La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 37
«Io vi protesto, Messere, che Gisfredo è vago di danari come il cane delle mazze; ma l'opera ch'io disegno fare in pro vostro, non può in nessuna altra maniera mandarsi a fine se non che col danaro; i tempi corrono difficili, la natura umana si corrompe ogni giorno di più, e vi sono di tali marrani che non vi farebbero piacere nè manco col pegno.»
«E tu ne sei prova e argomento.»
«Fate senno, Barone. Rogiero, partendosi dal masnadiero Ghino, niuna diversa strada vorrà tenere se non quella che conduce a Manfredi,--e questo è certo; ora, siccome ho raccolto per via che il Re ha convocato tra pochi dì il Parlamento del Regno a Benevento, il suo cammino deve piegare senz'altro a questa città; mio avviso sarebbe dunque partirmi velocemente, prendere in compagnia quindici o trenta uomini arrisichevoli, tendergli agguato, e farne pasqua ai lupi.»
«Santo Germano!» esclamò il Conte Anselmo percuotendosi la fronte «tanto è vero, che per veder bene da vicino ci vuol vista corta! Tu dici saviamente, non in tutto però: in prima tu dèi condurre meno gente per non dare sospetto; invece di ribaldi da strada, tu passerai in partendo da Caserta, consegnerai un mio ordine al Castellano, che lascerà venir teco quattro o sei uomini d'arme; non più, ti comando, e bada che lascino la divisa di Aquino: in quanto a finirlo, parmi che non sarebbe buon consiglio; che ne senti?»
«Eh! fate voi; per me ho detto la mia: i morti non parlano, veh!»
Il Conte Anselmo pensava alquanto, proseguiva dopo: «No, no; quel cadavere insanguinato su la pubblica via, in occasione del Parlamento,--scudiero,--fuggito,--dannato, ingrandirebbe il fatto, e indurrebbe a ricercarne più oltre che la faccenda non meriti: ingegnatevi a prenderlo vivo; se non potete, sì, l'ammazzate, ma portatelo con voi; rimuovete ogni traccia, e sotterratelo dove non possa esser trovato. Parti, e fa forza di gambe.»
Partiva. Quello che facesse e quello che ne seguisse, ha già saputo il lettore: perchè non essendo venuto comodo a Gisfredo di uccidere senza pericolo Rogiero, lo trasportò privo di senso a Benevento, dove, trovato il Conte Anselmo, che vi aveva preceduto la Corte, lo cacciava per suo comando dentro la carcere del palazzo del Legato di Roma, da lungo tempo deserto, e per trascuranza, o dispregio, in parte diroccato. Era pensiero del Conte farvelo morire di fame, non già, come diceva Gisfredo, per brama che avesse della sua morte, ma per risparmiarsi la spesa di tenerlo vivo.
Finita questa commissione, tornava Gisfredo alla dimora del Conte Anselmo, e gli diceva: «Anche questa è fatta, Barone; tra poco il nostr'uomo diverrà Santo e farà miracoli; adesso sta in clausura; manca il sigillo allo spaccio, col gittare la chiave nel Calore¹, e poi è finita.»
¹ Fiume che passa vicino a Benevento.
«Però pensiamo ad altro: trova alcun sacerdote che gli dica una messa, perchè la sua anima non si lamenti di noi, e conosca che abbiamo operato da buoni e leali Cristiani; pel rimanente raccomandiamolo a Dio.»
«Dice bene il Messere!»--riprese, tra serio e beffardo, Gisfredo, non sapendo con quale intenzione favellasse Anselmo: veduto ch'ebbe un leggiero sorriso su le labbra del Conte, aggiungeva anch'egli ridendo: «La dirò io questa messa; vado certo che qualcheduno nell'altro mondo, o sotto o sopra, l'ascolterà.»
«Non può fare a meno che tu non finisca male, tanto sei empio, Gisfredo! Adesso sono per commetterti una cura più delicata, e al tutto degna de' tuoi talenti; deponi quelle vesti da pellegrino, vesti l'_assisa_ di casa mia, e vattene in Corte; poco sarai guardato; o, se guardato, come mio servo sarai anche rispettato: avvolgiti tra la gente di Manfredi, spia i Ministri, il Re, la Regina, tutti; nota gli andamenti, i detti, gli sguardi, e, se tu potessi, anche i pensieri; siimi fedele, pensa come il mio abbassamento non può accadere senza la tua rovina, la mia esaltazione senza tuo vantaggio.»
