La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 27

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«Queste vostre osservazioni hanno che fare qui come il parlare di morte a mensa, come il vestire di bruno a nozze. È tanto rara la gioia, è tanto soave, che non merita punto di essere intorbidata con le vostre malinconie. Sarà assai amaro pensare al disastro quando verrà; per ora stiamo lieti, Conte; provvederemo allora. Voi intanto, Cavaliere, sappiate che nessuna novella più grata di questa potevate portare alla Contessa Beatrice; da qui innanzi sarete con noi; spero che vorrete bene spesso allegrarmi della vostra presenza. Intanto, non già perchè io la creda ricompensa, ma per segno di gratitudine, porterete questa collana per mio amore.» E qui levatasi una ricca catenella, con le sue proprie mani la pose al collo di Rogiero, che a sentirne il suono sopra l'armatura abbrividì e mormorò: «Ecco, il delitto è consumato, il premio del tradimento fu ricevuto; l'anima mi è stata improntata con l'infamia, l'intera eternità non varrebbe a cancellarla.»

Il Monforte, considerando quella smoderata vivezza della Contessa, scotendo la testa sorrise a fior di labbra, e disse a voce bassa: «Ella è valente donna, ma donna.»

Beatrice divertita da altra cura, punto badando se l'avesse, o no, ringraziata Rogiero, fece recare il danaro, lo numerò, e lo dette al Corriere, affinchè lo portasse al Duera. Il Monforte era sceso a ordinare che l'esercito si movesse; ma da savio capitano provvide che stesse in punto, come se il nemico gli fosse di contro per assaltarlo.

Buoso, ricevuto il danaro, si chiuse in Cremona, facendo spargere ad arte la novella che i Francesi valicato il fiume Serio ritornavano su quel di Milano per tentare il passo di Parma. L'esercito di Carlo traghettò senza contrasto l'Oglio, e seguendone il corso pervenne sul Mantovano, dove, lietamente accolto da Ludovico Conte di San Bonifazio, si riposò alquanto delle sofferte fatiche. Ripostosi in cammino, valicava il Po sopra un ponte apprestatogli dal Marchese Obizzo d'Este, e si metteva sano e salvo per le terre di Romagna. Ora comincia per Carlo di Angiò la serie dei prosperevoli eventi, che lo condusse a sovvertire in pochi mesi la nobilissima Monarchia di Manfredi. Narrasi che il Marchese Oberto Pelavicino, il quale, avuto avviso della via dei Francesi, si era mosso subitamente dalle sue posizioni di Pavia, giungesse a Soncino poche ore dopo il passo di quelli, dove considerando come il savio maestro di guerra Guido da Monforte avesse afforzato le rive opposte del fiume stimò bene non seguitarlo, e pieno di mal talento si aggiunse a Buoso, in Cremona. Le parole che ebbero insieme questi due condottieri furono piene di amarezza. Se merita credenza la fama lontana, dicesi che gli profetasse il Pelavicino:--«Buoso, che tu con fraudolenta favella t'ingegni ricoprire il misfatto non istupisco; hai commesso il più, puoi commettere il meno; ma se la tua parte è quella d'ingannarmi, la mia è di non crederti. Ben io potrei svelare alle genti la tua slealtà, suscitarti contro la plebe commossa, te, e il tuo lignaggio condurre a miserabile eccidio; tolga Dio, che per me sia alzata la spada contro il mio fratello di armi, contro colui al quale ho giurato amicizia fino dai miei più teneri anni: tieni non pertanto riposto nella tua mente, che col prezzo della patria venduta ti sei comprata la rovina in questa vita, la dannazione nell'altra.»

