La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII
Part 13
«Messer sì....» soggiunse Riccardo. «Raccontano molti, e l'ho inteso sovente dalla propria bocca di mio padre, buona memoria, che rammentando i morti dopo la mezza notte sogliono talvolta apparire.... ma io non ho paura.... io.... E perchè dovrei averne?... per quanto mi venne dato, l'ho servito fedelmente sempre, in vita o in morte. Quantunque comprendessi benissimo, che la preghiera di un pover'uomo come sono io possa poco o nulla giovare alla grande anima di uno Imperatore, pure per quello che può valere le ho detto, e le dico la mia orazioncella. Insemina, se ora comparisse in mezzo di noi, io non avrei paura.... no, non avrei paura....» e tutto timoroso si guardava d'intorno. «E voi, messere il Principe?»
Manfredi non potendo più sopportare quelle parole, si fece alla porta, guardò il cielo, poi chiamò i compagni e disse: «Mi pare che si metta al buono.»
«Certamente si mette al buono;» rispose Riccardo «tra mezz'ora non cade più pioggia.... ma vedete come è mutato il vento!... come tirano di lungo que' nuvoloni neri neri!--La tempesta va verso Napoli.... Pazienza! là si trovano tanti buoni Santi, che ne avranno cura; ma qui non c'è prete che valga a esorcizzarla. Guardate in là, messere il Principe, come fa chiaro. Oh! ne abbiamo avute ben altre di queste nottate con l'augusta Serenità di vostro....»
«E sarebbe bene, Riccardo, che voi andaste con un po' di strame, se ne trovate, altrimenti col mio mantello, ad asciugare i cavalli.»
«Parvi, messere il Principe? il vostro mantello del più bel verde _cambraio_, che io abbia visto al mondo! il mio fa più al caso di quelle povere bestie.... eh! hanno fatto un bel fare.... e poi il mio mantello è più asciutto del vostro, farò con questo.» E così dicendo Riccardo andò per quello che gli aveva comandato il suo signore.
Manfredi facendosi presso ai Capece, che se ne stavano ristretti intorno al fuoco: «Prodi cavalieri, e dilettissimi amici miei,» disse loro «io vengo a togliervi fino il piccolo conforto di asciugarvi le vesti: vedete che si guadagna a seguitare la fortuna del profugo! Tra poco torneremo a cavallo.»
«Principe, noi ci professiamo pronti a lasciare la vita per voi.... le spose e i figli abbiamo di già lasciati.»
«Io per me spero che il Cielo mi sarà secondo, se non altro, per potere ristorare dei sofferti danni voi, generosi e fedeli amici miei.»
«Servire un cavaliere cortese come voi siete è di per sè solo una grande ricompensa. I nostri nomi, Principe, passeranno ormai nella memoria dei posteri uniti con indissolubile alleanza; saranno le vostre azioni le lodi nostre, e le nostre opere le vostre lodi: una gloria perenne ricadrà su noi tutti, nè i Trovatori canteranno di Manfredi senza che il nome dei Capece si trovi in qualche stanza della loro ballata.»
Manfredi gli abbracciò, e continuò seco loro a conversare, finchè udirono venire Riccardo che cantava:
«In sella, in sella, cavalieri armati, Che l'araldo dell'arme ha dato il segno; Stanno le vostre dame agli steccati, Un scudo d'oro di vittoria è il pegno.»
Allora si levarono tutti: il cielo appariva in parte sereno; salirono i destrieri, e si riposero in via.
Sorgeva un bel giorno: gran parte dei Saracini stava raccolta sopra le mura di Lucera a cantare il _Salè_ della _Nuba_ matutina, allorquando videro di lontano venire per la pianura quattro cavalieri armati di tutte arme. Giunti che furono a tiro di balestra, tre si rimasero, ed uno si avanzò a testa scoperta in segno di sicurezza, alzando la mano senza guanto per denotare la pace.
«Pel capo di mio padre, parmi Manfredi!» gridò un Saracino.
«È la morte che ti percuota!» rispose un altro. «Chi sa in qual parte si trova adesso il nostro dolce signore!»
«Possano dirmi sette volte cane, e maladetta la mia generazione, se quegli non è il figlio di Federigo!» rispose un terzo.
«Perchè hai bevuto il _sangue della vite_, Hussein? Non lo aveva detto il Profeta, che il vino ammala il cuore, e ci fa simili allo stolto?»
