La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 28
Gradito quanto meno aspettato riuscì a Carlo cotesto spettacolo, che non si rimase se non circa sette miglia distante da Roma. In quel punto correndo a tutta briglia scomparvero. Quando ebbe percorso un ben lungo sentiero il Conte li rivide immobili, come la prima volta, traverso il cammino, tenendo sollevate le lancie e i _pennoncelli_ confusi; nè adesso, per avvicinarsi ch'ei faceva, sembrava che volessero muoversi. Carlo stava attento a quello che sarebbe per accadere, allorquando si aprirono e lasciarono vedere una magnifica ambasceria di signori romani, che, vestiti di lor cappe ermesine, si fecero innanzi al Pontefice, e piegando ginocchio a terra gli offrirono le chiavi d'oro della città: in appresso quegli che sembrava più autorevole tra loro, impetrata licenza, recitò una orazione che non era latina, ed italiana nemmeno, ma ch'egli però intendeva recitare in latino; nè noi la riferiremo: ti basti, o lettore, sapere che fu vilmente bassa, schifosamente servile, onde senza sforzo potrai immaginarla da te: sebbene durasse da oltre mezza ora, spremendone il sugo, diceva--essere universale desiderio del popolo e dei nobili romani, che Carlo fosse creato Senatore di Roma;--come se della signoria del Pontefice non avessero abbastanza, e ce ne sopravanzasse: e qui nota, lettore,--che anche tu sei popolo, e forse coll'esempio ti potresti emendare,--che quattro anni innanzi una medesima ambasceria deputata a Manfredi lo assicurava--essere universale desiderio del popolo e dei nobili romani, che fosse eletto Senatore perpetuo di Roma. Come poi Clemente avesse grata quella offerta fatta dai suoi sudditi a Carlo, lo sa colui che discende nel profondo del cuore: per quello che potè conoscersi, assai ne fu lieto nel sembiante, e rispose,--che volentieri. Allora fu portato un altare, sul quale stavano deposte molte sante reliquie e il libro degli Evangeli; il Pontefice scese da cavallo, e con esso il Conte e tutto lo esercito: fattosi all'altare gli si prostrava dinanzi, intuonando una preghiera che di mano in mano fu ripetuta da tutti i circostanti; poi rilevatosi in piedi domandava Monsignore Conte se voleva essere Senatore di Roma; al che Carlo rispose: che molto volentieri, dove concorresse il buon piacere di Sua Santità: Clemente allora aprì il libro dei giuramenti, ed ordinò che giurasse: Carlo, con la destra su gli Evangeli, leggeva: «Noi Carlo di Francia, per la grazia di Dio Conte di Angiò, di Folcacchieri, di Linguadoca e di Provenza, etc. etc. per libera volontà del popolo e dei nobili romani eletto Senatore di Roma, promettiamo con giuramento preso sopra i santi Evangeli, di non contribuire con fatti, nè con parole, a far perdere i membri o la vita al gloriosissimo Pontefice Clemente IV, pio, universale, apostolico, non meno che ai suoi successori, di rivelare le congiure, mantenergli nella possessione del Papato, e nel libero godimento delle regalie appartenenti al Patrimonio di San Pietro, provvedere alla sicurezza dei Cardinali e loro famiglie, conservare la città di Roma nella pienezza del suo territorio e di sue giurisdizioni, finalmente di fare tutte quelle cose che possono contribuire al maggiore onore della Santa Chiesa e di Dio.» Profferite queste parole, il Pontefice gli pose nella destra le chiavi in simbolo d'impero civile, poi la spada come condottiero delle sue milizie, finalmente lo stendardo di San Pietro, come campione di Santa Chiesa. Tanto tumultuoso fu lo scoppio degli urli, tanto il suono delle trombe, che fino da Roma lo sentirono. La notte era inoltrata quando giunsero alla patria di Cesare.... il cammino risplendeva come di giorno pe' molti doppieri che ardevano da ambedue le parti del cammino. Sotto la porta si vedeva solennemente ornato il Carroccio, inventato fino dall'anno 1026 da Ariberto Arcivescovo di Milano, onde servisse per segnale di guerra alle città italiche, non già per onorare la venuta di tali che dovevano respingere: questo era un carro, come i miei lettori sapranno, tirato da quattro o più bovi, bianchi