La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 33
«Comunque possa sembrarvi strano, sappiate, messer Ghino, che se io mai invocherò il sussidio delle vostre armi, questo non sarà se non in favore del Re Manfredi; più oltre non v'è concesso conoscere di questa avventura; a me riuscirebbe troppo gravoso dirlo, a voi ascoltarlo; bastivi quanto ve ne ho raccontato. Ghino, mio dolce amico, addio.» Rogiero proferite queste parole gli strinse di nuovo la mano, Ghino rispose: «Voi mi levate un gran peso dal cuore: certo adesso non istarà per noi, che i Barbari non sieno cacciati di là dalle Alpi; la vostra spada, Rogiero, per quello che mi parve a Roma, può compensare a misura di carbone il male che avrà fatto la vostra lingua. Addio.... badate di non porlo in dimenticanza,--alle falde dei monti di Arpino....»
«Dimenticanza! Quando l'anima oblierà che v'è stato uno ieri, e che vi sarà un domani, allora soltanto potrà dimenticarvi, Ghino!»
«Sì bene; dunque colà aspetto la vostra chiamata. Intanto affileremo le daghe, onde, se alcuno dei Francesi scamperà, possa narrare a quelli di là dai monti, come taglino i ferri italiani. Addio.... Aspettate, Rogiero: se per caso non vi fosse data comodità di venire in persona, a voi, togliete questo pugnale, il messaggiero che spedirete a recarmelo ritornerà alla vostra presenza con quattrocento uomini di arme, ed un amico.»
«Che posso dirvi, Ghino?--Addio!»
«Nè differite a chiamarmi nelle ultime strette; spesso, Rogiero, minor numero di gente di quella che io conduco, giunta in buon punto, ha reso vittorioso un esercito, che migliaia di armati, trascorsa la occasione, non hanno potuto salvare. Non vogliate risparmiarmi; pensate, che accorrendo con le armi nulla opero per voi, poco per Manfredi, molto per me, che sopra i piaceri del buon cittadino altissimo io pongo quello di menare le mani in pro del mio paese.... Me lo promettete, Rogiero?»
«Ve lo prometto.»
«Anche uno abbraccio, e addio!»
Ghino gli tenne la staffa; Rogiero, quando fu salito in arcione, gli stese la destra; egli se l'accostò alla fronte, e disse: «Ella mi fa bene al capo quanto la benedizione di mio padre: sopra tutto abbiate cura delle ferite. Addio, mio diletto Rogiero, addio! addio!»
Si allontanava lo sfortunato giovane tenendo la faccia rivolta all'indietro, di tanto in tanto salutando il suo amico, che non si mosse mai dal luogo, finchè potè seguitarlo con gli occhi; quando l'ebbe smarrito a cagione del suolo montuoso, e delle giravolte della foresta, salì sopra una torretta per vederlo riuscire su l'aperta pianura; qui pure il cielo lontano glielo nascose, o più tosto la debolezza della vista non gli concesse tenergli dietro; allora curvò la persona, e appoggiò le gomita alla sponda della torretta, puntellandosi ambe le guance, e così stette assai gran tempo, considerando il luogo pel quale si era dileguato. Di qual sorta fossero i pensieri che gli si avvolsero per la mente noi non sapremmo rapportare; soltanto diremo, che togliendosi di costà fu inteso mormorare la seguente sentenza:--«Poichè le gioie di questa vita giungono tanto rade, e passano così veloci, io tengo per fermo che le ci sieno date per farci sentire più addentro i dolori.»
Rogiero, avendo raccolto per via, che la Corte e i principali Baroni dovevano quanto prima ridursi a Benevento, dove Manfredi aveva ordinato universale assemblea, divisò volgere quivi il viaggio, che stabiliva di fare a Napoli; e dopo un faticoso cammino per luoghi dirotti, reso più grave dalle piaghe inasprite, giunse l'ottavo giorno della sua partenza da messer Ghino in vista di Santa Agata dei Goti. Sia che temesse potersi celare, sia che desiderasse sfuggire l'aspetto dei viventi, Rogiero si consigliò di non entrare in quella città, ma posarsi alla campagna nella prima osteria che gli fosse occorsa, nè andò guari che il suo sguardo si fissò sopra una insegna dipinta sul muro. Il pittore, per quello che si poteva interpretare, aveva pensato raffigurarvi una luna nel suo primo quarto, allorchè somiglia, come ha detto Orazio in qualche parte delle sue Odi,--e la Musa sa con quanta gentilezza di concetto,--alle corna della vitella; certi globi neri condotti sotto la luna dovevano per certo fingere nuvoli,--almeno così credo;--sopra questa opera maravigliosa dell'arte stavano scritti con la brace i versi seguenti:
«Or che la notte è taciturna e bruna, V'invito nell'albergo della Luna.»
