Part 15
Per nulla inquietati dalla presenza del ragazzo, si misero a mangiare con appetito invidiabile, poi servendosi di due cornetti fatti con foglie di palma si provarono ad assaggiare il _taroba_.
— Non c’è male, — disse Alvaro. — Non credevo che questi antropofagi fossero capaci di fabbricare dei liquori.
Ma, ora che mi rammento, aveva già parlato dal _taroba_ e....
— E anche di denti di vecchie, signore, — disse il Garcia.
— _Characo!_.... Sì, di denti.... — rispose Alvaro, lasciando cadere il cornetto. — Ehi, ragazzo, si può conoscere la ricetta usata per fabbricare questo liquore?
— Non vi piace? — chiese il giovane indiano.
— Ti domando da che cosa lo ricavano.
— Dai tuberi di mandioca, signore, — rispose l’indiano. — Si fanno prima bollire, poi si danno a masticare alle donne più vecchie della tribù....
— Dici! — esclamò Alvaro, che si sentiva rivoltare le budelle.
— Poi quando li hanno bene triturati, si fanno nuovamente ribollire, si mettono entro vasi e si lasciano fermentare sepolti nella terra umida.
— Puah! È questa porcheria la bevete? Garcia, butta fuori questi vasi! Alla malora il _taroba_! Questi indiani sono dei veri porci!
— Perchè dite ciò? — chiese l’indiano.
— Io bere questa porcheria, masticata prima dalle vecchie!
— Ma signore, se i tuberi non venissero masticati, il _taroba_ non riuscirebbe eccellente[10].
— Porta via quei vasi o li scaravento sulla testa del primo indiano che passa. I _pyaie_ dalla pelle bianca non bevono di questi liquori.
Ecco guastata la digestione!
— Signore, — disse il mozzo che rideva a crepapelle. — Non vale la pena di scaldarsi tanto. Dopo tutto quel liquore non era poi cattivo. —
L’indiano, un po’ mortificato per la cattiva accoglienza fatta dal gran _pyaie_ al più squisito dei liquori brasiliani, prese i due vasi e li portò fuori, chiedendosi quali bevande spiritose usavano quegli uomini dalla pelle bianca, per disprezzare quel _taroba_ che era stato ben preparato dalle vecchie della tribù.
— Vediamo ora questo _tushana_ che hanno affidato alla nostra sorveglianza, — disse Alvaro. — Deve essere qualche cosa d’importante, come un sigillo reale o giù di lì. —
Prese il cilindro che era formato da una grossa canna di bambù, alta quasi un metro e come abbiamo detto, adorna di collane e di grani d’oro e l’aprì.
Conteneva un bastone di legno pesantissimo, probabilmente _pao de fero_, alto sessanta centimetri, con un ciuffo formato di penne di tucano da una parte e dall’altra con un ciuffo di penne d’arà rossa.
— Lo si direbbe un bastone di comando, — disse Alvaro, osservandolo curiosamente. — Se affidano a noi il _tushana_ della tribù, vuol dire che noi siamo diventati personaggi importantissimi. Diaz mi ha narrato che non si affidava che a gente d’alto bordo. Ciò mi tranquillizza.
— E perchè signore?
— Perchè avevo paura che questi bruti aspettassero che fossimo ben grassi per mangiarci. Eh! La carne bianca poteva tentare quei mangiatori di carne umana.
— E dovremo continuare molto a rappresentare la parte di stregoni?
— Di che cosa ti lagni, ragazzo incontentabile? Siamo diventati di punto in bianco grandi dignitari e grandi sacerdoti, mentre avremmo dovuto finire su una graticola e non sei ancora contento?
— Preferirei la libertà nei grandi boschi, insieme al marinaio.
— Pazienza per ora, Garcia. Nemmeno io ho il desiderio di finire la mia vita fra questi selvaggi. Per ora restiamo stregoni, poi vedremo. —
In quel momento il ragazzo indiano rientrò, dicendo:
— Gran _pyaie_ il capo vi prega di assistere alla morte del prigioniero che dovrà servire questa sera per cena dei sotto-capi e dei più valenti guerrieri.
Dice che la carne, guardata dai vostri occhi, diventerà più eccellente.
— Se ci lasciasse tranquilli sarei più contento. Non amo veder assassinare un povero diavolo e tanto meno a mangiarlo.
— È l’uso della tribù e voi non potete sottrarvi agli obblighi spettanti ai _pyaie_.
— È un tuo compatriotta il condannato?
