La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 29

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Carlo che sentiva tutte queste condizioni con animo di non serbarne pur una, maestosamente risponde: «Noi Carlo di Francia, per la grazia di Dio Conte di Angiò, di Folcacchieri, Provenza, e Linguadoca, Re di Sicilia, del Ducato di Puglia, e del Principato di Capua, a voi signor Clemente Pontefice IV, e in nome vostro ai vostri successori facciamo ligio omaggio pel Regno di Sicilia, e per tutta la terra ch'è di qua dal Faro fino alle frontiere, eccettuata la città e contado di Benevento, distretti, e pertinenze, a noi, e ai nostri eredi concessa dalla predetta Chiesa Romana; le cose espresse nella Bolla ratifichiamo, e di tenerle osservate promettiamo e giuriamo.»

Matteo Cardinale Diacono, preso il libro degli Evangeli lo pone innanzi al Conte ed alla Contessa, che mettono le mani sopra di quello; Clemente tolti dallo altare due manti di porpora foderati di ermellino li porge ai Cardinali, che ne coprono le spalle a Carlo e a Beatrice, i quali súbito prostrati su i gradini dello altare ricevono dalle mani del Papa la unzione col crisma consacrato, e la corona reale, che Matteo gli presentava in un vassoio di argento. Beatrice trema, scolorisce, una lagrima le sgorga dagli occhi, e cade sul pavimento: Carlo impassibile, più che alla presente cerimonia, tiene l'animo rivolto ai mezzi di conquistare il Reame di cui per ora ha la corona soltanto. Il Pontefice, incoronati i personaggi, lascia egli pure cadersi in ginocchio, e invoca a braccia levate lo Spirito Santo; il popolo risponde alla prece con grida tumultuose; le campane suonando a distesa accennano la cerimonia consumata; le trombe vi aggiungono altissimo fragore. _Viva Re Carlo! Viva la Regina Beatrice! Vivano i Re di Sicilia!_ e la chiesa al rimbombo pare che cada rovesciata dai fondamenti: pure tra tante voci che applaudivano si udì un urlo, che disse: _Morte agli stranieri!_ Ogni uomo riputando di avere a lato colui che aveva tanto ardito (così l'urlo fu sonoro e terribile) si volse cruccioso, ma su le labbra del vicino udì spirare l'ultime sillabe, _Viva Re Carlo_: sospettarono molti che si fosse partito dal soffitto, e alzarono gli occhi verso quella parte; nè agli orecchi di Carlo rimase celato, e fu sentenza di morte per molte centinaia d'individui, che immolava in appresso per acquietare il sospetto suscitato nell'anima sua. Clemente, compiuta la preghiera, scese, baciò il Re su la fronte, abbracciò la Regina, e disse: _«En uncti Domini, et Reges estis. Sicut rugitus leonis, ita est terror Regis; qui provocat eum peccat in animam suam: sed sicut divisiones aquarum, ita cor Regis in manu Domini. Pax vobiscum.»¹_

¹ Ecco, siete Re, ed unti del Signore. Il terrore del Re è come il ruggito del lione; chi lo provoca a indignazione pecca contro l'anima sua: ma come i ruscelli di acque, il cuore del Re è in mano di Dio. La pace sia con voi.