Veramente,--disse a sè stesso il cervello di Rogiero, senza che la sua volontà vi partecipasse per niente,--poteva esser meno tristo; pure poichè tutto bene non si può avere, il meglio è che si trovi fuori di mano.--Mentre così fantasticava, da un fabbricato contiguo alla casa acconcio a modo di scuderia sbucò fuori un fanciullo di strana sembianza: pallido in volto, con gli occhi loschi, le labbra rovesciate, i capelli stesi; la testa strettissima sul davanti, si allargava dietro, presentando la forma di una borsa per riporre danaro; la sua veste, screziata d'infiniti colori, aveva sopramesse le toppe con tanta leggiadria, da sembrare, più che altro, un arazzo. Questo fanciullo pertanto senza fare parola si avventò alla briglia del cavallo di Rogiero, sforzandosi condurlo seco: il cavaliere stese la destra armata del guanto di ferro, e così per taglio percosse la mano di quello indiscreto in maniera che indietreggiò di alcuni passi, strillando, e soffiando su la parte offesa.
«E» instava minaccioso Rogiero «fa voto a cui adori che non ti faccio peggio, perchè fin qui nè Cristiano nè Saracino può vantarsi di aver toccato la briglia del mio destriero.»
Udendo poi che il fanciullo non cessava il lamento, per quella antica abitudine, che nessuno raziocinio varrà mai a cancellare dal nostro pensiero, di credere che uom possa con un pezzo d'oro, o di argento coniato, riparare le ingiurie, impedire alle lacrime di scorrere, e all'anima di sentire, il nostro eroe cavò fuori un fiorino, e l'offerse al fanciullo. Come avvenga questo, noi non sapremmo; ma i giovanetti, di cui lo spirito pare incapace delle nozioni più semplici, si mostrano sopra le altre bestie a due gambe bramosissimi del danaro; e sì che il modo di conseguirlo, quello di spenderlo, le cose che rappresenta, il perchè le rappresenti, dovrieno formare astrattezze non tanto agevoli a ficcarsi nella testa di un bambino; forse quel corpo lucido e rotondo vince ogni loro attenzione; forse, e questo mi sembra più vero, la scienza del quattrino sopra le altre scienze si adatta alla nostra natura, ed è la sola infusa che ci rimase da Adamo in poi. Rogiero, appena stesa la mano col fiorino, sentì mordersi il cuore, e poichè la velocità meccanica del pensiero, come sanno i lettori, formi anche oggidì il più efficace argomento per provare la spiritualità, in meno che non si chiudono gli occhi aveva conosciuto la sconvenienza tra una moneta e il torto apportato, la viltà di credere che lo avrebbe riparato, la stoltezza di volere con essa soffocare gli affetti, e molte altre idee, che appartengono a troppo arcano sapere, perchè possano convenientemente discorrersi in questo libro e convenientemente intendersi dalla più parte dei miei lettori. Nè alcuno voglia trovare strano quanto ho proferito qui sopra:--imperciocchè la plebe sia di certa zotica complessione (e per plebe intendo non pure quella che cammina vestita di frastaglio e di tela, ma si bene anche l'altra che si fascia di panno da quaranta e più Lire per braccio), che se a caso la fortuna le sbalestra un libro tra mano, e vede di non comprenderlo, distingue súbito se la fama dello scrittore per venire da tempi remoti sia radicata nella mente degli uomini, o se, di tenerissimo tempo, abbia mala pena messo le barbe: nel primo caso s'ingoia come una spugna il vituperio della ignoranza, e quantunque non capisca nulla, ed abbia smania infinita di mordere, grida _bravo_! guai a lei se gridasse _tristo_, che il disprezzo terrebbe dietro alla