La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 32
Rogiero si trovò a un tratto privato di padre, senza che gliene facessero conoscere un altro; svelto da una trista certezza per essere precipitato in un dubbio più doloroso; travolto dalla sventura nel peccato. Assai fino a quel punto aveva disprezzato la natura degli uomini, e la sua; ora l'aborriva, imperciocchè vedeva le passioni, ch'ei reputava generose, convertirsegli in istrumenti d'infamia; la sua innocenza lo aveva condotto a por fede nelle parole del suo simile, la compassione a tenere per padre quello che non era tale, la carità di figlio a tradire il suo Re per trarre vendetta del tradito genitore. Tanta complicanza di casi misteriosi tanti lacci tesigli per istrascinarlo al delitto, i più cari affetti tolti a scherno, la rabbia, la vergogna, l'angoscia, così lo travagliarono, che afferrate le stanghe del letto, spinto da irresistibile impeto, si dette a scuoterlo in modo che il giacente, le coltri, e tutto quello che vi stava sopra, balzassero; il Crocifisso cadde per terra, il moribondo abbracciò il confessore, e nascose di nuovo il volto nel suo seno.
«E la giustizia non vendicò quel delitto? Potè rimanersi celato alla vendetta degli uomini?»
«Oh! prega Dio, che il potente non voglia il delitto, perchè per celarlo appena ne prende cura, e nessuno lo vendica.»
«E il fratricidio che mi contavano di Manfredi?»
«Fu menzogna.»
«E il mio nascere da Enrico _lo Sciancato?_»
«Menzogna.»
«Ed Enrico?»
«Fu conservato, per quello che credo, onde opporlo a Manfredi nella contesa del Regno; ma divenuto per troppa angoscia privo di senno, lo mantennero sempre vivo, o perchè non ardissero di finirlo, o perchè fino d'allora divisassero fingerlo vostro padre, e così concitarvi a tradire il vostro Re.»
«Questo è un miracolo di malignità! E tu lo sapevi, Roberto?»
«Lo sapeva.»
«E mi hai tradito?»
«Mi avevano giurato di farmi grande, e di non uccidervi.»
«Anima dannata, sii maledetta per tutta la eternità!»
«O Padre! l'udite?... Non mi hai perdonato? dì, non hai giurato di perdonarmi?
«Se io ho giurato, adesso spergiuro: in qualunque luogo sia chiamato il tuo spirito, o di salute, o di perdizione, io ve lo perseguiterò sempre con incessante, interminabile maledizione....»
«Non dirlo, Rogiero!... Padre, lo pregate a non dirlo! narrategli con quali penitenze io mi sia travagliato per iscontare la colpa.... io ti ho pure salvato la vita.»
«Esecrai chi me la dette; e te, quando anche nessuna ingiuria mi avessi apportato, esecrerei per avermela conservata:--dànnati, e spira.»
«Spietato! verrà giorno che pagherai amara questa tua crudeltà:--già presso a comparire al tribunale di Dio, sento che i miei delitti sono troppi, e troppo gravi perchè mi vengano rimessi.... il tuo perdono non mi avrebbe giovato, ma avrebbe parlato per te, allorquando verrai giudicato a tua posta:--anche una volta.... vuoi mantenere il tuo giuramento?»
«No.»
«Vattene dunque, e mi lascia morire in pace.»
«No:--finchè il velo della morte non sia calato sopra le tue pupille, scorgi il mio aspetto, e dànnati, e spira.»
Non aveva Rogiero finito le amare parole, che si schiusero le porte della cella, e comparvero due file di monaci che recavano in mano molte torce accese; veniva ultimo in aspetto solenne il Frate che aveva incontrato Rogiero nel Camposanto, tenendo sotto una mantellina di seta la materia per la estrema unzione. E qui giova notare che la disciplina religiosa di quei tempi, a norma dei documenti lasciati dallo Apostolo Santo Jacopo, adoperava con molta discrezione quel sacramento, nè lo amministrava se non quando l'ammalato era per trapassare.--Inoltratosi pertanto il Frate, alla vista di Rogiero, che, con la mano levata, faceva atto d'imprecare, e a quella di Roberto, in religione chiamato Egidio, che supplichevole, atterrito per la paura della vicina dannazione, grondante sudore, pareva aver consumato i partiti pe' quali l'uomo muove a compassione l'altro uomo, conobbe il caso; onde voltosi all'offeso, con quella fierezza che deriva dallo zelo, gli toccò la fronte, e disse: «Creatura nata a morire, potrai conservare odio immortale?»