e grassi a meraviglia, coperti di panno scarlatto, ricamato doviziosamente; girava intorno la base un doppio ordine di scalini, perchè le ruote agivano internamente, e su i gradini stavano fitti candelabri di argento, con ceri di stupenda grossezza: dal mezzo del carro sorgeva una antenna fasciata di drappo, nel cui mezzo era appeso il Cristo d'oro; all'estremità il gonfalone di Roma: i lembi del gonfalone, che di dieci e più braccia oltrepassavano il carro, sostenevano in cima dell'aste due Cavalieri armati di tutte arme, nobilissimi per sangue: molti altri minori stendardi simbolici circondavano il principale, nei quali tu vedevi il lione per denotare la forza, la donna che si specchia per la prudenza, quella appoggiata alla colonna con le bilance per la giustizia, e molte e molte altre virtù, che in quei tempi il popolo romano non aveva che su le bandiere. I Cavalieri, appena videro il Pontefice, il Conte e la Contessa avvicinarsi, andarono ad incontrarli con molto accorgimento, e li ricopersero del gonfalone a guisa di baldacchino. Il carro mosse; primo a trapassare le soglie di Roma fu il Pontefice. Le strade coperte di erbe mandavano attorno odore soave; le finestre illuminate, leggiadre di bei tappeti, apparivano ingombre di donne vestite dei migliori loro abiti, che gettavano a piene mani fiori della stagione sopra i Cavalieri francesi: questi poi, giovani e vecchi, come la natura loro li consiglia, volgevano a destra e a sinistra la testa con la velocità del pendolo, ed ogni qualvolta veniva loro fatto di scorgere un sembiante leggiadro, se lo ammiccavano con gli occhi, e sorridevano, ovvero, piegata la persona, l'uno sussurrava all'orecchio dell'altro, Dio sa che parole. In una strada si udivano suoni, canti, e si vedevano donne danzare, e uomini bere e darsi tempone: in altra il _giullare_ con suoi giuochi sollazzare la corona del popolo che gli dimorava intorno per incantata, finchè egli col berretto in mano non se ne andava in giro gridando--_larghezza_; allora chi qua, chi là, si sbandavano tutti in traccia di un altro _giullare_ che non fosse anche giunto a quella conclusione. Qui in mezzo d'una piazza, montato sopra una tavola, con una torcia ai piedi e il leuto al collo, il ciarlatano,¹ come forse faceva nell'antichità quel povero cieco di Omero, cantava le imprese di Carlomagno, di Orlando, e degli altri Paladini. Tra tanta gente intesa a sollazzarsi, come la serpe in mezzo al prato vedevi strisciare il tagliaborse, con passo obliquo, schivante il lume, ed aspettare al varco persona su la quale eseguire il suo tiro; perchè bisogna persuaderci, che da quando gli uomini ebbero testa da pensare, e mani da prendere, furono ladri; e ch'essi sono la solita accompagnatura dei signori, allorchè si recano con magnifica pompa in qualche città. Così trapassando per molti e diversi spettacoli di allegrezza, il Pontefice, il Conte e la Contessa con i principali Baroni, giunsero al Laterano. L'esercito già s'era diviso pe' quartieri apprestatigli dalla provvidenza romana. Carlo, dopo la cena, sentendosi stanco aspettava il cenno di Clemente per andare a prendere riposo, ma non osava domandarglielo; Clemente non voleva che stanziasse nel suo palazzo, ma non osava dirglielo; pure alla fine considerando che a lui toccava parlare, si levò da tavola, e favellò: «Conte, noi vogliamo che tu sappi, nessuno cattolico, per quanto d'arme e di tesoro potente, avere mai albergato fin qui nel nostro palazzo di Laterano, e questo teniamo in segno di rispetto meno per noi, che siamo il servo dei servi, che per l'Altissimo di cui facciamo le veci. Quello che è stato con tanta sapienza dai nostri predecessori stabilito, e da tanti Imperatori seguitato, noi non intendiamo revocare; però escine senza mormorare, dilettissimo figlio; di bene altri palazzi abbonda la città, nè per bellezza, nè per ricchezza punto inferiori a questo nostro; e partendotene persuaditi che noi non vogliamo già farti vergogna, ma sì provvedere alla fama di figliuolo ossequente a Santa Madre Chiesa, che altissima suona di te per l'universo.»
