La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 34

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Il suono col quale il pellegrino discorreva queste ultime parole fu talmente diverso da quello adoperato finora, che Rogiero lasciò cadersi come spasimato col capo sopra la tavola. Al punto stesso il pellegrino accennando con gli occhi e con la persona a due dei suoi compagni, fece sì che si levassero in piedi, e andassero prestissimi a situarsi ai lati della tavola di Rogiero. L'oste si pose le mani dietro, e veduta la mala parata si trasse piano piano verso la porta. Nessuno fiatava: per ben dieci minuti ogni cosa fu cheta; alla fine Rogiero prese a mormorare bassamente: «Egli è desso,--l'uomo fatale,--l'istrumento del destino.--L'anima non ha accolto la sua voce col medesimo terrore? Non si è congelato il sangue, i polsi rimasti?» E poi proseguiva con forza maggiore: «Egli è desso!» Appena proferite queste parole, chiuse le pugna, tese le braccia, tutti i muscoli del volto compresse, come se riunisse ogni virtù per non soccombere sotto un dolore, e le ripetè più volte: «Fosse un demonio incarnato, sprofonderemo insieme nel fuoco penace, perchè io me gli avvinghierò alla cintura, nè il lascerò finchè non mi abbia reso ragione del suo fiero perseguitarmi,--del suo ingannarmi. Scellerato! io non l'offendeva mai, mai più lo aveva visto, ed ei mi ha voluto far perdere lo intelletto,--mi ha avvelenato la vita;--ma lo stolto me ne ha lasciata tanta da dargli la morte,.... e se sei tale da soffrirla, ora la soffrirai.»

Dava un calcio alla tavola, e cibo, bevanda, stoviglie, ogni cosa gettava rovesciata sul pavimento: sorgeva; aveva la guardatura terribile, il viso acceso, la persona in atto di offendere. Guai al pellegrino, se lo avesse giunto, che non avrebbe avuto altro bisogno di medico per finire la vita. I due ribaldi che gli s'erano messi allato lo presero per le braccia e pel petto, dicendogli: «Dove, Messere?»

«Con voi non ho nulla.... scostatevi.... lasciatemi, chè devo ricambiare alcune parole con quel demonio là.»

«E gliele potrete dire da questa distanza, così bene che da presso; per quello che pare non avete lasciato la lingua al beccaio.»

«No,--no:--è forza ch'io gli stia vicino.... lasciatemi, vi dico,» e scotevasi «lasciatemi.... vi comando.... vi prego.»

«Non vi accostate, Cavaliere, che vi farò mal giuoco; non sapete che il Diavolo scotta? Eh! dico, Puccio, tienlo sodo,--e tu Giannozzo,...»

«Ingégnati pure, se sai; ma converrà che tu mi dica per qual ragione da più mesi m'inciti alla vendetta di un uomo che non era mio padre.... dimmi.... dimmi, perchè mi hai spinto al delitto?»

Rogiero, per una convulsione di rabbia, raddoppiando la forza, si adopra svincolarsi dai ribaldi e gittarsi sul pellegrino: quelli però che troppo bene lo tenevano, nol lasciarono andare; tuttavia, mal potendo resistere all'impeto, lo seguitavano strascinati. Il pellegrino, di tanto baldanzoso che era, divenuto a un tratto avvilito, dato un urto alla tavola, si mette a fuggire: la tavola si rovescia come quella di Rogiero,--e qui pure, sottosopra ogni cosa:--forse l'impeto della paura fu violento quanto quello del furore;--forse erano poste in bilico a bella posta dall'ostiere, affinchè al primo urto cadessero, e così avesse occasione di farsi pagare per nuovo tutto ciò che vi stava sopra imbandito.

«Bel modo davvero di acquistar le grazie del Signore, ghiottoni!» urlava il pellegrino avvolgendosi per la stanza; «tenetelo, sciagurati che siete; non vedete che se vi fugge ci strangola quanti siamo?»

«Che sciupinío!» gridava per altra parte l'oste, «che sciupinío! Vergine addolorata! poveri miei stovigli che aveva comprati belli e lucenti alla fiera di Piscitella!--mi avete guasta la dozzina, signori:--chi paga? ehi! chi rompe paga.... chi paga?...»

«Mi fate forza!» gridava a sua posta Rogiero «che è questo?... tanto ch'io possa riprendere la spada.... iniqui! al tradimento!... al tradimento!»