In mezzo agli applausi della plebe romana i nuovi Sovrani volsero al Palazzo Laterano dove magnificamente banchettarono; il Pontefice si assise terzo alla loro mensa, ma in luogo più elevato, come conveniva all'altezza della sua condizione. Remosse le mense, andarono accompagnati dalla medesima comitiva alla Piazza di San Paolo, accomodata per uso di torneo. Quivi si addestrava quotidianamente la gioventù romana in certe giostre, che si combattevano con lance senza ferro chiamate _bagordi_; e così fosse piaciuto a Dio che sapienza di senno avesse avuto in quei tempi la Italia nostra, come aveva fortezza di bracci! Egli era un campo di forma ovale circondato da fossa profonda, larga quattro o sei braccia, che in queste occasioni si riempiva di acqua: presso al punto in cui le curve si stringono per riunirsi avevano tratto una linea retta, e lo spazio tra questa linea e l'estremo del campo serviva pe' sergenti, araldi, contestabili, ed altre persone necessarie a quel combattimento: intorno le fosse avevano inalzato palchi coperti di tappeti bellissimi, e tra questi, come ognuno potrà immaginare, andava distinto quello di Carlo per ricchezza di tappezzerie, ori, e bandiere di mille colori. Giovani donne di aspetto leggiadro, e di guancia fiorita, splendide delle più ricche vesti, sedevano tutte contegnose, cupide di un saluto per parte dei Cavalieri combattenti, che valesse a distinguerle. Intorno agli steccati la plebe stupida e feroce si affollava, si urtava per meglio vedere; nè a farla star quieta giovavano le calciate di lancia che d'ora in ora distribuiva il ruvido soldato. Accennando Carlo, suonavano un corno: le anime dei circostanti furono percosse da brivido di speranza, e di timore; un profondo silenzio si diffuse da per tutto: suona la seconda volta,--la terza;--allora si abbassano due ponticelli alla estremità della piazza, e i Cavalieri a due a due passano la fossa. Giles Lebrun Contestabile in mezzo del campo fece accostare i Cavalieri, e giurare loro sopra i santi Evangeli, che avrebbero combattuto francamente, senza frodi, senza malíe; che le loro armi non erano _ciurmate_, e che non avrebbero altro aiuto invocato se non quello di Dio, e della Vergine Santissima: dipoi rammenta loro di non ferire i cavalli, e divide il vantaggio del vento, e del sole; ciò fatto, si ritira alla estremità del campo dalla parte destra vicino al palco del Re Carlo per meglio ricevere i suoi ordini, e quivi rimane immobile come la statua del _Commendatore Lojola_: lì presso a lui stava il premio del torneo. Gli altri due minori contestabili con gli araldi si posero ai capi della piazza che abbiamo descritto, accanto ai ponticelli. I Cavalieri disposti in ordine da una parte e dall'altra aspettavano il segno. Giles Lebrun abbassa l'asta, e i Cavalieri si rovinano addosso. Vergognosa narrazione! sei Cavalieri italiani al primo affronto cadono scavalcati: i soli Cavalieri _del fulmine_, e _primo venuto_, si tennero fermi in sella; ma come se atterriti da súbita paura, voltaron i destrieri verso le lizze. S'alza all'improvviso altissimo suono di risa per dileggio dei vinti, e un battere di mani pe' vincitori, e uno urlare, e un pestare, che assordava la gente: le dame sventolavano le ciarpe; Carlo godeva in suo cuore che con la paura degl'Italiani si mantenesse la reputazione delle armi francesi.

«Siete voi Italiano?»--domandò il Cavaliere _del fulmine_ al Cavaliere _primo venuto_.

«Sono.»

«E che pensate di fare?»

«Vincere, o morire.»

«Insegniamo dunque a cotesti superbi che noi due bastiamo per tutti.»

Al punto stesso voltano le teste dei cavalli: gli spettatori in attenzione di nuove cose si tacciono. Trasportati dall'impeto dei loro destrieri, i tenitori che primi incontravano le lance nemiche furono Bilmont e Bresilles; questi percosso dal Cavaliere _primo venuto_ stramazza sul terreno a gambe levate; quegli ferito dal Cavaliere _del fulmine_ di colpo tanto rovinoso, che la lancia, rottagli la visiera, gli entra in bocca, gli taglia la lingua, e gli riesce dietro la nuca, sollevato di sella è scagliato cadavere lontano nel campo. I due Cavalieri italiani, riabbassate le aste, continuando il corso, si affrontano in Mirapoix il _Siniscalco_, e Jonville, il giovane Cavaliere; Mirapoix e il cavallo sotto l'asta del Cavaliere _del fulmine_ vanno sossopra, e il peso dell'animale fiacca una gamba al caduto, che dai sergenti viene trasportato tutto doloroso fuori del combattimento; Jonville, quantunque côlto al cimiero premesse con le spalle le groppe del suo cavallo, e l'asta per lo spasimo gli sfuggisse di mano, nondimeno afferrata la spada voleva ricominciare lo affronto: il Cavaliere _del fulmine_ gli spinge addosso il cavallo, e gli prende la mira sul fianco; guai a lui se l'avesse côlto, chè non avrebbe mai più vestito piastra nè maglia; ma il Cavaliere _primo venuto_ vedutolo approssimarsi prese tempo, e gli dette tal colpo sopra la lancia, che sviatala dalla mira, si conficcò nelle coste del cavallo, nè si rimase, finchè tutta sanguinosa non apparve dall'altra parte: Jonville abbrividì a quel colpo, e considerando la sua vita andar salva per opera del Cavaliere _primo venuto_, porgendogli la spada gli disse: «Signore, la cortesia vostra mi ha conquistato.»