¹ Il nome di Ciarlatano è venuto da questi poeti erratili, che a modo degli antichi _Rapsodi_ andavano di città in città a cantare di Carlomagno, onde si fece il _Carlocantare_, in appresso _Carlotanare_, e alla fine con maggior corruzione _Ciarlatanare_, e _Ciarlatano_.
Carlo, sebbene non fosse punto disposto a sopportare quelle grandigie papali, come dimostrò qualche anno dopo con la superba risposta a Niccola III degli Orsini, pure adesso con lieto viso si partì dal Laterano, e si condusse ad albergare altrove. Il Conte di Provenza, sì come savio, intendeva, che adattarsi una volta al piacere altrui, per poi fare sempre a modo proprio, non è cosa che deva punto guastare.
Nel seguente giorno il Pontefice e il Conte ristrettisi insieme si accordarono intorno molti punti sopra i quali gli scambievoli Ministri avevano creduto bene non tenere proposito, giudicando che si sarebbero intesi meglio tra loro. Quali fossero i discorsi fatti, e le condizioni pattuite è ufficio dello Storico riferire; a noi basta accertare che si accordarono. Sciolto il colloquio, i banditori percorsero la città, gridando: «Che nella prossima festa di Epifania, Monsignor Carlo e Madama Beatrice Conte e Contessa di Provenza, sarieno stati coronati Sovrani di Sicilia per mano del Signore Clemente IV, Pontefice gloriosissimo di Roma, nella Basilica di Santo Giovanni Laterano; che sarebbesi tenuta per tre giorni corte _bandita_, e _rinforzata_, sì che l'ultimo giorno fosse la maggiore di tutte, con facoltà di andare a qualunque Cavaliere portasse arme; che tutti i giorni dopo il mangiare si aprirebbe una giostra, i _tenitori_ della quale erano i Monsignori Conte Guido Monforte, Guglielmo lo Stendardo, Boccard e Giuan Conti di Vandamme, Piero di Bilmont, Mirapoix il _Siniscalco_, Giuan di Bresilles, e Ludovico Jonville; che tutti quei Cavalieri che avevano vaghezza di provarsi con loro andassero a portare la sfida nel chiostro di San Paolo, dove dal sorgere al tramontare del sole sarebbero state esposte le insegne dei tenitori; e la Contessa Beatrice Regina del torneamento, e Giles Lebrun Contestabile del campo, avrebbero tenuto conto delle insegne, e dei nomi dei Cavalieri che si presentassero, etc.»
I primi raggi del sole non avevano per anche illuminato il nostro emisfero, che una calca di gente affollata nel giorno appresso intorno le porte del monastero di San Paolo aspettava ansiosamente che si schiudessero. Dopo lungo aspettare, si aprirono alla curiosità del popolo che in un momento inondò quel vasto ricinto del chiostro. Egli era una bellissima fabbrica pei tempi d'allora, divisa in quattro lati uguali, con portici composti di molti archi a sesto acuto, e di colonne sottilissime scanalate; le parti interne, scompartite in più quadri, rappresentavano con le meno triste pitture che in quei tempi si sapessero fare, le principali geste del glorioso Apostolo: tra le altre molto lodavano quella dove si vedeva il Santo preso dai manigoldi, che volevano ad ogni costo metterlo bocconi per vergarlo. Nè le geste di San Paolo erano i soli dipinti: vi compariva ritratto un Adamo che lavorava la terra--con una bella vanga di ferro: un Giudizio finale dove certi diavoletti arguti levavano le anime in forma di bambini dalle bocche di Cavalieri, Regnanti, Monache, Frati, e fino da quella di un Papa; in somma un Giudizio affatto simile all'altro che Andrea Orgagna condusse su le muraglie del Camposanto di Pisa; e, per finirla, tutti gli altri _novissimi_. Lungo le pareti stavano disposte l'arche dei signori defunti, nel sodo storiate di figure, che i Frati del luogo dicevano umane; sul coperchio giacevano le statue di coloro che vi erano chiusi; qui una donna con le braccia incrociate sul petto, il capo piegato su l'omero, gli occhi chiusi in atto di trapassata; più oltre un Magistrato vestito col lucco, seduto sur un fianco, col pugno appuntellato alle tempie, la faccia bassa, come uomo che mediti; più oltre ancora un Cavaliere armato da capo a piedi con la spada nuda alla mano, spirante sopra un fascio di trofei: il volgo dei morti, senza pietra,--senza scritto, che lo additasse all'amore dei suoi, stava confusamente sepolto sotto il pavimento del portico.... (poichè, vivo o morto, il volgo è sempre destinato a servire di pavimento; ma tale piacendogli stare, a me non tocca perfidiarci sopra. _Trahit sua quemque voluptas_.)