«Va,» ordinò un ribaldo all'oste «va, e recaci quante corde hai in cucina....»

«Ma questo non entra....»

«Che? Párti che ti abbiamo fatto guasto per uno agostaro? quando anche ti abbruciassimo la casa con te e la tua famiglia dentro, il danno non potrebbe sommare a tanto.»

«Ecco che le mie profezie diventano vere,» riprese un altro ribaldo; «se fino da bel principio lo aveste assuefatto, secondo il mio avviso, a dargli del bastone sul capo per pagamento, non farebbe oggi dell'indiscreto:--va su tosto, furfante, a prendere le funi.»

«Considerate.... vedete....»

«Se rispondi anche una parola,» minacciava col pugnale il ribaldo «giuro per l'anima di mio padre, che non risponderai in appresso a nessuna dimanda che ti sia fatta in questo mondo.»

L'oste muovendo la bocca, come se gustasse alcuna cosa acerba, partiva immediatamente. Intanto Rogiero faceva l'estremo di sua possa per liberarsi; si aiutava con le mani, co' piedi, co' denti; quei che percosse sentirono dolore anche il giorno appresso; cacciava acutissime strida: con forza e destrezza maravigliose, sovente abbattuto, col peso di un uomo sul corpo, lo mise sotto, e si rilevò calpestandogli il petto; faceva uno schiamazzo, un rovinio da potersi sentire a mezzo miglio d'attorno. In questa tornava l'oste, smarrito nel sembiante, con corde in mano, gridando: «Gente! gente! a questa volta.»

Un ribaldo porse il capo alla finestra, e lo ritrasse pronunziando una fiera bestemmia.

Si udiva il rumore di mano in mano avvicinarsi, allorchè l'oste prese a dire a voce alta: «Lasciate questo Cavaliere, egli è in casa mia, e deve starci sicuro come in Chiesa: se vi ha fatto torto, aspettatelo fuori:--che è questo venire in tanti contro uno?--che soperchieria!--che assassinamento!--giuro al corpo.... al sangue....»

I ribaldi gli risero in volto; il pellegrino che conobbe l'arte dell'oste, gli disse: «Senti, Pierone, credi che ti mancheranno delitti per andare alla forca celando quest'uno? Tu hai avuto uno agostaro onde prestarci la tua opera per imprigionare questo Cavaliere, se fosse capitato in tua casa; eccotene un altro: il modo con che getto i danari, ti faccia persuaso che non ispendo dei miei. Colui che mi ha comandato di arrestarlo, è tale che può farti impiccare per avere pôrto da bere ad uno assetato. Hai inteso? fa senno, se non vuoi che qui dentro venga la bara prima che sia molto.»

La gente, come cosa matta, inondava la stanza;--erano vassalli del vicinato, tratti al rumore:--domandarono che cosa fosse accaduto, come stesse la bisogna, e intanto alcuni si portavano a liberare Rogiero: se si fosse taciuto, lo avrebbero per certo tolto dalle mani di quei ribaldi; ma vedendo il pellegrino che tentava nascondersi nella calca e fuggire, non potè tenersi dal gridare, accennandolo: «Prendete quel serpente, quel demonio là; sono mesi e mesi che mi perseguita!»

Tutti gli occhi si voltarono da quel lato. Il pellegrino, conoscendo non potersi celare, si fece oltre arditamente, e vôlto ai più vecchi, giungendo le mani e sollevando gli occhi umidi di lagrime, favellava: «O Signore, ben sei misericordioso e sapiente in ogni opera tua, così che quello che ci mandi deve essere tutto bene, quantunque ci si offra sotto la forma del male; pure per le preghiere di questi Fedeli, per quelle di me peccatore, ti piaccia liberare quella povera carne battezzata» e mostrava il Cavaliere «da tanta tribolazione; vedi, come lo travaglia il nemico del genere umano; vedi, come esulta della vittoria l'angiolo maledetto...»

«Ah traditore!» gridava con quanto aveva in canna Rogiero «lascia che io mi ti accosti, e vedrai chi di noi due sia indemoniato...»

«Deh! vedete, fratelli,» senza dargli mente continuava il pellegrino «a che mena il peccato; divenite savii dall'esempio altrui, frequentate i sacramenti, digiunate, vigilate, perchè il tentatore sta sempre alle velette...»

«È indemoniato?» urlava la gente accorsa, tutta atterrita.