«Non so, Padre, s'io lo possa; ma lo voglio.»
«Degno figlio della schiatta decaduta, il tuo sentimento partecipa della viltà dei vermi che ti compongono; i tuoi pensieri stanno nel fango dal quale nascesti e nel quale ritornerai.»
«Egli mi ha ucciso la madre!» gridò Rogiero accennando l'ammalato «come potrei renunziare a maledirlo?»
«Egli» rispose il Frate alzando il dito al cielo «fece uccidere il figlio per benedire.»
«Io non sono già Dio.»
«Lo so che sei creta; ma vive in te una scintilla di divinità, una particella dell'intelletto di Dio, che ogni sua cura dovrebbe porre in seguitare lo esempio del suo Fattore, e in piacergli, e in farsi degna di quella gloria alla quale ci chiama con tutti i portenti della creazione: l'Eterno senza peccato rimise non richiesto la colpa, rimettila tu che sei peccatore, e te ne supplichiamo prostrati alle tue ginocchia.»
Ciò detto, cadde ai piedi di Rogiero, e sollevando le mani giunte lo scongiurava in bell'atto di amore. I rimanenti Frati seguendo il moto dell'Abbate facevano altrettanto, e concordi ad una voce gridavano: «perdona.... perdona!»
«Quando anche mi dessero il dominio del fulmine.... quando anche, mi fosse concesso l'impero sopra il consiglio della mente.... ed ogni cosa del creato avesse una voce che mi esaltasse, e le _miriadi_ degli Angioli mi cantassero _osanna_ in perpetuo, io non rinunzierei mai alla mia maledizione. Sii maledetto!» gridò con potentissima voce Rogiero, scotendo ambe le mani sul moribondo, «e meco ti maledicano le sostanze che hanno corpo, e le intellettuali, i morti, i viventi, i non nati; possano da queste mie mani piovere zolfo e fiamme su l'anima tua, e su quella dei tuoi compagni di delitto; non vi sia bocca che non vi schernisca, non creatura che non rida alla atrocità del vostro supplizio; e possa la mia crudeltà far condannare me pure, e ardere nel medesimo inferno, imperciocchè allora voi tormenterete me con la storia dolorosa, ed io tormenterò voi con le mie feroci rampogne: ci saremo scambievoli demoni--e spietati--e implacabili--eterni.»
Respinse il vecchio Abbate che gli abbracciava le gambe, lo stese duramente per terra, e con un salto balzò fuori della cella. Il crisma consacrato si sparse sul pavimento, e si mescolò col sangue che scorse dalla fronte lacera del misero Abbate; egli però nulla curando la ferita, aiutato dai circostanti, si ripose in piedi, e s'incamminò ad amministrare il pietoso ufficio col poco olio rimasto: già con la mano levata su gli occhi del moribondo aveva cominciato a dire _per istam sanctam unctionem, et suum...._ allorchè il confessore dall'altra parte del letto con voce fioca mormorò: «È spirato.»
Guardò con maggiore attenzione l'Abbate, e vide Roberto con gli occhi e le labbra aperte;--un lieve rossore gli coloriva le guance;--pareva vivo;--gli pose la mano sul cuore;--fu lo stesso che porla sopra una pietra;--prese un lembo della coltre, e gli coperse il volto dicendo: «È andato in pace!»
CAPITOLO DECIMONONO.
LO INDEMONIATO.
Che di amara radice Amare foglie e amare frutto nasce: Il misero si pasce D'orrore e di paura, Di lacrime e sospiri, Sempre in nuovi martiri, E per lui solo al mondo il pianto dura. ORESTE, _tragedia antica_.
«Va, corri, Beltramo,--fa di recarmi tosto la mia armatura.... e la lancia.... e la spada.... e....»
«Il pugnale?»
«Sì certo, il pugnale,--la più nobile invenzione per distruggere, che onori lo spirito umano,--il pugnale. Poni la sella al destriero....»
«Santa fede! che vorreste partire, bel Cavaliere? Guardate a quello che siete per fare: perchè le vostre ferite sono rimarginate di fresco; e così debole non saprei se....»