Dal lato opposto alle porte per le quali si entrava, sopra uno zoccolo fasciato di velluto cremesino sorgeva un'asta su la quale era attaccata una bellissima armadura, e a piè dell'asta stavano disposte quattro coppe piene di _bisanti_ d'oro, in premio di chi avrebbe vinto la giostra: accanto a questa, ma piantate sul terreno, s'inalzavano altre otto lance, da ognuna delle quali pendeva lo scudo col nome e colla insegna del Cavaliere a cui apparteneva: il primo diceva _Monforte_, e la impresa mostrava una donna rovesciata. E qui bisogna avvertire essere stato in quei tempi il massimo degli oltraggi portare l'altrui sembiante capovolto nello scudo; onde quel superbo Monforte volendo in qualche maniera dinotare il suo disprezzo per l'Italia aveva inteso effigiarla nella donna che abbiamo descritto qui sopra. Nel secondo si leggeva _Stendardo_, e la impresa erano due bracci che armati di martello battevano sopra una incudine col motto: _nè per picchiar si rompe_: nel terzo e nel quarto, _Vandamme_; quello era tutto nero con gocce di argento, e fu dono della dama dei suoi pensieri, che volle in quel modo significare le lagrime che avrebbe sparso nella sua lontananza; nell'altro scorgevasi un cuore tra le fiamme, passato da parte a parte con una freccia, a similitudine di quelli che i nostri moderni amorosi mettono in cima alle lor lettere _erotiche_: il quinto diceva _Belmont_, e per impresa un vento affannato a spengere un fuoco col motto: _nè per soffiar mi spengo_: il sesto _Mirapoix_; la impresa, una testuggine col motto latino: _Tarde sed tuto_: il settimo _Bresilles_, e faceva levriero che ritorna con la lepre: l'ultimo appariva tutto bianco, come costumava portassero nel primo anno i nuovi Cavalieri, ed apparteneva al giovane Jonville. Subito dopo le aste vedevasi una lunga tavola coperta di ricco tappeto, intorno la quale sedevano le più belle dame romane e francesi, giudici ordinarii di quella specie di combattimenti: e la Contessa Beatrice in seggio più elevato come Regina; il Contestabile Giles Lebrun sopra uno sgabelletto a piè della tavola teneva un libro di pergamena per iscrivervi i nomi, o descrivervi le insegne di coloro che si fossero presentati a giostrare: i rimanenti Cavalieri, parte armati, parte abbigliati di ricche vesti di seta, stavano in piedi all'intorno.
Ormai era passata nona, nè alcuno si presentava a far contro i tenitori; così grande correva la fama di questi Cavalieri francesi, che nessuno per quanto prode si attentava. Guido da Monforte vestito di giustacuore di cuoio si avvolgeva tra i suoi fratelli di arme, e ad ora ad ora, sorridendo, diceva: «Non ve l'aveva io detto?»
La gente accorsa per vedere stava fissa alla distanza di quattro o più braccia dagli scudi dei tenitori, come se una linea magica le impedisse di venire oltre. Le dame romane, guardavano verso la folla per iscorgere qualche loro vagheggiatore, nè vedendovene alcuno, dimettevano vergognose la faccia; le francesi esultavano su l'onta d'Italia.
La folla si fende; un Cavaliere di aspetto leggiadro, con la visiera calata, portante scudo con figura affatto simile a quella del Monforte, se non che posta nella sua naturale attitudine, salutate in prima le dame, percuote col ferro dell'asta la insegna obbrobriosa del primo tenitore: al punto stesso il Cavaliere vede un altro ferro di mole maravigliosa, tinto di sangue rappreso percuotere la medesima insegna, onde volge la testa, e scorge un sembiante coperto di piastre di acciaio, il quale portava per impresa il fulmine, che cadente dalle nuvole abbatteva una torre, col motto: _da man celata scende_.
«Signori Cavalieri,» disse il Contestabile Lebrun ai due sopraggiunti «noi vogliamo avvertirvi, che quantunque sia in facoltà nostra accettare le sfide _a tutta oltranza_,¹ pure ameremmo che non vi fosse sangue.»