Eseguiva Gisfredo i comandi del suo signore, un po',--e qui s'ingannava,--riputando di ricavarne qualche gran premio, un po' per inclinazione: entrava in Corte, e come quegli che era scaltro davvero, adesso mostrandosi carezzevole, adesso contegnoso, qui usando cortesia, là villania, ritirandosi a tempo, e comparendo a tempo, lusingando i più ruvidi tra i Baroni con gl'inchini, guadagnando i servi più astuti con qualche _agostaro_, pervenne a conoscere in poche ore quello che forse altri non aveva imparato in molti anni. A mal grado del suo ingegno però, quel destino, che il più sovente si oppone alle opere generose, aveva decretato che gli dovessero riuscire fatali le sue triste; quelle che abbiamo fin qui raccontate, vedemmo averle conseguíte con molto pericolo; ora narreremo come avvenisse l'ultima, nella quale perdè la vita.
Stanca dalle faccende del giorno la famiglia di Manfredi era andata a trovare il sonno, che da molto tempo non iscendeva invocato su le palpebre dei suoi signori. Gisfredo con passi storti e leggieri, con le orecchie attente, per farsi maggior pregio presso il Conte Anselmo, penetrava nelle più riposte stanze reali:--i fati lo portavano; perviene entro un andito lunghissimo,--con la mano alla parete, in punta di piedi, senza trarre un fiato si mette a percorrerlo;--lo percorre, giunge ad una sala, abbandona la scorta del muro, e va oltre: non poteva essere anche a mezzo, quando un gemito represso lo avvertiva, quivi dimorare gente;--stava,--un lamento femminile fece suonare il vasto edifizio.
«Forse conosce la creatura» discorreva la mesta «l'arte di mentire l'affetto? forse le ha rivelato il Demonio come si finga una passione che m'inaridisce il cuore, mi sconvolge l'intelletto e mi consuma la vita? Finti gli atti cortesi, finto il lungo ossequiare, il guardo, la voce, l'amplesso, il bacio, finti? Non suonavano le sue parole ebbre di amore, non gli tremavano le membra, non sospirava profondo? Pure mi ha lasciata sola su la via dello spasimo; nè il pensiero dei parenti e del cielo può consolarmi;--la mia passione dura più forte di loro. Rispondimi almeno se sei morto, ch'io sappia dove indirizzare il mio gemito:--tenga la fossa il suo corpo, lasci libera l'anima, o tenga anche l'anima, pur che la lasci un momento per dirmi che non fingeva,--che mi amava;--questa apparizione è un baleno di tempo,--poi l'abbia per tutta la eternità. L'anima!--l'anima era nel sangue, e il sangue è stato diffuso;--avessi il cadavere! lo veglierei come se dormisse, ingannerei me stessa, dicendo: or ora si sveglia; e a canto al suo letto, da che egli non potrebbe essermi unito in vita, aspetterei rassegnata di unirmi a lui nella morte;--scalderei di baci le fredde labbra, infonderei balsamo nella sua piaga.... Dio eterno! qual piaga! scavernata, penetrante in mezzo del petto.... ella è insanabile.... dite il vero, è insanabile, Maestro¹?--Non mi risponde,--piange,--e tu pure piangi, Gismonda. O Rogiero! chi ti ha trafitto? Rogiero!»
¹ Forse è inutile avvertire che _Maestro_ era il titolo che si dava ai medici in quei tempi.
Sorgeva impetuosa, incamminandosi con passi veloci alla volta di Gisfredo, il quale, dando indietro meno cautamente, inciampava dentro uno sgabello con molto fracasso: l'evento lo turbava, perdeva la direzione della porta; tentando il muro, quanto più ne andava in traccia, tanto più se ne allontanava. Yole (però che Yole fosse la lamentosa), al rumore fatta furente, gli era sopra, già l'afferrava pel petto,--sentiva sotto la mano un pugnale,--gli frugava sotto la veste, lo stringeva, e minacciando di trapassarlo gridava: «Tu lo hai morto!--Dio mi ti caccia tra le mani, perchè ne prenda vendetta.»
Il presente pericolo, non meno che il futuro, se quel grido di Yole avesse richiamato gente, tanto valsero ad avvilire Gisfredo, che a caso più tosto che a consiglio rispondeva: «Mercè, Madonna: il vostro Rogiero è vivo.»
«Vivo!»