nudità della mente, ed ella vuole essere bene in camicia di scienza, non coperta di obbrobrio. La malvagità del cuore poi si dimostra pienamente nel secondo caso: conoscendo di poter nuocere, di far sentire il suo urlo, di rovesciare nel suo fango chi s'ingegna uscirne, calcandole la testa, non è da dire se corra festosa, come l'asino di Esopo, a dare dei calci in fronte al lione affralito dalla malattia e dagli unni. Quindi è che i primi passi di colui, che non ha troppo soverchianti doti di mente per disprezzare ogni riguardo, vogliono essere cauti, ma cauti bene; se mette piè in fallo, già non confidi che alcuno pietoso gli stenda la mano soccorrevole; accorreranno tutti a gittargli addosso la pietra, e con essa lo scherno, e quelli principalmente che più lo confortavano di avventurarsi al passo. Gli uomini godono allo aspetto delle rovine, nè possono perdonare nessuna superiorità di averi e d'intelletto. La fama assai si rassomiglia al Paradiso dei credenti in Maometto, per giungere al quale fa di mestieri traversare _Alzirat_, il ponte largo quanto un filo di ragnatelo, sotto cui scorre una riviera di fuoco, che con la vampa e il fragore spaventa chi passa: qui sì che fa di bisogno davvero la buona coscienza che rassicuri; un lieve ribrezzo, uno sfumato raccapriccio è morte eterna: da quella riviera infuocata la forza degli angeli e degli uomini riunita nel braccio di un demonio non varrebbe mai a sollevarti. Leggesi, che certo storpio s'imbattè un giorno in un cieco, e poichè scambievolmente si ebbero raccontato con quanto pericolo e affanno ognuno di loro procedesse nello impreso cammino, il cieco proponesse di levarsi in collo lo storpio, e così l'uno giovando con le gambe, l'altro con gli occhi, potessero ambidue pervenire a buon salvamento. Oh! bella carità questa, e certo degna del mondo come dovrebbe essere; ma tanto e tanto va immersa la gente nella costumanza del male, che io per me affermo, che dove tutti fossero ciechi, e dispersi pel deserto, ed uno solo godesse della luce per bene condurli, vorrebbero traboccare più tosto in qualche dirupo, perdersi dentro il torrente,--morire in somma, che sopportare la condotta di quell'uno. Ma io ho promesso una istoria, e così seguitando parmi che si convertirebbe in un trattato di filosofia,--e quale filosofia! pure non mi dà l'animo di cancellare una sillaba; quello che è scritto è scritto; molti non capiranno, più molti non vorranno capire; nondimeno la verità vive senza bisogno di essere intesa, ed io ho avuto il coraggio di dirla, e spero in Dio di conservarlo sempre, che in questa terra da cotesto valore in poi non mi venne altro retaggio: intanto io me ne lavo le mani, e non come Pilato, e la infamia a cui tocca.--Ritorno alla storia.
Rogiero dunque, sì come raccontava, avvertito dalla gentile coscienza, stava per ritirare la mano, ed in vece del fiorino proferire parole di scusa, quando il giovanetto si gettò avidamente su la moneta, e con ambe le mani gliela svelse dalle dita; intanto il suo volto si ricomponeva alla quiete, e le labbra si schiudevano al sorriso, mentre che tuttavia le lacrime gli sgorgavano dagli occhi. Rogiero, assuefatto a conoscere molte passioni umane, e tutte schifose, non potè contenersi dallo esclamare: «Io non avrei mai creduto che col danaro si comprasse anche il dolore!»
Il fanciullo lo seguitava in atto sommesso, gl'insegnava il luogo ove meglio avrebbe accomodato il cavallo.
Rogiero, dato al suo Allah le cure di un amico, si incamminava all'albergo.