«Baba Musah, perchè mi dici ebbro? E perchè accusi dei danni della tua vecchiezza il compagno che vede meglio di te? Questo t'insegna la sapienza degli anni? Guarda bene: non distingui l'aquila d'argento sul cimiero appeso all'arcione?»
«_Arsullah!_ Sì certo, è un'aquila quella.... _Arsullah!_ È Manfredi davvero.»
«Manfredi, Manfredi,» suonarono a un tratto le mura: «Manfredi, Manfredi,» risposero i Saracini rimasti nei quartieri, e prendevano l'arme, e accorrevano, «Ecco il diletto signore, ecco il nostro Principe, che viene a soddisfare i nostri desiderii, e a riposarsi su la nostra lealtà: ch'egli entri, ch'egli entri prima che il Governatore se ne accorga.» gridavano tutti.
Manfredi era giunto sotto le mura: un Saracino gli accennò un canale pel quale scolava un rigagnolo dalla città; il Principe si getta da cavallo, e si appresta a cacciarsi giù pel condotto:--nol soffrono gli spettatori, si fanno alle porte, le scuotono, le percuotono;--gli arpioni agli urti continuati lasciano la presa, e le imposte traendosi dietro una spaventosa rovina cadono a terra. Marchisio, che già armato muoveva per contrastare Manfredi, vedendolo avanzarsi tutto minaccioso, mutato consiglio, gli s'inginocchia, e gli fa omaggio come a suo signore sovrano.
L'acquisto di Lucera mutò i destini di Manfredi; vi trovava infiniti tesori, i quali, diffusi con accortezza, gli produssero in breve un forte partito, perocchè in ogni tempo il danaro sia stato la prima provvisione per la guerra, e in ogni tempo si trovassero uomini i quali posero l'anima allo _incanto pel maggiore e migliore offerente_. Ora il Pontefice spediva a tutta fretta un esercito sotto i comandi del Cardinale di Santo Eustachio per opprimere Manfredi sul principio di quelle grandezze; gli teneva dietro Bertoldo. Manfredi si mostrava apparecchiato a combatterli. Il Marchese di Hochenberg, seguendo sempre quella sua doppia e finta natura, mandò un messo fidato a tenere segrete pratiche d'accordo col Principe di Taranto. Rispose questi che volentieri lo raccoglierebbe nella sua alleanza; averlo sempre tenuto per caro fratello, ed amico; conoscere egli di troppo la prepotenza dei casi per volere far carico a Bertoldo della sua passata condotta. Il Marchese non andò più oltre, e stimò avere con molta accortezza provveduto alle cose sue, perchè, se vinceva Manfredi, ei gli era amico segreto: se Innocenzio, ei gli era amico manifesto. Intanto supponendo il nemico fidente di quelle dimostrazioni, mandò molte colonne del suo esercito sotto il comando del suo fratello Oddo a prendere posizione sul contado di Lucera; il nemico però stava all'erta, e avuta notizia del fatto si pone arditamente in campagna, rompe Oddo, e lo incalza fino a Canosa; poi lasciatolo così malconcio in parte che non più possa riunirsi al grosso dell'armata, si fa contro Bertoldo, il quale, dopo due ore di ostinato combattimento costretto a cedere, fugge più che di passo verso Napoli col Cardinale Legato.