«Uscite, e tenetevi su la vostra parola per mio prigioniere all'estremità del campo.»

I fratelli Vandamme, nobilissimi giostratori, e pieni di prodezza, mal sofferendo quell'onta, si fanno con gran cuore a vendicarla. Quel dallo scudo nero con goccie di argento ferisce il Cavaliere _del fulmine_, gli fora lo scudo, e passa senza ricovrare la lancia; il Cavaliere percosso non piega un dito dal cavallo, ma sbaglia il suo colpo, e non trova il corpo avversario, cosa che soleva accadere ai giostratori mal pratici, o fuori di esercizio: infiammato di sdegno afferra la mazza d'arme, che gli pendeva dall'arcione, e la scaglia con tanta aggiustatezza sul fuggente Vandamme, che gli taglia l'elmo, la cuffia, e la ventaglia di acciaro; la testa ebbe salva per miracolo, se non che l'impeto della scure gli sfiorò un poco la pelle, e gli tolse alcuna ciocca di capelli: il Cavaliere _del fulmine_, che la vittoria sembrava rendere feroce, si disserra sul Vandamme, che intronato nel capo, privo del lume degli occhi, accennava ogni momento di cadere, lo prende alla gorgiera, lo tira giù da cavallo, e sprona verso la fossa per annegarvelo: un urlo di rabbia si fece sentire a quell'atto, e il Monforte, e lo Stendardo, si precipitarono a salvare il mal capitato compagno. Il Cavaliere _primo venuto_ per questa volta fu più avventuroso di prima, perchè il suo avversario, mentre, arrivato da troppo acerba percossa, s'ingegna, stringendo i ginocchi, di non perdere le staffe, la cinghia della sella gli si rompe, ed egli trabocca sul campo; il cavallo lasciato in balía di sè, mentre vuol percorrere la piazza, è preso pel morso dal Cavaliere vincitore, e ricondotto cortesemente al vinto.

«Cavaliere, scendete, e cambiamo qualche colpo di spada, già che il cavallo non può più servirmi, almeno per oggi,»--disse il Vandamme.

«Signore,» rispose il Cavaliere _primo venuto_ «volentieri farei quello che mi richiedete, ma il bisogno mi chiama altrove; io vedo il mio compagno assalito da due Cavalieri, nè posso lasciarlo solo: contro il Monforte, e non contro voi, noi portammo la sfida ad oltranza.»

«Cavaliere, io non saprei dirmi vinto oggi, senza un patto.»

«Ditelo.»

«Che voi veniste a combattere meco domani: lo promettete?»

«Lo prometto, salvo che impedimento non si opponga.»

Dopo queste parole il Cavaliere _primo venuto_ si muove in soccorso del suo compagno, che, sopraggiunto dal Monforte di un colpo di lancia su la spalla destra, era stato costretto a lasciare il Vandamme, il quale fu miseramente calpestato dal suo cavallo, e piegare dal lato sinistro per modo, che, se non avesse puntato l'asta per terra, sarebbe per certo caduto; ma così presto si addirizzò, che lo Stendardo, avendo preso la mira bassa per ferirlo, piantò l'asta in terra. Il Cavaliere _primo venuto_, giungendo a gran corso, urta le spalle dello Stendardo così fieramente, che questi battendo col viso su le barde del suo destriere si sconcia il naso, e due o tre maglie della visiera gli si incarnano nelle guance; quindi continuando percuote il Monforte, e rompe nel suo usbergo la lancia; levata tosto la spada, si dà a tempestarlo, e s'ingegna a tenerlo corto, perchè non adoperi l'asta. Nel punto stesso apparisce uno stupendo caso; il destriero del Cavaliere _primo venuto_, di tutto nero che era, si tramuta all'improvviso, pezzato con grandi macchie di bianco.

