La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 38
«E dai singulti: non è una ballata di dolore quella che devi cantare? converrà meglio al soggetto.»
Senza altre parole presero a rendere unisona la voce col liuto. Ne usciva un suono insistente sopra una medesima nota, proprio di quel genere che i Greci chiamano _Melodia_; agitava gli animi degli ascoltanti un tremolío di piacere simile a quello che fa la luce sul ribrezzo delle acque della laguna, un riposo placido, una insperata dolcezza.... Stolto! quale è la lingua mortale che può svelare i misteri della armonia?
S'apre una porta: i nostri personaggi si affissano sopra quel punto. Manfredi contro suo costume, perchè usò sempre in sua vita panni verdi, era vestito di una maglia nera, sì che il suo corpo si perdeva nel vano della porta, che pure era nero; aveva il volto disfatto e pallido, i capelli ritti, le pupille immobili pel bianco dell'occhio orrendamente dilatato, come uomo appena sottratto dal sogno del terrore. Proruppero in altissimo grido, e timorosi che qualche gran male lo avesse incolto, gli corsero incontro i suoi figli.
«Io mi difenderò!» portando la mano alla cintura esclamava Manfredi «voi volete trucidare vostro padre, come....--sta a voi condannarmi? nè il delitto si lava col delitto:--sarà eterna la vendetta in mia casa?»
«Padre! sposo! padre!»
E' devono suonare queste voci potenti davvero sul cuore dell'uomo, perchè valsero a richiamare Manfredi dallo spavento, e deliziarlo nella vista della sua famiglia: gli abbracciava Manfredino il manco ginocchio; Yole prostrata gli aveva preso una mano, e imprimeva sopra di quella caldissimi baci; la Regina Elena, quasi a sicura tutela, lo invitava al suo amplesso: soverchiato dalla pienezza dell'affetto, baciò il figlio,--baciò, rilevando, la figlia,--e volò tra le braccia dell'amorosa consorte.
«Ed io ho fede,» poichè ebbe libato alla coppa della gioia discorreva Manfredi «che il destino mi mandi il cordoglio, perchè poi m'inebrii nella dolcezza dei vostri baci, o miei cari; e se così è, io ho motivo di benedirlo, anzi che maledirlo. Ma qui, se non m'inganno, suonava un canto? Deh! siatemi cortesi dei vostri sollazzi, io venni desioso dell'armonia; ella mi fa bene al sangue.»
La Regina Elena e Yole non risposero, che quella col prendere il liuto, questa con ripetere sotto voce le note della canzone: quando si furono accordate, Yole cominciò così:
«O disiose vergini in mesto suon di pianto Eco mi fate, e tacite Deh! mi posate a canto; S'inalza omai la flebile Ballata del dolor. Vivea ne' dì che furono Lutalto, un cavaliero; Caso, o vaghezza, il trassero Un giorno a un monistero, Dove ascoltava un cantico, Che gli scendea sul cor. Leva la fronte: il supplice Contempla la giulía, Di raggio eterno florida, Sembianza di Lucia, Che si confuse ai teneri Sensi del primo amor. Nè più ei la mira: assiduo Poichè cercolla invano, Morto di speme l'alito, Là di Giudea nel piano Pugna per Cristo, e il fremito Rugge del suo valor. In aspri ceppi il misero Travolto dalla sorte, La vagheggiata vergine Chiama vicino a morte; Lene su gli occhi e placido A lui cala un sopor. Apre lo sguardo immemore, E le ritorte al piede, E la invocata in candida Vesta ricinta ei vede, La guancia effusa in tenue Mestissimo pallor:-- E--vivi?--Io l'ale d'angiolo Scuoto all'aura di Dio, Lieta volai per l'etera, Te rendo al suol natio; Soffri la vita, e affidati Nel bacio del Signor. O disiose vergini, In basso suon di pianto Eco mi fate, e tacite Sorgetemi da canto: Finita è omai la flebile Ballata del dolor.» ¹
¹ L'avventura di Lucia è riferita dal Ghirardacci nelle _Storie di Bologna_, Lucia bellissima vergine si rende monaca; un giovane bolognese vedutala alla terrazza, dove ella si faceva ad ascoltare la messa, perdutamente se ne innamora; accortasi la modesta dell'amore del giovane, non comparisce più; questi disperato passa a combattere in Palestina, dove fatto prigioniero invoca presso a morte l'amata donzella: si addormenta, e al suo svegliarsi si trova in Bologna alla porta del monastero dove abitava Lucia, ed ella stessa lì appresso; il giovane le domanda se viva, ed ella risponde che sì, ma della vera vita, che vada a deporre i ferri sopra la sua tomba, e che ringrazii la Santissima Vergine della grazia ricevuta. Accadeva il caso verso il 1200.