Questo Capitolo ormai troppo voluminoso ci costringe a tralasciare il racconto di una serie di piccole perfidie, e di piccoli fatti d'arme, quasi tutti tra loro somiglievoli, pei quali Manfredi, sotto il Pontificato di Alessandro IV, vinti gli esterni e gl'interni nemici, riconquistò tutto il Regno di Napoli. Più grave caso, e degno di memoria è quello pel quale Manfredi di Vicario giunse a farsi nominare Sovrano del Regno di Napoli; e qui lasciato Niccolò Iamsilla scrittore _ghibellino_, mi fa mestieri appigliarmi a Giovanni Villani di _fazione guelfa_. Narra dunque costui, «che Manfredi, vedendosi in istato ed in gloria, si pensò essere Re di Sicilia e di Puglia; e perchè ciò gli venisse fatto, si recò ad amici con doni e promesse i maggiori Baroni del Regno; e sapendo come del Re Corrado suo fratello era rimasto un figliuolo chiamato Corradino, il quale per diritta ragione doveva essere erede del Reame di Sicilia e di Puglia, pensò una frodolenta malizia per esser Re. Adunati tutti i Baroni, propose loro cosa si dovesse fare della signoria, perocchè egli avesse novelle come il suo nipote Corradino fosse gravemente ammalato, e da non potere mai reggere il peso di un Regno. I Baroni consigliarono che mandasse suoi ambasciatori in Lamagna per sapere dello stato di Corradino; e se fosse morto, od infermo, fino d'allora protestavano volere Manfredi per Re loro. A ciò si accordò Manfredi come colui che aveva tutto fintamente ordinato, e mandò ambasciatori a Corradino e alla madre con ricchi presenti e grandi profferte; i quali giunti che furono in Isvevia trovarono che la madre del garzone, Elisabetta di Baviera, come donna di gran cuore ed avveduta, gli facea buona guardia, tenendolo confuso con diversi fanciulli di sua età vestiti tutti ad un modo; e detti ambasciatori domandando di Corradino, Elisabetta, temendo di Manfredi, mostrò loro in iscambio un altro di detti fanciulli dicendo: _questi è desso_. Gli Ambasciatori gli fecero grande riverenza, e presentandogli doni, tra i quali confetti avvelenati, il garzone ne prese, e incontanente morì; onde credendo aver morto Corradino si partirono subito di Lamagna, e giunti a Vinegia fecero fare alla loro galera vele di panno nero, e tutti gli arredi neri, ed eglino medesimi si vestirono a bruno; ed arrivati in Puglia, come gli aveva ammaestrati Manfredi, fecero sembiante di gran dolore, e riferirono la morte di Corradino. Manfredi finse gran pianto, e a grido dei suoi amici, e di tutto il popolo, fu eletto Re di Sicilia, e a Monreale si fece coronare, gli anni di Cristo 1238.» Elisabetta di queste cose informata, mandò ambasciatori a Manfredi per fargli sapere che Corradino viveva, e che il suo retaggio era stato usurpato: rispondeva questi dicendo: «dal trono non potersi scendere se non che morti: stesse sicura, ch'ei lo conserverebbe per Corradino, ed anzi gli mandasse il fanciullo, ch'ei lo avrebbe nelle paterne virtù ammaestrato.»
Gl'istrumenti eletti dal Cielo per operare la rovina di Manfredi furono Urbano IV, nativo di Troyes, Patriarca di Gerusalemme, successo nel Pontificato ad Alessandro, e Clemente IV Cardinale di Narbona eletto Papa nel mese di febbraio 1261. Il primo di questi Pontefici avendo mandato in Francia Maestro Aliberto suo Notaro per offerire la corona a San Luigi, n'ebbe in risposta che alla conclusione del trattato si opponeva la investitura per lo addietro fatta a Edmondo d'Inghilterra; ond'egli spedì a Londra Bartolommeo Pignattelli Arcivescovo di Cosenza per farla renunziare ad Enrico III. Il Re, impegnato in guerra pericolosa contro i suoi Baroni, lusingato dall'Arcivescovo con la speranza di soccorsi, che non ebbe mai, cesse alla sua volontà. Allora il Pignattelli tornò in Francia, e col beneplacito di San Luigi propose la investitura del Regno di Napoli a Carlo di Angiò, meno la Terra di Lavoro, le Isole adiacenti, e la vallata di Gaudo, che la Santa Sede voleva ritenersi. Carlo rifiutando la proposta dichiara che non sarebbe per accettare giammai il Regno così smozzicato: darebbe alla Chiesa, come aveano fatto i Normanni, la città e il contado di Benevento, non meno che ottomila once d'oro per anno. Clemente IV assunto nuovamente alla Cattedra di San Pietro, mostrandosi dapprima esitante, piega alle pretensioni di Carlo, e rimanda in Francia l'Arcivescovo di Cosenza con lettere pontificali a Simone Cardinale di Santa Cecilia perchè congiuntamente sollecitino la esecuzione della impresa, e confortino San Luigi a sovvenirla co' suoi sussidii. I fatti che avvennero dopo appartengono all'epoca che deve percorrere quest'opera.
CAPITOLO NONO.
IL PRIGIONIERO.
Oh! perchè almeno Lungi da lui non muoio! Orrendo, è vero Gli giungeria l'annunzio; ma varcata L'ora solenne del dolor saria; E adesso innanzi ella ci sta: bisogna Gustarla a sorsi, e insieme. CONTE DI CARMAGNOLA.