«Parti, e fa quello che ti ho comandato: chi ti ha reso tanto ardito di provvedere al mio bene? chi ti ha detto di prendere cura della mia salute? chi ve la dovrebbe, e ve la potrebbe avere, non vi bada tanto nè quanto, e vuoi averla tu, disgraziato! che non sei sufficiente di pensare a te stesso? presumi essere meno tristo, meno debole, meno scellerato di me?»
«Ma io, bel Cavaliere, possa morire scomunicato, se intendo sillaba del vostro discorso: non avreste veduto per caso la _Tregenda_ dentro qualche macchione? Su via, non vi curate di cavalcare a quest'ora; messer Ghino non è ancora tornato, e non sarebbe mica cortesia cotesta di andarsene senza togliere commiato.»
«Che mi parli di cortesia, sciagurato! quando altri mi tradisce beffando, mi strazia il cuore ridendo, e viene quasi a spettacolo per godere nella contemplazione dei miei dolori!--l'arme, ti ripeto, l'arme.»
«Deh! bel Cavaliere, voi volete gettarvi via ad ogni costo; la vita è pur vita, e perduta una volta non si ricompra mica a contanti: sarebbe pure il gran peccato, che veniste così miseramente a morire, poichè mi sembrate gagliardo, e pro' della persona; guarite prima per bene, poi non mancherà tempo a lasciare questo mondo....»
«Dov'è l'armatura?»
«Santa fede! O Cavaliere, da che non avete nessuno amore per voi, abbiatelo almeno per me; considerate di grazia che il ferro confricando le vostre piaghe tornerà a riaprirle prima che sia un'ora.»
«Ma che destino è il mio, che l'odio e l'amore degli uomini debbano riuscirmi ugualmente importuni?»
Questo dialogo, come la più parte dei miei lettori avrà immaginato, fu tenuto da Rogiero, che, dipartito dal convento, si era ridotto alla casa di Ghino, con Beltramo, il caritatevole custode del moribondo Drengotto. Terminate ch'ebbe Rogiero le riferite parole, cadde in pensiero, e declinò la faccia tra le mani; onde Beltramo, conoscendo che predicava al deserto, stimò nessun'altra cosa rimanergli di meglio che eseguire il comando. Già non poteva il masnadiero di lungo spazio avere trascorso la porta, allorchè Rogiero, crollata la testa, si dette a camminare per la stanza furiosamente.
«Mi prostrerò al suo trono,» diceva «mi prostrerò.... io che non mi sarei curvato innanzi cosa immortale, cadrò adesso ai suoi piedi? Sì, cadrò, perchè la mia alterezza si dipartiva dalla innocenza.... oh! come avvilisce la colpa!»
«Bel Cavaliere, ecco l'armatura;» entrando nella stanza favellava Beltramo.
Rogiero non gli poneva mente, e continuava così: «Ho voluto io la colpa? Io mi sarei sottratto a quella con la morte; pure ne porto la pena. Questa è una via dolorosa; la sventura mi flagella, affinchè senza requie pervenga al fine, e al fine mi attende l'infamia....»
«L'armatura, Cavaliere....»
«Ora temo il riposo della terra, perchè mi cadrebbe addosso, come il peso all'ostinato che volle caricarsi le spalle più che le sue forze gli concedevano.... e non sarebbe già volontario.... nè avrei per iscusarmi.... e per accusarlo le ragioni di prima....--Non le avrei? Non sono circondato di lacci? Non mi hanno strascinato alla dannazione come omicida al supplizio? Io leverò la faccia, e gli dirò....»
«L'armatura, Cavaliere, l'armatura....»
«Che debbo farmi dell'armatura? il mio nemico è invincibile; l'asta e la spada non valgono contro di lui; egli combatte con la volontà. Altra forza che non è la mia,--altro ardimento, hanno perduto la prova.... toglimi dinanzi cotesta armatura, che si fa beffe della mia debolezza, perchè non v'ha corpo nella creazione che non giunga a guastare questa mia fievole coperta di pelle.»
«Vi domando mercè, Cavaliere; ma voi non mi avete pur ora mandato per essa?»
«Io ti ho mandato? hai tu bene inteso?»
«Toglietemi qualunque facoltà vorrete, nè vi aspettate di sentirne un lamento; ma negli orecchi, Cavaliere, credo valere quanto alcun altro mio fratello di umanità.»