In mezzo della stanza stava l'oste,--strana figura a vedersi! lungo sperticato, comecchè per tenere le spalle levate verso la nuca apparisse senza collo, con molto scapito della sua statura: il petto, diverso da quello di ogni animale della sua specie, non era piano nè convesso, ma incavato, macilento quanto le vacche che vaticinarono a Faraone la carestia dell'Egitto, con certe mani scarne, unghiate da accomodarne i nibbii:--avresti giurato che a mettergli un lume dietro gli si sarebbe veduto che cosa pensava nel cuore; e a malgrado lo inviluppo della carne, io credo che gli si potesse studiare addosso _l'osteologia_; aveva la fronte aguzza, alta forse due dita; il naso torto all'ingiù, il mento all'insù: quasi due amici che anelassero abbracciarsi; gli occhi presso le palpebre di bel colore carminio, più oltre di piombo scuro; la bocca amplissima _prendeva le mosse_ da un punto assai prossimo alle orecchie, e formava un sesto acuto sopra il mento; qualcheduno che avesse avuto vaghezza di fare similitudini, l'avrebbe assomigliata ai festoni da morto che oggigiorno si appiccano alle porte delle chiese; nè il colore avrebbe impedito, chè se i labbri con erano neri non erano neanche vermigli. Il ritratto di questo personaggio non arriva anco a mezzo, e le tinte su la tavolozza mi mancano, onde sarà meglio finirlo con dire, che i suoi moti parevano raccolti dagli scimmiotti, e dai maníaci; il suo favellare da prima lento, poi precipitato in guisa che spruzzasse la saliva in volto a cui gli stava dinanzi, e negli angoli della bocca gli spumasse un rigonfiamento di bolle bavose. Il primo pensiero che suscitava il suo aspetto era di scherno, il secondo di paura; se avesse avuto la coda, lo avrebbero sbagliato con _Moloch_, il demonio della avarizia.
«Ben venuto,» disse costui appena vide Rogiero, facendogli profondissimo inchino col berretto alla mano, e percorrendolo da capo alle piante con tali sguardi che parvero una frugata di doganiere, «ben venuto sia il Cavaliere. Ahimè! la fortuna non può pararmi dinanzi nessuna occasione nella quale tanto mi dolga delle rapite sostanze quanto in questa, perchè non mi è dato di onorare come vorrei il Cavaliere che mi fa dono della cortese presenza; nondimeno spero in Santo Menna il Solitario, nostro Santo protettore, di potere sempre onestamente servirvi pe' vostri danari. Voi siete proprio nato vestito a capitare al primo tratto alla Luna; avreste potuto, procedendo oltre, trovare l'Aquila d'oro, l'Orso bianco,--Santo Menna glorioso! belle mostre,--fattucchierie per iscorticare i poveri forestieri; e poi si vanno vantando che l'anitre loro sono più grasse delle mie,--come se non respirassero la medesima aria: e' vi so dire, signor Cavaliere, che hanno posto davanti a chi ebbe la mala ventura di cadere là dentro più galli morti di pipita di quello che non v'ha fiori in primavera; e una donna assai mia familiare, che pratica cotesti inferni, mi assicurava l'altro ieri che seppellirono nello stomaco di certo uomo dabbene un gatto per lepre. Io per me non so come la Signoria non vi prenda rimedio, solamente per la salute pubblica.... Basta, da un pezzo in qua le cose vanno a rifascio: io sono uomo grosso, nè so molto di ciò che sapete voi altri signori; pure, se stesse a me comandare, vorrei....»
Rogiero, per le cose proferite dall'oste ormai rassegnato di trangugiare un mal pasto, senza più badargli s'indirizzò verso una camera dalla quale usciva rumore confuso di gente, che parli insieme a gola spiegata. Giunto che fu sopra il limitare osservò quattro uomini che portavano in testa cappelli di ferro, in parte ammaccati, in parte rugginosi, e intorno alla vita corsaletti parimente di ferro; le partigiane e le daghe avevano posto in un canto della stanza: stavano seduti da un lato della tavola alternando il mandare dentro bicchieri di vino, e il cacciare fuori discorsi. Questi uomini, che appartenevano a qualche compagnia di vassalli armati, che ogni Barone si faceva pregio tenersi appresso, sorsero all'apparire di Rogiero, e molto rispettosamente lo salutarono, imperciocchè fossero da remota consuetudine assuefatti a fare così a tutte le armature ornate con fregi di oro, o di argento. Rogiero ringraziava con la mano, e invitava che tornassero a sedere: ma la sua attenzione non era rivolta su loro, sì bene sopra il quinto personaggio, che appena lo vide entrare, con trepidante prestezza togliendosi dinanzi un gran piatto di troppo squisita vivanda, vi sostituiva un pugno di ulive secche, e celava più che poteva il volto nel cappuccio, però che avesse addosso una schiavina da pellegrino. Per quanto s'ingegnasse, non giunse però a nascondersi da Rogiero, il quale, riconosciuto che l'ebbe, si sentì sorpreso da un senso di paura simile a quello che ci percuote allorquando ascoltiamo un racconto terribile:--vorremmo interrompere il narratore, e le parole si perdono per la gola,--vorremmo allontanarci, e le gambe ci paiono radicate sul terreno, e il sudore scorre su la fronte gelata, e non osiamo voltare la testa. Vergognando d'impallire al cospetto di tale uomo ch'ei teneva per vile, raccolse fiato, e disse con un sospiro: «Voi qui, pellegrino!»