Erano giunti a piè della scala. Il corridore appariva in parte illuminato da luce lontana. Si appressavano: giunsero ad un vestibolo separato dalla prigione con ispessi cancelli. L'anima e gli occhi di Rogiero percorsero in un baleno la scena che si offeriva. Vide un uomo quasi sepolto in una sedia: le sue membra non erano del tutto manifeste, imperciocchè fosse vôlto altrove il raggio della lampada; pure sembrava pallido e vecchio; i capelli aveva tutti bianchi, teneva gli occhi chiusi, pareva volesse assuefarli a morire.--Lì davanti stava un tavolino; sovr'esso una tazza e un Crocifisso. A canto della sedia per terra giaceva una lunga bacchetta tutta intaccata, e le tacche, benchè la più parte regolari, ad ora ad ora più profonde. Cotesta fu opera di dolore.--Allorchè quell'infelice chiusero là dentro, lo prese vaghezza di annoverare i giorni della sua prigionia, onde conoscere la durata di un tempo destinato a soffrire, e deliziarsi nella speranza che questo tempo andava a decrescere: forse ancora fidente di giorni felici, stimò doverne ricavare argomento di gioia, qualora le future condizioni potesse paragonare con le presenti. Adesso cotesta opera giaceva in terra negletta.--La speranza, che siede ultima al capezzale del moribondo, e si mostra ai suoi occhi, quando anche velati dalla nebbia della morte non giungono più a discernere le care sembianze dei parenti e degli amici.... la stessa speranza aveva abbandonato quel cuore. Quando gli anni accumulandosegli sopra la testa mutarono in bianchi i suoi biondi capelli, non più l'anima e le carni gli tremarono al suono che faceva la porta volgendosi sopra i cardini, nè ad ogni tocco sul serrame che la sbarrava stimò giunta la mano pietosa che doveva ricondurlo a godere della faccia del cielo.--Disperato gittò via cotesto istrumento, che insegnandogli a distinguere lo affanno glielo rendeva più insopportabile e più lungo;--amò considerarlo come una gran giornata di travaglio, di cui la notte doveva trovare nella morte.--E di vero la luce non iscompartiva i suoi giorni. Dal punto in ch'ei fu posto in carcere non aveva più veduto l'aspetto dell'orizzonte, nè pure dalle inferriate;--e poichè il suo giorno era tenebra, doveva immaginarsi la sua morte nel nulla.--Divenuto affatto insensibile, stette come cosa inanimata ad aspettare il momento dall'ordine delle cose destinato alla sua estinzione. Almeno gli fosse rimasto il coraggio di porre fine a tanto compassionevole esistenza! Questo pensiero, che vuole per la sua esecuzione tutte le potenze dell'anima, gli sorse in mente, allorchè avvilito dalla sventura ricercò invano nelle passioni dei tempi trascorsi un avanzo, che valesse a restituire le membra agli elementi, variando forma alla sua materia. Non sospiro, non voce lamentosa gli usciva dai labbri.... quello che dal profondo dell'amarezza, o dal furore dell'ira potea dirsi, aveva detto miliardi di volte;--gli rimaneva il silenzio, ed egli era muto come un sepolcro. Gli anni lo avevano affatto cancellato dalla rimembranza degli uomini.--Per lui niun gemito, nessuna parola di amore; e se talora il nome si affacciava al pensiero dell'antico servitore, che seduto a canto al fuoco narrava le glorie della casa di Svevia ai valletti e all'altra gente della famiglia, si guardava bene di chiamarlo sul labbro, perchè ricordava un colpevole di tal delitto, che atterrisce lo stesso Lucifero; o se pure ve lo chiamava, lo profferiva in basso sussurro.... alla sfuggita.... come quello di un dannato. Per lui vivo non si aveva nè pure quello scarso affetto che si conserva pei morti.
Distese a gran fatica la destra;--ella tremava paralitica: già era presso a sovrapporla al tavolino, quando tornò a penzolargli:--soprastava alquanto tempo.... poi la rimuoveva.... brancolando strinse il Crocifisso, e se lo recò alla bocca in atto di bere; non sentendo il refrigerio dell'umore, aperse spaventato gli occhi, e vista la immagine del Redentore la rimise con impazienza su la tavola mormorando tra i denti: «O Cristo, io ardo di sete!» Ghermiva la tazza, e bevendo bramoso lasciava gocciare giù pel mento e pel petto l'acqua, nè se ne mostrava infastidito:--estinta la sete, dette un gemito, e ricadde immobile nel primiero torpore.--Di uomo ormai non gli rimaneva che la parte schifosa dei bisogni!
