La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Part 12

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Questa era la volontà dello Imperatore, come si rileva dalle sue tavole testamentarie riferite da alcuni diligenti Storici, ma tale non era quella di Papa Innocenzio. Abbiamo veduto come la politica dei suoi antecessori consistesse tutta nell'impedire che l'Imperatore di Lamagna avesse dominio in Italia, e poichè non potè attraversare, che per mezzo del matrimonio di Gostanza con Enrico la casa di Svevia ottenesse il Regno di Napoli, ogni pensiero della Corte Romana fu vôlto ad impedire che si consolidasse in mano dell'Imperatore. Innocenzio non aveva altro sentiero a seguire. Quel potente amico vicino che volendo ti distrugge, riesce più pericoloso del nemico che puoi combattere con incerta fortuna. Innocenzio come uomo avveduto, e delle cose del mondo intendentissimo, accese le cupidigie dei Baroni napoletani. Ognuno di questi, sperando farsi signore assoluto, con l'antica lusinga della libertà andava sollevando i popoli, e diceva doversi trucidare il tiranno, e purgare il Regno dai Barbari. Manfredi dal canto suo sollecitava i popoli a rimanersi fedeli, gli onori e le gioie della lealtà esponeva, i suoi nemici ribelli appellava. Sono i nomi di _ribelle_ e di _tiranno_ nelle rivolte di per sè stessi senza significato, e senza rappresentanza morale nella mente dei popoli, ed aspettano la loro spiegazione dall'esito delle battaglie. Allora vedendo gl'imprigionamenti, gli esilii, le teste tagliate e confitte su pei pali, per quell'antica fratellanza, che corre nei loro cervelli tra pena e delitto, senza cercare più oltre danno il torto a chi è vinto. Il nome di riprovazione rimane a colui che ha dovuto cedere, l'altro ha purificato la sua infamia nella vittoria.... poi la vittoria muta, chè il chiodo alla ruota della Fortuna nessuno pose fin qui, nè mai porrà, e con la vittoria mutano i giudizii degli uomini. Vinse Manfredi, e fu giusto; i Baroni vinti, e però scellerati. Alla morte dello Imperatore il Regno da un lato all'altro si ribellò, e Manfredi in meno di un anno lo ricompose in pace, ed eccettuate le città di Napoli e di Capua, tutte le sottomise. Fu quest'eroe figlio naturale di Federigo, e di una Marchesa Lancia di Lombardia, ma come si ricava dal suo testamento, avanti di morire legittimato. Bellissimo di corpo, di biondi capelli, ed occhi azzurri, come tutti gli altri della famiglia di Svevia; era la sua persona maestosa, il portamento gentile; di costumi liberale e cortese: sortì dalla natura ingegno maraviglioso, conciossiachè egli sapesse poetare a modo dei Trovatori, suonare, e nessuno degli adornamenti cavallereschi ignorò: del pari che suo padre Federigo parlò speditamente diverse lingue, e fu intendente di cose naturali, come si rileva dai libri su la _Caccia_, che di lui ci rimangono: cupamente ambizioso, stimò ogni mezzo, purchè conducente al suo scopo, lodevole: capace di calcolare ogni delitto e commetterlo, e celarne il rimorso: simulatore e dissimulatore destrissimo, sprezzatore degli uomini e di Dio, nel mentre che con istrano contrasto si mostrò sempre umano, magnanimo, e perdonatore generoso. La sua anima fu grande, ma tenebrosa; nessuno uomo al mondo ha mai tanto somigliato a Lucifero, allorchè ribellando parte del cielo al suo Signore ne portò la fronte in sempiterno solcata dal fulmine divino.