— No, un _tupy_.
— Se mi provassi a salvarlo?
— Non fatelo, gran _pyaie_. Anche il mio padrone si era provato da principio e per poco non venne mangiato assieme alla vittima.
— Non opponetevi alle usanze della tribù se volete salvare la pelle. Ecco il prigioniero che ha cominciata la sua danza guerresca. Udite? Egli non tremerà quando la mazza gli sfracellerà il cranio e si difenderà vigorosamente. —
Sulla piazza si udivano a suonare i pifferi e strepitare le maraca che venivano agitate furiosamente per accrescere il baccano e tratto tratto una voce umana, poderosa, echeggiava coprendo quei suoni.
— Giacchè non possiamo farne a meno senza screditarci, andiamo, — disse Alvaro. — Anche la carica di _pyaie_ più o meno grande, ha le sue spine. —
Uscirono preceduti dal ragazzo indiano.
La piazza era già stata occupata da parecchie centinaia di selvaggi, fra i quali si vedevano anche parecchie donne, miserabili creature dai lineamenti non meno bestiali di quelli degli uomini, colle capigliature arruffate, l’orribile barbotto e gli orecchi prodigiosamente allungati e adorni di piccole file di ossicini bianchi, probabilmente di falangi umane e di pietre colorate che ricadevano fino sulle spalle.
Il _tupy_ che doveva servire da cena al capo ed ai sotto-capi, era già giunto sulla piazza e s’avanzava scortato da un gruppo di suonatori, ballando e cantando per dimostrare il suo coraggio e la nessuna paura che aveva della morte. Era un bel giovane guerriero, di forse venticinque anni, colle membra ben tornite e tatuato in varii luoghi, coi lineamenti più fini e più regolari di quelli degli Eimuri.
Dietro di lui, una vecchia megera, orribilmente dipinta, portava la _liwara-pemme_, ossia la terribile mazza che i brasiliani usavano adoperare per uccidere i loro prigionieri.
Presso tutte le tribù brasiliane, i nemici che cadevano vivi nelle mani dei vincitori, fino al giorno del supplizio venivano trattati coi più grandi riguardi, come persone quasi sacre.
Invece di tenerli rinchiusi e legati, accordavano a loro la massima libertà, non cessando però di sorvegliarli onde impedire che fuggissero.
Li nutrivano abbondantemente, onde facessero degna figura alla tavola dei capi, li fornivano di liquori e di tabacco in abbondanza.
Due giorni prima dell’epoca fissata pel supplizio, usavano dare delle feste e banchetti in onore della vittima, la quale vi prendeva parte attiva, sforzandosi di mostrarsi il più intrepido ballerino ed il più allegro di tutti.
Le donne intanto filavano espressamente le corde che dovevano legarlo, fabbricavano i vasi per cucinare le carni oppure la graticola ed i liquori che dovevano inaffiare il banchetto.
Il _tupy_ si mostrava degno del coraggio tradizionale dei suoi compatriotti, i quali godevano fama di essere i più intrepidi guerrieri del Brasile.
Ballava con lena crescente, ridendo e scherzando cogli Eimuri che lo circondavano, fingendo di non udire il canto di morte che aveva intuonato la vecchia megera che portava la mazza fatale.
— Noi teniamo l’uccello pel collo, — cantava la vecchia, tentando di gettare sulle spalle del prigioniero una corda fatta a laccio. — Se tu fosti stato invece un pappagallo venuto a beccare nelle nostre campagne, saresti volato via.
Ma noi ti abbiamo ora recise le ali e ti mangeremo! —
Il guerriero allora s’interrompeva come preso da improvviso furore e rispondeva con voce tuonante:
— Voi mi mangerete, ma io ho ucciso il padre di quel guerriero che sta presso il capo e gli ho divorato il cuore.
Io ho pure ucciso un capo vostro e ferito a morte suo figlio e anche quelli li abbiamo divorati. —
Era giunto nel centro della piazza, dove ardeva un gran fuoco e dove era stata già rizzata una enorme graticola formata con rami di alberi del ferro.
Il capo degli Eimuri, tutto adorno di collane e di penne di varii uccelli si avanzò verso il prigioniero, seguito da una dozzina di guerrieri e secondo l’uso lo invitò a guardare per l’ultima volta il sole, poi impugnò la mazza facendola volteggiare parecchie volte in aria per dare un saggio della sua forza e della sua abilità.