Vide Rogiero questo spettacolo di avvilimento e di miseria, e soprappose mano a mano su gli occhi, stimando insufficiente a sfuggirlo la sola pelle destinata a velarli.--Si appoggiò ad una colonna; e quando volle ordinare che schiudessero il cancello, la sua bocca non potè esprimere nessuna parola: l'atto della mano gli valse per dimostrare la sua volontà.
Si schiudeva il cancello.--Il vecchio sentì percuotersi le ginocchia, stese la mano per conoscere che fosse; le sue dita s'incontrarono in una lunga capellatura. «Parmi la testa di un uomo,» disse, e tornò nella consueta sua inerzia.... Ma la sua mano non cadde a penzolare di nuovo, e la sentì costretta a rimanersi in un luogo, scaldare,--bagnare:--fossero lagrime? Porse l'orecchio, e parvegli sentire cosa che da anni e anni non aveva udito più mai,--il singulto del pianto.
La fiamma dello spirito era spenta, pure egli non era divenuto affatto ghiacciato; un leggerissimo colore di rosa pallida gli ricorse su per le guance, e le pupille apparvero per un momento meno appannate di prima.
«Sono lagrime queste?» diceva affannoso. «Io ho consumato da gran tempo le mie. Le ho sparse d'ira, di amore, di tenerezza, di rabbia.--Ora se il Cielo mi ridonasse le lagrime, vorrei spargerle sempre di pietà, perchè il pianto più accetto al Confortatore degli sventurati è quello della pietà, e soave....»
«Non ritirate la mano dal mio capo.... non vogliate lasciarmi sul cammino della vita senza la vostra benedizione!» soffocato dai singulti diceva Rogiero.
Enrico non rispose nulla. Rogiero alzò il volto, e lo vide immobile, come se non avesse inteso le sue parole; gli scosse leggermente la mano, e replicò: «Benedizione! benedizione!»
«Benedizione! benedizione!» rispose Enrico come se fosse stato l'eco; e dopo: «questa è una parola di amore. Gli uomini lassù» ed alzava la mano «l'adoperano piangendo. Il passato trascorre senza séguito per la mia memoria; un alternare di caligine e di luce mi occupa l'intelletto.... ma parmi.... e certo anch'io fui benedetto tra gli uomini.--Io non posso ricordarmelo adesso.... ma fu uno sfinimento d'immensa passione.... Ah! benedisse mio padre questa testa, che aveva macchinato il disegno di levargli la vita!» E qui si dava dei pugni nella fronte, e pregava, e bestemmiava tutto doloroso.
Lo rattenne Rogiero, e gli ripeteva all'orecchio: «E questa benedizione parla per voi; sta il suo perdono al cospetto di Dio, ed ogni peccato vi è stato rimesso.»
«Valcherio! Valcherio! è una spada questa che mi cacciate tra mano?--Forse con la spada alla mano il figlio deve incontrare il seno del suo genitore?--Si addicono coleste parole ad un arcidiacono di Santa Madre Chiesa? Sono parole del demonio.... via.... via, in nome di Dio, non tentarmi.--Il Papa? Sei un mentitore; il Padre dei Fedeli non può volere il parricidio.--Oh! come splende bella quella corona reale.... come superba.... L'ami?--Se l'amo!--Ebbene, ella si conserva per te in Monza dai tuoi leali Milanesi.... ma bada, fra te e quella corona si trammette una vita... si spenga.--Misericordia... misericordia, io sono contrito qui nel profondo.... Che giova? un pensiero cancellerà una colpa? Ma e il suo perdono?--Che giova? L'opera del malvagio può esser mai tolta dalla generosità di un buono? Ma io ho sofferto tanto! Quanto è che soffro?» Qui si frugava d'intorno, e non potendo trovare quello che cercava, soggiunse: «Il tempo ha consumato l'arnese che mi serviva a distinguerlo, ed io vivo ancora! Pure ho detto di perdonare tutto a tutti, anche a Manfredi....»
«Manfredi!...»