«Ve lo giuro per tutti i Santi del Paradiso.»
«Vivo!»
«Sì, vivo e sano, come siete voi, Madonna.»
«Non è vero, tu m'inganni.»
«Non credete nei Santi?»
«Credo in loro,--ma in te no....»
«Pure egli vive....»
«Menami a lui, nè sperare, finchè io lo vegga, che questa mano si scosti dal tuo petto, questa punta dalla tua gola.»
«Santa Vergine! Saremo veduti, Madonna, saremo fermati, perderete me e voi, non vedrete più Rogiero.... dimani, vi giuro....»
La vergine sveva, per passione diventata feroce, gli punse un poco la gola,--perchè Gisfredo ebbe a stramazzare svenuto,--e con saldo accento comandava: «Conducimi, e taci.»
Gisfredo vedendo che non correva tempo da immaginare scaltrezze, e che se alcuna cosa poteva condurlo a salvamento era la lealtà, si dispose, sebbene suo malgrado, ad operare onesto;--pareva che non ci avesse garbo, quantunque in pensiero risoluto di condursi a dovere; le membra da per loro si studiavano tradire. La vergine sveva lo teneva corto, e sovente per sospetto lo ripungeva; egli prorompeva in un _ahi_! sommesso, e per alcuni passi non faceva motivo, poi tornava a far peggio. Così scesero nel cortile; due uomini d'arme camminavano in su e in giù con differente direzione traverso la porta grande;--passare per quella senza essere notati era impossibile cosa. Non vi ha palazzo reale che non possieda porte segrete, donde scrive Giuseppe Parini che talora entra la verità; Yole si sovvenne in buon punto, che quello in cui stava ne aveva pure una; vi traeva quasi a forza Gisfredo, e in questo modo pervennero all'aria aperta.--Ciò che venne dietro, il lettore se lo ha già conosciuto avanti.
CAPITOLO VENTESIMOSECONDO.
DISPERAZIONE.
Visibilmente si tramuta in faccia, E trema d'una larva che il minaccia. I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA.
Manfredi!--Nel tempo in cui, se intemperante era la fidanza del suo desiderio, molto maggiori erano la volontà degli uomini, e la vicenda dei casi di compiacere a lui, trasportato dal soffio della ventura, noi non avremmo impreso a descriverlo; adesso, nell'ora solenne del disastro, commuove il cuore di tali sensazioni, che nessuno, per quanto magnanimo, vorrebbe respingere; suscita nel segreto della mente tali pensieri, che nessuno, per quanto potente, potrebbe dire vili. La forza che regge i destini della terra ha voluto, che per venire in fama di grande non importi l'esercizio della virtù,--o almeno di ciò che appelliamo virtù. Nè alcuno insorga impudente contro questa sentenza, perchè noi gli domanderemo, se virtù fu quella dell'antico padre che coll'opera della mano sostentò la numerosa famiglia, e con l'esempio, e con le parole, la educò all'amore dei suoi simili e nel timore di Dio; e dove assenta alla domanda, lo ricercheremo di nuovo, perchè un'aura fuggitiva di memoria susurri appena nel villaggio di cui fu abitatore! perchè la pietà dei nipoti cerchi invano pel Camposanto un segno, una croce, una pietra, che lo distingua dal volgo dei morti! perchè invece di educare le rose sopra la sua fossa, il giumento del parroco vada sterpandovi le poche piante salvatiche di che la ornava la natura! Quindi vedremo se ci affermerà, virtù incitare parte del genere umano a dare del ferro in petto all'altra parte; virtù, perseguitare l'innocente, perchè debole;--fargli delitto della sua debolezza frutto della innocenza, e straziarlo, e schernirlo; virtù, le avare rapine, i miserabili incendii, gli stupri vergognosi; virtù, il colono, che bandito dal soldato fugge co' figli, quale in braccio, quale per mano, e con la moglie, che sostentando la figlia, argomento di gloria nei giorni ridenti della tranquillità,--perchè la gloria delle madri è nella prole leggiadra,--adesso contaminata di obbrobrio, le impreca la morte dalla misericordia del Signore, e maledice la fecondità del suo