo l'osservazione che interruppe il suo discorso era rimasto come smemorato, si riscosse a un tratto, e: «Svergognati!» esclamava «nel porvi dentro alla congiura voi non avete calcolato tutti i casi,--peggio per voi: questo è il caso del pugnale; mettete la morte tra voi e i vostri persecutori, nè temerete persona.»
Sono i Napolitani uomini in fama di poco valenti, ed anzi che no di codardi; tuttavolta la fama erra, e le storie rammentano fortissimi fatti per loro operati, quando che alcuno gli abbia con l'esempio o con le parole commossi; però, udito il Caserta, mutarono avviso, e tratte le spade giurarono combattere fino all'ultimo sangue. Per istrana contradizione della nostra natura, quelli che si erano mostrati più pronti alla fuga, contendevano adesso per essere situati nel luogo più pericoloso.
Poichè gli scudieri di Manfredi ebbero per ben tre volte, e sempre indarno, ripetuto la intimazione di aprire la porta in nome del Re, posero mano ad atterrarla; conseguivano l'intento, e primo il Re si cacciava su per le scale seguitato súbito dopo dal Cavaliere sconosciuto; percorsero moltissime camere senza trovare traccia di anima vivente, quando alla fine pervennero innanzi un'altra porta serrata; provarono a schiuderla con le sole mani; non venendone a capo, presero a darvi dentro con le mazze d'arme, così che fecero cedere anche questa, con tempo e fatica maggiore però, come quella ch'era forte sbarrata. Penetravano nella sala,--non v'era persona; si vedevano su di una tavola molti mantelli, per terra qualche brano di veste, e due spade, un fuoco, ed assai lumi accesi, vestigii tutti di recenti abitatori,--ma gli abitatori erano scomparsi. Manfredi, osservate alcune carte, le tolse in mano, e conobbe con maraviglia essere lettere del Pontefice e di Carlo, suoi nemici, ai ribelli. Intanto gli scudieri, non potendo darsi pace come fossero scampati i traditori, facevano le più strane cose del mondo: occorreva dirimpetto alla porta per la quale erano entrati un'altra porticella foderata di ferro di saldissima apparenza, per lo che stimando che fossero indi fuggiti, senz'altra cosa considerare, vi si affollarono per isforzarla, siccome poc'anzi aveano tentato di fare i ribelli, e già accennava crollare agli urti replicati, quando il Maestro dimostrava impossibile che se ne fossero usciti per quella, da che i catenacci si aprissero dalla parte loro. Adesso accadeva un fatto singolare: considerando certo scudiero assai devoto al suo Re gli arazzi che addobbavano la sala, ne fissò uno che presentava il Papa seduto in Concistoro nel punto di ricevere la _Chinea_, e il tributo che già da qualche secolo aveva imposto sul Regno; rabbioso di cieco impeto, alzò la mazza d'arme e lasciò andarla di tutta forza contro l'arazzo: ben per quel Pontefice ch'era tessuto, imperciocchè la mazza giunse a ferirlo giusto su l'orecchio, e gli divise la testa; l'arme però non balzava indietro, siccome doveva accadere se avesse urtato nel muro, anzi s'internò nell'arazzo, disparve, e s'intese ruzzolare molti passi distante: pensisi al terrore dello scudiere; per poco stette che prostrandosi non iscongiurasse il panno di perdono, se non che il Cavaliere sconosciuto, o sì vero Rogiero, accorse prestissimo, e divisolo affatto, scoperse un molto largo corridore. La scoperta di questo passaggio, unita alla osservazione del Maestro, distolse gli scudieri da atterrare l'altra porta, e fece sì che aspettassero gli ordini di Manfredi: questi, animoso come era, recatosi nella manca un lume, si cacciava dentro al corridore; lo seguitavano i suoi.