Proferite le prime parole, rotto lo incanto, riprese il vigore del pensare, e del sentire, onde guardando su i quattro ribaldi, che avea d'attorno, lo proverbiava con un tal sorriso di scherno: «D'ora in avanti parmi che non avrete bisogno di altra compagnia!»
«Eh! chi cerca trova,» rispondeva il pellegrino «bel Cavaliere; la nave piega secondo il vento, e da più gran testa che non è la mia viene il detto:--co' Santi in Chiesa, o in taverna co' ghiottoni.»
«E se non m'inganno, parmi che siate fatto per istare più tosto co' secondi che con i primi, e che possa confermarvi di giorno quello che vi dissi di notte, quando in prima v'incontrai. Non conosco le cause per le quali v'ingegnate ingannarmi; ma credete poterlo fare mangiando, o astenendovi in mia presenza dal cibo che poco fa gustavate? Proseguite il pasto, chè per vedere su la mensa starne, od ulive, già non cambierò pensiero su voi:--la faccia è quella che conta.»
«Oh! allora poi, se mi avete veduto, continuerò a mangiare la mia vivanda. Peccato celato è mezzo perdonato; questa volta però me lo scriveranno a debito tutto intero;» e così favellando faceva il pellegrino di grossi bocconi: «il peggio, a parer mio, sta nello scandalo; quasi quasi direi che senza scandalo non vi abbia fallo: allorchè gli uomini non veggono, anche Dio chiude un occhio, e lascia fare...»
«Scellerato pensiero! se il grido della tua coscienza ti assicura, pensi che ti sconforterà quello della gente? Il cedro del libano piega sotto l'impeto della bufera, ma non si spezza.»
«Sì come, bel Cavaliere, è impossibile,--continuando a parlare con gli esempii,--che un bottigliere correndo a gran corso con la coppa piena fino all'orlo non lasci cadere alcuna stilla, così riesce quasi impossibile all'uomo di mantenere l'anima bianca fino alla fossa; ora poi siccome non dannereste il bottigliere di celare il difetto della tazza, così non potete dannare l'uomo che nasconde il pezzo d'anima fatto nero con la parte rimasta bianca. Con l'arte e con l'inganno--si vive mezzo l'anno; con l'inganno e con l'arte--si vive l'altra parte,--come diceva il poeta.»
E avrebbe continuato, se non che in quel punto entrò l'oste, che portava a Rogiero il cibo richiesto: nè io starò a dire in che consistesse, nè come fosse accomodato, perchè vado affatto ignorante dell'arte della cucina, e per me Apicio potrebbe dormire mille anni sopra di un lato, che non lo farei certo, risvegliandolo, giacere su l'altro; e in questa, come in ogni altra cosa, converrà cedere la mano al Romanziere scozzese: basterà accertare che il presentimento di Rogiero non rimase deluso, e che in tempo di sua vita non aveva fatto pasto meno gradito, nè più lodato.