«Ah! disleale Cavaliere!» gridò spaventato il Monforte «tu sei _ciurmato_. Contestabile!»

«Conte, vorreste con gli errori del volgo coprire l'onta della vostra sconfitta? fatelo, se vi pare onorato; ma se vi accostate, potrete conoscere, ch'io tinsi il mio cavallo perchè non fosse riconosciuto, e che la fatica ha fatto in parte cadere il colore.»

Il Monforte dopo avere verificato il fatto, rispose: «Comunque ciò sia, scendete, Cavaliere, e combattiamo a piedi.»

«Come volete, Conte.» E scesero, e continuarono la battaglia più fieri di prima.

Il Cavaliere _del fulmine_, ripreso campo, venne molto terribile sopra lo Stendardo, che côlto all'improvviso traboccò da cavallo; il suo nemico, riputandolo svenuto, scese, e gli andò incontro per finire la battaglia: lo Stendardo rilevatosi strinse la spada, e cominciò a difendersi assai francamente; erano i suoi colpi quanto quelli del Cavaliere _del fulmine_ poderosi, ma faceva meno frutto a cagione dell'arme; imperciocchè i Francesi adoprassero in quei tempi i ferri quadrangolari taglienti su la punta soltanto, che con proprietà di vocabolo si chiamavano _stocchi_, mentre gl'Italiani li usavano taglienti per ambidue i lati, e in cima, i quali si distinguono col nome di _spade_. Ricambiati molti colpi, che non meritano descrizione, il Cavaliere _del fulmine_ dette di tanta furia con la punta della spada nello scudo nemico che da parte a parte lo traforò.

«Cavaliere,» allora esclamò giubbilante «non so se il vostro scudo _per picchiar si rompa_, ma certo _per forar si fende._»

Lo Stendardo rispose con una stoccata, che tagliando le piastre dell'usbergo nemico, gli piagò il fianco, e ne trasse il tepido sangue. L'offeso, pieno di sdegno, gettato lo scudo, afferrata la spada a due mani, percosse su la testa dello Stendardo; questi, che stava troppo bene su la guardia, fu presto a ricoprirsi il capo dello scudo; la spada cade, taglia lo scudo, il cimiero, l'elmo, e forse gli avrebbe diviso la testa, se non che il ferro col quale era fissata nell'elsa, si torce, e però la sua forza cessava sopra la cuffia di ferro: il feritore vedendo il nemico stordito, senza porre tempo tra mezzo, gli si spinge addosso, afferra con la manca la sua destra, e così forte gli contorce le ossa, che mandarono uno scricchiolare, come se fossero stritolate; lo Stendardo dal gran dolore rinviene, e lascia andare lo stocco; il Cavaliere _del fulmine_ si avanza con la sua gamba destra tra le gambe dell'avversario, e con la mano tuttavia armata dell'elsa, di tanto grave punzone lo pesta nella visiera, che senza pure aver tempo d'invocare i Santi, di nuovo spasimato lo rovescia sul terreno; il feritore seguendo la sua vittoria trae il pugnale, si china, gli taglia il cuoio della visiera, e gli grida che si renda; nessuna risposta: lo Stendardo aveva la faccia piena di morte; su la bocca, e sul naso una spuma sanguinosa, intorno gli occhi un lividore quasi nero; ben fu due e tre volte tentato il Cavaliere _del fulmine_ di conficcargli la lama del pugnale nella gola, e l'alzò, ma poi, come sdegnoso di tale atto, che il costume del tempo non considerava per vile, gli prese la spada, e lo lasciò privo di sentimento sul campo.

«Quanto era meglio per voi, che Goffredo di Presilles non inventasse il torneo!» gridò il Monforte ferendo di gran forza il Cavaliere _primo venuto_: «pensate a non dar tanto affanno alla vostra dama, a non far piangere la madre vostra.»

«Volete soccorso?»--disse, sopraggiungendo, il Cavaliere _del fulmine_ al suo compagno, che vide in due o tre parti ferito.

