La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 22
Eccoli giunti sul luogo, eccoli indietreggiare per meglio lanciarsi, eccoli spiccare il salto. Ora andate a negare che un destino inevitabile si compiaccia farsi burla degli umani disegni; il buon Maestro, che ogni supplizio avrebbe preposto all'affanno di sentirsi tuffato nell'acqua, che tanto deliberato si era allestito a combattere, che considerando la mole del suo corpo aveva spiccato tal salto da disperare i più destri, mentre ha posto sopra la galera nemica tutta la pianta del piede, fatalmente percuote col tacco (che in quei giorni costumavano altissimi), e riverso a gambe levate rovina nelle acque: grande fu il tonfo ch'ei fece, e gli spruzzi salirono fino su le coperte delle galere; il malarrivato, giunto a capovoltarsi, sbuca con la testa dalle acque urlando da spiritato: «Arnault! Gorello! calatemi una fune, che annego senza misericordia;--Arnault, fa presto, o Maestro Armando serve di cena ai pesci:--Arnault! Gorello! Gorello! Arnault! oh Dio! non mi rispondono:--Monsignor Conte! lasciate un po' di menare cotesta accétta, e venite a soccorrere il povero Maestro Armando;--oh Monsignor Conte!--ehi! dico a voi, Conte.... nè pur egli vuole sentire:--bella cortesia lasciare così sommergere un'anima cristiana;--nè pure se fossi pelle di cane!--almeno si trovasse qui meco prete, o frate, che mi acconciasse alla meglio!»
Un nuovo colpo di mare lo spinge sotto, e lo avvolge per molto spazio, cacciandogli in gola grande quantità d'acqua, che il povero Maestro ne stette per morire senz'altro; ma alla fine tornò a galla con gli occhi sanguigni quasi fuori dell'orbita per lo sforzo del vomito, urlando: «Ohimè! che amaro, ohimè!--aiuto! oh Conte indiavolato!--ogni volta che ho trasportato balle di panno, se mi accadeva traversìa, gittava le balle, e mi salvava; e voi, Monsignor Conte, che non ho gettato, in così fatto modo meco vi comportate? anzi mi tenete in mare, e senza pietà consentite che anneghi? Oh avessi io sempre portato panni _franceschi_! Che dirà il compare, cui aveva promesso recare vino di Sicilia?--dirà, che mi sono lasciato morire per non mantenere la promessa. Bella figura da Conte! in verità non fareste un piacere col pegno in mano.» E molte altre cose aggiungeva parte burlevoli, parte disperate, che noi lasciamo come troppo prolisse; imperciocchè gli venisse fatto di appigliarsi alle commettiture delle tavole della sua galera, e quivi assai tempo con tanto maravigliosa forza attenersi, che vi lasciasse la impronta delle dita.
Gorello, più felice del suo compagno, almeno nel salto, giunge a salvamento sopra la galera siciliana, e a prima giunta da con la mazza d'arme sopra la testa di uno che gli si parava minaccioso dinanzi, e dal sommo dell'orecchio destro gliela fende traverso la guancia fin sotto il naso: un occhio dello infelice schizza fuori dalla fronte, l'altro gli s'infossa; cade mandando un gemito; nella caduta alza le mani per portarle alla ferita, ma non giunsero alla metà dell'atto, che la morte gli scioglie le membra, ed egli percuote su la terra cadavere. Gorello lo calpesta, e passa, nè va molto che s'incontra con un giovanetto, il quale, veduto quel colpo, andava per vendicarlo: meglio per lui se non si fosse mosso, o avesse avuto meno carità, o più valore; perchè mentre solleva la spada, e grida--sei morto,--Gorello tanto rabbioso gli mena dell'accétta nel ventre, che più di mezza vi penetra, e quando la trasse a sè, gl'intestini si rovesciarono giù penzoloni per l'anguinaia e per le cosce: il giovanetto urlando smanioso, raccolse con ambe le mani le viscere, e si dette a fuggire; andava veloce, ma la morte lo raggiunse in due passi; stramazza, e l'anima si parte pel luogo del premio o della pena, piangendo il _fiore della perduta gioventù_.