Una mente degna di non esser mortale, che dalla sua prigione di fango osò concepire il disegno di guardare in faccia l'Eterno, e scrutarne l'arcana natura, distribuendo a sua voglia i premii e le pene, ha inchiodato giù nei geli infernali quell'anima maledetta¹: nè, come se la divina sapienza si fosse presa cura di adempire il vaticinio di Oberto, il fine della vita di Buoso fu niente meno terribile di quello che gli aveva predetto. Il popolo, conosciuta la perfidia, acceso di sdegno rovesciò le sue case, distrusse il suo lignaggio,--a lui concesse la vita. Strascinava Buoso il capo grave di avvilimento e di miseria per le vie della città di cui era stato signore, perchè la Provvidenza per fare intero il supplizio gli aveva tolto la volontà di trucidarsi: errava durante il giorno nella sua salvatica solitudine, mormorando ratto ratto, come _lo idrofobo_, non curando gli urli, le contumelie, le percosse, con le quali non cessavano perseguitarlo. Nella notte, quando la rabbia della fame gli straziava le viscere, si appostava in luogo oscuro, e quivi copertosi il volto sporgeva la mano, e domandava elemosina per amore di Dio, con voce che studiava rendere diversa;--inutile tentativo! non v'era persona che tosto non lo scoprisse: alcuno passava chiudendo il cuore, e la borsa, e in suono minaccioso dicevagli: disperati, e muori;--questi erano i più pietosi! coloro poi che possedevano la scienza diabolica di avvilire le anime, e godevano di conficcare a più riprese il ferro nel cuore, gli davano il soldo, e col soldo la imprecazione, onde il cibo si convertiva in veleno pel sangue infiammato del paziente, e la bevanda diventava aceto e fiele all'anima angosciosa. Certa sera, tremante, battendo i denti pel ribrezzo della febbre, s'incammina ad un monastero, sperando che la pietà di quei Frati lo avrebbe raccolto: scese il primo e il secondo gradino, levò la mano per battere,--ad un tratto percuote la faccia contro la porta, e strisciando lungo il muro cade su i gradini:--alla mattina il portinaro lo trovò freddo quanto la pietra sopra la quale giaceva disteso. Sottrassero i Frati alle atroci villanie del volgo quegli avanzi della creatura, e li seppellirono nel chiostro. La carità della religione valse ad arrestare su le labbra la ingiuria, ma non gli potè recitare preghiera:--non lo aspersero di acqua benedetta;--la stessa compassione sospirò di piacere su quella sepoltura infelice....

¹ Va' via, rispose, e ciò che tu vuoi conta: Ma non tacer, se tu di qua entr'eschi, Di que' ch'ebb'or così la lingua pronta; Ei piange qui l'argento de' Franceschi: Io vidi, potrai dir, quel da Duera Là dove i peccatori stanno freschi. INFERNO, 32.

Imprecheremo noi che in questo modo finiscano tutti i traditori?--No,--perchè il desiderio che il mondo divenga deserto è peccato.

CAPITOLO DECIMOSESTO.

IL CAVALIERE DEL FULMINE.

L'una zuffa e poi l'altra io vi vo' dire, Che in due luoghi ad un tempo si travaglia; Lo strepito è si grande del ferire, Lo spezzar della piastra e della maglia, Che fa chi guarda intorno sbigottire. ORLANDO INNAMORATO.

Forse fu il premio della costanza:--Carlo di Angiò afferra la riva: allorquando il suo coraggio stette al cimento della morte, se qualcheduno gli avesse posto la mano sul cuore, non avrebbe sentito nè accelerare nè diminuire i suoi palpiti;--alloraquando scomparsa tutta speranza di esterni sussidii l'anima fu ridotta all'alternativa di abbandonarsi vinta, o di sopravvivere, spiegò tal vigore, di cui ella non si sarebbe reputata capace se la occasione non fosse venuta.--Carlo afferra la sponda, perocchè la galera forse di un miglio lontano da terra s'era sommersa tra Capo Linaro e Civitavecchia; ma travagliato, indebolito, in guisa che parve la vita essergli soltanto bastata per non morire nel mare. Il mattino vide quello uomo ambizioso, destinato a rovesciare il trono del gran Federigo, steso senza moto su la sabbia, irrigidito per tutte le membra, stillante acqua dai capelli, e dalle vesti;--il più vile lo avrebbe potuto impunemente oltraggiare, il più codardo spegnere;--un fiato, per quanto leggerissimo, estinguere quella scintilla vitale, che di per sè stessa guizzava incerta intorno alla sede delle sensazioni. Il sole, distillandogli per le vene il sottile suo fuoco, gli intepidiva il sangue, e richiamava i suoi spiriti all'usato ufficio; si levava a sedere come smemorato, e gittava gli occhi smarriti sul cumulo delle acque. Il cielo rideva sereno, il mare tranquillo,--e sì che vedevi galleggiare, testimoni del suo terribile sdegno, tavole, remi, remiganti;--pure lieto di un bello azzurro, lentamente scorrevole, come i passi del Signore, invitava con la lusinga del piacere ad affidarsi alla sua immensa superficie:--così tenta il peccato! Sopra tutti gli avanzi della tempesta era osservabile Armando, lo sciagurato Maestro: giaceva supino, e quel suo ventre, già per natura tumido, adesso maggiormente per l'acqua trangugiata, errava qua e là in balia del vento quasi isoletta natante; ora il flutto sollevandolo su l'estreme sue labbra pareva ridonarlo alla terra, e di subito ritirandosi lo trasportava più lontano che prima; ora lo deponeva sul lido, e poi, come pentito, tornava a rapirlo; se giungeva una o due volte scarso, quanto meglio poteva si allontanava indietro, non altramente che se volesse prendere tratto a spingersi più veemente, sì che la terza o la quarta, fremendogli attorno spumoso, tutto gorgoglío, lo rimenava seco in trionfo: pareva un fanciullo che prenda diletto col suo balocco.... ma i trastulli del mare sono navi infrante, e cadaveri.