Manfredino, che al cominciare della canzone era tornato a sedersi sopra il suo sgabelletto, e quivi coi cubiti puntellati alle ginocchia sorreggendosi il mento ascoltava, vide suo padre che rapito dalla soavità del canto si accostò pianamente alla figlia, le pose un braccio sopra alla spalla, e sopra il braccio appoggiò la fronte; intanto le labbra gli si fissavano nel sorriso, i sopraccigli si allentavano in arco. Quella espressione cessò con la ballata, il riso scomparve, i sopraccigli tornarono contratti: portò la mano al cuore, come se alcuna cosa se ne fosse partita, poi esclamava: «Udite me adesso.»--Andò risoluto verso la tavola, tolse una arpa, foggiata a triangolo, e si pose a suonare: ricercava con rapidissima volubilità le corde più gravi e le più acute; le altre intermedie, che fanno più dolci e dilettevoli i passaggi, non toccava tanto nè quanto: egli era un concerto somiglievole al fremito di belve, al gemito di persone tormentate,--lacerava le orecchie; pareva che le corde si dovessero rompere sotto la procella delle percosse; ad ogni momento avresti temuto di vedere corruscare lo istromento, e mandare faville; nè l'arte per certo conduceva la mano veloce, ma più tosto la convulsione: nel punto che la fiera armonia cresceva di fragore, con pienezza di voce entrava Manfredi:
«Una strage, uno affanno, una oppressura, In accenti tristissimi racconto, Tal che il cielo ne frema, e la natura. Sopra un teschio aspramente percotendo,-- Parla,--gridava un Cavaliere irato, Et ecco un serpe, che dal teschio uscendo Si mette a zufolare in mezzo al prato; Ma con la mazza il Barone insistendo,-- Parla,--aggiungeva,--spirito dannato;-- Dalle nude mascelle un suono a lui Venne, che disse:--io son de' maggior tui. Figlio a Gualfredo il vecchio, ebbi un fratello Famoso in cacce, e in armeggiar prestante; Forte del corpo a meraviglia, e bello, Nel disio d'una vaga delirante, Che tratta fantolina al mio castello Da un vassallo venia tutta tremante; E il padre mio, come il consiglia amore, Sposa la volle al suo figliuol maggiore.-- --M'ami?--mi disse la proterva:--in seno L'alma ti ferve, o se' nei detti un forte? Di tal liquore questo vaso è pieno, Che in lieta può tornar la nostra sorte.-- Ch'è questo che mi dai, donna?--È veleno: Esultiamo nel ben della lor morte...-- Fede sopra l'orribile convito Di sposa ci giurammo e di marito. A scellerato giubbilo commossa, Me parricida e cieco di spavento, Sopra il desco, ogni face in pria rimossa, Ricercava di osceno abbracciamento.... Arde la carne, e sol rimangon l'ossa, Treman le volte al fiero giuramento.... Fatta or dimonio, in quell'amplesso eterno L'anima mi contrista nell'inferno. Pregando il viator, che tenga al piano La incominciata via, nè salga al monte, Il deserto castello da lontano, Segnandosi devoto in su la fronte, Accenna il buon vassallo con la mano, E alla memoria mia rinnuova l'onte; Nè un riposo è concesso alla mia testa, Chè tra i sassi l'avvolge la tempesta.-- Una strage, uno affanno, una oppressura, In voce di mistero ho raccontato, E Dio mi ha maledetto, e la natura.
Il _commiato_ della ballata fu con voce così spenta cantato, che nessuno degli astanti potè intenderlo. L'arpa sfuggì dalle mani di Manfredi, e percuotendo sul pavimento si ruppe: egli come sopraffatto dalla stanchezza lasciò cadersi sopra una sedia. Accorrevano i figli, la moglie, e con begli atti di amore lo circondavano; nessuno però osava consolarlo con le parole: forse un senso segreto gli avvertiva che i suoi mali erano superiori al conforto. Ne seguitava un silenzio solenne.
Un lieve colpo sopra le porte li toglieva dallo stato dolente. Manfredi, geloso degli arcani di famiglia, ordinò ai suoi con la destra, che si allontanassero; passò la manca sul volto quasi per rimuovere ogni traccia di patimento, e così ricomposto a reale alterezza disse con voce sicura: «Si avanzi.»
