La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 19

Chapter 19 1,153 words Public domain Markdown

«E allora possa essere sterminata la nostra famiglia, tolta dal numero delle cose che si rammentano. Adesso, se alcuna ingiuria molesta alla vita avessimo sofferto dalla nostra patria, anzi che cacciare il pugnale nelle sue viscere, lo cacceremmo nelle nostre. Se hai cosa che non puoi sopportare, muori; altramente, ama la vita, e sii codardo, o scellerato.»

«Conte,» riprese il timoniere; tenendo le braccia con le pugna strette, «Conte, voi parlate stolte parole. Chi siete voi che volete farvi arbitro del biasimo e della lode? Imparate, voi, cui forse destinano i cieli a governare molta gente, che per tenervi un grado seduto su le teste dei vostri fratelli, non per questo li soverchiate col sapere; che siete debole, imbecille, come essi sono, e creta, solo più presuntuoso,--imparate, dico, s'io amo la vita.» E qui furiosamente si apre la veste, e mostra a Carlo i fianchi recinti da un cilicio di ferro, che vi aveva fatto un cerchio di piaghe, dalle quali colavano alcune gocce di nero sangue, e marcioso. Carlo balza indietro atterrito, esclamando: «Cotesto è atroce supplizio!»

«Ora dunque credete ch'io tema la morte? Non vedete che ognuna di queste piaghe mi ha dato maggior dolore, di quello che abbisogni per la estinzione di un uomo? Ecco, la mia vita trapassa per sentiero di tormenti, che da me stesso mi appresto; la lascio consumare nell'angoscia; ma quando minaccia di spegnersi, mi adopro a suscitarla, perocchè ella sia deposito di vendetta e di rabbia.»

«Che cosa dunque può farti tanto crudele contro te stesso, e contro il tuo luogo natale? Qual cosa è al mondo, che possa farti conservare la esistenza malgrado la vergogna e il dolore?»

Il timoniere non dice parola.

«Una mente infiammata» prosegue Carlo «dalla malattia, o dalla passione; una morta ragione, un'anima conturbata dal furore, possono solamente concepire codesti disegni.»

«Carlo!» con voce soffocata risponde il timoniere «come vi sentite fermo di cuore? soprapponetevi una mano, e tentate se può reggere ad un racconto.»

«Noi abbiamo veduto trucidare al nostro fianco i più leali vassalli senza piangere, come senza ridere vedemmo posare sul nostro capo la corona di Provenza.»

«Non basta.»

«Noi siamo uomini; passioni soprannaturali, cercale dai demoni, o dagli angioli: nondimeno prova.»

«Lo volete?»

«Pare che la nostra volontà non possa avere grande potere sopra i moti del tuo cervello;--noi lo desideriamo.»

«Ascoltate; e poichè il mal seme della morte e del peccato non può esser distrutto nel mondo, voi che siete nato per reggerlo, traetene argomento di migliorarlo: sono certo, che non riuscirete nel vostro assunto, ma questa è la via che il Signore ha tracciato ai Regnanti della terra.--Non lontano da Napoli verso Pozzuolo sorgevano due nobilissimi castelli, fabbricati negli antichi tempi da due Baroni langobardi, allora quando Zotone venne appellato Duca di Benevento dal glorioso Re Otari, che non conobbe altro confine al suo Regno che il mare¹. Correva fama che quei Baroni essendo per antica amicizia come fratelli, insofferenti di starsene da troppo gran tratto di paese separati, gli edificassero così vicini; che le prime pietre poste nei fondamenti fossero tinte del sangue di ambedue loro; e che un savio negromante vi susurrasse sopra tali scongiuri, e vi incidesse tali _cateratte_², per cui i signori di quei castelli sarebbero stati sempre stretti di scambievole amore fino al punto in cui uno di questi odiando il compagno per _inganno_, ne sarebbe stato ucciso _contro volontà_ dell'omicida; ed allora, aggiungeva il vaticinio, i castelli sarebbero rimasti per poco tempo in piedi, essendo che lo incanto fatto col sangue cavato dalle vene in pegno di amicizia dovesse sciogliersi col sangue versato per ira. Ahi! che la profezia, in parte avverata, doveva avere in me compimento, che in me vedete lo sventurato signore di uno di quei castelli.»