«Iniqui!... stolti!...» con la spuma alla bocca urlava il mal capitato Rogiero, e avventavasi digrignando i denti.

«Tenetelo forte, fratelli, ma con carità, che sebbene indemoniato, egli è pur sempre Cristiano; tenetelo,--a voi,--legatelo per amore di Dio:--considerate, fratelli, la malignità del Demonio, che lo spinge contro me perchè sono prete. Lui misero, se mi percuotesse! chè incorrerebbe súbito nella scomunica _lata_;--il Canone parla chiaro: _Si quis suadente Diabulo huius sacrilegii realum incurrerit, quod clericum, vel monachum, etc._»

La gente, che era accorsa con tanto grave aspetto di fierezza da prendere di primo assalto un castello, adesso non osava accostarsi; si segnava,--susurrava preghiere; alla più parte non sarebbe parso vero rimanere lontana; altri pianamente presero l'uscio, e rifecero i passi. I vecchi pregavano; le vecchie, incapaci di sentire compassione, toglievano motivo dall'energumeno che credevano avere sottocchio, per favellare di tutti gl'indemoniati che avevano veduto ai giorni loro nel circondario della Parrocchia; i giovani ora guardavano i padri, ora Rogiero, il quale pareva loro che avesse assai motivo di montare così su le furie per essere tanto villanamente legato; pure timorosi di mal fare tacevano, ammirando la gravità delle ciglia paterne; le donzelle, sia buona natura che svapora in proporzione che gli anni si accrescono, sia, come credo, debolezza, gli si facevano sopra tutti gli altri vicino, e:--«Poveretto!» dicevano,--«peccato! che sarebbe pur bello! Oh! se potesse riacquistare la salute, darei il cappello che lo zio prete mi portò dalla fiera!»--«Ed io il guarnellino dalle feste.»--«Oh! sì, giusto si muove co' cappelli e co' guarnellini la misericordia di Dio!»--parlò con voce soave una fanciullina, che pareva uno angioletto,--«preghiamolo di cuore, e forse ci ascolterà; è tanto buono, mi ha detto la mamma, e noi lo preghiamo di fare cosa buona, dunque ci ascolterà.»--E le altre giovanette, seguendo il consiglio, pregarono, e fervorosamente, per l'infelice:--ma l'infelice non doveva essere sollevato. Rogiero le guardò:--belle le aveva fatte la Natura, più belle le faceva quell'atto di preghiera; egli era nato per queste sensazioni; dette un gemito, e gli parve di sentirsi confortato da lungo riposo; per alcuni istanti non vide che a traverso le lacrime le quali gli ingombravano gli occhi: già stava per parlare pacato più che non soleva, e coloro che lo tenevano lo avrebbero volentieri lasciato a patto di salvare la vita, allorchè quel pellegrino, che conobbe il pericolo della situazione, si mise a predicare: «Non v'inganni questa apparente tranquillità, fratelli;--oste, porgetemi l'acqua benedetta;--osservate, signori, quanta sia la malignità dello spirito infernale, che mostra di ritirarsi al punto di sentirsi vinto; vedrete come è per iscontorcersi allo spruzzo dell'acqua santa.» E presa dell'acqua, la gittava nel volto a Rogiero: «_Ne reminiscaris, Domine, delicta nostra, neque vindictam sumas de peccatis nostris_: dite il _Pater noster_.»

«Uccidetelo,» fuori di senno esclamava Rogiero «trapassate quel Longino, quel feritore dei costati innocenti....»

«_Et ne nos inducas in tentationem_.»

«_Sed libera nos a malo_.»

«_Amen. Oremus_...» ripeteva il pellegrino.

«Ah! questo non può sopportarsi!» gridò furiosamente Rogiero, e voleva fuggire dalle mani di quei carnefici, e uccidere od essere ucciso. Il suo stato è più agevole immaginare che dire; forse alcuno potrebbe formarsene idea, sapendo che molti di coloro che passavano per valorosi fuggirono via, facendosi grandi segni di croce. Oggimai aveva esaurito ogni genere d'imprecazione che la mente offesa può cacciare in bocca al disperato, e il finto pellegrino con _empio abuso_ messo in opera più volte i santi esorcismi, nè il Demonio se ne andava, perchè non v'era. I ribaldi volgevano di tanto in tanto gli sguardi alla porta per vedere se la calca diradasse, e darsela a gambe: ell'era di fatti assai diminuita, pure la rimasta dava tuttavia da pensare. L'oste in quel caso parlò al pellegrino le seguenti parole: «Messer pellegrino, voi come cherico sapete meglio di me, che per esorcizzare i demonii non basta la santità della vita, che si richiede anche la facoltà della grazia;--voi forse avrete ricevuto il potere di cacciare i demonii minori, e questo sarà certamente sopra le vostre forze.»