Corrado si apparecchiava a visitare il Regno di Sicilia, che il suo augusto genitore soleva chiamare _prezioso retaggio_: imbarcatosi a Porto Navone, alla estremità del Golfo Adriatico, su le flotte pisana e siciliana, giunse felicemente sul principiare dell'anno 1252 a Siponto in Capitanata. Gli occorse Manfredi con magnifica comitiva, e fattegli le dimostrazioni del più _sviscerato amor fraterno_ gli narrò le imprese eseguite, i pericoli superati, e con diligenza gli espose le presenti condizioni del Regno. Corrado rispose, dovergli grazie infinite: lo pregò a volerlo sovvenire co' suoi consigli, ed a non partirsi giammai dal suo fianco. Così in buona concordia andarono dapprima le cose. Si cominciava intanto ad imprendere la guerra. Corrado, aiutato da Manfredi e dai Saracini, occupava in breve Aquino, Suessa e San Germano; non dissimile da Federigo suo padre, rigidamente si conduceva co' vinti, gli rifiniva con gravose imposizioni, e con atroci tormenti li trucidava. Manfredi poi mostrava compassionarli, spesso intercedeva per loro, più spesso li trafugava, tutti dei suoi danari sovveniva; già per lo innanzi que' suoi modi cortesi toccarono i cuori dei Siciliani, nè poco contribuirono a sedarne i tumulti; ora poi, posti a contrasto con quelli di Corrado, tutti lo imploravano come loro protettore, e santissimo Principe lo dicevano, e che fosse divenuto il loro Re desideravano. Corrado, ch'era di natura sospettoso, s'ingelosì ben tosto di Manfredi, e cominciò a temerlo troppo potente, onde prese a spogliarlo dei feudi, limitarlo nei suoi attributi, e così in ogni modo umiliarlo e avvilirlo. Manfredi sopportava tutto con lieto volto, nè se ne mostrava punto crucciato; anzi in proporzione dei torti ricevuti pareva raddoppiare di ardore per sovvenirlo. Capua stretta di assedio cedeva adesso a Corrado, che levato subito il campo mosse contro di Napoli. Questa città tenne lungamente; alla fine, soverchiata da troppo maggior numero di forze nemiche, si arrese. Corrado vi esercitò atti di rabbia, atterrò le mura, condannò gran parte di cittadini alla morte, la Università instituita da Federigo rimosse e trasportò a Salerno: Manfredi era sempre lì a spargere balsamo su le ferite cagionate da Corrado, e a prodigare consolazione e sussidii: sembravano il genio del bene, e il genio del male, che si fossero uniti a percorrere la faccia della terra.

Il grido degli offesi Napolitani giunse fino ad Innocenzio IV, che considerando se un potente esercito sì fosse presentato alle frontiere del Regno avrebbe potuto agevolmente sottometterlo, tirando partito da quegli umori, spedì il suo Segretario Maestro Alberto da Parma in Inghilterra per farne proposta a Riccardo Conte di Cornovaglia, fratello di Enrico III. Riccardo ricusò il partito, scusandosi col dire, lui essere fratello d'Isabella ultima moglie di Federigo, ma infatti perchè nudriva ambiziosi disegni sopra l'Impero. Enrico III allora sollecitò Innocenzio a concederlo al suo figlio Edmondo, e di breve rimase concluso il partito, quantunque, come vedremo in appresso, non fosse mandato mai ad esecuzione.

Giungevano intanto novelle dello Impero a Corrado, per le quali sentendo come Guglielmo di Olanda si fosse ribellato, conobbe essergli di mestieri confermare con la propria presenza la fede vacillante dei Baroni tedeschi. Abbandonando la Sicilia temeva di Manfredi, molto e più temeva di Enrico, giovanotto di belle speranze, lasciato dal padre ricco d'infinito tesoro, preposto al governo delle Isole, al quale egli doveva cedere il Regno di Gerusalemme, o l'Arelatense. Troppi, come ognun vede, erano i vantaggi che resultavano dalla sua morte, perchè Corrado lo lasciasse vivere. Enrico chiamato a Melfi _periva:_ Corrado _finse_ sentirne immenso dolore, e Manfredi _finse_ di crederlo.