--Povero Maestro Armando!--sospirò Carlo, poichè l'ebbe tristamente considerato; e la sua anima si abbandonava a lugubri meditazioni, quando alzata la faccia vide disegnarsi su l'orizzonte alcune vele, che secondate dal vento tentavano prendere la terra; ed ecco che Carlo, dimentico di ogni altra passione, anelante tra il timore e la gioia, si leva in piedi, intendendo a scoprire se fossero sue. La pietà nel cuore dell'ambizioso passa veloce come il lucido intervallo nella mente del pazzo.... Maestro Armando e i suoi fratelli d'infortunio scomparvero dalla memoria del Conte per non tornarvi mai più.

«Sarebbe questo un errore dei miei occhi? m'ingannasse il mio desiderio?» esclamò Carlo, fregandosi le palpebre per meglio vedere, «o questa è la mia diletta bandiera? azzurra è certo.... no.... sì. Così Santo Dionigi mi facesse la grazia che fossero le mie galere, come ella è veramente azzurra! Ahimè! anche quella di Manfredi ha il campo dello stesso colore.... ma l'Aquila bianca fa gran macchia, e oggimai si scorgerebbe.... nello sventolare di una piega ho visto rosso.... sì rosso.... San Martino glorioso! la mia bandiera! i fiordalisi d'oro! il rastrello rosso!» E qui con tal atto dimostrò la soverchia allegrezza, ch'egli stesso, ogni qualvolta lo ricordava in appresso, arrossiva, perocchè suoni antica quella sentenza, che nessuno uomo è eroe quando sta solo.

La fortuna, come femmina, stanca di Manfredi, seguiva innamorata le vestigie di Carlo, e come femmina abbandonava il buono pel tristo. Le galere chiamate dai segnali del Conte si fecero alla spiaggia, e i Francesi salutarono il signore loro con tali trasporti di gioia, che ad uomo resuscitato per miracolo non se ne farebbero altrettanti. Non lungi dal luogo, ove presentemente dimoravano, apparivano i campanili, le cupole delle chiese, e le case più alte di una città;--era Civitavecchia: Carlo vi condusse, costeggiando, le sue venti galere, e quivi lasciatele con parte di sua gente, se ne andò frettoloso a Viterbo presso Papa Clemente. Essi si abbracciarono, come due uomini, stretti per l'attuale bisogno, e pel futuro interesse, possono abbracciarsi.