Il pellegrino si morse il labbro inferiore in pena di non avere immaginato egli primo codesto espediente; nondimeno pensò valersene, e in vista dimessa riprendeva: «Ecco, che la polvere aveva dimenticato la sua umiltà, e Dio ha punito la sua presunzione. E chi sono io povero peccatore da volere imprendere miracoli concessi solamente ai Santi del Signore? Chi, per omettere le sacre cirimonie, la stola, e le altre cose, che si richiedono all'ufficio dell'Esorcista? Fratelli, si vuole una grazia maggiore della mia onde liberare questo tribolato; sarebbe mio consiglio condurlo in parte dove se gli potessero applicare addosso Reliquie dei Santi, e Agnus-Dei.»

Finite che ebbe queste parole il perfido pellegrino, la plebe grossa cominciò a gridare: «Meniamolo a Sant'Agata, sul corpo di Santo Menna:--ha fatto tanti miracoli, perchè non farà anche questo?»

«A Sant'Agata!--a Sant'Agata!» ripeterono tutti; e se i ribaldi lo gridassero di cuore non è da dirsi, imperciocchè ad ognuno di loro paresse sentire la stretta del capestro alla gola. Tolsero di peso l'infelice giovane per piena dello affanno caduto in deliquio; ed esclamando: «Largo, Cristiani, in carità, largo all'energumeno;»--e unendo alla voce violentissime spinte, giunsero a passare la porta. L'oste in bella maniera si era tratto nel canto dove Rogiero aveva lasciato le armi e la più grave armatura, e mentre che i muscoli della sua bocca erano impiegati ad articolare _carità_, il suo cervello pensava:--se quei furfanti non si rammentassero di queste armi, a ridurle in oro ho piuttosto avanzato che rimesso all'avventura:--tanto è vero che perdita altrui fa guadagno.--Uno dei ribaldi al punto di uscire dalla stanza si volse, e gelò il corso di quei raziocinii nella mente dell'oste; forse, se la folla non gli si fosse di súbito chiusa alle spalle, sarebbe tornato per l'armatura: l'oste lo vide trapassare la soglia con la gioia di un condannato che su la scala del patibolo ascolta la grazia; spiegò quelle mani che di per sè sole davano idea della rapina, e le stese, tremanti per la certezza del guadagno, su l'armatura; poi con passi obliqui, la testa in giro, affatto simile al gatto che ha rubato il pesce in cucina, traversò velocissimo la stanza, e andò a nasconderla sotto il carbone.

I ribaldi che tenevano presta pel ratto di Rogiero una lettiga sopra due buoni cavalli, ve lo chiusero dentro, ed essi pure montati su i loro ronzini presero da prima con passi soavi la via di Sant'Agata dei Goti.

Ormai la città appariva vicina, nè la calca diminuiva, e il pellegrino non amava di entrare là dentro; aveva per via pensato qualche nuovo accorgimento, ma nessuno gli era sembrato buono da praticarsi: costretto di adoperarne uno, chiamava a sè alcuni più vecchi della compagnia, e diceva loro: «Io ho pensato, fratelli, di condurre il povero ossesso a Benevento.»

«Oh! perchè questo, santo pellegrino?»

«Perchè costà vi si adora la immagine di Santa Maria della Pace, che pare fatta a posta per questi miracoli.»

«Pellegrino, a quel che vedo non avete visitato ancora la Chiesa di Santo Menna, e non sapete che ogni anno i Frati sono costretti di rimuovere i voti dal chiostro, e appiccarli nel refettorio.»

«Sì bene, fratello; _ma_ alla fin fine Santo Menna è Santo normanno, e Maria è molto maggiore Santa che non è egli, e madre, e sposa del Signore, come sapete.»

«Certo non vo' dire che non parliate santamente, _ma_ Santo Menna ne ha fatti degli altri, e....»

«Potrebbe fare anche questo, eh? chi lo nega? Lasciamo i Santi, via, e parliamo di cose umane: fratel mio, voi sapete meglio di me, che Sant'Agata fa Vescovo, e Benevento Arcivescovo; ora nella gerarchia ecclesiastica l'Arcivescovo può molto maggiori cose del Vescovo: e poniamo che a quello riuscisse, a questo no, ditemi, fratello, non vi rimorderebbe la coscienza di averlo così trasmesso da Erode a Pilato?»