Molte e più altre furono le ferite che dette Gorello, le quali non descrive lo scrittore che dei presenti fatti ci dà contezza; imperciocchè, essendo egli in quella fierissima notte allato di Carlo, non potè tutte vederle, in parte preoccupato nella propria difesa, in parte impedito dalle tenebre che di tratto in tratto succedevano al bagliore dei lampi: egli si restringe a dire che Gorello non mutò passo senza dar colpo, e a questo ci restringeremo anche noi.--Ma poichè, aggiunge lo Storico, i nostri tempi non sono più quelli del buono Re Artù, nei quali le fate donavano gli scudi incantati perchè Lancillotto vincesse il Castello della Guardia Dolorosa¹, Gorello versava sangue da molte parti del corpo, onde, sentendosi scemare la lena, e crescere le percosse, tentò di porre le spalle al maggiore albero della galera, e quivi difendersi, finchè gli reggessero i polsi; gli venne fatto il disegno, e lì menando in giro l'accétta potè ancora per alcun tempo tenere gli assalitori lontani; mentre però essi s'ingegnano circondarlo intenti a finirlo, egli inciampa in un cadavere, e cade; l'avrebbero adesso agevolmente posto in brani, se il Cielo, che lo serbava a più atroce destino, non lo avesse soccorso con mirabile caso: puntellando il pugno su la faccia del morto giunge a rilevarsi in ginocchio; ora un Siciliano che gli stava al fianco destro, desideroso di trapassarlo, abbassa il braccio armato di pugnale, e con esso la persona; il ferro male assestato lo coglie alla tempia, e di un taglio poco profondo lo incide fino alla mascella. Avete mai considerata la rabbia degli uomini? Il detto comune la paragona a quella del tigre; ciò non è già perchè la uguagli, ma perchè tra le rabbie delle bestie non se ne trovi altra che le si accosti, benchè alla lontana, come quella del tigre:--l'uomo è unico, profondamente terribile in tutte le cose.
¹ Questa è una bellissima avventura narrata nel Cap. 38 e seg. del raro libro della _Tavola Rotonda_
Con rabbia sì fatta che non ha paragone, Gorello afferra il braccio del feritore, e glielo stringe in guisa, che i tendini costretti non possono fare articolare la mano; poi glielo torce nel seno, e lo forza a ferirsi; l'ucciso, che uomo di vastissime membra era, piomba addosso a Gorello, lo copre della propria persona, e fa che nuovamente giaccia disteso per terra: questa ventura fu operata in un punto, così che un altro che teneva alzata l'accétta per trucidare Gorello, di piena forza la vibra nelle spalle del morto compagno.
Intanto Carlo, che dal momento in cui vide Gorello con tanto felice audacia lanciarsi su la galera nemica sentì pungersi d'ira, di vergogna, e del nobile desiderio di porgergli soccorso, considerando che col modo fin lì praticato non sarebbe riuscito in nulla, chiamò ad alta voce: «Sire Gilles, andate, ed avvertite da nostra parte Michaux, Labrodérie, e quanti altri potrete raccogliere in fretta, e ordinate loro che si rechino tosto qui presso di noi.»
Sire Gilles si avvia velocissimo; Carlo, ritraendosi un poco, per essere meno impedito si cava le manopole di ferro, i bracciali, e gli schinieri, quindi torna al suo posto. Accorrevano i Cavalieri chiamati, e il Conte di Provenza così brevemente gli ammoniva: «Baroni, il timoniere della nostra galera già si lanciò su la nemica con raro esempio di ardimento e di valore: ci lasciammo rapire una bella gloria; ma da che non c'è più dato di conseguire la prima, acquistiamo almeno la seconda col dar soccorso al nostro prode fratello di armi.»