¹ Vedi pag. 65.
«Veramente» soggiunse il Monforte «anche io vi consiglio a ciò che vi ha detto Messere il Contestabile. Cavalieri, perchè non vorrei che per me nessuna dama portasse la guancia lacrimosa.»
«Se voi non volete correre il pericolo di accettare la sfida _a tutta oltranza_,» rispose il Cavaliere _primo venuto_ «non avete che a pregarci alla presenza di queste dame, onde noi la commutiamo in _primo transito_.»
«_Sangbleu_!» gridò il Monforte» si udì mai orgoglio uguale a questo? Scrivete, Contestabile, la loro sentenza di morte. Badate, Cavalieri, se volete, io vi concedo sempre tempo a ritrattarvi.»
«Conte,» parlò il Cavaliere del fulmine» guardate in cortesia il ferro della mia lancia, non è sangue quello che vi sta sopra rappreso? Ed avvertite, non è mio quel sangue.»
«Se il fatto risponde alle parole,» soggiunse il Monforte «spero che ritrarremo qualche onore dalla vostra sconfitta.»
«O forse bestemmierete i Santi per avere provocato il torneo,» riprese il Cavaliere _primo venuto_.
«Signori,» favellò il Cavaliere _del fulmine_ rivolto verso i tenitori «i vanti non vincono le prove delle armi, e disdicono altamente a gentili Cavalieri: faccia ognuno quel meglio che può; la vittoria sarà a cui Dio vorrà concederla....»
«A cui la lancia vorrà concederla, dovreste dire, Cavaliere,»--rispose il Monforte.
«Come volete, Messer Conte. Contestabile, descrivete la insegna, perchè il mio nome dee rimanersi celato.»
«E di voi come ho a dire?»--interrogò Lebrun il Cavaliere _primo venuto_, dopo che ebbe descritto la impresa del Cavaliere _del fulmine_.
«Descrivete di me pure la insegna.»
«Prudente provvedimento quando uomo presagisce la disfatta!» disse sogghignando il Monforte, «così si getta via lo scudo e la vergogna.»
«Signori Cavalieri, i nostri tenitori sono otto, e voi non siete che due,» parlò il Contestabile: «vorreste forse sostenere soli l'assalto di tutti?»
«Avete compagni?»--domandò il Cavaliere _del fulmine_ al Cavaliere _primo venuto_.
«Ho l'anima,--la spada,--la lancia,--la mazza d'arme;--ognuna di queste vale un Francese: voi pure le avete, dunque siamo tanti e tanti.»
Il Monforte digrignò i denti per la rabbia, e gli occhi gli si empirono di sangue. Il Cavaliere _del fulmine_ crollando la testa parlò: «Ecco che si è detto troppo più di quello che si vuole per una giostra _a oltranza_. Cavaliere, se siete valente quanto audace, spero in Dio che avremo vittoria: nondimeno io vo' che siamo otto anche noi, perchè l'uomo deve ben fidare in sè, ma non presumere. Or via, signor Contestabile, condurrò io gli altri sei: avranno stella d'oro in campo nero.»
Ciò detto, senza saluto, senza inchino, si volse verso la folla, la quale mormorando si aprì per lasciare il passo a quel gigante, che in un momento disparve. Il Cavaliere primo venuto, piegata la persona con atto gentile alle dame, che volentieri lo guardavano, parimente si allontanò.
Rotto lo incanto, suscitata la virtù italiana, si videro da tutte le parti farsi oltre Cavalieri a toccare, qual col ferro, quale senza ferro, gli scudi dei tenitori, così che al tramontare del sole il libro del Contestabile si trovò pieno di nomi, e di descrizioni d'insegne. Il Monforte accigliato non diceva parola; Lebrun chiudendo il libro si volse verso di lui, o disse: «Sapete, Conte, quello che dice il proverbio?»
«Che ho io a farmi dei vostri proverbii?»
«Vi acquistereste sapienza: _offendi, e spegni_.»
«Ho fatto il primo oggi, domani farò il secondo.»
«Se dirlo fosse farlo, non dubito che sarebbe; ma quei Cavalieri non avevano sembiante di cedere così leggeri; vedrete che a mangiarli saranno più di due bocconi.»