«Voi parlate santamente; _ma_ Santo Menna ne ha fatti degli altri, e....»

«Ne farà degli altri ancora,--chi lo nega? E' bisognerebbe non essere Cristiani per negarlo: _ma_ che dice il Profeta?--_Onagrus silvester, intelligis ne, me velle ducere illum in ore leonis.... in capite draconis._»

Il povero uomo, fulminato da quel latino, non osò aggiungere motto: l'_ore leonis_, il _capite draconis_, lo avevano fatto abbrividire dentro e fuori;--si nascondeva tra la folla.--Subitamente la nuovità che non si andava più a Sant'Agata si sparse tra la gente, onde la più parte prese a sbandarsi, e a tornare donde era venuta; a mano a mano che avanzavano per la strada di Benevento, e si lasciavano alle spalle Sant'Agata, alcuni altri drappelletti cominciarono a seguire più lentamente i ribaldi, poi a riposarsi, poi a voltarsi verso casa; la comitiva si struggeva come pezzo di tela destinata a farne fila sotto le dita della vecchia. La notte adesso confondeva le cose, e di punto in punto insisteva con tenebre sempre crescenti, allorchè i ribaldi considerando che alcuni pochi giovani gli seguitavano, i quali volentieri avrebbero fatta altra cosa che camminare così a piedi, di notte, quindici e più miglia di paese montuoso, se non fossero state le amanze loro che si erano fitto in testa di voler vedere la fine di quel caso, deliberarono di essere affatto soli, e in questo pensiero, senza porre tempo tra mezzo, voltati i cavalli, si cacciarono tra quelli, menando di buoni colpi a destra e a sinistra col manico delle partigiane.

«Via, vassalli, via, villani!» urlavano tra le percosse «a casa, chè l'ora si fa tarda, e lunga la via; a casa, chè dimani la rugiada dee piovervi su la testa.»

Già que' vassalli, come abbiamo detto, avevano più che voglia di ritornare; ora poi che vi si aggiungeva tanto persuasivo argomento, pensisi se levassero le gambe, e mostrassero le suola: e' vi so dire, che chi corre, corre; ma chi fugge, vola; perchè tutto di un fiato arrivarono a casa, dove molte novelle raccontarono vere, moltissime false; e volevano armarsi, seguitare i ribaldi, e prenderne vendetta da incidersi in pietra, e da rammentarsi di lì a mille anni. Un vecchio però essendosi levato in piedi, fece loro osservare, ch'essi dovevano sentirsi stanchi, e aveano due gambe, mentre i ribaldi fuggivano con quattro; onde il meglio, a parer suo, era andarsene a dormire per sorgere alla dimane freschi e riposati, e così perseguitarli con più frutto. I giovani si guardarono l'un l'altro nel volto, nè aggiunsero motto; dopo quello sguardo però si accinsero a deporre sotto le lenzuola le parole e i pensieri di sangue.

CAPITOLO VENTESIMO.

LA CONGIURA.

Da chi mi fido guardami, Dio; Da chi non mi fido mi guardar io ISCRIZIONE _nei Piombi di Venezia_

«Chi mi soccorre?» languido richiedeva Rogiero, rinvenendo dal lungo deliquio; «chi mi soccorre?»

Nessuno rispondeva alla pietosa domanda. Lo sventurato stette prosteso senza ardimento di aprire gli occhi, come colui che si avvisava di schiuderli a nuovi dolori: già troppi erano i sofferti;--se avessero avuto forma di cosa che si tocca, se fossero stati fuori di lui, avrebbe avuto coraggio di levarsi, e stringersi con essi a mortale combattimento; ma vivevano tormentando giù nel profondo, nè egli si sentiva forza di soffocarli là dentro, e l'anima con loro: inerte gemeva sotto lo insopportabile peso, e quantunque il pensiero rifuggisse dal distinguere la serie dei casi avvenuti, nondimeno lo spasimo di tutti gli gravitàva sul capo. Per la terza volta, e con voce più sonora ripeteva: «Chi mi soccorre?» La voce si perdè lontana, senza però che trovasse nello spazio percorso nessuno ente compassionevole, che valesse a rompere lo spaventoso silenzio: allora sollevò lento le palpebre,--da per tutto buio;--stese le mani all'intorno,--le agitava nel vano.

