La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 23

Chapter 23 2,042 words Public domain Markdown

«L'hai? Dunque è finita per me; io non devo mostrarti più questo mio volto; perdonami la colpa involontaria di averti dato la vita, come io ti perdono il fallo meditato di averla maledetta. Là nelle mie stanze, nascosta ad ogni vivente, lascerò logorarsi nella fame un corpo, che ha generato figliuoli alla miseria. Da te non vo' lagrima, non preghiera; nè devi darmela, perchè tu aborri quello che la Natura ha posto per vincolo di amore tra madre e figlia:--ma per gli affanni che mi hai fatto durare, per le pene passate, per le presenti.... quando sarò morta, deh! ti scongiuro, figliuola, non venire a rimproverare la tua vita alla mia polvere,--lasciala dormire in pace.... ossa delle mie ossa, non mi perseguitate nel seno dell'eternità!»

E qui la Regina Elena si allontanava. Yole agitata da fiera convulsione stese le braccia co' pugni chiusi, e stirò la persona, levandosi su l'estreme punte dei piedi; il bianco degli occhi orribilmente dilatato non aveva più pupilla, che tutta le si era nascosta nel ciglio,--solo una reticella di vene sanguigne che lo sforzo aveva fatto comparire: era sua intenzione richiamare la madre, ma il detto non potè uscire intero dalla gola ingrossata; appena con istento infinito suonò come singulto. La Regina non comprese quell'accento, e continuò suo cammino: Yole disperata di potere farsi intendere con la voce, ricorse alle mani; pure se le fu concesso stendere le braccia, non potè articolare le dita, e fare l'atto che richiama, però che la convulsione gliele teneva serrate in tanto aspra maniera, che le unghie le si erano fitte in mezzo delle palme: ritentò con la voce.... miserabile racconto! così duramente le tornò respinta nel petto, che vi mormorò roca, confusa, soffocata, come il bramito di fiera, o come cigolío di cosa che si rompe: la tensione dei nervi si convertì in languidezza, le palpebre superiori rovinarono su le inferiori;--Gismonda la raccolse tra le braccia.

Dopo molto tratto di via, Rogiero seguendo i passi della fidata sua scorta giunse all'albergo; imperocchè, a quel modo che ci racconta Omero delle navi di Achille e di Aiace, le capanne di Drengotto e di Ghino fossero lontanissime l'una dall'altra, e situate, in segno della costanza dei loro signori, alle estremità di quelle dei masnadieri. Infatti essi sopra tutti i compagni spregiavano i pericoli; il primo per la indifferenza del bene e del male, principale distintivo della sua indole; il secondo per una certa sicurezza tranquilla, che suole accompagnare le anime veramente grandi. Entravano. Ghino, poichè ebbe suscitato il fuoco, si accostò a Rogiero per aiutarlo a levarsi l'armatura: questi vergognoso ricusava; ma insistendo il cortese albergatore, lasciò fare. Ghino a mano a mano che ne sfibbiava i pezzi, attentamente li considerava, e parte come buoni lodava, parte riprendeva di alcun difetto, mostrandosi in questo finissimo intelligente, e pratico molto. Rogiero girando gli occhi d'intorno la capanna vide un'asta lunghissima, che per essere più alta della parete era stata posta trasversalmente tra i due angoli; maravigliando forte della grossezza di quella, come vago di sapere domandò: «Cortese albergatore, di grazia, è l'asta del Re Artù cotesta che conservate in quel canto?»

«Visse un uomo in Italia che soleva trattarla nella sua fanciullezza, come il pastore maneggia il vincastro; egli vinse con essa più d'un torneo, ed abbattè più di un cavaliere in battaglia. Questa sola mi rimane del retaggio dei miei padri,--ella è la lancia del mio genitore: anche io un tempo la palleggiai,--adesso comincia ad essere troppo grave per le mie membra affralite.»

«Che Dio vi aiuti! affralite! Parmi che degli anni voi non potete giungere oltre i quaranta.»

«Sono i soli anni, quelli che indeboliscono il corpo?»

«È vero... ma, in cortesia, perchè quel _pennoncello_ bianco ne cuopre la punta?»

«Perchè vi si conservi vermiglio un sangue, che da più anni vi sta sopra rappreso.»

In questo punto si fece udire il lamento di una remota campana, che suonava per la prece che i Cristiani sogliono nell'ore della notte recitare per le anime dei loro morti: Ghino ne raccolse i tocchi concentrato, come lo annunzio di disastro avvenuto, poi disse a Rogiero: «Bel Cavaliere, vi chiedo perdono se per un momento vi lascio senza compagnia, perchè m'è forza recitare alcune mie orazioni.»