Per altra parte il Monforte, con raro esempio di prospera ventura, traversata Romagna ove gli occorsero tutti i Guelfi d'Italia, tra i quali quattrocento uomini d'arme fiorentini, si avvicinava a Viterbo. Molto andava lieto il Conte Carlo della venuta del Monforte, molto più dei quattrocento Fiorentini che gli si erano aggiunti. E' bisogna sapere, che quando nel 1260 i Ghibellini per opera di Farinata prevalsero in Firenze, tutti i Guelfi si partirono nella notte del 13 settembre, e nella città di Lucca si rifugiarono: ben furono dai leali Lucchesi lungo tempo raccolti, finchè essi pure sconfitti nella guerra che sostennero contro quell'invincibile Farinata, doverono di altro più sicuro asilo provvedersi, se volevano campare dalla acerba persecuzione dei nemici. Questo fu caso pieno di lacrime: molte gentildonne partorirono su le Alpi di San Pellegrino, molti principali cittadini caddero morti per via, di fame, e di freddo; ma poichè, come dice lo Storico che questo fatto racconta,--bisogno fa prode uomo,--si ritirarono in Bologna, e quivi si dettero ad apprendere arme, e giornalmente esercitandosi vennero in breve a ottenere fama di valorosi cavalieri. Chiamati a Modena dalla fazione guelfa, superarono la ghibellina; lo stesso fecero a Reggio, dove dodici di loro, che in appresso tolsero il nome di Paladini, abbatterono, e uccisero il fiero gigante appellato _Tacha_, il quale con una grossa mazza di ferro tutti ammazzava, o guastava, come meglio potrà vedere nelle cronache di cotesto tempo il lettore vago di conoscere sì fatte cose lontane dal nostro soggetto. Questa gente, che molto erasi avvantaggiata in quelle guerre, appariva splendida di bellissimi destrieri e di ricche armature: li conduceva Guido Guerra dei Conti Guidi, pronipote di quel Guido Sangue, che solo scampò dall'universale eccidio che i Ravennati commisero di sua famiglia, s'egli è vero ciò che gli antichi Storici hanno preso cura di tramandarci. Carlo non avendo più danaro non fu parco di promesse, e il Pontefice d'indulgenze; anzi questi tanto gli ebbe per cari, che dette loro a portare la propria insegna, la quale faceva campo bianco ed aquila vermiglia con serpente verde tra gli artigli.

I Fiorentini la riceverono con la gioia dell'odio che si crede santificato; solo vi aggiunsero un giglietto rosso sopra la testa dell'Aquila, imperciocchè giglio rosso in campo bianco fosse la impresa dei Guelfi di Firenze, come il giglio bianco in campo rosso quella dei Ghibellini.