Profferita questa breve orazione, gli si restrinsero attorno; e quando venne il destro, ad un cenno si lanciarono tutti gridando: _«Mongioia! Mongioia!»_ Come il destino volle, quantunque non si fossero al pari di Carlo alleggeriti, pervennero a salvamento sopra il legno avversario. Quella massa di uomini con tanto impeto balzata percosse d'irresistibile urto i Siciliani, che di súbito indietreggiarono: ripreso coraggio, si spinsero con nuova ferocia su i Francesi che cominciarono a piegare, e cedendo cedendo giunsero in parte, ove poco più che fossero andati oltre trovavano certissima morte nel mare. Di rado avviene che l'uomo, posto tra la difesa disperata e la morte, non vinca la prova. I Francesi ricuperarono, sebbene a fatica, lo spazio perduto: tanta era la pressa, che non solo non potessero adoperare le mazze d'arme per taglio, ma nè di punta. Fu un urtarsi, uno spingersi e respingersi, piuttosto che ordinata battaglia. Carlo, uomo ardito, lasciando allo improvviso l'accétta, afferra il suo avversario alla strozza, e stringe si duramente, che lo getta morto per terra: qualcheduno dei più forti dei suoi compagni ebbe lo stesso pensiero, e gli venne fatto, perchè i Siciliani non dubitavano di questo modo di combattere; qualche altro avendo il pugnale l'adoperò: allora i nemici si ritirano, e sentendosi la più parte feriti esitano a dare nuovo assalto. Questo istante di dubbio decise la battaglia, imperciocchè i Francesi avendo spazio da maneggiare le accétte, in che erano valenti, gli ridussero in breve a chiedere i quartieri, che per comando di Carlo furono prestamente concessi.
Queste cose accadevano allorchè Gorello, quasi sepolto sotto la mole carnosa del suo nemico ucciso, scampò come per miracolo dalla morte. Quegli che dette il colpo, invece di pensare a rinnuovarlo, cheto cheto lasciò l'accétta confitta nel corpo del morto, e favorendolo l'ombra si recò in altra parte per salvare la vita.
Carlo ottenuta la vittoria, per quella specie di affetto che hanno i valorosi tra loro, come se fosse di ogni altra cosa dimentico si dà con molta premura a chiamare Gorello. Gorello, udita la voce, risponde: «Monsignore, in cortesia, sgombratemi da questo morto che tenta vendicare col peso la vita che gli ho levata.»
Carlo getta da parte il cadavere, e porgendo la mano a Gorello l'aiuta ad alzarsi.
«Siete voi ferito?»
«Sì, Monsignore, e in più parti, ma non mortalmente, spero.»
«Ringraziato Dio e San Martino di Tours! Desiderate essere trasportato su la nostra galera?»
«Desidero che si cerchi di Maestro Armando; egli mi è stato compagno nella impresa, ma non l'ho più veduto al mio fianco.»
Carlo ordinò che se ne facesse ricerca; poi vôltosi ai Siciliani, che se ne stavano prostrati, disse loro: «Alzatevi, voi avete fatto quello che è conceduto ad un uomo vivente di fare; voi non meritate questa umiliazione, e tolga Dio che noi abbiamo pensiero di darvela: la fortuna vi ha vinto, ma noi pregiamo la vostra prodezza, e vi ammiriamo; se tutti i vostri compagni somigliano a voi, ardua sarà la opera alla quale ci ha chiamato il Vaticano, ma degna di un figlio di Francia; così gloriosissima riuscirà a noi la nostra vittoria, e la sconfitta senza vergogna.--Ora procuriamo scampare dalla procella che tuttavia imperversa; guidateci voi, che io fido nella lealtà vostra, perchè i valorosi non furono mai traditori. Si chiami l'Ammiraglio.»
Così parlava Carlo, e Dio sa, che gli vedeva il cuore, con quanta simulazione. Quello che certo si è, egli non si sentiva punto disposto a lasciarsi condurre dai vinti, e già aveva detto a Gorello: «Voi sarete il Maestro;» ma come pratico delle cose del mondo, sapeva che quando non si può adoperare la diffidenza armata (che è la meglio), non rimane altro che la ostentazione della sicurezza; ed in fatti quella sua mezza vittoria non lo poneva in istato di deporre ogni timore intorno l'ardire e la forza dei nemici.
«Ecco l'Ammiraglio!» grida la ciurma; e si odono pel buio più persone che s'incamminano alla volta di Carlo.
«Io depongo ai vostri piedi la spada,» favella un uomo sommessamente «e vi prego, glorioso signore, a ricevere l'omaggio della mia fedeltà.»