Questi non risponde parola, e, come se fosse tutto fresco, raddoppiato vigore, muove tanto furioso assalto al Monforte, che, con la sua arte, appena di tre colpi può pararne due; calando terribili fendenti di sotto, di sopra, gli manda in pezzi lo scudo, gl'infrange in minutissime scheggie lo spallaccio di acciaro, e così aspramente gli impiaga la clavicola, che il braccio per poco sta che non gli cada in terra reciso.

«Guarda, Monforte, quanto t'era meglio _avere Italia senza colpo ferire_! guai a te, se i suoi guerrieri combattessero tutti!»--esclama il feritore, e lo incalza.

Il Monforte soprappreso dall'angoscia comincia a perder terreno, ad ogni colpo cede un passo; il suo nemico avanzando calca le orme stesse, ch'egli imprime fuggendo; Il ferro del Cavaliere _primo venuto_, veloce, come la lingua del serpente, ora lo ferisce sul ventre, ora gli penetra nella visiera; tutto il suo corpo con tale un impeto assai più che umano gli preme le ginocchia, e il petto; il pensiero che il suo avversario sia _ciurmato_ torna più spaventoso che mai nella mente del Monforte, nè poco contribuisce ad avvilirlo.

«Renditi, o sei morto! «--grida l'incalzante, che scorge il Monforte giunto in parte che indietreggiando anche un poco si sommerge nella fossa.

«I miei padri non si sono mai resi.»

«Questo vuol dire ch'essi furono più valorosi di te, non già che tu non debba cedere al più forte: chiamati vinto.»

«Uccidimi se hai vinto, ma non isperare che io te lo dica.»

Allora il Cavaliere vittorioso, voltate le spalle, si mette a fuggire: il Monforte, sorpreso del caso, si guarda attorno, e si vede su l'orlo della fossa:--tu non lo avresti fatto,--gli rimprovera la voce della coscienza: disperato di vincere la prova, torna a combattere per morire onoratamente.

Il Cavaliere _del fulmine_, con le mani sopra il pomo della spada fitta nel terreno, stava immobile a considerare il mortale duello; poteva, se avesse voluto, con un suo colpo finirlo, ma lieto del valore del compagni, gliene lasciava tutta la gloria.

Il Monforte cade abbattuto, il suo nemico gli calca il seno col piede, e alzata con ambedue le mani la spada di punta su la visiera smagliata, gli parla: «Cavaliere, troppo mi graverebbe ucciderti, perchè, sebbene orgoglioso quanto Lucifero, io ti provai valente nell'armi, e quello che potevi fare hai fatto per difenderti da me: chiamati vinto, salva la vita; e rammentati che se Italia dorme, non meritava di essere effigiata capovolta nel tuo scudo; ella dorme, ma se si sveglia, quale schiatta umana la vincerà?»

«La vittoria ti ha dato il diritto di uccidermi, uccidimi; ma risparmiati in nome di Dio questi tuoi sanguinosi rimproveri: io ti avrei di già trucidato!»--rispose il Monforte a mala pena respirando per la oppressione che gli davano le angoscie del corpo e dell'anima.

«Renditi, ed hai salva la vita.»

«No.»

«Che faremo noi di questo ostinato?»--domandò il vincitore al Cavaliere _del fulmine_, il quale freddamente rispose: «Dategli il colpo _di grazia_.»

E l'obbediva, se non che ad un tratto sente gridare per ogni parte: «Ferma! ferma!» e il rumore di una moltitudine che si muove gli percuote l'orecchio; alza la faccia, e vede superate le lizze, valicate le fosse, ed una calca di gente stringersi in cerchio intorno di lui.

«Che è questo?»--domandava al compagno.

«Il Conte di Provenza» gli rispondeva costui «lo ha dichiarato vinto facendo alzare la lancia al Contestabile Lebrun. La nostra parte è finita, andiamo.»

«È egli bene che ce ne andiamo a guisa di fuggitivi?»

«Io credo che sì: questa gente che ci viene addosso ama più il Monforte di noi, e non è la prima volta, che il premio del Cavaliere vincitore del torneo fu morte a tradimento: se volete campare, salite in sella, e seguitemi.»