Quindi fissando sul _tupy_ uno sguardo feroce, gli disse:
— Nega che tu hai divorato il padre di quel guerriero, il capo e suo figlio.
— Fammi libero e mangerò te e tutti i tuoi, — rispose fieramente il _tupy_.
— Noi ti proveremo ed io mi preparo a darti il colpo mortale, giacchè tu affermi di aver ammazzati i miei guerrieri e tu sarai divorato in questo giorno istesso.
— Questi sono i casi della vita, — rispose il prigioniere scrollando le spalle. I miei amici sono numerosi e un giorno mi vendicheranno.
— Ha del coraggio quel giovane, — disse Alvaro al ragazzo indiano che gli aveva tradotte le risposte del prigioniero.
— Era un valoroso, signore, figlio d’un grande guerriero.
— Peccato che noi non possiamo far nulla per salvarlo.
— Gli Eimuri diverrebbero furibondi. Lasciateli fare. —
Due selvaggi avevano legato al prigioniero le gambe, lasciandogli però libere le braccia.
Il _tupy_ si mise allora a dimenarsi come un forsennato sfidando tutti ad assalirlo, essendo concesso ai prigionieri il diritto della difesa.
Vedendo i guerrieri del capo avanzarsi, raccolse quanti sassi si trovavano presso di lui, scagliandoli contro i nemici. Ruggiva come una belva e quantunque avesse le gambe legate balzava coll’agilità d’una gazzella.
Il cerchio però si stringeva sempre più attorno a lui ed il capo aveva alzata la mazza.
Per qualche istante lo si vide roteare e tempestare di pugni gli avversarii, poi risuonò un colpo secco.
La _liwara pemme_ del capo gli aveva fracassato il cranio, facendolo stramazzare al suolo fulminato.
— Andiamocene, — disse Alvaro, nauseato, mentre gli Eimuri si scagliavano, ruggendo come fiere, sul cadavere ancor caldo del _tupy_. — Questi assassini mi ributtano. —
E preso il mozzo per una mano lo trasse verso la capanna, mentre il disgraziato guerriero veniva gettato sulla graticola.
CAPITOLO XX.
L’Uomo di fuoco.
Cominciavano ad averne fino sopra i capelli della loro carica ed a sentire un intenso desiderio di libertà.
Erano già sei giorni che si trovavano nelle mani di quei ributtanti selvaggi, confinati nella loro capanna, dalla quale non potevano uscire che per assistere a banchetti di carne umana, avendo fatto gli Eimuri, nelle loro ultime scorrerie, buon numero di prigionieri Tamoi, Tupy e Tupinambi, e non ne potevano più di quella esistenza.
Avevano dapprima sperato nel marinaio, ma invece non avevano avuto più nessuna nuova di lui. Era stato ucciso e divorato da qualche altra colonna di Eimuri, o disperando di poterli salvare, aveva continuata la sua fuga per raggiungere le orde dei Tupinambi? Mistero.
— Andiamocene, signore, — ripeteva da mane a sera il mozzo.
— Sì, andiamocene, — rispondeva invariabilmente Alvaro.
Ma il mezzo non si era mai presentato. I selvaggi, che dovevano diffidare, non avevano mai cessato di sorvegliarli e tutte le sere un certo numero di guerrieri si sdraiava intorno alla capanna per impedire qualsiasi evasione.
Eppure i due naufraghi erano convinti che così non la potesse durare a lungo.
Quella carica di celebri stregoni, non andava troppo a sangue a loro e ne avevano perfino di troppo.
Il settimo giorno stava per passare non meno allegro degli altri, quando dopo il mezzodì videro improvvisamente entrare il capo degli Eimuri, seguito dal ragazzo che serviva da interprete.
— Ci deve essere qualche novità, — disse Alvaro al mozzo. — Dopo l’uccisione del _tupy_ è la prima volta che l’Eimuro si degna di farci una visita. —
Il capo pareva assai preoccupato e di cattivo umore. Salutò nondimeno i due _pyaie_ toccando il suolo colla punta della lingua, poi fece cenno al ragazzo di parlare.
— Che cosa vuole il capo? — chiese Alvaro.
— Egli si lamenta che i due _pyaie_ non proteggono, come dovrebbero, la tribù, — rispose il ragazzo. — E mi dice di avvertirvi che se non ucciderete quel terribile serpente, vi mangerà.
— Diavolo! — esclamò Alvaro, un po’ impressionato. — Che la carne bianca lo tenti? Già non mi tenevo molto sicuro anche colla carica impostaci.