In questo un baleno rischiara la scena; Carlo, con una mano sopra la spalla di Gorello, contornato da molti Baroni, faceva atto che allo Ammiraglio si restituisse la spada; questi tutto umile solleva la faccia per dimostrargli la propria riconoscenza, o piuttosto per fingergliela.... «Vendetta di Dio!» urla spaventosamente Gorello, e con furia rovinante respinge il Conte. Un buio profondo succede al bagliore: si ode un cadere, un rotolarsi sopra l'intavolato, un gemere.... Sopraggiunge il lampo....--spettacolo di delitto! Gorello con orribile ansietà, con le ginocchia puntate sul ventre dell'Ammiraglio siciliano, lo tiene con la manca stretto alla gola, e con la destra armata di coltello gli squarcia il petto dal lato del cuore. Torna la tenebra,--un susurro si diffonde su la galera; ogni uomo si accosta al vicino, e vi si appiglia tremando.--Torna il lampo....--Gorello, aperto il seno dell'Ammiraglio, gli aveva tratto il cuore, e con diabolico anelito vi soprapponeva le labbra,--per baciarlo, o per divorarlo?¹ Gli atterriti spettatori mandano un grido acutissimo, e l'oscurità cela nel suo profondo il misfatto. Forse l'Eterno stanco di più sopportare vibrò il fulmine rovente dell'ira a disperdere quel naviglio insanguinato. Colui che non ha veduto, come noi abbiamo, scoppiarsi appresso la folgore, non legga più oltre; la sua anima, per quanto caldissima nell'immaginare, non potrebbe mai concepire, l'arcano del terrore; colui che lo ha visto, richiami alla mente la sensazione che provo in quel momento, e questa, più che le nostre parole, varrà a dimostrargli qual fosse il caso che descriviamo. La folgore percosse l'albero, e parte n'arse, parte spezzò; poi in mille lingue infiammate si diffuse su la coperta, che apparve ad un tratto allagata di fuoco; procedendo oltre si divise in minutissime scintille, che, trovando intoppo al loro cammino nelle parti della galera, con impeto maraviglioso la lacerarono, lasciando aperta la via alle onde agitate:--nessuno tra i viventi sarebbe bastevole a sostenerne il fetore opprimente, e lo strepito straziante; pensisi che sia per diventare allorquando vi si aggiunge la vampa che abbrucia i capelli e la carne, e toglie affatto il vedere. Francesi e Siciliani, gli uni su gli altri traboccarono privi di sentimento. Nè per noi sarà passata sotto silenzio la fine miserabilissima di Gorello: il troncone dell'albero, rotto dalla veemenza della saetta, precipitando a basso lo colpisce a mezzo la vita, gli fiacca la spina del dorso, e vi rimane immobile; l'infelice volendo sottrarsi alla intensità dell'angoscia stende le braccia in cerca di un oggetto, dove potersi con le mani aggrappare, e levare di sotto; raspando, raspando, le dita gli si stracciano inutilmente;--su le tavole stanno impresse le tracce sanguinose della impotenza disperata: pareva una serpe che rotta nella schiena agita la parte anteriore del corpo, mentre la posteriore già morta giace inviluppata nella polvere: quivi l'agonia lo sorprese, quivi la morte, ed egli esalò l'anima dolcemente sul cuore dello scellerato Drogone.
¹ Il fatto che qui si racconta non è unico nelle storie degli uomini. L'Archenoltz nel Cap. 5. della sua _Storia dei Filibustieri_ narra un fatto eguale commesso dall'Olonese contro del suo mortale nemico.
La galera abbandonata empivasi d'acqua per cento fessure; la gente, per quanto sforzo vi avesse adoperato, non sarebbe venuta a capo di salvarla; non potendo soccorrerla, fu sentita gorgogliare, come cosa che s'empia, dipoi barcollò un momento, e si sommerse: i flutti che si erano aperti per accoglierla nel profondo, si riunirono mormorando: ella affondò non altramente che piombo in acque grosse.¹ Ogni cosa scomparve: valoroso e codardo, giusto e colpevole;--la gloria dell'oceano prevalse nel fremito della vittoria.
¹ Submersi sunt quasi plumbum in aquis vehementibus. (_Esod_., 15.)
Così le tracce del misfatto furono rimosse dalla vista degli uomini; ma dettate nel singulto della agonia, ma scritte col sangue dell'innocente, stettero incancellabili nel volume eterno della giustizia di Dio.
CAPITOLO DECIMOQUARTO.
LA TESTA DEL GIUDICE INIQUO.