Adesso, uniti in bella ordinanza i Francesi e i Guelfi italiani, avendo per guida il Pontefice e il Conte di Provenza, muovono da Viterbo pel cammino di Roma. Cavalcava Clemente, vestito degli abiti pontificali, una bianca _Chinea_: la magnificenza del manto era tale, che non solo la sua persona, ma sì bene anche tutto il palafreno copriva, onde l'Alighieri ebbe a dire quello che disse nel Canto XXI del Paradiso¹: le barde del cavallo foderate all'esterno di scarlatto comparivano ricamate a rose d'oro; di scarlatto parimente ricamata a rose d'oro era la gualdrappa lunghissima: teneva su la testa una mitra, simile a quella che costumano i moderni Vescovi, però che il triregno non ornasse ancora le tempie pontificali, e fu soltanto sul finire di questo secolo, che primo l'adoperò il glorioso Papa Bonifazio VIII: nella manca stringeva il pastorale a similitudine del vincastro dei guardiani di pecore, per dinotare la mansuetudine di governo con la quale Gesù Cristo ordinava che si reggessero i Fedeli: la destra alzava in atto di benedire; e così ella era assuefatta a quel moto, che quando ancora non ne faceva mestieri segnava: ambedue le mani poi si vedevano coperte di bellissimi guanti, che in vocabolo canonico chiamavano _chiroteche_, e il dito anulare della destra cinto di sopra il guanto di un preziosissimo anello: di qua e di là dalla testa del cavallo due giovani donzelli vestiti di abiti sontuosi ne reggevano il morso, terminato con borchie d'oro dalle quali pendevano nappe di seta cremisi, e ne regolavano il passo. Dal lato destro del Papa si avanzava Carlo d'Angiò: aveva usbergo, braccialetti, panciera, cosciali, e schinieri, tutti di acciaio intarsiati di oro a rabeschi maravigliosi: invece d'elmo portava sopra la testa la corona da Conte: nelle mani un bastone d'oro contornato di gemme: dal sommo della spalla sinistra, attaccata a un bel nastro ricamato, gli pendeva la croce, che aveva ricevuto dal Cardinale Simone di Tours per dimostrare a cui ci voleva credere, che nessuno interesse mondano, ma la maggior gloria della Chiesa, lo aveva indotto nella guerra contro Manfredi: una clamide non diversa dalla imperiale foderata di vaio nell'interno, e nell'esterno trapunta a fiordalisi d'oro, compiva l'abbigliamento: il cavallo che montava Monsignor Carlo era quel desso, che soleva accompagnarlo in tutti i suoi fatti d'arme, generoso animale, bianco come fiocco di neve, nato di madre araba, e da uno stallone di Normandia; dalle narici carnicine ferocemente dilatate pareva fiutare la battaglia: bene era fatto a pennello, ed ammirabile in ogni parte del corpo, ma si agitava fastidioso dentro grave bardatura di cuoio di capra, che chiamavano _cordevano_, ricoperta di rabeschi, e di _azzimine_ di acciaio: il Conte nel frenare l'impeto del suo impaziente destriero mostrava essere molto savio maestro di cavalleria, e sebbene nel sembiante impassibile, tuttavolta si conosceva, com'egli facesse piuttosto opera per concitarlo, che per reprimerlo. Dall'altro lato veniva la Contessa Beatrice sopra un ginnetto di Spagna, il quale, quasi fosse consapevole del grado di colei che lo cavalcava, scoteva tutto altero la testa, e caracollava in molto leggiadra maniera; l'animosa sdegnando, come le femmine di quei giorni costumavano, far tenere la briglia da uno scudiero, di per sè stessa lo conduceva. Sebbene, come abbiamo già detto, avesse molte delle sue gioie impegnato o venduto per sovvenire al marito in quella impresa, non si creda, che non gliene rimanessero tante da comparire ornata; un busto di lamina d'oro le fasciava la vita, seguendone i contorni naturali fino sopra i fianchi, dove le terminava, con la forma medesima delle corazze romane; nel mezzo con crisoliti, zaffiri, rubini, ed altre pietre preziose, stava configurato un giglio; il rimanente sparso di rosette composte di cinque pietruzze di diversi colori: cingeva ricca cintura, da una parte della quale era attaccata la borsa, dall'altra un pugnale: la veste azzurra, affatto simile a quella di Carlo, si vedeva trapunta di fiordalisi d'oro: ornava la corona di Contessa i suoi capelli composti in trecce minutissime, che parte delle guance e del collo le ricoprivano: Beatrice non era bella, ma alta di corpo, e maestosa: nel suo volto traspariva quella indefinita autorità, che i signori della terra derivano dai loro padri, o piuttosto dall'abitudine del comando. La gente raccolta sopra il cammino, al comparire di sì magnifica gentildonna applaudiva, ed ella con occhi scintillanti dal piacere le rendeva sorridendo cortesi saluti. Seguivano quindi i principali Baroni di Provenza e di Francia, con vesti ed arme diverse, che a descriverle tutte andremmo di leggieri a mille e più pagine, con troppo gran danno dei nostri editori; poi l'esercito diviso in drappelli di bella mostra, ognuno dei quali condotto da un Cavaliere di assai buon nome nella milizia.

¹ Cuopron di manti lor li palafreni, Si che duo bestie van sull'una pelle: O pazienza, che tanto sostieni!

In questa maniera procederono fino a Baccano: quivi incontrarono duecento armeggiatori coperti di zendadi azzurri, trapunti a gigli d'oro, montati sopra cavalli di un solo colore. Con la faccia rivolta all'esercito veniente stettero immobili, finchè non fu avvicinato a tiro di balestra: allora spronarono precipitosi con l'aste basse, come se volessero assaltarlo: ma ad un tratto si fermarono e súbito dopo si divisero, figurando una battaglia d'infiniti duelli: ricambiati alquanti colpi, alzarono le lance, ed offersero un lungo viale di armi intrecciate; poi tornarono a mescolarsi, e quale usciva, qual rientrava; alcuni correvano dal lato manco, altri dal destro, e si avviluppavano e si aggomitolavano, ch'egli era un brulichío, una confusione maravigliosa a vedersi: ad un segno dato, in meno che non si dice, comparivano ordinati in ischiere quadrate, piene e vuote, in fila disposte lungo la via, o in drappelletti traversi: quindi nuove giostre, nuovi greppi, e sempre vaghi, e sempre varii a vedersi, che forse di tali non se ne sono ancora eseguiti nei nostri balli moderni tanto vantati.