«Che! avreste voi cosa per pregare, o per ringraziare il Cielo?»

«Io nulla chiedo per me; qualunque ventura mi sia mandata, o lieta, o trista, chino la faccia rassegnato: ma io prego per la pace dei miei defunti.»

«E credete voi che possa loro giovare la preghiera dei vivi?»

«Lo credo; e quando anche non giovasse a loro, varrebbe per rammentarli a me. Un padre ucciso a tradimento vuolsi richiamare alla memoria almeno una volta al dì.»

«Dite il vero; io pregherò con voi, benchè per rammentare la morte di mio padre non reputi necessaria la preghiera.»

«Voi pure lo piangete defunto!»

«E ucciso co' maggiori tormenti che possano immaginarsi da mente infernale.»

«_De profundis clamavi_» disse Ghino inginocchiandosi innanzi una immagine, ove molto ferventemente per lungo tempo orò, tenendo celato il volto nelle mani. Quando si rilevò, i suoi occhi apparvero lagrimosi, ma la passione che gli aveva sforzati al pianto era ormai trapassata: allo improvviso, come se la preghiera fosse stata una parentesi, tornando sopra l'ultimo discorso domandò a Rogiero: «Lo avete voi vendicato?»

«No.»

«Me ne duole.»

«Nell'anno che viene, se mai ci sarà dato incontrarci su la terra, spero che potrò rispondervi in altra maniera.»

«_Amen_, bel Cavaliere.»

Sebbene i nostri eroi non sieno affamati quanto quelli di Omero¹ per doverli, come egli ha fatto, mettere tre volte a cena in una stessa sera, nondimeno, od ora o poi, convien pure che ce li poniamo. Ghino, imbandita la mensa, porse da lavarsi a Rogiero, ed egli ancora data acqua alle mani gli si assise di faccia. Le vivande non furono molte, nè ricercate; una grù arrostita fino dalla mattina bastò a saziare ambedue. Se ad alcuno dei nostri lettori non piacesse il cibo, incolpi i tempi dei quali trattiamo. Il mondo da quel giorno in poi procede assai variato in tutte le cose, tanto piccole, come grandi: i falconi, gli sparvieri, i moscadi, e simili, tennero in gran pregio, ed imbandirono su la mensa dei grandi signori; ora gli spregierebbe il più vile accattone che abbia mai limosinato per amore di Dio. Quello che merita andare osservato si è, che tutte le generazioni si accordarono nel diletto di tracannare del vino, cosa che fa meno il suo elogio quanto quello degli uomini, i quali hanno sempre amato di stolti diventare ubriachi, e viceversa _per omnia sæcula sæculorum_.

¹ Ulisse e Diomede sono gli eroi omerici che fanno mostra di tanto appetito nel 9 e 10 dell'Iliade.

Mentre così sedevano a mensa, Rogiero venne in un pensiero, e tanto vi si internò, che dimenticando il mangiare rimase immobile: Ghino, poichè lungamente stette a considerarlo, ruppe alla fine il silenzio, e favellò: «Bel Cavaliere, se la mia domanda non vi riesce indiscreta, vorrestemi dire a che pensate con sì grande attenzione?»

«Messer Ghino,» rispose Rogiero esitando «molto volentieri vi compiacerei della richiesta, se non temessi divenirvi importuno.»

«Non vi rimanete per questo; dite pure francamente, che nessuna cosa può derivare da voi, che molto non sia per piacermi.»

«Io pensava, come un gentile Barone, qual voi mi sembrate, possa dilettarsi di tale mestiere, che la gente concorda a chiamare infame; e mi pareva che voi non foste nato per questo.»

«Voi avete indovinato giusto:--io non sono nato per questo; nè punto discordo con la gente a chiamare il mio mestiere infame, quantunque conosca, che se a questa gente fosse detto: chi senza peccato scagli la prima pietra,--nessuno tra lei sarebbe sì grande imprudente da osarlo: aborro i masnadieri che mi circondano, e mi trovo unito necessariamente con loro. La fortuna mi aveva dato larghezza di averi, e un nome illustre; le mie facoltà sono convenite in miseria, il mio nome in obbrobrio. Voi potete considerare in me uno scherzo della fortuna, o, meglio, uno avanzo della persecuzione, ch'io sono Ghino di Tacco dei Grandi di Siena.»¹ «Voi Ghino di Tacco, il famoso masnadiere!» esclamò Rogiero, levandosi in piedi.