«Chi ha nominato Manfredi? Tacete il suo nome per pietà.... piuttosto ponetemi alla tortura.... abbruciatemi gli occhi.... ma non chiamate Manfredi.... egli è un nome che stette lungamente nel mio cuore unito con desiderii di sangue:--ora il giorno della vendetta passò, perciò sopraggiunse quello della morte.--Chi lo avrebbe detto? Il suo sorriso era il sorriso della innocenza, la gioia pura gli scintillava dagli occhi.... le parole soavi.... Lo dicevano tutti il più gentile damigello d'Italia: egli sospiro delle vergini, egli invidia di Trovatori e cavalieri, la gemma più bella del diadema di Federigo.--Il suo volto pareva di angiolo; il suo cuore.... Ah! il suo cuore non ha paragone... il vincolo di cotesta anima a quel corpo fu colpa od errore.--Sete feroce di dominio! Manfredi, hai cinto il serto bramato? Senti, via, come pesa sopra la testa, allorchè invece di gioielli ha la maladizione di un'anima disperata, e la condanna della giustizia di Dio....»
«Oh! padre mio....» interruppe Rogiero.
«E' fu un tempo,» continuò il carcerato ponendosi la destra sul petto «fu un tempo, che a questa voce sentiva uno sgomento indefinito qui dentro, che avrei anteposto a tutte le gioie della terra. Ora non sento più nulla, nulla....--sono morto,--non ho passione, tranne per l'acqua, che spenge la sete che mi consuma la gola.»
E qui brancolava in traccia della tazza.--Rogiero balzò in piedi, la prese, gliela accostò alle labbra, e sollevatogli il capo l'aiutava a bere. Il vecchio non ripugnante, nè consenziente, seguitava l'impulso; ma quando, aperti gli sguardi, potè fissare Rogiero, gittò un debole strido, fece atto di allontanarlo da sè, e tra stupito e maravigliato esclamò: «Manfredi!»
Questa esclamazione non fu di tanto bassamente pronunziata, che non percotesse gli orecchi di coloro che erano rimasti ai cancelli: uno tra essi contorse la persona, come a cosa molesta, e mandò un cupo sospiro.
Il vecchio riprendeva a stento: «Ma lo vedi, Manfredi, dove mi ha condotto cotesta tua ambizione?... vedi lo abbisso della miseria in cui può cadere un'anima immortale; e se hai viscere di pietà, gemi.... Ah! tu non puoi essere Manfredi.... no.... egli era di questa tua età quando cessai di vederlo. Gli anni e l'angoscia hanno prostrato il mio corpo più di quello che si doveva, ma anche i soli anni non iscorrono invano su la creatura destinata a morire. Sei forse suo figlio? Che vuoi? In te non è delitto, per te non ho mai nudrito odio, ma non posso nudrire amore; levati, e confortati: è molto tempo che ho perdonato a tuo padre, e nell'ora stessa del mio furore io non ho maledetto giammai i figli e i nipoti di coloro che mi hanno angustiato. Levati... e digli, che sia felice, e tu pure lo sii.... Se la voce dell'uomo che parla dai confini della vita può ottenere grazia al vostro cospetto,--in mercede dei tanti mali patiti vi prego ad adempire questa mia volontà.... seppellite le mie ossa accanto a quelle di Federigo.... del padre mio.... senza ornamento, se vi piace, senza corona, quantunque concederla ad un cadavere non possa tornarvi in danno.... mi basta di dormirgli al fianco.»
«Ascoltatemi per amore di Cristo! queste lagrime che vi bagnano la mano sono del vostro figlio Rogiero.»
La mente di Enrico, come se avesse fatto uno sforzo a favellare da senno, ricadde sul vaneggiare, ed immaginando di tenere discorso con la sua sposa figlia di Leopoldo Arciduca di Austria detto _il Glorioso_, riprendeva così: «Agnesa, che ha che piange il figliuolo nostro? Consolalo, ch'egli forma la delizia della mia vita.... è tanto bello quel suo riso! Com'hai tu cuore di farlo piangere? Consolalo, Agnesa, consolalo. Di qual piacere godrà Federigo, quando gli porrai su le braccia questo caro pargoletto!... E perchè non ne godrà egli? non è suo nepote?--Di chi è quel sepolcro di porfido? Veggo l'arme di Svevia.... fatti in là, che Dio ti aiuti, tu mi pari la luce.... Federigo I.... gloria all'anima sua, gloria a colui, che morì combattendo in Terra Santa.... No.... no.... è Federigo II... egli moriva dunque, nè al capezzale del letto si ricordò di me! Non ho più padre, e il figlio? Agnesa.... dove sei ita? Agnesa.... il figlio...?»
«Egli muore di affanno ai vostri piedi!»
«Egli?--Chi?....»