Ormai pronto a partirsi per Lamagna, Corrado la maggior parte dei Baroni aveva raccolto a Lavello col pretesto di magnifiche feste, ma in sostanza per ispiarne i sentimenti, e spengerli tutti alla occasione. Trapassarono le feste, e fu imbandito l'ultimo banchetto: sedeva Manfredi in faccia a Corrado, e con molte parole ora cortesi, ora amorose, lo lusingava; all'improvviso si levò in piedi, e vôltosi verso un donzello saracino gli disse: «Alì Haggì, _pel Profeta che ha visitato,_ porgimi di quel buon vino col quale Federigo soleva propinare alla salute di sua casa.» Il Saracino gli porse un fiasco di argento, Manfredi n'empì una tazza (la sua era già piena), e la offrì a Corrado esclamando: «Alla salvezza di Svevia, all'Aquila nera in campo d'oro!»--«E all'Aquila di argento in campo azzurro!» rispose Corrado, e presa la tazza, vi accostò le labbra, e speditamente la vuotò. Manfredi era rimasto con la sua alla mano, e gli occhi senza sua volontà stavano fitti sul volto di Corrado; quando questi ebbe posato la tazza, egli accostò precipitosamente alla bocca la sua, quasi per nascondervi il volto, e la bevve ad un tratto. Poi ostentando una gioia smoderata chiese un liuto, ma nell'accordarlo spezzò le corde:--gettò lo istrumento e si pose a cantare: la sua voce era angelica,--ma confondeva i suoni, disordinava la musica; l'anima in somma era lontana da prestarsi a quegli ufficii. Finiva la festa, ed ognuno si ritirava al riposo. Manfredi pure andò a trovare il suo letto, ma s'egli vi trovasse riposo io non lo posso accertare. Non erano molte ore ch'ei vi giaceva, allorchè una voce traverso la porta gridò: «Messere il Principe, svegliatevi, accorrete, l'Imperatore si muore!» Manfredi balzato da letto si pone una maglia di ferro sotto le vesti, ed esce precipitoso. Giungeva al letto del moribondo.... Il volto di questo, livido per la presente malattia, più livido per la ricordanza dei suoi misfatti, appariva veramente terribile. Sporgeva le labbra tutte annerite come lo assetato; i capelli avea ritti, grondava sudore. Manfredi si abbandonò sul letto percotendosi il seno, piangendo dirotto, e ad ora ad ora esclamando: «Oh! signor mio, ch'è questo mai?»--«Manfredi,» rispose a gran fatica il giacente «io muoio, e Dio sa come! abbi.... almeno.... pietà di mio figlio, Manfredi!...» Trasse un anelito, cadde riverso sul guanciale, e spirò.

Un uomo che non aveva mostrato dolore nè gioia, ma si era rimasto sempre allato dell'Imperatore, immobile come la statua di un Santo, trasse da parte Manfredi, e con parole tranquille gli disse: «Messere il Principe, fa mestieri provvedere: volete voi assumere il baliato del Regno?»--«Io dominare, Marchese Bertoldo?» rispondeva Manfredi: «oh! sono sazio, ma sazio assai delle cose della terra.... Io vo' passare la rimanente mia vita a piangere il mio fratello.»--«Ben pensato, Principe: io co' miei Tedeschi sosterrò in Sicilia le ragioni di Corradino,» soggiunse Bertoldo. «Vi aiuti Dio nella impresa.»--«Amen,»--riprese l'Hochenberg, e si allontanò.

Si sospettò súbito di veleno, ma ora a nessuno tornava dirlo. Il paggio saracino, che solo non aveva interesse a celarlo, non fu più visto in corte; e così Dio gli abbia salvato l'anima nell'altro mondo, com'egli certamente in questo perdè la vita. Tentò il Marchese Bertoldo di Hochenberg con quella improvvisa domanda penetrare la mente di Manfredi, ma questi era più destro a celare che non il Marchese a conoscere. Aveva Bertoldo un senso sicuro di giudicare gli uomini pensando sempre alla peggio; Manfredi poi possedeva il genio della malignità. Il Marchese poteva essere appena inalzato all'onore di primo istrumento dei misteriosi disegni del Principe di Taranto.

L'Hochenberg siccome _balio_ di Corradino spedì ambasciatori al Pontefice per implorare perdono. Rispondeva Innocenzio, volere prima di tutto essere messo in possesso del Regno, giudicherebbe dipoi qual dritto potesse avere Corradino su quello. Non si accettavano cotesti patti, le pratiche per la pace nuovamente si rompevano, la guerra ricominciava. Innocenzio, messo da parte le profferte fatte pel tempo passato ad Enrico d'Inghilterra, si consigliò di conquistare per sè il Regno di Sicilia. A tale intento raccolse in Anagni le milizie delle Repubbliche lombarde e toscane, quelle della Marca di Ancona, e più altre. Al punto stesso istigava i Baroni del Regno alla ribellione; ed in questo faceva buon frutto, perchè Manfredi o lo aiutava, o non lo impediva. Bertoldo travolto dalla necessità dei casi, considerando non essere omai in suo potere sedare quelle sommosse, propose da senno a Manfredi di cedergli il _baliato_. Il Principe finse da prima ricusare, ed ora con questa, ora con quella scusa, andava schermendosi: alla fine accettò, a condizione che il Marchese gli cedesse i tesori di Corrado, e andasse in Puglia a ragunare nuovo esercito. Bertoldo, toltosi da dosso quel grave carico di difendere il Regno, e di mostrarsi la prima persona contraria agl'interessi del Papa, non pure non tenne i patti, ma si manifestò avverso a Manfredi. Conobbe il Principe la disperata sua condizione, e lo errore commesso dell'essersi affidato a quegl'incostanti spiriti de' Napoletani: ma opponendo la frode alla frode, prevenne Bertoldo; finse fare volontariamente quello a che tra poco sarebbe stato costretto, e andò a Cepperano ad umiliarsi al Pontefice. Narrasi che giungesse perfino a tenergli il palafreno per la briglia, quando valicò il Garigliano.