Di che cosa si tratta dunque?
— D’un terribile serpente che ha già divorato cinque guerrieri della tribù, — rispose il ragazzo.
— E che cosa si vorrebbe da noi?
— Di fare degli scongiuri onde il rettile ritorni nella savana da cui è uscito o che lo uccidiate.
— Una cosa molto facile a farsi, — rispose Alvaro. — Gli è che ci mancano i nostri amuleti.
— Quali? — chiese il ragazzo, dopo d’aver scambiato alcune parole col capo.
— Quando ci hanno fatti prigionieri noi avevamo degli amuleti possenti che gli Eimuri non ci hanno più restituiti.
Che ce li portino e noi andremo a uccidere quel terribile serpente che minaccia la distruzione della tribù.
— Li avrete, — rispose il ragazzo. — Il capo li ha conservati e ve li consegnerà.
— Quando dovremo andare ad uccidere il serpente?
— Questa sera, non mostrandosi mai di giorno.
— Dirai al capo che i _pyaie_ saranno pronti e che il serpente non divorerà più gli uomini della sua orda. —
L’Eimuro, visibilmente soddisfatto per quelle risposte, si ritirò assieme al ragazzo, facendo un inchino più profondo di prima e leccando il pavimento della capanna.
— Garcia! — disse Alvaro, quando furono soli. — L’occasione che aspettavamo è venuta, e, se non saremo capaci di approfittarne, dovremo rinunciare per sempre a riacquistare la libertà.
Io sono pronto a tentare la sorte od a fare un gran colpo. Non sarà il serpente che cadrà, bensì il capo di questi mangiatori di carne umana, dovesse poi farmi inseguire attraverso tutto il Brasile.
— Che ci restituiscano il fucile?
— Me l’hanno promesso e poi non s’immaginano di certo che sia un’arma ben più terribile delle loro mazze e delle loro frecce.
— Ed il serpente?
— Se lo ammazzino loro, se ne avranno il coraggio.
— E dopo, signore?
— Fuggiremo e riprenderemo la nostra vita randagia, finchè avremo ritrovato il marinaio o la sua tribù.
— Signor Alvaro, mi trema il cuore.
— Se rimanessimo qui, un dì o l’altro questi selvaggi finirebbero per divorarci. Un arrosto di carne bianca li tenta e mi stupisco che ci abbiano finora risparmiati.
Non lasciamoci illudere dalla nostra carica che non ci offre alcuna sicurezza.
— Che cosa avete intenzione di fare?
— Non lo so ancora, ma qualche cosa accadrà ed il capo non tornerà più vivo fra i suoi.
Sono deciso a tutto o.... —
Una detonazione improvvisa, che rimbombò sulla piazza, lo fece sobbalzare. Grida selvagge, improntate del più profondo terrore, echeggiavano da tutte le parti.
Alvaro e Garcia si erano precipitati verso la porta.
Dei guerrieri fuggivano a rompicollo nascondendosi entro le capanne o rifugiandosi nella foresta, mentre in mezzo alla piazza, ancora circondato da una nuvola di fumo, giaceva un cadavere.
— Hanno scaricato il fucile! — esclamò Alvaro. — Vi è un morto laggiù.
— Che incolpino ora noi della disgrazia, signore? — chiese Garcia.
— Vedo il fucile presso quel morto e anche il bariletto delle munizioni ed i sacchetti delle palle. Approfittiamo della fuga dei selvaggi per impadronircene.
Con un’arma da fuoco nelle mani, potremo tener testa a questi bruti. —
Seguito dal mozzo si diresse verso il centro della piazza dove giaceva il cadavere e s’impadronì del fucile caricandolo precipitosamente.
L’indiano che aveva fatto partire la scarica, era stato ucciso sul colpo. Aveva ricevuto la palla in un occhio e la scatola ossea era stata attraversata dal grosso proiettile, uscendo dietro la nuca.
Vedendo comparire i due _pyaie_, alcune teste cominciavano a mostrarsi, ma nessuno osava ancora uscire.
[Illustrazione: Si era trovato avvolto fra le spire del serpente.... (CAP. XXI).]
Quello sparo e la morte fulminante del selvaggio, dovevano aver prodotta una immensa impressione su quegl’indiani che in quell’epoca non conoscevano le armi da fuoco e che come tutti i popoli primitivi, avevano una grande paura del tuono.
— Signor Alvaro, — disse il mozzo. — Se noi approfittassimo dello spavento che ha invaso questi selvaggi per mettere in moto le nostre gambe?