Importa avvertire che la sala dove si radunavano i congiurati fu già destinata ai giudizi criminali, allorchè il Vicario pontificio reggeva Benevento per la Chiesa: la porticella che gli scudieri avevano voluto atterrare menava alle carceri; quel largo corridore nascosto dietro l'arazzo serviva per stanza delle prove; quasi capi d'opera dell'arte raccolti dentro qualche museo, vi si vedevano disposti in ordine gli arnesi adoperati a que' tempi per far confessare gli accusati;--eranvi le verghette di acciaio, dal lungo disuso un cotal po' rugginose, pel tormento così detto dei _Sibilli_, consistente nello introdurle tra dito e dito, e poi stringer forte, il quale solevano adoperare con le donne, co' fanciulli, e co' vecchi; eravi la _Stanghetta_, lungo pezzo di legno di forma triangolare, che si poneva sotto i piedi del paziente, forzandolo a posarvisi ritto durante la recita di due _Miserere_; eravi la _Corda_, chiamata dai Dottori _Regina probationum_; la _Capra_, o sia cavalletto a schiena d'asino, sopra del quale costringevano lo imputato a giacersi supino; eranvi manette, spranghe per la bocca, tanaglie, e l'altre suppellettili degli antichi giudizi. Adesso (di tanto ci è stata benigna l'eterna misericordia) non solo rimasero coteste infamie abolite tra noi, ma pochi sanno in che consistessero; frutto dei caritatevoli scrittori del trapassato secolo, che di sì grande conforto sovvennero le umane condizioni; pure e' mi è forza, e con dolore inestimabile, confessare che i delitti, invece di andarne diminuiti, spaventosamente si accrebbero. Di cotesti scrittori tolsero l'ultima parte, e lasciarono la prima, nè considerarono che la conclusione del sillogismo non può stare senza la premessa. Basta, le mie parole sentiranno, più che d'altro, di scemo; ma finchè non mi abbiano convinto in contrario, persisterò a credere, che gli uomini abbiano tolto la benda al toro prima d'introdurlo nello steccato.
Manfredi, senza dare attenzione a cotesti arnesi, procedeva con moltissima furia; trascorse un numero maraviglioso di camere e di anditi, di cui gli usci per la troppa fretta erano stati lasciati aperti; finalmente, quando meno se l'aspettava, sboccò in una strada deserta prossima alle mura: intese il guardo, intese le orecchie,--da per tutto silenzio; stette per alcuni minuti in forse se dovesse ritornare, o seguitare; poi il meglio gli parve rifare i passi: pervenuto nella sala della congrega, ordinò agli scudieri prendessero i mantelli, le spade, e ogni altra cosa lasciata dai cospiratori; le lettere dei suoi nemici già si era riposte con molta diligenza nel seno. Avviandosi al palazzo reale si accorse che il Cavaliere sconosciuto, côlto il tempo, s'era fuggito: il caso inopinato non gli apportava maggiore maraviglia; gli accresceva il sospetto.
Intanto Rinaldo ed Anselmo, trafelati, affannosi, chè avevano camminato più che di passo, arrivavano alle dimore loro. In qual modo fossero giunti a sottrarsi all'imminente pericolo esporremo con brevi parole. Il Conte della Cerra, come colui che astutissimo era, non aveva scelto il palazzo del Legato pontificio per la riunione dei congiurati senza il consueto accorgimento: già prima che si partisse di Napoli aveva sentito tenere proposito delle segrete uscite del palazzo di Benevento; sua prima cura, appena venuto in questa città, fu di accertarsi se fosse vero quello che portava la fama, e tanto gli fu favorevole la ventura, ch'ei ne ritrovasse la pianta dentro l'archivio: la cagione per la quale non isvelasse il passaggio al primo rumore, si trova nella sua scellerata natura: vilissimo uomo, godeva dell'avvilimento dei suoi simili, e in quella comunione di bassezza il suo cuore si sollevava; nè, se qualche grave bisogno non lo avesse costretto, avrebbe egli imposto termine alla dimostrazione delle vergogne spirituali, ch'ella era il più gradito spettacolo al quale potesse esser chiamato; però finchè vide tra i cospiratori paura, stette a goderne, immemore del pericolo; ma quando si concitarono a súbito sdegno, quando statuirono di difendersi, e di morire, allora, quasi non potesse sopportare la luce di quella generosità, partecipava loro conoscere modo di salvarsi con la fuga: se lo accettassero con liete grida, se lo immagineranno coloro i quali sanno, che se l'uomo talvolta s'induce a diventare prode per disperazione, più spesso si rimane vile per sicurezza.
Non anche si ristoravano dello affanno sofferto, che videro i nostri Conti entrare nella stanza uno scudiere del Re, il quale per parte del suo signore intimava che tosto si rendessero a Corte.
«Sapete voi la cagione della chiamata, scudiere?»--domandava il Cerra con mal celata impazienza.
«La mia commessione sta nello intimarvi di andar súbito in Corte.»--E dette queste parole, lo scudiere fece un inchino, e si partì.
«Io non vi andrò,» parlava il conte Anselmo «no certo; se vogliono imprigionarmi, mi prendano; ma che vada io stesso a pormi nella tagliola, non conosco legge divina nè umana che lo comandi: su, levatevi, Conte; non parmi tempo di meditare questo,--fuggiamo.»