¹ Ghino di Tacco non è una invenzione fantastica, ma un personaggio rigorosamente storico, come il lettore potrà conoscere, se gliene prenda vaghezza, dai Comenti di Benvenuto da Imola, e del Landino, al canto 6 del _Purgatorio_, dalla Novella II, Giornata decima, del Boccaccio, e dalla storia di Girolamo Gigli.

«Ghino di Tacco Monaceschi dei Pecorai da Torrita;» senza punto commuoversi rispose Ghino «voi avrete sentito favellare di me strane novelle: so che la plebe matta mi dipinge come gigante di terribile aspetto, di cuore senza pietà; so che le femmine adoperano il mio nome per ispaventare i fanciulli, e fargli star cheti, non altramente ch'io fossi la _tregenda_, o la _versiera_, perchè suona antico quel detto, che gli uomini quando perseguitano non si contentano di fare infelice il loro simile, ma lo vogliono infame: questo è il meno;--parvi ch'io sia tale da curarmi del biasimo, e della lode?»

«Io ho inteso rammentarvi sovente, come cavaliere valoroso nelle armi, e più d'uno si dolse in mia presenza della necessità, che vi ha spinto a cosa, che voi non amate di certo.»

«Sieno grazie a quei discreti. Nello stato di guerra in che io mi trovo contro la società, mi studio a seguitare più che mi riesce possibile il precetto di far del male meno che posso: se nel correr le strade incontro qualche valente uomo povero, lo soccorro; se scolaro, gli dono danari onde si compri libri, e gli raccomando a bene applicarsi, perchè amo il mio paese: ma il cherico dovizioso, il nobile superbo, devono pagare il riscatto; mi hanno tolto tutto, bisogna pure che qualcheduno mi mantenga: essi tentano uccidermi, e fanno il loro dovere; io non gli uccido, ma ne ricavo danaro, e faccio il mio; se vogliono la pace, io pel primo depositerò le armi: intanto, se è vero che la ricchezza dei pochi faccia la miseria dei molti, io giovo alla società quando anche la guerreggio.»

«Certo, molto perdè Siena quando la abbandonaste.»

«Non l'abbandonai, bel Cavaliere; ne fui cacciato.»

«Dunque non rimane speranza che voi possiate tornare buono e leale cittadino?»

«Nessuna. L'ingiuria è maggiore del perdono. Piacevi ascoltare la storia delle mie avventure? Ella non è lunga, sebbene terribile quanto altra mai accadesse nel mondo.»

«Io la terrò, messer Ghino, per la più alta cortesia con la quale mi abbiate onorato.»

«Là su le sponde dell'Arnia, ove Farinata degli Uberti, il magnanimo Cavaliere, vinse i suoi nemici, e la causa loro distinse dalla causa della patria,--che quelli amò morti, questa potente,--solleva le sue umili torricelle il mio castello di Torrita. Non lontano da noi giacciono i ricchi poderi e i superbi castelli dei Conti di Santa Fiora,--orgogliosi! che gonfii di umane ricchezze stimano non albergare virtù in povero stato, ed ogni loro potere dimostrano in far male, che questo reputano signoria,--essere gentile e cortese, debolezza. Tacco mio padre, l'uomo che giocolava con quell'asta là, tutto inteso a conseguire fama di virtuoso Cavaliere, quantunque assai minore in facoltà dei Conti di Santa Fiora, molto si studiava a soccorrere i miserelli del vicinato, riparare i torti, e ricondurre la pace laddove si era del tutto partita: quando gli veniva fatto passare pel borgo, udivasi gridare di bocca in bocca! _accorrete a vedere il Cavaliere_,--ed ecco un recarsi di donne alle finestre, di uomini su gli sporti delle botteghe con la testa scoperta, e di giovanetti che gli si affollavano intorno per baciargli la mano; egli, non che essere infastidito di quella scena, assai se ne compiaceva, e a quale di quei fanciulli batteva leggermente delle dita su le guance, e a quale altro spiegava sul capo la sua mano terribile, come branca di lione alla tutela dei proprii figli; spesso fu visto lagrimare di tenerezza, più spesso intesero dirgli:--Signori scudieri, perchè allontanate da me quella gente? avete voi a male che mi vogliano bene?--Talora sul tramontare del sole, vestito di un giustacore di pelle, sopra povero ronzino si metteva traverso la strada, e chiunque passava, a nome di Tacco da Torrita suo padrone, pregava ad accettare per quella notte albergo al castello; poi sè stesso per signore godeva manifestare, e l'ospite, se era povero, secondo il suo avere mandava contento.