ventre! Poveretto! il suo cammino tende alla montagna; quelle rocce dirupate non promettono altro che la fatica di soverchiarle;--quivi troverà un asilo, dacchè non si trova una preda;--a mezzo dell'erta si volge a mirare la casa a lui cara per le tante memorie di amore,--cara anche per le memorie di dolore;--ahi! non vede più casa:--gli sgorgano dagli occhi lacrime amare, geme profondo, ma il gemito e il pianto non sono per le arse masserizie, non per la mèsse sperperata, non pel censo, a stento e con lunghi travagli ragunato, adesso in breve ora distrutto;--sospira l'aere che _lo raccolse infante_; sospira il luogo, ove per la prima volta la desiata giovanetta, suffusa di modesto rossore, gli disse, che non amava indarno; quello dove per la prima volta fu salutato col nome di padre; sospira le ceneri degli avi:--l'anima paurosa, trascorrendo gli eventi futuri, non lo atterrisce con l'amarezza di chiedere un pane allo straniero, che gli sarà negato, e di ascoltare unita al rifiuto la parola acerba di un cuore che cerca pretesto nel vizio per non commuoversi alla miseria.... solo lo spaventa con la immagine dei nipoti, che, appena sapranno snodare la lingua, gli diranno:--menaci dove dorme tuo padre. Che potrà egli rispondere?--io l'ho deserto:--la rampogna di poca carità gli strazia le viscere;--si lagnerà se lo abbandonano vivo? egli non lo ha abbandonato morto?--morto, o vivo, è meno sacro il capo del padre?--Volge le spalle, si affretta per la via, leva gli occhi al vertice della montagna, anelante di riparare dietro una balza dalla vista e dal pensiero di cose tanto miserabili.--E se questa non è virtù, perchè coloro che tengono l'impero della fama la vestono della luce del canto, o la tramandano ai posteri col monumento della storia? perchè nelle vostre sale, nei vostri arnesi, fino sul vostro petto, io non vedo che simulacri dell'ultimo conquistatore? O gli uomini sono divenuti tanto codardi, che si hanno fatto idolo della forza, o,--e questo per avventura è più vero,--non hanno mai saputo che sia virtù.--Manfredi non fu virtuoso,--fu grande. Escluso per colpa paterna dal retaggio del potere, ripose ogni suo pensiero in conseguirlo:--tra la sua mano e lo scettro si attraversavano quattro vite, e tutte sacre; egli stese la mano, e lo strinse:--quali furono gli argomenti che adoperava l'ambizioso? L'ombra del trono gli nasconde, ma stanno come nemici schierati in battaglia al cospetto dell'anima sua, e a quello di Dio. Egli distrusse i suoi nemici, da prima con la frode, poi con la vittoria, e dopo averli avviliti con l'oro, gli spense col ferro. Affidato ai destini che lo menavano, dominò la fortuna, costrinse gli eventi: non soddisfatto della corona di Napoli, guardò la Italia, la vide divisa, e disegnò riunirla sotto il suo impero: penetrando nei misteri dei secoli, la conobbe preda dello straniero, e volle prevenirlo; nè, dacchè Alarico venne a guastare il bel paese, alcuno più di lui sembrava eletto dai cieli alla impresa portentosa: in lui sapienza di consiglio, in lui prodezza di braccio, arte maravigliosa di conciliarsi gli affetti, e quella temperante mansuetudine sconosciuta ai suoi superbi maggiori; Roma decaduta alquanto dal potere; gl'Italiani fidenti, o poco gelosi di lui, perchè signore naturale, e scevro d'interessi con Alemagna; Toscana ghibellina, retta dal senno di Farinata; Lombardia in gran parte devota al suo nome pel séguito del Pelavicino, del Duera, e per le armi di Giordano Lancia. Egli pe' tempi, i tempi per lui:--forse è da credersi che l'avrebbe dominata con assoluto dominio; forse, inorgoglito dal successo, con tirannide; ma l'opera stava nel rannodarla: quando poi la oppressione si riunisce in un solo, anche un sol colpo vale a distruggerla; e se ogni tempo non produce il sapiente, ogni tempo conta molti feroci.