CAPITOLO VENTESIMOTERZO.
LA SORPRESA.
... E fino a quando il giogo Soffrirem di un tiranno?..... ........ Sappiasi al fine Che voi suo valor siete, e sua fortuna, E che, sdegnati voi, Giovanni è un vinto. GIOVANNI DI GISCALA, _tragedia_.
«Voi qui, Alberico?»--aggiunse Manfredi, scorgendo il Maestro degli scudieri, che, affacciata la testa dall'usciale mezzo aperto, pareva che desiderasse un nuovo invito per entrare.--«Fatevi innanzi francamente, messere Alberico.»
«Messere il Re!»--rispose il Maestro inoltrandosi a mezza sala, dove inchinata la persona salutava in giro la reale famiglia.
«Che cosa vi mena, Alberico? parlate:»--e queste parole gli disse in accento amorevole, perchè i tempi si facevano oscuri, e Manfredi adesso sentiva più che mai il bisogno di rendersi fedeli i suoi ufficiali.
«Messere il Re, si è presentato un cavaliere al palazzo, e a grande istanza ha richiesto di parlare a Vostra Serenità: io gli ho detto, questa non essere ora conveniente; ma egli ha insistito, allegando trattarsi di caso gravissimo, nel quale andava della morte e della vita.»
«Il suo nome?»
«Non lo ha voluto manifestare, e la sembianza neppure, perchè va armato di armatura straniera, e tiene calata la buffa dell'elmo; però non porta arme da offesa.»
«Chi vi ha chiesto se avesse armi da offesa? Dove si trova?»
«Io l'ho introdotto nel mio appartamento, perchè fosse veduto da meno.»
«Elena, Yole, Manfredino, addio; voi vedete che sia la gloria del trono,--domanda perfino quei pochi momenti felici, che ogni uomo trova a sazietà nel seno della sua famiglia; ormai è un peso che il destino ha imposto sopra le nostre spalle, e che noi dobbiamo portare fino alla morte: statemi lieti; tra poco speriamo di tornare nelle vostre braccia. Andiamo, messere Alberico.»
Forse così favellando Manfredi mentiva i suoi interni sentimenti; forse anche parlava sincero, imperciocchè stia nella nostra natura, che la cosa conseguíta, nuda del desiderio e della speranza, divenga minore dell'aspettazione, e il dolore dello acquisto non abbia compenso nelle gioie dell'acquistato.
Giunto alla soglia dell'appartamento del Maestro, gli comandava che rimanesse, e invigilasse ad impedire l'entrata a qualunque vivente. S'inoltrava leggiero. Un cavaliere di bello aspetto, con la visiera calata, sorreggendosi alla spalliera di un sedile, pareva occupato in profonda meditazione; scosso dal rumore dei passi, osservò, e vide Manfredi; esitava da prima, vacillava; ripreso animo, si avanzò precipitoso, pose un ginocchio a terra, e disse con accento commosso: «Mio Re!»
«Alzatevi, Cavaliere, alzatevi: possiamo dalla cortesia vostra conoscere chi ci sta presentemente dinanzi? Possiamo sapere a che dobbiamo attribuire il bene di godere delle vostre parole?»
«Mio Re, se la generosità che altissima suona di voi non mi fa troppo ardito nella speranza, io vorrei pregarvi a lasciarmi sconosciuto; quello che sto per dirvi non è già grazia o favore, perchè la legge lo comanda; pure vado sicuro che me ne dareste guiderdone; sia pertanto, dove a voi piaccia, questo guiderdone anticipato, e consista nella licenza di tenere la visiera calata.»
Manfredi pensò un poco, e rispose: «Sia fatta la vostra volontà; voi siete venuto disarmato nelle nostre braccia, potevate non venirci; già a Dio non piaccia che si abbia a pentire persona di essersi affidata alla fede sveva.»
«Gran mercè!»--soggiunse il Cavaliere, toccandosi sul cuore; dipoi rinforzando la voce riprese:--«Mio Re, voi siete tradito.»
«Questo sapevamo, Cavaliere.»
«Che? sapete voi che si congiura contro il trono?»
«Noi sappiamo che i nostri sudditi sono uomini, e che noi abbiamo sempre tentato di farli gloriosi.»
«Non tutti vi tradiscono, e molti darebbero la vita per voi.»
«L'ora della prova non è arrivata.»
«Arriverà.»
«E allora vedremo la fede, ora vediamo il tradimento. Cavaliere, avete nulla altro a riferire?»