«Nol dico per vantazione, chè superbia è troppo brutto peccato,» favellava l'oste «ma andate all'Aquila d'oro se volete gustare di questi camangiaretti; andate all'Orso bianco: Santo Menna glorioso! lì sì che si può dire che danno il pane con la balestra. E il vino? oh! pel vino vi giuro che può averlo uguale il Re Manfredi. Filippello di Faggiano, mio parente, che ha servito in corte tanti anni, mi assicurava un giorno che pareano fratelli; nè a casa mia si fa pagare, come altrove, quattro tarì la misura, perchè poveri ormai dobbiamo rimanere, ma col santo timore di Dio: io per me lo compro a tre tarì e mezzo, e lo vendo tre e tre quarti; guadagnerò poco in questo mondo, pazienza! salverò l'anima in quell'altro; tanto, in questo siamo pellegrini, come dice Frate Giocondo, e di là dobbiamo dimorare degli anni più di millanta: mi hanno assicurato, bel Cavaliere, che la pena degli osti nell'Inferno sarà di stare sommersi nell'acqua che hanno mescolato nel vino; pensate quante pertiche sotto vi starà l'oste dell'Aquila d'oro! davvero che me ne duole per lui, che ha famiglia; quello poi dell'Orso bianco credo che quando anche gli fosse concessa licenza di tornarsene a galla consumerebbe l'eternità per la via.»
L'oste, mentre così discorreva, aveva spiegato una meschina tovaglietta, e l'andava assettando sopra la tavola, la qual cosa vedendo il nostro pellegrino, vôlto a Rogiero favellava: «Bel Cavaliere, se Dio vi aiuti, qualora vogliate godere della nostra compagnia, io non vi sarò scortese come già voi lo foste con me; venite francamente, io mi restringerò da un lato, e spero farvi tanto luogo da potervi sedere.»
«Quando anche» gli rispondeva Rogiero, guardandolo traverso, «tu tenessi ad una mensa il posto del cane, ed io mi dovessi sedere nella scranna del Barone che gli getta l'ossa, aborrirei di sedermi a quella mensa.»
«Questa è da valente uomo. Messere,» parlò l'oste, fingendo di prender le parti di Rogiero; «ciò si chiama rendere tre pani per coppia, e vino dolce per malvagìa; tanto sa altri quanto altri, pellegrino, e così avviene sempre a coloro che cercano migliore pane che di grano.»
«L'ho io offeso offrendo di fargli largo alla mia mensa?» soggiungeva il pellegrino; «e deriva dai tempi vecchi l'esempio di colui ch'ebbe morsa la mano per dare del pane al mastino; nondimeno che cosa insegna il Maestro? Se alcuno ti chiede il farsetto, e tu dàgli anche il mantello; se tale altro ti percuote la guancia destra, e tu gli presenta la sinistra perchè ti percuota anche quella;--però ti perdono.»
«Da vero! Provami come potresti fare altramente, allora forse ti saprò grado del tuo perdono.»
«Spesso» affermava il pellegrino, ficcando addosso a Rogiero certi occhi maligni quanto quelli della vipera, «una scintilla arse castelli e abbazie; spesso un verme guastò la più alta querce della montagna.»
«Comincia a tacere, se vuoi ch'io ti stimi onesto; se in te fosse ombra di virtù, vanteresti meno te stesso.»
«Questa non è buona ragione; la lode in bocca propria può essere difetto, ma non esclude la qualità lodata.»
«Io giuro che se tu avessi la potenza della favilla, arderesti: sei un rettile fiaccato sopra la vita...»
«Sono uomo--che sovente è impedito nel fare il bene quando vuole, ma che sa fare il male quando anche non vuole.»
«La notte nella quale senza vederti in faccia, dal suono della voce, ti dissi scellerato, per certo non m'ingannò l'intelletto; tuttavia non conobbi allora, nè posso conoscere adesso, di quale specie sia cotesta tua iniquità: io non so se tu sii malvagio stolto, o malvagio sapiente, se per arte, o per natura; tu mi apparisci come un sembiante truce mezzo coperto dal mantello, come uno spettro più che metà confuso nel buio; ogni tuo sguardo porta affanno; ogni parola, trafitta nel cuore: s'è vero che vivono serpenti, di cui il fiato ha valore d'irrigidire i sentimenti, tu ne sei certamente uno in forma di uomo.»
«Cavaliere, se la esaltazione del sangue derivata da _finta sventura_ vi rese una volta facile all'oltraggio, e me per compassione paziente a soffrire, pensate che non sempre a voi sarà dato oltraggiare, quantunque in me non sia per venire meno la virtù di tollerare. V'è un occhio che vede i torti del debole, e una mano che gli ripara.»
«Ch'io la vegga una volta.»
«Potreste sostenerne la vista? Ella vive quantunque nascosta: il fulmine _da man celata scende_.»