Solo, dentro vastissima sala ornata delle immagini dei suoi padri, seduto sopra un letto all'usanza saracina, Manfredi cela la faccia per gli origlieri; se non fosse che d'ora in ora un anelito lo fa sobbalzare, parrebbe addormentato. Noi non sappiamo quale meditazione lo tenesse, certo però doveva essere di quelle che tribolano anche sul guanciale del riposo. Sorgeva con impeto;--mutati due passi, sta;--punta la mano destra su la tavola,--la persona abbandona sopra la gamba sinistra, che attraversa con la destra, premendo il pavimento con la estremità del piede,--gli occhi immobili, fitti per terra,--la bocca tremante;--il sangue gli trascorreva su la faccia, come fa l'onda marina, però che adesso comparisce infiammato, adesso pallido:--si volta atterrito,--intende lo sguardo in quelle parti della sala che la lampada di argento posta su la tavola illuminava scarsamente, e si atteggia alla fuga;--concitandosi all'audacia si avanza,--rimane,--indietreggia,--come disperato si precipita, e tocca trepidante con ambe le mani la cagione dello spavento:--pare che la poca luce tramutasse all'accesa fantasia gli oggetti in immagini che non poteva sopportare. Alfine disegna spengere la lampada, la prende in mano, se l'appressa alla bocca, compone le labbra in atto di spingere l'aria;--in questo punto la pupilla trascorrendo discerne tal cosa per la quale Manfredi abbrividisce; stende la mano che stringeva la lampada, l'accosta alla parete,--era una spada che vi stava attaccata;--sospira, avvicina di nuovo il lume alla bocca; percorre, girando il capo, e più volte, la stanza; quindi con estremo sforzo lascia scorrere il fiato compresso,--e fu buio:--s'intendeva per la tenebra un passo frequente, concitato, irregolare.
Noi ignoriamo se altrove, ma certo avviene ih Italia, che il mal tempo spesso rimetta di giorno in giorno ad ore determinate, finchè, consumato lo spazio che deve percorrere, cessa del tutto; però adesso cominciava, come nella sera scorsa, a sentirsi il tuono lontano, e a vedersi lo sfolgorío sempre crescente. «L'ora si avvicina!»--mormorò Manfredi. Si leva un fiero libeccio; la piena della bufera investe fischiando l'edifizio, lo scuote, ed accenna mandarlo sossopra; si ascolta il zufolare lontano che fa per quelle camere il cigolío degli usci e delle finestre; la grandine batte scrosciando le invetriate, come se dovesse spezzarle ad ogni momento, o strappate dagli arpioni trasportarle fin Dio sa dove. Santa Maria! pareva il Giudizio finale.--Perchè Manfredi si volge intorno la sala con orme vacillanti? Teme egli che quello sconvolgimento sia una guerra che la Natura ha dichiarato contro di lui? Che susurra tra i denti? Santi del Paradiso! ha imprecato le potenze dell'Inferno. La procella imperversa; si fa con le braccia il segno della salute sul petto, e solleva peritoso il volto;--viene un lampo; gli occhi di Manfredi, senza ch'ei lo sappia, sono diretti sopra la immagine di suo padre Federigo;--quella luce vermiglia parve animarlo di un baleno di vita, e certo il ritratto storse le pupille scintillanti nel sangue, e agitò i labbri a parole di fuoco:--guai a Manfredi se quella vista fosse durata più d'un lampo! il suo cervello ne sarebbe stato rotto, il cuore scoppiato. La oscurità nascose la causa del terrore: instava fragorosissimo il tuono, e tra il rimbombo urlava Manfredi: «L'ora è passata!»--Incapace di più reggersi, accennando stramazzare, a scosse come l'ebbro, si pone in traccia del letto, e vi si lascia cadere; la sua mano destra abbandonata percuote su la corona reale, la ritira velocissimo, non altramente che se l'avesse posta sul tizzo infuocato; e di vero tale dovette essere la sensazione che soffriva, perchè disse: «Arde.»--Allora quasi affaticato su l'erta di un monte trasse dal petto un anelito grosso, e frequente;--giù per le guance piovve gelido sudore.
A refrigerio dell'afflitto, or sì, or no, secondo soffiava il vento, un preludio dolcissimo sul liuto veniva a dilettargli le orecchia:--l'anima però non gli dava ascolto, come quella che gemeva oppressa sotto terribile sensazione; ma quando vi si aggiunse una voce melodiosa di arcana mestizia, voce che con la prestezza del baleno ricercò,--vellicò,--suscitò, quanto di soavi memorie e di dolcezza di affetto stava riposto nel cuore di Manfredi, egli declinava lentamente «il capo tra le mani, e piangeva: bene erano coteste lacrime di quelle che solcano le guance su le quali trascorrono, di quelle che si assomigliano a gocce d'olio versate sopra ferro rovente,--ma pianse. Riputando nessuna altra cosa capace di acquietarlo quanto ascoltare vicina quella voce che sì lo blandiva lontana, lasciò di giacere, e si pose dietro le tracce dell'armonia.