«Sì, veramente.»
«Parlate.»
«Nel vostro Regno, in questa stessa città, in questo stesso punto, dalla più parte dei Baroni napolitani si macchina contro la vostra vita.»
«Che dite? Badate....»
«Si congiura contro la vostra vita.»
«Questo non è possibile.»
«Si parla la menzogna al cospetto dei Re?»
«Come proverete l'accusa?»
«La Dio mercè, agevolmente.»
«Pur, come?»
«Conducendo su l'istante la Serenità Vostra al luogo del convegno.»
«Vero?»
«Venite.»
«Codardi! stolti!» gridò Manfredi, forte percuotendo sopra una tavola; «credono fuggire la fama di vili coll'opera di traditori: essi ad ogni modo vogliono rovinarci, rovineranno anche sè stessi; poi in fondo alla miseria, ci desidereranno quando non saremo più;--solita vicenda dei buoni, essere odiati in vita, e pianti in morte! davvero che ce ne duole per essi. O miei vasti disegni! o speranze! o veglie di meditazione indarno! Ben era morto l'aspetto d'Italia, nondimeno ebbi fede che un atomo di vita le si conservasse nel cuore; osai stendere la mano alla prova, ne ho ricavato la certezza dolorosa che da gran tempo la stringe ghiaccio di morte. Italia è spenta tutta per sempre. Maestro! Maestro! fate che quanto prima i miei scudieri, armati, in sella, si trovino giù nel cortile apparecchiati a scortarmi,--andate, affrettatevi, usate discrezione.»
Mentre che questi casi accadevano nel palazzo reale di Manfredi, il Conte Rinaldo di Caserta, raccolti a notturna congrega tutti i Baroni congiurati, esponeva loro con ammirabile chiarezza le cose fino a quel punto a buon termine condotte, e le altre che disegnava imprendere, affinchè potessero pervenire allo scopo desiderato. Tutto ciò che per lo innanzi abbiamo riferito del Conte della Cerra non era avvenuto senza ch'ei lo sapesse, ma, od occupato più strettamente di prima presso Manfredi, o per alterezza d'indole, aborrente dalle minuzie che ogni opera per quanto grande suole mai sempre strascinarsi dietro, ne lasciava lo incarico a costui: ed è qui che bisogna aguzzare l'intelletto per ben distinguere l'animo di questi due Conti, perché Rinaldo di Aquino fu gentile Cavaliere, e cortese operatore di ogni azione onorata; la sete terribile della vendetta convertiva in malvagie le sue belle qualità; travolto dall'impeto della passione, più tosto che di animo deliberato, gustava il frutto del delitto, ed ora si rinveniva sopra una via scabrosa dalla quale nè sapeva nè voleva uscire, come quella, che sola poteva condurlo al suo fine: il Conte della Cerra poi era venuto al mondo con le protuberanze di Truffaldino; le opere oneste non pure ei non eseguiva, ma fatte da altrui non intendeva, nè poteva andare capace come si potesse dir savio quegli che altramente da lui praticasse; non amava nessuno, nè odiava nessuno in ispecie,--odiava tutti; serviva da lungo tempo il Caserta, imperciocchè ne avesse finora ricavato buono utile, ma stava pronto a tradirlo, se questo utile fosse cessato, o se il tradirlo gliene avesse offerto uno maggiore; pensava che il traditore non avesse mai torto per questa ragione:--quando due uomini,--ragionava costui,--si stringono in società, egli è certo che l'uno promette all'altro tali vantaggi, che o solo, o accompagnato ad altro uomo, non potrebbe godere; però, se una parte cessa di presentare questi vantaggi, e l'altra se ne allontana, la mancanza di fede non istà nell'ultima, ma sì nella prima che ha cessato dalla condizione dell'utile, principalissimo patto della antica stipulazione. In somma, per non fermarci più oltre, chè l'ora si fa tarda e lunga la via, da che mondo è mondo nessuna testa fu battezzata, che più di quella potesse fare onore ad un nodo scorsoio.