¹ Narrasi di Otari, che nel 589 dopo la conquista del Sannio, dove fondò il Ducato di Benevento, traversasse la Calabria fino a Reggio, ove cavalcando tutto armato sul lido, vista una colonna nel mare, vi spronasse il destriere, e la percotesse con la lancia esclamando: quella dover essere il termine della dominazione lombarda.--Vedi Giannone.

² _Cateratte_, caratteri magici.

«Voi Cavaliere! » interruppe Carlo, facendo mostra di ossequio maggiore, che per innanzi non aveva praticato col timoniere.

«Sono una creatura che deve morire;» rispose questi tutto cruccioso «ponete mente al racconto, nè proferite parola; egli non merita essere interrotto da così abiette osservazioni.--Sapete voi come si sente l'amicizia in Italia, ove tutte le passioni tengono del calore del sole che la riscalda? L'amore di forma femminile è nulla in paragone di lei: questo desio nato da vaghezza di piacere, e mantenuto dalla fragile beltà che gli anni guastano, o distruggono, si spegne nello stesso diletto; la ragione non presiede alla scelta, spesso anzi ne adonta, e se questo non avviene in breve ora, il tempo è infallibile; con quello strumento medesimo che incide la via della morte su la fronte della donna, consuma le catene dell'anima; lo intelletto rimane liberato dalla vergognosa servitù,--ma tardi, e il pensiero dell'uomo dall'amore trapassa alla tomba, perchè ella da lunga pezza lo chiama; e quantunque non abbia posto mente alla chiamata, la sua persona sta ricurva verso la terra per abbracciarla di eterno abbracciamento: questa è la turpe vicenda di colui che arde la sua anima in olocausto alla voluttà. L'amicizia procede diversa: si ama per questa con furore, ma non a cagione di forma leggiadra, ma senza desio di diletto; sta con tutte le buone passioni, e tutte pel suo influsso diventano migliori; la donna privata di sentimento sublime sente amore o nulla; lo affetto pe' genitori, pe' fratelli, per i parenti, non può paragonarsi con questo; quali la Natura o il caso gli ha dati, sono i genitori e i parenti: gli amici, quali il cuore gli ha scelti; quando i capelli diventano canuti, e tutte le cose si affacciano alla mente come immagine di rimembranze lontane, le guance, quantunque, pallide, conserveranno sempre un rossore, l'occhio una lagrima, al nome dello amico assente, o defunto: ha l'amicizia qualche cosa di sacro, quando, perdendosi nei misteri della infanzia, due enti si trovano innamorati prima che conoscano amore, prima che la volontà eserciti i suoi attributi: ma la volontà benedice quel nodo, la ragione ne sorride. Qual cosa si negherebbe allo amico?--la vita è stimata il dono più prezioso che la Divinità faccia all'uomo, e pure credesi povero sacrifizio all'amicizia:--facoltà, comodi, pace, sarebbe bassezza profferire;--l'onore non chiede, perchè si nudre di questo: l'amico ti seguirà in ogni sventura, ti sosterrà cadente, ti rileverà caduto, sarà la tua pompa nella gloria, sostegno nei disastri; piangerà al tuo pianto.... ora mi trovo condannato a piangere solo!»

E qui abbassa la faccia, e per lungo tempo:--quando la rileva, comparisce suffusa di lagrime;--gli occhi infiammati, come se avessero durato un qualche grande sforzo per farle sgorgare;--e tremante prosegue: «Io l'ebbi questo amico,--io lo amava,--e lo uccisi!»

La faccia gli ricade sul petto, il suo respiro diventa affannoso.