Rogiero si pone in atto di uomo che vuole richiamare alla mente una cosa sfuggita: «Se io l'ho detto, segno è certo che ne aveva ragione.... O stato che commuovi il riso, perchè sei superiore del pianto!» e così favellando torse alquanto la bocca. «Ah! mi sovviene adesso; non devo prostrarmi, e chieder perdono?» Il rossore gli trascorse su per le guance fino alla radice dei capelli, e dopo alcuna pausa ricominciava: «Non di qui, non di qui la vergogna prende principio; segue ella come un'ombra il misfatto. Col prostrarci può bene diventare maggiore; ma ormai l'avvilimento è consumato; --porgimi lo usbergo.»
Beltramo, obbedendo al comando, gli fece passare le braccia per gli scavi che cingevano le spalle, e si pose a fermarglielo addosso, stringendo le fibbie che di sotto l'ascella destra si terminavano poco sopra il fianco: imperciocchè gli usberghi, corsaletti, giachi, ed altre arme di simil sorta, fossero fatte a modo delle moderne sottovesti, se non che mastiettate da un lato per potersi aprire e chiudere, e dall'altro, come abbiamo detto, avessero diversi fermagli, co' quali si fissavano su la persona del cavaliere. Beltramo proseguendo l'ufficio venne all'improvviso interrotto da una esclamazione angosciosa di Rogiero, che disse: «Ahi! Quanto ti hanno dato i miei nemici perchè tu mi ferissi alle spalle?» e con súbito atto portò la mano su i reni per conoscere s'era stato ferito.
«Cavaliere!» rispose Beltramo indietreggiando di alcuni passi «ma che credete di stare tra masnadieri davvero? Non ve l'ho io detto che le vostre ferite non sono ancora del tutto sanate? e questa vi darà nella via più gravezza delle altre, come quella che rimane sotto un fermaglio dello usbergo. In che vi ho nociuto io, onde dobbiate così stranamente diffidare di me?»
Rogiero volse la faccia a Beltramo ridendo di quel sorriso col quale soglionsi ascoltare le parole dette con poca sapienza, o con molta stoltezza, e soggiungeva così: «Ogni uomo è onesto prima di farsi scellerato,--nè il non avere commesso il delitto significa rettitudine di anima;--ormai chi sa quanti ne avrai commessi col pensiero! ma risponderai che tu non chiamasti la mano ad esprimere la perfidia della mente; e credi per questo di essere meno colpevole? forse ti fuggì l'occasione; ma questa ti può essere offerta ad ogni momento. Torci le labbra?--non mi hai fede? frugati giù nel cuore, sfacciato, e affermami sul viso, se l'osi, che non hai mai pensato alla colpa.»
«Vi chiedo mercè, Cavaliere, ma io stimo che la miglior cosa pel nostro cuore sarebbe lasciarlo stare in pace. Io per me credo di non valere più nè meno di qualunque altro uomo; questo so certo, che non farei tradimento a persona, e meno a voi, bel Cavaliere; d'altronde poi io sono uomo grosso, nè m'intendo di tante sottigliezze; pensatela un po' come vi pare, chè per questo non dormirò meno gagliardi i miei sonni. Intanto venitemi presso senza timore, se volete che io termini di affibbiarvi l'usbergo; o più tosto, se volete seguire una volta un buon consiglio, che ve lo tolga da dosso, perchè, permanendo ancora qualche giorno, possiate ricuperare affatto la vostra salute.»
Rogiero ravvicinatosi a Beltramo gli ordinava seguitasse ad armarlo; e allorchè di tanto in tanto il ferro, accostandosi su le mal rimarginate ferite, lo pungeva di acri trafitte, non più, come dianzi, dubitava di tradimento, ma esalava il concetto dolore con un gemito ammezzato tra i denti: allora Beltramo si rimaneva, e alzava gli occhi per riguardarlo:--la espressione dello spasimo era già dileguata dal volto di Rogiero, e compariva composto in certa impassibilità maestosa, che nè pareva nè era propria della sua natura, ma chiamatavi a forza, e a forza costretta a rimanervi da un senso magnanimo di alterezza; il che faceva cosa stupenda, e a un punto compassionevole a vedersi.