Il Cavaliere, lasciato il Monforte, che dopo le ultime parole era caduto in deliquio, montò il suo cavallo, e si mise dietro allo sconosciuto compagno: questi cavalcò al luogo dove stava il premio del torneo, levò da terra l'asta, l'armatura e lo zoccolo, prese una coppa piena di bisanti, e la gittò alla plebe, la quale si sbandò in un subito per raccogliere le monete: allora l'avresti veduta percuotersi nel volto, carponi per la terra: e qui taluno aspettare che il suo vicino avesse preso il bisanto, poi dargli un pugno sotto la mano, il bisanto balzare all'aria, egli ghermirlo, fuggir via, e mescolarsi nella folla, che richiudendosi a un tratto non permetteva al derubato di perseguitarlo; là tali altri afferratisi pe' capelli, mentre s'impediscono scambievolmente di raccogliere la moneta, che potevano dividere, giunge un terzo che la porta via intera; in somma era uno schifoso spettacolo dell'umana cupidigia: molti considerando che i loro sforzi sarebbero tornati vani per acquistare i danari già sparsi, si affollavano al Cavaliere _del fulmine_, che gittò la seconda coppa, e la terza, e la quarta, tanto che giunse a distrigarsi a salvamento fuori di quella ciurmaglia.

L'onorato Lebrun, che quantunque il giorno innanzi offeso dal Monforte, aborriva ogni vendetta, che non fosse generosa, fu che salvò la vita al male arrivato Conte. Carlo, più volte a grande istanza da lui supplicato, ordinò che sollevasse la lancia, cosa che il Contestabile fece molto volentieri; e quindi affannoso andò co' sergenti a soccorrere il Monforte, che privo di sentimento trovarono steso per terra, e con modi soavi trasportarono alla sua abitazione.

I Cavalieri _primo venuto_, e _del fulmine_, comecchè cavalcassero a gran fretta, furono ben tosto raggiunti dai loro sei compagni, i quali, rimasti prigioni a prima giunta, non trovarono per l'esito della battaglia impedimento all'andare. Così riuniti, senza profferire parola, s'internarono nel più profondo di una vicina foresta; avevano forse mille passi percorso, allorquando si abbatterono in circa dugento uomini di arme, che da lontano con le daghe e con le partigiane gli salutarono. Il Cavaliere _del fulmine_ venuto loro dappresso si calò la visiera, e disse:--«Compagni, abbiamo vinto.»

CAPITOLO DECIMOSETTIMO.

IL RIMORSO.

Perchè nessuna notte ha seguitato il giorno, nè nessun giorno la notte, che tra il vagito dei nascenti non siasi inteso il pianto della morte, e dei funerali. LUCREZIO, 2.

«Siete voi, Messer Ghino! Già il cuore me lo aveva rivelato;»--esclamava il Cavaliere _primo venuto_ abbassando la visiera a sua posta, onde Ghino aperte le braccia gli correva incontro gridando: «Voi qui, Principe Rogiero!» E si abbracciavano scambievolmente, e amorosamente si baciavano in bocca.

«Come mai, Cavaliere,» riprendeva Ghino «di amico ch'eravate di Francia, le siete diventato, e così tosto, nemico?»

«E' dovete sapere, messer Ghino, che allorquando io portai le lettere di Napoli alla Contessa Beatrice su le rive dell'Oglio, Monforte tutto cruccioso si volse al cielo esclamando:--Sire Dio, noi avremo Italia _senza colpo ferire_.... adesso ha imparato che mal per lui se gl'Italiani ferissero!...»

«Vedi petulanza! e non aveva anche vinto: pensate un po' quale orgoglio avranno costoro quando domineranno su Napoli.... Oh! se i patriotti nostri!... Ma or via, venite, Cavaliere, che dovete essere stanco e ferito, ed io non ho mai temuto quanto oggi di trafelare nell'arme;--con l'aiuto di Domineddio abbiamo fatto assai prove per oggi.»

Così s'incamminarono verso una casetta riposta in luogo assai remoto nella foresta, dove Ghino accolse ospite per la seconda volta Rogiero.