Licenziate tutte le damigelle, la Regina Elena si era ridotta nelle stanze segrete con i suoi figli, Yole e Manfredino; quivi avevano insieme pregato il Signore di perdono, e di pace: finita la preghiera, cominciò la procella: Elena dissimulò, come meglio potè, l'augurio sinistro, e motteggiando ridente dava animo a Yole, che le si stringeva alla vita, e a Manfredino, che, seduto sopra uno sgabelletto ai suoi piedi, le aveva preso una mano, e se l'era parata innanzi gli occhi per non vedere i baleni.
«Animo, figli miei,» favellava la Regina «è la prima questa delle procelle che udite? conviene questo terrore a figli di Re?»
«E che? madre,» rispondeva Yole «non devono i Re tremare di Dio?»
«Devono, ma troppo tornerebbe a sconforto, o figliuola, attribuire ogni tempesta allo sdegno del cielo.»
«Avete notato, madre, che appena abbiamo proferita l'ultima parola della preghiera scoppiò il primo tuono?»
«Non ho posto mente a questo, perchè stava raccolta nel pensiero del Paradiso.»
«Parmi...» soggiunse Yole, ed abbassata la voce accostò la bocca all'orecchio della madre, «parmi ch'egli ci abbia abbandonate.»
«Figliuola,» riprendendola affettuosa rispondeva Elena «nemmeno i Santi hanno penetrato nei segreti dell'Eterno; se i Profeti gli hanno saputi, ciò è stato perchè egli stesso gli dischiuse a loro, non altramente. Godi anzi della tribolazione che ti manda il Signore,--egli ci vuole provare, ed i provati sono nel numero degli eletti. Ramméntati, amor mio, di Santo Ambrogio da Milano, che, venuto a Malmantile, domandava l'oste di sua condizione, il quale avendogli risposto:--_io ricco, io sano,--io, bella donna, grande famiglia, riverito, onorato, careggiato da tutta gente, non seppi mai che male si fosse, o tristezza; ma sempre lieto e contento sono vivuto, e vivo,_--ordinò ai fanti che sellassero i cavalli, dicendo:--_Dio non è in questo luogo, nè con questo uomo, perchè gli ha concesso troppa felicità._¹ E poi, che cosa dice il Re David? _Molte sono le tribolazioni dei giusti, e di tutte il Signore gli libererà._--Ma divertiamo il pensiero da cose tanto lugubri.--Gli angioli hanno insegnato ai mortali l'armonia per sollevarli dalla tristezza;» e sì favellando, ritrasse la mano che le teneva Manfredino, e lieve lieve lo percosse su la guancia; «va, Manfredino,» gli comandava «fa di portarmi quel liuto che vedi su quella tavola là.»
¹ Passavanti, _Specchio della Vera Penitenza_.
Il fanciullo alzò gli occhi, e peritoso si pose a guardarla.
«Va, Manfredino;» insisteva la nobile Elena «hai tu forse paura?»
Andò con franco passo il fanciullo alla tavola su la quale stavano diversi strumenti, tolse il liuto, e porgendolo alla Regina parlò: «Ecco, mamma, il liuto.»
«Gran mercè, figliuol mio,»
«Oh! si ringrazia egli di queste cose, mamma?»
«Perchè non si dovrebbe? se in te correva l'obbligo di obbedirmi, in me fu cortesia ringraziarti.»
«Ora da che sei tanto cortese, vorrestimi fare un dono?»
«Qual dono?»
«Dì prima se me lo farai.»
«Che cosa ha negato Elena ai suoi figli, quando l'hanno richiesta di cose gentili?»
«Tu dunque mi hai donato, che suonerai la ballata di Lucia, e Yole la canterà;--è così bella la ballata di Lucia, che quando la sento mi vengono le lacrime agli occhi: che vuol dire, mamma, che mi fa piangere?»
Trascorse la Regina con l'agili dita le corde del liuto cavandone dolcissime note, quasi per evitare di rispondere, ma non potè fare a meno di mormorare: «Ahimè! l'affanno diventò il retaggio della casa di Manfredi; amano l'afflizione anche coloro che non sanno che cosa sia,--l'anima si anticipa nello spasimo del futuro.» E continuando a preludiare: «Yole, mia figlia, canta della vergine Lucia.»
«O madre, come lo potrò? ho la voce tanto affiocata....»