«Potevano uccidermi, ma la morte parve poco ai feroci:--eserciti prima la sua tirannide l'angoscia del corpo,--la eserciti più affannosa l'angoscia dello spirito,--si uniscano le angoscie delle quali mi circondò la Natura a quelle che mi hanno apportato i miei simili, e trionfino... a poco a poco però,--non sia trafugato un atomo a quello che devo soffrire; ogni trafitta abbia il suo grido,--non si confondano,--stieno distinte,--ogni puntura il suo spasimo,--muoriamo intera la morte... questo è veramente da uomini!»

Piegava la faccia, e mormorava fiere parole. Dopo assai tempo tentò il luogo di nuovo: questa volta le mani s'incontrarono in qualche oggetto; lo prese,--era un osso di morto,--se lo strinse al petto come uno amico, lo palpò per ogni lato con la gioia della madre che va lisciando i bei capelli del primo frutto di amore; poi la mano gli cadde giù abbandonata, e la bocca consentendo a quell'atto di tristezza susurrava: «Già!--le ossa della vittima saranno sepoltura alle ossa della vittima!» e dopo ritoccando l'osso: «Forse tu fosti più infelice di me, chè l'unica cosa concessa ai mortali senza misura, che possono percorrere senza fine, è l'amarezza... presente degno di lui che lo ha dato, e di noi, che lo dovevamo patire:--forse tu avevi padre, che versò lacrime molte, e non sopra la cenere del suo figlio; forse madre, che andò insana cercandoti di cimiterio in cimiterio per dire una preghiera su la tua fossa, nè la rinvenne....»

Certo questa meditazione si addentrò più oltre nelle viscere, se non che fu di tanto travaglio, che le labbra non la poterono altramente articolare. All'improvviso percuotendosi la fronte aggiungeva: «Ed io non avrò Yole?--se sopravvive....» Non aveva ancora finito, che la tempesta scoppiò sul castello: egli giunse le mani, e le alzava supplichevole al cielo; poi, quasi stimasse quell'atto mal conveniente, sorgeva per prostrarsi; le sue ginocchia percossero sopra il petto di uno scheletro, e le costole gli si spezzarono sotto con tale scricchiolio, che parve lamento; nè per questo mutò luogo, anzi togliendo occasione dal caso si pose a scongiurare: «O forza che distruggi, intendi una volta il mio voto,--voto di creatura vicina ad esser distrutta, proferito su l'altare della distruzione: l'esperimento dei secoli ti ammaestra, che la terra invecchia di anni, e d'infamia; che più schifoso di figlio in figlio si trasmette il retaggio della colpa; che ormai non v'ha luogo innocente ove il giusto potesse far la preghiera, non pietra che non abbia sostenuto la testa di un trafitto, non zolla che non sia sparsa di sangue invendicato; illumina la luce le stragi manifeste, nascondono le tenebre la perfidia occulta: tutti a nostra posta siamo destinati ad esser traditi, e traditori.... Se la donna, che con la prima colpa chiamò sopra il suo capo e sul nostro la morte, fosse risuscitata alla vita, e dalla sponda del sepolcro vedesse i fatti dei feroci che uscirono dal suo fianco, si coprirebbe spaventata con la lapide invocando di morire un'altra volta. Già i nostri padri convennero in campi scellerati a trarre diletto dalla _soffrente natura_¹, e applausero a fraterni omicidi; ma i nostri padri furono detti barbari: raguna dunque, tu che lo puoi, tutte le tue tempeste in un punto; abbandonati nel tuo furore sopra la creazione,--tra i frantumi dei mondi che la sovrastano sia sepolta la terra,---distruggi l'uomo, e la sua memoria;--il solo momento nel quale ti potremo lodare sarà quando la vita, che muore accolta su l'estreme labbra, aspetta un sospiro per volare là dove stanno le vite che devono nascere;² e se non puoi sopportare sola la tua eternità, e se godi ad essere esaltata nelle preghiere, e negl'incensi, deh! non creare, ti scongiuro, non creare più la belva che ha la ragione....»

¹ Potè a l'alte patrizie, Come alla plebe oscura, Giocoso dar solletico La soffrente natura.--PARINI, _Ode a Silvia_.

² Quæris quo jaceas post obitum loco? Quo non nata jacent.--SENECA, _Troas, char., A._ 2.