Gli accorgimenti di Manfredi non dovevano gran pezza durare; egli li aveva operati per sospendere i casi presenti, sapendo che _da cosa nasce cosa, e il tempo la governa,_ e per dare a divedere all'Hochenberg che penetrava i disegni suoi, e poteva renderli vani. Infatti il Marchese pensando che il sottomettersi adesso dopo Manfredi non gli avrebbe fruttato molto utile, stimò meglio mantenersi nemico, ed aspettare occasione di vendere a caro prezzo la sua resa. L'occasione non tardò molto a venire. Vedeva Manfredi la petulanza dei fuorusciti napoletani, Morra d'Aquino, San Severino, che seco lui abitavano in corte del Papa; e con destrezza maravigliosa dissimulava, e gli oltraggi ricevuti altamente nell'animo imprimeva, divisando bene vendicarsene un giorno. Intanto Bonello di Anglone, suo capitale nemico, ottenuta dal Papa la investitura di parte del Principato di Taranto, per la strada di Alesina s'incamminava a prenderne possesso. Manfredi in quel giorno medesimo, avendo saputo che l'Hochenberg con lo esercito si avvicinava, mosse da Teano per andare ad abboccarsi con lui. Volle la fortuna, che per via s'imbattesse in Bonello, il quale tutto orgoglioso si avanzava tenendo la mano dritta del cammino. Manfredi scongiurava i compagni, affinchè adesso lo lasciassero stare,--non sarebbe mancato tempo a trarne vendetta; ma essi risposero, che non avrebbero consentito giammai che si facesse un tanto spregio al figliuolo dello Imperatore Federigo. Le due compagnie si accostavano, nè quella di Bonello sembrava volesse cedere; allora Marino Capece, uomo di natura avventata ed amicissimo di Manfredi, trascorse col suo destriero, e percotendo con la mazza ferrata le spalle di Bonello: «Scendi, schiavo,» gli disse «e fa omaggio al figlio del tuo Re.» Questo fu il segnale della battaglia; posero mano alle spade, e cominciarono a menare. Il Principe, da che non aveva potuto impedire che accadesse quel fatto, si studiò che riuscisse felice; e da franco cavaliere spintosi con incredibile furia addosso al Bonello, lo afferra al cimiero, gli scioglie la barbuta che gli difendeva la testa, e col pugnale gli sega la gola: i compagni di Bonello, visto quel caso, fuggono a precipizio. La nuova giunse tosto in corte del Papa, il quale, infellonito per la morte d'Anglone, spedì gente a perseguitare l'uccisore. Manfredi, stimandosi male sicuro all'aperto co' suoi fedeli, si rifugiò nel castello dell'Acerra, dove rimase alquanti giorni. Bertoldo, visto Manfredi in disgrazia del Papa, gli si fece subito nemico, o con tutto il suo esercito ad Innocenzio si vendè. Il Marchese Lancia avvertì il suo nepote Manfredi, affinchè si partisse dall'Acerra. Manfredi adesso ramingo e profugo era venuto in parte che non aveva più terreno che lo sostenesse. Sperava ripararsi in Lucera, ma anche questa città era in poter dei nemici: nondimeno nessuno altro rifugio si presentava, e in ogni caso era forza tentare: ma torrenti, montagne e nemici, prima di pervenirvi si frapponevano. Chi avrebbe voluto correre tanto manifesto pericolo, e partecipare seco lui la presente sventura? Corrado e Marino Capece, singolare esempio di amore fraterno e di lealtà, risposero, stesse pure di buon animo, ch'essi come pratichi di que' dirupi speravano in Dio di condurlo a buon salvamento.--Si posero in via.--Le cose andarono sul principio a seconda: fino a Magliano non incontrarono anima vivente. Giunti in questo borgo, trovarono una colonna dell'esercito di Bertoldo, quivi fermata con ordine di chiudere le vie di salute a Manfredi. Si accôrsero i fuggitivi dello imminente pericolo, e si dettero a traversare il borgo con molta accortezza. Già stavano presso ad uscirne con avventuroso successo, allorchè intopparono in doppio filaro di carri posto a capo del cammino: i soldati lasciativi a guardia domandarono chi fosse; la più parte del séguito di Manfredi stimandosi perduta, trasse le spade gridando: «Svevia! Svevia! Siamo qui per punirvi, traditori.» Si venne a un duro affronto, nel quale il caso, più che la prodezza, dispensò i colpi. Manfredi, i Capece, ed alcuni altri rimasti addietro, affrettando i cavalli giunsero sul luogo, e videro che i loro compagni, fieramente assalendo, ed i nemici ritirandosi, avevano reso libero il passo: al punto stesso sentirono un mormorio lontano di gente, che si affaccendava per venire in soccorso della guardia dei carri; quantità di fuochi errava qua e là pel borgo; poco più che tardassero, erano irrimediabilmente chiusi nel mezzo. Manfredi, quantunque conoscesse la morte imminente, spinse il destriero per soccorrere i suoi, ma Corrado Capece lo rattenne, e gli disse: «Voi perdete, Principe, e quelli non salvate; essi furono valorosi, ma imprudenti.... spargiamo una lagrima sul destino loro, e partiamo.» Toccarono allora di sproni, e quanto più poterono veloci si allontanarono. Traversarono nei giorni seguenti per Bisacca, per Bimio e per Guardia dei Lombardi, e tenendo il sentiero più alpestro giunsero sul fare della notte a vista di Atropalda, castello dei Capece.