Signor, far mi convien come fa il buono Sonator sopra il suo strumento arguto, Che spesso muta corda, e varia suono, Ricercando ora il grave, ora l'acuto. ORLANDO FURIOSO.
Lui fortunato! negli estri della mente divina seppe variare le corde dell'arpa, e piovere celeste voluttà sopra i suoi versi immortali. Leggiadro come il segno dell'alleanza di Dio, scherzoso come la farfalla sul prato, lieto quanto il saluto dell'amante, guardò le cose terrene traverso la luce della sua felice allegrezza; libò il mèle dai fiori, le piante velenose o per istinto singolare schivò, o sopra le sue labbra si tramutarono in dolcissimi succhi.--Ahimè! chi privo dei conforti della immaginazione dal ventre della madre fu abbandonato nell'angoscia del mondo, e volgendosi agli anni della sua infanzia non trova luogo dove il pensiero goda riposarsi un istante, e la più parte delle notti della sua bella giovanezza passò seduto su le fosse che chiudono le generazioni della polvere per meditare intorno alle sciagure e alle colpe,--e pianse di essere uomo,--e rise di essere mortale,--e al turpe sentimento di andare composto di creta porse la faccia nel fango invocando eterna la tenebra sul creato per celarvi dentro la propria vergogna,--chi tale nacque, non osi stendere la mano sull'arpa dell'armonia; le corde si spezzeranno sotto le sue dita, quelle del misfatto e del dolore accompagneranno soltanto la sua voce lugubre:--non lauro di poeta, ma cipresso nudrito di lacrime sarà la corona della sua testa, l'odio della gente la sua ricompensa, la esecrazione l'applauso; maledirà, e verrà maledetto.
O anime innocenti, che vagheggiate dal sorriso dell'Eterno, tratte dalla lusinga dell'amore godete affacciarvi alla vita, e tutte esultanza intendete ad una aurora di cui non vedrete mai il sole, nè badate alla bufera che vi minaccia alle spalle, vivete,--vivete nelle beate illusioni di un tempo che passa; non guardate queste mie carte, non le toccate, che grondano sangue!--La pace del mio cuore è distrutta, ma io non amo distruggere la vostra; lasciatemi nella solitudine dei miei tormenti:--che potrei darvi in ricompensa della gioia perduta?--la scienza?--Adamo cibò il frutto fatale, e seppe che doveva morire;--ecco la scienza dell'uomo!--Povera creta animata, come amari sono i giorni che trascorri su la creta inanimata!
È Yole!--Vedetela, a passi lenti e tardi cammina pe' viali del giardino; le posa una mano sul cuore, l'altra le pende giù abbandonata pel fianco; il suo volto apparisce candido quanto il velo verginale che le ricopre il seno, ma solamente candido:--Vergine benedetta! i suoi occhi splendono lucidi come vetro, le palpebre immobili per così lungo spazio, che ogni uomo che le avesse vedute sarebbesi maravigliato come potessero tanto lungamente durare in quella situazione;--la pupilla gelata. Che guarda la misera? Nessuno oggetto di questa terra. Le facoltà di quel senso sembrerebbero morte, o sospese, se non che a poco a poco una lagrima si forma nella cavità inferiore, e sgorga con incerto cammino giù per le guance, quasi in testimonio dello affanno che la sua anima non ha potuto contenere. Da lontano la seguono cautamente Gismonda e la Regina Elena. Povera infelice! allo annunzio dell'avventura di Rogiero cadde svenuta tra le braccia materne, ed ecco come ritorna alla vita. Ella pensò che avessero udito il loro colloquio di amore, temè che lo avessero ucciso, e le fibre dilicate del suo cervello piegarono sotto il peso della angoscia: ora le volano traverso lo intelletto mille rimembranze interrotte, in nessuna delle quali può fissare il pensiero; onde ne nasce una vicenda vertiginosa, un roteare confuso, che la percuote con sensazione di fastidio, simile a quella di colui che s'ingegnasse con ogni sforzo di ritenere nelle mani alcuna cosa sdrucciolevole, nè per quanto si affaticasse pervenisse mai a ritenerla: ora le immagini dei suoi timori le appariscono come eventi, che si operino alla sua presenza:--affretta il passo, muta la via, ma nè per accelerare di quello, nè per variare