«E sempre fuggire, e sempre fuggire, nè ferire mai!» rispondeva il Caserta «vattene, se vuoi; io aborro il consiglio della paura; non passò anche un'ora che mi apparecchiava a partirmi da questa vita senza vendetta, adesso avanti di morire posso sperare di vedere il sangue del mio nemico;--è mancata la vendetta della mente, quella della mano non può mancare: non sei anche tu armato di pugnale? che temi? La morte salda tutti i conti:» e preso Anselmo pel braccio aggiungeva: «Vieni.»
«Ecco, Messer Contestabile, ecco, Messer Camarlingo,» esclamava Manfredi appena vide i Conti di Caserta, e della Cerra, che entravano nella sua camera, «la vantata fedeltà dei miei Baroni: quando io mi travaglio dì e notte per preservarli dalla invasione straniera, quando io mi apparecchio a versare il mio sangue sul campo in loro tutela, invidiosi perfino che io chiuda con la gloria una vita consumata dalle fatiche, congiurano a spengermi col pugnale del sicario, offrono al mio nemico il mio trono,--perfidi!»
«Messere il Re,» rispondeva il Caserta «ma siete veramente certo che non vi abbiano ingannato?»
«Ingannato! guardate se m'inganno io, leggete queste lettere, vedete la firma del Conte di Provenza, argomentate dalla risposta che cosa gli abbiano offerto i ribaldi.»
«Io fremo!»--gridavano a due voci Anselmo e Rinaldo.
«Ella è una indegnità: mi vogliono crudele, tentano ch'io contamini la mia fama di principe benigno,--l'otterranno; forse il sole di domani può incontrare co' suoi primi raggi più di cento teste divise dal busto. Qui, dove li chiamo a consultare delle cose del Regno, qui mi tradiscono, infami!»
«Io vi ho sempre confortato al rigore. Messere il Re.» soggiungeva il Cerra «nè so perchè prevalesse il malvagio consiglio: i buoni non hanno bisogno di clemenza: pe' tristi ci vuole giustizia, e inesorabile, e severa.»
«Che cosa ho io fatto ai Baroni, perchè non rifuggano all'idea del vituperio per distruggere il Re?...»
«Il figlio di Federigo!»--aggiunge il Caserta.
«Santo Germano glorioso!» esclama il Cerra «come preporre uno sconosciuto a tanto savio, a tanto virtuoso signore?»
«No, miei fedeli, io mi sento colpevole; ma se Manfredi ha peccato, non ha peccato contro di loro.»--E qui tace. Dopo lungo tempo:--«Forse sono giudicato,» mormora sommesso «forse questa è la prima ora di passione; facciamo tutto quello che ad uomo magnanimo conviene in tale estremo, poi lasciamo compire a Dio ciò che ha destinato.--Baroni, sedetevi.»
Seduti che furono, con ammirabile celerità dettava loro dispacci ai Luogotenenti, ai Governatori, e ad altri magistrati che lo rappresentavano nelle città del Regno; ordinava che quanto prima si muovessero co' presidii, disegnava la via da tenere, le fermate da fare, ed accennava Capua, e San Germano, come i luoghi nei quali dovessero rannodarsi: scritti i dispacci, senza pur leggerli gli sottoscriveva, e gli suggellava; così se ne andava gran parte della notte. Terminata cotesta faccenda, spediva il Cerra, affinchè provvedesse che frettolosi Corrieri gli recassero al destino loro. Rimaneva col Caserta.
«Tu almeno non mi tradisci, o fedele;» favellava Manfredi ponendo la sua nella destra di lui «la nostra amicizia è bene antica: cominciava sotto gli auspicii di tale creatura, che adesso certamente la benedice dal Paradiso.... Oh! io sono indiscreto a rinnovarti un dolore; il tempo non ha sanato la tua ferita? Pur troppo il tempo non ha potenza sopra affanni sì fatti! Tu va, provvedi col Conte Giordano alla sicurezza di questa città, e della mia famiglia; per la perfidia di pochi ribelli io non devo lasciare la difesa dei miei fedeli, nè posso; mi si attribuirebbe a codardia: se deve tramontare la stella di Svevia, tramonti co' medesimi raggi con i quali comparve;--splende inclito il nome dei miei padri, nè noi lo contamineremo: facile è mostrarci grandi allorchè la fortuna esalta, difficile quando deprime.--Va, provvedi, tu hai senno da reggere il Regno; fa tutto quello che vuoi, pur che non vi sia sangue; poniamo i traditori in istato di non perdere i buoni; abbiano per pena l'onta di aver macchinato inutilmente un'opera di vergogna: molto mi prometto dalla vigilanza e dalla fedeltà tue.»