«Quando,» continuava a dire Rogiero, «quando ritornerà messer Ghino, gli dirai, che da poi la nostra natura è così vile, che al racconto dell'altrui disastro il proprio o tace, o diminuisce, tolga argomento dai miei casi di consolarsi dei suoi, i quali in proporzione dei miei sono giuochi da fanciulli; gli dirai ch'io fuggo per non attristarlo con una terribile storia, se veramente mi ama, e per non farlo godere, se finge.... o invece, e farai meglio, non dirgli nulla: dalle mie vicende non può derivarne che male; per esse sarà noto che non giova onestà, non giova costanza,--l'amore, la carità, e ogni altra magnanima passione, non giovano; che una forza alla quale non ci è concesso resistere ci strascina; che non vive uomo il quale possa vantarsi incolpevole,--e se lo fa, è stolto; e se l'occasione gli si presenta, la sua anima darà una mentita a sè stessa; cose in somma che sarebbe pur meglio ignorare, la scienza delle quali prostra le menti invece di suscitarle, e le fa gemere sotto il peso della umanità, come schiavo per la gravezza del travaglio assegnato.» E così discorrendo, e cumulando errore ad errore noi non sappiamo dove sarebbe andato a riuscire, se Beltramo in quel momento, stretta l'ultima cintola, non avesse detto: «È finita.»
«Me avventuroso, quando proferiranno questa parola sul mio cadavere! Pure chi sa che anche nella fossa non mi aspetti qualche altro affanno, e chi sa se veramente là dentro si trovi riposo! Nonpertanto io non posso sperarlo altrove, poichè le nostre condizioni sono la vita e la morte, e nella prima già mi dispero di più mai conseguirlo.»
Soffrendo impazientemente che più oltre si prolungasse il tempo di armarlo, con quelle armi che si trovava in dosso uscì della stanza e scese nel cortile, dove trovò il suo buon destriere Allah in punto di essere cavalcato, tenuto da uno scudiero: senza altre parole, posto il piede in istaffa, inforcò la sella, e lo spinse fuori del cortile. Mentre stava per uscire, messer Ghino, reduce con alcuni dei suoi dalla divisata spedizione, gli si presentò dinanzi, attraversandogli la via.
«Dove, Principe?»
«Dove piace a colui che padre e innocenza mi ha fatto perdere a un punto.»
«Voi mi parlate strane novelle, Rogiero: vorrestemi in cortesia farmele chiare, narrandomi quello che vi è avvenuto?»
«Non vi curate conoscerlo, messer Ghino; già sapete assai per disprezzare la vostra schiatta; io ve la farei abborrire, e troppo grave danno ne verrebbe a voi, ed a lei: sgombratemi la via.»
«Voi siete ammalato nello spirito, amico mio; e se la compassione non permette di abbandonare lo infermo di corpo, molto meno concederà di abbandonare l'ammalato nel cuore, di cui le malattie travagliano più profonde e terribili.»
«Ghino, Ghino, sgombratemi la via, o ch'io vi spingo addosso il cavallo, succeda quello che può succedere.»
«Dio eterno!» gridò Ghino ritraendosi, e sollevando al cielo le mani; «tu gli hai tolto il senno....»
«Amico,» esclamava Rogiero in andando «ormai se è vero che l'uomo può amare l'uomo, la qual cosa non credo, fa di mestieri trovare un'altra parola per esprimere questo amore, da che amicizia sta per significare tutto ciò che l'odio, la rabbia e la frode, possono commettere di tristo contro la creatura che parla. Io da qui innanzi, quando alcuno mi si vorrà dire amico, porrò le spalle alla parete, per non trovarmi trapassato da tergo, e porterò le mani alla borsa, onde non mi sia rubata nell'abbracciamento.» E tuttavia cavalcando aggiungeva moltissime altre sentenze, che il vento, quasi avesse senso di ragione, tolse all'udito, e che sarebbe pietà riferire: vadano pure disperse, che noi rispetteremo il diritto dell'elemento, e potessero con quelle disperdersi le colpe che le fecero dire, le quali pur troppo vissero, vivono, e crescono tra noi! Il popolo ci accusa di essere troppo vaghi d'investigare le colpe, e desiderosi di calunniare l'umana natura. O popolo, popolo! Dio che scende nel profondo dei cuori, Dio sa se è sincero il nostro voto, e se più tosto di attristare noi stessi ed altrui col racconto dei misfatti, vorremmo celebrare le tue glorie, diffondere la luce del canto sopra i gesti magnanimi, inebriarci nell'aere della virtù.... ma guárdati intorno, e domanda dove sia la virtù,--non troverai nè pur l'eco che risponda a questa strana parola.