— Non ci lascierebbero andare, ragazzo mio, e ben presto li avremmo tutti addosso. No, questo non è il momento di fuggire nè di commettere imprudenze.
Ah! Ecco il giovane indiano che viene verso di noi. Non è meno spaventato degli altri, quel povero diavolo. —
L’interprete era uscito da una capanna e s’avanzava timidamente verso di loro, mentre dietro di lui tuonava la voce rauca del capo.
Era pallidissimo e tremava come una foglia mossa dal venticello.
— Non aver paura, — gli disse Alvaro, sorridendo. — Nessuno ti ucciderà.
— Signore, — balbettò il ragazzo che guardava con uno spavento impossibile a descriversi il fucile che Alvaro teneva fra le mani. — Il capo mi manda a chiedervi chi è che ha cagionata la morte di quel guerriero.
— Quell’uomo ha voluto toccare il potente amuleto dato dal grande Manitou ai _pyaie_ bianchi ed è morto.
Gli uomini rossi non posseggono il fuoco del cielo.
— Quel tuono e quel getto di fuoco stanno rinchiusi nella _gravatana_ che tenete fra le mani?
— Sì, sono qui dentro.
— E uccidono?
— Lo hai veduto. Che cosa aveva fatto quel guerriero?
— Voleva vedere ciò che conteneva la vostra _gravatana_ ed è subito caduto fra una nube di polvere, mentre scoppiava un tuono spaventevole simile a quello che si vede quando infuriano le tempeste.
— È stato un imprudente ed il grande Manitou lo ha punito. Egli non doveva vedere ciò che conteneva l’amuleto dei _pyaie_ dalla pelle bianca.
Va a dire al capo che venga ed io gli mostrerò la potenza di questa _gravatana_, se ti piace chiamarla così.
— Non ucciderà più nessuno?
— Sì, il serpente che ha divorato i guerrieri del capo, — rispose Alvaro.
Il ragazzo si era diretto, correndo, verso la capanna da cui era uscito e poco dopo tornava seguito dal capo e da parecchi guerrieri. Erano però anche essi in preda ad un vivissimo spavento e guardavano sospettosamente i due _pyaie_ e sopratutto quella terribile arma che ispirava ormai un terrore superstizioso, ed invincibile.
Incoraggiati però dalla immobilità e dai sorrisi di Alvaro, a poco a poco formarono attorno a lui un circolo, tenendosi tuttavia sempre a rispettosa distanza.
— Di’ al capo di condurre qui qualche animale, se ne ha qualcuno, — disse Alvaro al ragazzo.
— Che cosa vuoi fare?
— Mostrare al capo come si uccide. —
Il ragazzo scambiò alcune parole coll’Eimuro, poi disse:
— Il capo ti offre uno dei suoi prigionieri. Ne ha ancora una dozzina.
— Mi conduca un animale o non vedrà nulla. Sono i _pyaie_ che comandano in questo momento. —
Alcuni indiani, ai quali il ragazzo aveva tradotta la risposta del portoghese, si diressero verso la foresta dove, forse in qualche recinto, tenevano degli animali destinati a surrogare i prigionieri di guerra quando questi mancavano.
Pochi minuti dopo Alvaro li vide ritornare spingendo innanzi a loro uno strano animale che rassomigliava ad un porco, grosso però più del doppio, con una testa assai accuminata che terminava in una piccola proboscite mobilissima.
Se Alvaro avesse avuto miglior conoscenza cogli animali che abitavano le foreste brasiliane, avrebbe subito riconosciuto in quella specie di porco un tapiro, un essere affatto inoffensivo, che vive per lo più nelle foreste umide o nei pressi delle savane, essendo amante delle canne palustri e delle radici delle piante acquatiche.
Il povero animale, come fosse consapevole della sorte che lo attendeva, cercava di ribellarsi e ricalcitrava, ma gl’indiani a furia di legnate e di calci lo spinsero verso il tronco d’una palma legandovelo solidamente con delle liane.
Alvaro fece cenno ai selvaggi di ritirarsi, si avanzò fino a cinquanta passi della pianta e dopo d’aver pronunciato alcune parole misteriose e d’aver alzato replicatamente le mani verso il cielo come se invocasse l’assistenza del gran Manitou, signore della terra e del fuoco, puntò il fucile mirando attentamente.
Un profondo silenzio regnava fra gli Eimuri, il cui numero era triplicato. Sui loro visi si leggeva una estrema ansietà.