Accolse queste carezze il Caserta;--come un lione ammansato partiva per fare l'ufficio.
Il Conte della Cerra, spediti i Corrieri, tornava al palazzo;--per via andava pensando:--giudica, testa mia, se il destro di scoprirsi è arrivato;--avesse Gisfredo preoccupato il passo?--fingesse Manfredi con noi? Veramente Gisfredo non mi occorre più innanzi gli occhi, e Manfredi è capace di questo, e d'altro. Ma Gisfredo non può avergli detto il come, e il quando.... no.... io non glielo ho mai confidato, e buona previdenza fu questa; dunque potrebbe essere una mia confessione tuttavia necessaria, e premiata. Chi mi assicura che Manfredi mi darà guiderdone? Avessi guarentigia.... allora.... egli certo mi disprezzerà.... che importa? non mi dispregio io stesso? Questo non monterebbe nulla, basta che fosse certa la mercede.... facciamolo giurare su i Vangeli.... ma se è eretico!--su l'onore di sua famiglia.... ell'è tutt'una. Veramente posso affidarmi nel pensare che premierà il primo delatore, perchè gli altri non si perdano d'animo a svelargli le congiure che possono succedere; certo non sarebbe accortezza punire anzi che premiare a quest'ora, nè Manfredi è stolto;--di stargli al fianco non amo, nè egli amerà;--mi manderà governatore in qualche lontana provincia di Sicilia; tanto meglio per me, reggerò a mio modo, avrò il diritto della vita e della morte; oh! somma gioia firmare una sentenza di morte! Vedi come la speranza ruba la mano al senno! e se Carlo viene? il meno che me ne possa andare, rimanendo, è la testa; fuggendo, tapinerò pel mondo miserabile.... atroce delitto è la miseria! in tutta la terra si trovano tribunali apposta per punirla; i miei feudi, il mio governo, non potrò già trasportarli meco:--patteggiamo a contanti,--torna meglio così; me ne andrò a Trapani, appresterò quivi una _saettía_; e se le cose rovinano per lo Svevo, fuggirò tra' Saracini, e se bisogna, rinnegherò. La terra del mio nascimento? che nascimento? Dovunque la vite produce il liquore che rallegra il sangue, dovunque la bellezza concede le sue voluttà all'_affetto coniato_, dovunque s'incontrano anime da corrompere, virtù da schernire, vizii da esercitare, colà è la mia patria. Epilogando:--Rinaldo comincia a diventare pericoloso; egli ha mancato di fede, e prudenza vuole che io l'abbandoni.--Così meditando pervenne nell'anticamera del Re.
«Anselmo,» gli disse il Conte di Caserta, occorrendogli, imperciocchè volle il destino che ritornasse prima di lui; «io ti aspettava.»
«Ch'è mai avvenuto di sinistro, Messere?»
«Nulla. Manfredi non diffida di noi; non vi smarrite di animo, Anselmo; mostriamo il viso alla fortuna, chè non sono ancora disperati gli eventi. Avete consegnati i dispacci?»
«Gli ho consegnati.»
«E fatti partire i Corrieri?»
«Sì, Conte.»
«Perchè avete fatto questo?»
«O che aveva io a fare?»
«Voi non siete uomo da suggerirvi che dovevate gettarli nel fiume.»
«Avete ragione, Messere; ma la vertigine dei casi mi ha turbato la mente.... io non sapeva.... io non avrei pensato....»
«Bada, Anselmo, a quello che operi; il mio cuore presso a cessare i suoi palpiti, ha ripreso l'antica vigoria; egli veglia, e tu non potresti essere a tempo a tradirmi.»
«Oh! che parlate, mio nobile protettore?» riprese il Cerra con atto di ossequio «io non ho mai tanto ferventemente ringraziato il Cielo quanto ora, che mi concede occasione di mostrarvi la mia riconoscenza col mettermi a rischio della vita per voi: meco stesso ho giurato di partecipare alle vostre gioie, ai vostri supplizii.»
Rinaldo fece sembianza di ringraziarlo con un sorriso; pure sapendo quanto malvagio fosse colui, divenuto anche sospettoso dal pericolo, non volle che dipendesse dalla sua scelta il mantenersi onesto; seco lo condusse alla presenza di Manfredi, nè lo lasciò un momento, finchè il fato estremo, che ormai minacciava il Conte della Cerra, non gli ebbe chiuso le labbra col segreto della morte.
CAPITOLO VENTESIMOQUARTO.
LA PROVA DI DIO.
Cotal fin ebbe il maledetto Gano: Chè lo eterno giudicio è sempre appresso, Quando tu credi che sia ben lontano. MORGANTE MAGGIORE.