Rinaldo seguendo la sua orazione favellava ai circostanti: «Ecco che la Provvidenza vi manda i tempi fatali da voi così lungamente desiderati, e con tanti voti affrettati: stiamo adesso a vedere che sarete per fare. Già le vittoriose armi di Carlo, sgombrandosi innanzi il paese, accennano voler traghettare il Garigliano a Castelluccio e a Cepperano, già si presentano ad espugnare Gaeta: sono con loro la benedizione del Pontefice, il valore che nasce dal buon diritto, la chiamata dei popoli; con quelle di Manfredi, terrore, e paura: che più dunque aspettiamo a ribellarci?--già più di quello che si addice ad uomo prudente abbiamo indugiato. Vogliamo forse che Carlo giunga sotto le mura di Napoli, per sovvenirlo dei nostri soccorsi? Allora qual sarà maggiore, o la scempiezza del Conte nel farci partecipi della vittoria, o la imprudenza nostra nel pretenderlo, io non saprei. Nessun premio senza pericolo, nessun guiderdone senza fatica: anzi, s'io bene considero, parmi che facendo alcuna dimostrazione in pro di Monsignore di Provenza non siamo per correre pericolo di sorta; non anche si muovono le bande armate di Calabria e di Puglia, non anche quelle di Sicilia; sorgiamo, precipitiamo gl'indugii, facciamo che queste forze non si riuniscano; la fortuna non offre più di una occasione; e voi sapete, Baroni, che un oggi val meglio di due domani, e che chi ha tempo non deve aspettar tempo; cada questo colosso di creta sotto l'anatema della Chiesa, sotto il furore degli oppressi. Vogliamo forse aspettare gli estremi danni per levarci dal collo il vituperoso giogo di Manfredi? Non bastano i baronali privilegii soppressi? non i balzelli forzati? non le nostre case espilate? non quelle di Dio contaminate?»
«Non le mogli sedotte?»--qualcuno si avvisò di aggiungere.
«Chi è colui che ha parlato di mogli? Che si vuol dire egli con le mogli?»--gridò concitato a rabbiosissimo sdegno il Caserta.
«Io l'ho detto così per dire, e per aggiungere un torto a quelli che avete annoverati.»
Il Conte mutò di colore, cadde riverso su la sedia, dalla quale era sorto per meglio mostrarsi infiammato nell'orazione, nè per quanto si sforzasse potè continuare, onde comandava al Cerra, che gli sedeva a canto, ordinasse i consigli.
Il vecchio, che la sera antecedente aveva con tanta aggiustatezza di senno favellato, senza altro invito aspettare levatosi in piedi, e riguardati gli astanti con un certo piglio di superiorità, cominciava: «Dacchè vogliono i fati che per noi si debba adoperare uno espediente infame per ottimo fine, confortomi di questo, che la virtù pubblica fu sempre figlia, più tosto che madre, della libertà, e che sì come da fetida erba nascono odorosissimi gigli, così possano derivare dal tradimento sante provvisioni pel felice stato dei popoli, per la contentezza di tutti. Ora poi, siccome noi non odiamo _l'uomo_ per sè, ma pel grave giogo col quale ci opprime, mio consiglio sarebbe che nella esecuzione dei nostri progetti nessuno odio privato, nessuna nimicizia particolare intervenisse, onde i nostri posteri vedano che se usammo i mezzi vili, ciò fu perchè la necessità ci allontanò dai generosi, e la necessità estimasi somma escusatrice dei fatti scellerati; anzi, pensando meglio, confido che sia per ridondarcene lode, come quelli che solo costanti in ben fare tenemmo in niun conto i beni della opinione. Affrettiamo pertanto Monsignor di Provenza a incamminarsi quanto può meglio veloce nel cuore del Regno; e non obbedendo ai comandi dello Svevo, non lo soccorriamo di nostre forze; meglio sarà non rispondere alla chiamata, che lasciarlo solo sul campo: certamente colpevole è il primo partito, ma il secondo è colpevole, e vile. Nè già con questo io voglio dire che ce ne dobbiamo stare disarmati, no; anzi raduniamo le nostre bande, e componiamo un esercito, il quale sia freno al conquistatore, e guarentigia per le cose promesse.--Allorchè invitiamo lo straniero in casa, ben lo dobbiamo accogliere come amico, tuttavolta però con tale apparecchio, che il comportarsi anche egli da amico verso di noi sia cosa non volontaria, ma costretta: quel potere ingiuriare impunemente è grande incitamento alla ingiuria; e quel dolerci della ingiuria quando non si hanno che querele per farla cessare, è stimolo anche maggiore allo scherno. Usiamo della forza che Dio ci ha concessa: veda Carlo, che se ci siamo dati a lui, potevamo anche non darci; e se egli non ci assicura, conosca che possiamo assicurarci da noi.... Ridete, Conte della Cerra? Parlo da stolto io? Per quanto io abbia meditato, non mi venne fatto conoscere come meglio si possa ovviare a quanto esponeva la sera trascorsa....»