«Baiardo!» gridò Marino: che precorse Manfredi sotto il castello. Fu sentito un cigolío di chiavacci, un aprire d'imposte, un montare di balestra, e una voce tuonante, che domandò: «Chi viva?»--«Viva Svevia, e San Gennaro: cala il ponte, Baiardo; son Marino.»

Fu calato il ponte; e quando Manfredi ebbe posto il piè su la soglia, i due fratelli Capece scesero da cavallo, gli si prostrarono alle staffe, e dissero: «Messere il Principe, siete in casa vostra.»--«Se la fortuna non mi corre sempre nemica, spero potervi dire le stesse parole a Napoli nel castello capuano.»

Le mogli dei Capece con donnesca leggiadria fecero al profugo Manfredi tutte quelle accoglienze che seppero maggiori; egli volle che sedessero alla sua mensa insieme ai loro mariti, e qui dimenticando le passate e le presenti sventure si mostrò tanto gaio e scherzoso, che quelle gentildonne, vedendolo in séguito spessissimo volte a corte, affermarono, ch'ei non fu mai tanto _giulio_, quanto in quella notte di pericolo. Alla mattina, Manfredi, salutate le dame, ed ingrossata la scorta di alcuni cavalieri della gente dei Capece, si dipartiva. Giunse a Melfi, che gli chiuse le porte; Ascoli seguì l'esempio, ed uccise per giunta il Governatore, che gli si manifestava devoto. Un uomo meno magnanimo si sarebbe dato per vinto; Manfredi, più che mai fermo contro la fortuna, si volse a Venosa, che rispettosamente lo raccolse.

Era Lucera dei Saracini in podestà del Marchese di Hochenberg, il quale vi aveva lasciato a governarla Marchiso con ordine di tenerne sempre chiuse le porte. Marchisio eseguiva i comandi del suo signore, ma non gli valse il consiglio.