Rogiero, travagliato dalla febbre dei tristi pensieri, di più in più si allontanava per la pianura; ma poichè tutti i nostri affanni trovano fine, rallentandosi, se tali che la nostra pazienza possa soffrirli, o distruggendo l'anima qualora le sieno superiori; quelli di Rogiero non essendo di forza da distruggerla, così la cortesia, ch'era in lui veementissima passione, appena trovò luogo di farsi sentire, gli rimproverò le strane maniere tenute con messer Ghino, il solo tra la famiglia degli uomini ch'egli avesse riputato degno di riverenza e di onore; voltò la testa all'indietro quasi per fare sue scuse alla parte del cielo che copriva quel valoroso; imperciocchè credeva lo avesse ormai trasportato il cavallo oltre la vista della sua dimora, ma s'ingannò; che il destriero non istimolato dal suo signore s'era fatto innanzi a piccolo passo, ed egli ebbe agio di vedere il buon messer Ghino, il quale nella medesima situazione in che lo aveva lasciato stava a riguardarlo: trasse dal lato destro la briglia, dette di sprone a manca, ed in meno che non si dice _Ave Maria_ giunse presso Ghino, smontò da cavallo, e gli cadde smanioso tra le braccia; la testa, come se non potesse sopportare il peso della commozione, abbandonò sopra le spalle dell'amico; in faccia divenne tutto bianco, nessuna lacrima gli sfuggì dagli occhi, la gola chiusa non avrebbe concesso che le parole suonassero, nè egli si provò a favellare. Ghino lo sorreggeva, niuna cosa si aggiunse alla sua prima espressione, se non che una grossa lacrima formatasi lentamente gli gocciò giù per la guancia, posandosi alla fine sui capelli di Rogiero; dopo la prima ne sgorgarono delle altre assai, e a mano a mano più spesse; il volto però, come abbiamo detto, non prese nuova attitudine, ogni muscolo rimase al suo luogo;--pareva che gli occhi non avessero nulla che fare con quelle lacrime;--che spontanee si dipartissero dal cuore. Un poeta a considerare quel pianto sotto quelle ciglia irsute scendere per un viso adusto e di dure sembianze, quale era quello di Ghino, avrebbe súbito trascorso col pensiero ai versi di Omero, nei quali egli paragona il pianto di Agamennone
«.......... a cupo fonte, Che tenebrosi da scoscesa rupe Versa i suoi rivi........... ¹»
¹ _Iliade_, Libro 9.
Le principali passioni di questi nostri personaggi, dove potessimo significare mediante la favella, non sarebbero degne di qui riferirsi; esse non pure assorbivano ogni altra potenza dell'anima, ma sforzavano talmente quella destinata a riceverne gl'impulsi, che un poco più che si fosse tesa rompevasi col danno di certissima morte. Non fiatarono, e pure quello amplesso muto disse più di quello che eglino avrebbero potuto esprimere in diversa maniera: l'uno non chiese, e l'altro promise; questi accettò, e quegli non proferse; in somma moti secreti di _natura purificata_ che il volgo non potrà mai concepire, e dalla storia dei quali vuolsi tenere lontano quanto dai misteri del Santuario.
«Dunque» dopo lungo tempo cominciava messer Ghino «è irremovibile volontà vostra partire senza dimora?»
«È.»
«Terreste alcuno dei miei in vostra compagnia?»
Rogiero gli strinse la mano, e fissò i suoi negli occhi di lui, il quale atto valse un ringraziamento; dipoi soggiunse: «Messer Ghino, lo stato che adesso mi torni meno gravoso nella vita mi sembra la solitudine.»
«Sia fatta la vostra volontà. I miei passi son rivolti al Regno; terrò le stanze alle falde dei monti di Arpino presso le sponde del Garigliano, sopra il terreno una volta occupato dal valore dei Saracini;--quel terreno io considero come retaggio paterno, perchè appartenente ad una schiatta perseguitata e infelice: quivi, voi lo sapete Rogiero, vivrà un cuore di cui il penultimo sospiro sarà per Dio, l'ultimo per voi, e un braccio che combatterà in vostra difesa, finchè potrà sostenere peso di spada: solo che non mi chiamate contro Manfredi:--io potrò bene stendere la destra sopra la brace accesa, non già inalzarla contro colui che ho cominciato ad amare.»