di questa può fuggire lo inganno della sua mente traviata;--come talora premendo il cuore sul letto del nostro riposo ne sembra tra i sogni di vederci inseguiti da un demonio indefinito e terribile, e di fuggire, e fuggire, e ad un tratto stramazzare:--tenti rilevarti, ma le membra son fatte di piombo; nondimeno ti alzi su le ginocchia, prosegui la fuga carponi, finchè torni a mancarti la lena,--e ti rimani immobile come pietra;--intanto senti alle spalle il fragore dei denti, lo ardore delle narici infuocate, e la pelle graffiata dalla branca infernale;--la natura non può sostenere strazio sì fatto, ti svegli impaurito, bagnato di sudore stendi le mani; conosci che fu sogno, e un gemito di conforto ti si discioglie dal profondo del petto.--Il passato per Yole è divenuto una nebbia, il futuro una tenebra; rammenta un amore, un sembiante, un pericolo, ma slegati, e senza séguito tra loro: le sue idee, come le nuvole del cielo, quando imperversano due venti contrarii, ora precipitano da un lato, ora si cozzano impetuose, nè la procella che ne deriva è niente meno terribile di quella che travaglia la testa di lei.--Che cosa fa adesso l'anima, quella regina delle umane sensazioni? Perchè rimane nella creatura ch'è diventata soggetto di pianto e di riso? Si mantiene ella lucida, o disordinata quanto il corpo in cui continua ad albergare? Non vuole, o non può, riprendere l'impero su gli organi ribellati? Perchè più sublime della creta a cui sta unita si sottopone a tutte le sue modificazioni? La scienza non giunse ancora, nè forse giungerà, a svelare sì fatti misteri: ma la compassione è lungo tempo che geme su questo avvilimento della nostra schiatta infelice.--Non pertanto bellissima si avvolge Yole pei silenzii della notte, come la luna nel firmamento,--scortato dalla quale il pellegrino, poichè schivò i pericoli della via, e giunse a salvamento tra la sua famiglia, si sofferma su la soglia a benedire quel raggio benigno:--quantunque spesso varii cammino, ella si dirige a un punto determinato; qualsivoglia oggetto in che le avvenga di urtare, le si presenta come ostacolo insuperabile, onde tutta smaniosa si pone per altro sentiero; se il caso avesse fatto che per nessuna parte avesse potuto procedere liberamente, forse sarebbe morta. Andando oltre, giunse al luogo dove la notte precedente l'aveva rinvenuta sua madre; si fermò alquanto, si pose in ginocchio, si guardò attorno per ispiare se alcuno la osservasse, poi pianse sommessa: ciò fatto, raccolse un monticello di terra, si trasse di seno una Croce di pietre preziose, e ve la piantò sopra:--oh la preghiera di quella sventurata, che sospirava a mani giunte, era fervida e degna di essere intesa!--finalmente si levò, e parve volesse tornare al castello. La Regina Elena la precorse con un cuore, che se alcuna madre poserà l'occhio su questa nostra istoria potrà immaginare, perchè quei travagli possono sentirsi, non raccontarsi.
«Ben sia giunta,» diceva la Regina Elena vedendo Yole affacciarsi su la porta della sala «ben sia giunta la figliuola del mio affetto!» e le corse incontro, e la baciò in fronte. «Dove sei stata fino adesso, che ti ho chiamata tanto, e non mi hai risposto?»
«Egli è morto.»
«Chi?»
«Egli.»
«Il nome?»
Yole non risponde parola.
«Ah figlia mia! quando cesserai di straziare l'anima della tua povera madre? che ti ho mai fatto, perchè in questo modo tu voglia compensarmi? non sono io che nove mesi ti ho portato nel seno? non io che col mio latte ti ho nudrito, e il pianto della tua fanciullezza acquietato? Sfógati qui nel mio cuore; tutto farò per te,--tutto, pur che non ti veda infelice:--dove speri pietà più profonda di quella di tua madre?»
Yole tace.
«Tu vuoi la mia morte, lo vedo: ingrata! tu non promettevi di farti così feroce,--no, tu non lo promettevi; eri una volta umana, timida, pietosa,--ora come tu sei mutata! per te si consumano nello spasimo i pochi giorni che Dio mi aveva concesso; tu me li togli.... tu.... ma io non maledirò mai l'ora del tuo nascimento.»
«Io l'ho maledetta.»