«Questo è perchè i sessanta anni vedono diversamente dai quaranta; e voi oggimai, signor Contestabile, siete più proprio a dire proverbii, che a menare colpi di spada.»
Giles Lebrun, Cavaliere senza macchia, e senza paura, sentendo quella acerba risposta, alzò la persona, come nei giorni della sua gioventù, scosse in atto di rabbia i capelli, bianchi di onorata canizie, e pensò di percuotere sul volto il villano: Monforte però nulla curando se fosse stato gradito, o no, quel suo detto, si era di già allontanato. La prudenza consigliò Lebrun a non muovere scandalo nelle presenti occasioni, ma la vendetta gli impresse la ingiuria nel cuore.
Correva il giorno sesto di gennaio _anno domini 1266_, allorchè una splendida comitiva di Prelati, Magistrati, e Cavalieri italiani e francesi, si fecero a suono di trombe alla dimora del Conte di Provenza per guidarlo al Laterano, dove lo aspettava il Pontefice. Non mai cavallo di battaglia dimostrò tanto focosamente l'interna gioia al suono dell'assalto, quanto adesso Beatrice a quelle trombe, che le annunziavano doversi porre in cammino per essere incoronata: senz'altro badare interruppe la sua acconciatura, e si scagliò, quasi mezzo vestita, impetuosamente verso la porta per uscire. Carlo la prese pel braccio, la ricondusse al luogo onde si era mossa, e con voce pacata le disse; «Dama, contenetevi,--l'aver corona dal Pontefice non significa esser Regina.»
La messa solenne è cantata da Papa Clemente, assistito da Rodolfo Vescovo di Albano, Archerio Prete di Santa Prassede, Riccardo di Santo Angiolo, Goffredo di San Giorgio al Velo d'oro, e Matteo di Santa Maria in Portico, Diaconi Cardinali. Il Conte e la Contessa di Provenza, vestiti di bianco, stanno genuflessi sopra doviziosi pulvinari. Finita la messa, Archerio e Rodolfo si fanno incontro a Carlo, Riccardo e Goffredo incontro a Beatrice, e li conducono presso i gradini dell'altare. Clemente prende la Bolla della investitura di sopra la santa mensa, e legge a voce alta: «Noi Clemente Papa IV, servo dei servi di Dio, pel potere delegatoci da Gesù Cristo, e dal Principe degli Apostoli San Pietro, di provvedere alla maggiore gloria della Chiesa, commessa dalla onnipotente bontà alle cure del nostro reggimento, ordiniamo che del Regno di Sicilia _ultra_ e _citra_, giurisdizioni, appartenenze, feudi, etc., sia considerato come decaduto Manfredi di Svevia, e la sentenza di scomunica già dai nostri antecessori contro lui pronunziata con le presenti confermiamo; Carlo Conte di Angiò, e di Provenza, nostro dilettissimo figlio, di questo Regno medesimo investiamo, eccetto la città di Benevento con tutto il suo territorio e pertinenza, per sè, pe' suoi discendenti maschi, e femmine; ma vivendo i maschi, sieno escluse le femmine, e tra i maschi succeda il primogenito; i quali tutti mancando, o rompendo le cose pattuite, ricada il Regno alla Chiesa Romana. Le condizioni sono: che non si divida il Regno: che si presti giuramento di ligio omaggio, e di fedeltà alla Chiesa: che se il Re di Napoli sarà creato Imperatore, e Sovrano di Lombardia, o di Toscana, dentro quattro mesi renunzii il Regno: che se il Re è maggiore di diciotto anni amministri di per sè stesso, se minore si sottoponga alla curatela della Chiesa: che annualmente nella vigilia dei Santi Pietro e Paolo si paghi il censo di ottomila once d'oro, e più un palafreno _bianco, buono, e bello_: che in sussidio della Chiesa a richiesta del Pontefice mandi trecento uomini di arme pagati per tre mesi, o pure possano commutarsi in soccorsi di navi: che il Re, e suoi successori, non s'intromettano nelle elezioni, e postulazioni dei Prelati, salvo però quello che loro si appartiene per _Juspatronato_: che non s'impongano taglie alle chiese: che si tengano pronti mille cavalieri per Terra Santa etc.» ¹
¹ Molte altre sono le condizioni, che non abbiamo poste per non riuscire gravosi, le quali si possono riscontrare nel Giannone.