Manfredi, lasciata a Venosa la scorta, tolse seco i due fedeli Capece e il maestro di caccia di Federigo, e si dispose a partire per Lucera; scansò Ascoli e Foggia. La notte lo sopraggiunse su l'entrare di quella sterminata pianura, che anche oggigiorno chiamano _Tavoliere della Puglia;_ il cielo minacciava burrasca, ma il Principe di Taranto non era uomo da arrestarsi per la paura di un cielo turbato:--si avanzavano; le tenebre aumentano, il vento cresce impetuoso;--di tanto in tanto grosse goccie di pioggia gli bagnano il volto. Allo improvviso cessò il vento; tutto fu un profondo silenzio: per quella solitudine nessuna altra cosa si ascoltava, meno l'alternare dei passi dei cavalli.--Venne un lampo, poi un tuono, e dietro uno scroscio terribile di grandine: il vento che aveva cessato, quasi mostrando di non volere essere il primo ad attaccare la battaglia con gli altri elementi, tornò ad imperversare pel cielo. I baleni si succedevano con tanta rapidità da sembrare un incendio continuato. Spesso i cavalli balzarono indietro spaventati; i cavalieri, comunque usi a vedere la morte, si facevano il segno di salute, e si raccomandavano a Dio, perocchè lo spettacolo della natura sconvolta spaurisca assai più dell'aspetto della morte. Qual fu in quell'ora l'anima di Manfredi? Se i suoi compagni avessero potuto fissarlo in volto, avrebbero conosciuto dalla penosa contrazione dei muscoli, dagli occhi smarriti, dal sembiante disfatto, che nel suo cuore passava una tempesta più fiera di quella che sovvertiva in quel punto e cielo e terra. Ma essi stavano troppo preoccupati per la propria vita, onde fare coteste osservazioni; e la voce di Manfredi non tremava, anzi ora gl'incoraggiva, ora con qualche bel motto gli rallegrava. Disse un antico filosofo, non so con quanta convenienza di senno, che l'uomo _onesto_ in fondo della miseria è cosa degna degli Dei: io per me penso, che un grande _scellerato_, il quale senta tutto lo inferno del rimorso, e sollevi la fronte baldanzosa e serena, sia non il più bello, certo bensì il più maraviglioso spettacolo della umana natura.--Così camminarono una lunga via: si squarciò l'orizzonte rovesciando sopra la terra torrenti di fuoco; le case più lontane ne furono illuminate; Riccardo maestro di caccia esclamò: «Coraggio, coraggio, cavalieri, ecco qui presso il ricovero.»

«Quale?» domandarono tutti.

«Non avete veduto la casetta che vi sta dal manco lato a breve distanza? Venitemi dietro, chè ne conosco la via; la fece fabbricare per comodo della caccia la Maestà dello Imperator Federigo nostro signore.»

«Riccardo!» urlò involontariamente Manfredi «per amore del tuo Dio, non mi condurre a quella casa.»

«E dove volete passare la notte, messere il Principe? Che San Gennaro vi aiuti, sentite che grandine è questa? Venite, venite.»

Manfredi senza aggiungere parola gli tenne dietro: allorchè fu per passare la porta della casa prese pel braccio Corrado Capece per evitare di cadere.

«Principe, male v'incolse?»

«Nulla, Corrado, ho posto il piede in fallo.» E si avanzò.

Riccardo frugando così al buio rinvenne alcuni fasci di legna, li dispose sul focolare, trasse dalle tasche il focile, e suscitò un bel fuoco.

«Questa è fiamma veramente _reale,_» disse sorridendo Manfredi.

«Oh! ne abbiamo fatti di belli di questi fuochi, messere il Principe.... quelli sì che erano tempi!... figuratevi, l'ultima volta ch'ebbi l'onore di servire la Maestà dello Imperatore vostro padre, lo vidi in questa medesima stanza.... mi sembra proprio di averlo innanzi gli occhi.... lì a canto a voi....»

«E' parvi da durare questo tempo?» interruppe Manfredi.

«Messer sì,» rispondeva Riccardo. «Sicchè, com'io vi diceva, stava in questa stanza, e vi potrebbe essere anche adesso.... e perchè no? Egli morì giovane, mi ricordo, giungeva appena a cinquantasei anni.... e vivo io grazie al cielo, che ne ho sessanta, e sono un vassallo, poteva bene viver egli che ne aveva cinquantasei, ed era il più potente signore di tutta Cristianità; ma la fama mormorò allora che fosse avvelenato.... Oh! quando poi c'entra il veleno, si muore anche dell'età del Re Corrado....»

«Santa Vergine! questo è un fulmine,» disse Manfredi segnandosi.