Anche il capo pareva profondamente impressionato e guardava con un misto di spavento e d’ammirazione superstiziosa quell’arma che mandava fumo, fuoco e tuono.
Ad un tratto una detonazione rimbombò, strappando ai selvaggi un urlo di spavento.
Alcuni si erano dati a fuga precipitosa, turandosi gli orecchi, altri si erano lasciati cadere al suolo e si rotolavano fra la polvere.
Il capo però ed alcuni altri coraggiosi si erano invece slanciati verso l’albero alla cui base si dibatteva, fra le ultime convulsioni della morte, il disgraziato tapiro.
Quando lo videro esalare l’ultimo sospiro e si furono ben convinti che nessuna freccia lo aveva colpito, tesero le braccia verso Alvaro, gridando a squarciagola:
— _Caramurà! Caramurà!_
— _Caramurà!_ — esclamò Alvaro. — Io ho udito ancora questo grido. —
Si volse verso il ragazzo indiano che gli stava presso, guardandolo con due occhi strambuzzati, pieni di terrore.
— Che cosa vuol dire _Caramurà?_ — gli chiese.
— _L’uomo di fuoco_, signore, — balbettò il ragazzo. — Forse che voi non siete il padrone del fuoco?
— Ecco un titolo che mi renderà temuto fra tutte le tribù brasiliane. — disse Alvaro ridendo. — La mia fama è ormai assicurata.
Va ora a dire al capo, che il signor _Caramurà_ è pronto a uccidere il serpente che divora i suoi guerrieri e che.... — continuò poi, curvandosi verso Garcia e abbassando la voce, — giuocherà anche di gambe. —
Il capo, seguito da alcuni guerrieri, si era accostato a poco a poco ad Alvaro, tutto umile e tremante.
— Tu sei il _pyaie_ più possente di quanti ne esistono, — gli fece dire dall’interprete. — Quello che possedevano i Tupinambi — che io avevo fatto inseguire per averlo come mio _pyaie_, non è nulla a paragone di te.
D’ora innanzi tu rimarrai sempre con noi e comanderai come un capo.
Coll’_Uomo di fuoco_, noi saremo invincibili e non ci mancheranno più prigionieri da divorare.
— Il birbante, — disse Alvaro a Garcia, quando il giovane indiano ebbe tradotte le parole del capo. — Ci nomina provveditori di carne umana! Aspetta questa sera e vedremo se domani avrai ancora i due _pyaie_ dalla pelle bianca.
— Fuggiremo dunque questa sera, signore? — chiese il mozzo.
— Sono deciso. Approfittiamo dello spavento che ha prodotto il nostro fucile.
— E andremo in cerca del marinaio?
— Quell’uomo ci è più che mai necessario e poi ha il tuo fucile. Con due armi da fuoco noi diverremo invincibili e tenteremo anche la traversata dell’America fino agli stabilimenti spagnuoli.
Non ho alcun desiderio di finire la mia vita fra questi ributtanti antropofagi.
Andiamo a cenare, per ora, poi penseremo al serpente. —
Al capo ed ai suoi guerrieri che si curvavano fino a terra, fece un superbo gesto d’addio e tornò nella capanna, dopo aver avvertito il ragazzo che aspettava la cena prima di mettersi in caccia.
Il rispetto e la paura avevano fatto diventare gli Eimuri straordinariamente generosi. Pesci di ogni specie, pappagalli e tucani arrostiti e aromatizzati con certe erbe, ceste ricolme di gallette di mandioca, tuberi cucinati sotto la cenere e frutta d’ogni sorta, coprirono ben presto tutto il pavimento della capanna.
Tutti i più famosi guerrieri correvano a offrire qualche cosa al terribile _pyaie_ possessore della folgore celeste.
— Che vogliano ingrassarci per poi divorarci? — disse Alvaro, ridendo. — Questa improvvisa abbondanza non mi garba troppo.
— Non oserebbero, signore, — disse Garcia. — Ora devono essere convinti che noi siamo due veri _pyaie_ e ci adorano come due divinità.
— Eh! Conta tu sull’adorazione di questa gente! Non mi stupirei se giungesse al punto da mettere indosso a loro il desiderio di provare la carne degli dei.
No, è meglio andarsene, mio caro ragazzo, e rinunciare a tutta questa abbondanza.
Orsù, pranziamo e poi andremo a fare il nostro giuoco. Il serpente se lo ammazzeranno loro.
CAPITOLO XXI.
La fuga.