Part 13
Quella coppa che resiste anche alla fiamma per un certo tempo, serviva a meraviglia, senza bruciarsi.
Quando il marinaio vide che l’arrosto era quasi pronto e che il grasso si era già ben liquefatto, disse:
— Preparatevi per la frittura che formerà il primo piatto. Il _tamanduà_ verrà poi. —
Aprì il sacco e lo vuotò nel guscio. Le povere termiti, che erano delle belle e grosse formiche, più lunghe d’un pollice, caddero nel grasso bollente, dibattendosi per qualche istante disperatamente.
Un profumo squisito, come di pesce fritto, si sparse per l’aria.
Quando il marinaio le giudicò ben cotte, le ritirò servendosi d’una spatola di legno che aveva lì per lì fabbricata e le depose su una bella e profumata foglia di palma.
— Ecco la frittura! — gridò allegramente. — Servitevi, signori! —
Si erano seduti tutti tre intorno alla foglia, ma Garcia ed Alvaro esitavano.
Quel fritto di formiche non li tentava affatto.
— Assaggiate dunque, signor Viana, — disse il marinaio.
Alvaro, quantunque arricciasse il naso, finalmente si decise.
— Corpo d’un elefante! — esclamò quando ne ebbe mangiate alcune. — Sono più delicate e più gustose dei gamberetti di mare![9] Mangia Garcia ed impara ad apprezzare la cucina dei selvaggi brasiliani. —
La frittura scomparve in pochi minuti.
— Avanti l’ar..... — stava per gridare il marinaio. Ma l’ultima parola gli morì fra le labbra.
Una freccia aveva silenziosamente attraversata la piccola radura, piantandosi nel tronco d’un albero che cresceva vicino ad Alvaro.
— _Carracho!_ — esclamò il marinaio, che si era alzato precipitosamente. — Gli Eimuri! Gambe! Gambe! —
Sull’opposta riva del fiume erano improvvisamente comparsi alcuni selvaggi che il marinaio aveva subito riconosciuto pei suoi accaniti persecutori.
Quei bricconi che dovevano aver finalmente trovate le tracce dei fuggiaschi, si preparavano a tempestarli di frecce.
Alvaro che non voleva abbandonare tutto, d’un balzo prese l’arrosto e si slanciò dietro al marinaio che filava come un cavallo, seguito a breve distanza da Garcia che si era impadronito della carne della testuggine.
Gli Eimuri, fortunatamente pei naufraghi, si trovavano nell’impossibilità d’inseguirli.
Quel fiume, quantunque guadabile, era per essi un ostacolo enorme ed un ponte non era facile a costruirsi in pochi minuti, specialmente per uomini che non possedevano che delle scuri informi fatte con grosse conchiglie o con pezzi di selce.
— Rallentate un po’, marinaio, — gridò Alvaro, vedendo che gli Eimuri non osavano mettere i piedi in acqua. — Volete farmi scoppiare? E poi non siamo inermi, ringraziando Iddio e le munizioni non ci mancano.
— Non fermiamoci, signore, — rispose Diaz. — Approfittiamo per frapporre fra noi e quelle canaglie il maggior spazio possibile.
Corrono come cervi e quando avranno costruito un ponte, ci daranno una caccia furiosa, senza lasciarci un momento di tregua.
— Il ponte non l’hanno ancora costruito.
— Lo faranno, non dubitate. Si sono cacciati in testa di prendermi e non mi lascieranno, ve lo assicuro.
Gambe, signore e avanti finchè avremo forza.
— Briganti! — esclamò Alvaro che era di assai cattivo umore. — Potevano giungere a pranzo finito! —
Ripresero la corsa, inoltrandosi sempre più nell’interminabile foresta la quale diventava sempre più folta e più selvaggia e la continuarono fino a che si sentirono incapaci di fare un passo più innanzi.
Tutti tre, specialmente il mozzo, erano completamente esausti.
— Prendiamo un po’ di riposo e consigliamoci, — disse Alvaro. — Abbiamo percorso una mezza dozzina di miglia e forse gli Eimuri non sono ancora riusciti a costruirsi il ponte ed a valicare il fiume.
Non devono essere troppo abili in simili costruzioni quei bruti. Che cosa ne dite, Diaz?
— Che pel momento siamo al sicuro, — rispose il marinaio. — Il fiume è largo e un albero di quaranta o cinquanta metri non si abbatte facilmente con delle scuri di pietra o di conchiglia.
Però domani o questa sera saranno qui di certo.
— E siamo ancora lontani dai villaggi dei Tupinambi?
— Almeno sei o sette giorni di marcia, dovendo noi descrivere un lungo giro per evitare l’incontro col grosso degli Eimuri.
— Diavolo! — esclamò Alvaro. — Sette giorni e di fuga continua! Potremo noi resistere?
— Sarà necessario, se non amate meglio farvi divorare, — disse il marinaio.
— Non potete trovare qualche altro rifugio?
— Un rifugio! Uhm! Sarà un po’ difficile e poi, sarebbe sicuro? Quei dannati selvaggi, quando si attaccano ad una pista, non la lasciano più.
Sono più abili dei cani. Bisognerebbe trovare un altro fiume o meglio ancora una palude od una savana sommersa.
Io non conosco il paese che ora percorriamo o meglio la foresta, ma può darsi che da un momento all’altro ci troviamo dinanzi a dell’acqua.
Signor Viana, ripartiamo.
— Mille bombe! Ancora?
— Ho corso per undici giorni e con pochissimi riposi, sempre inseguito. Se le mie gambe avessero ceduto o sarei a quest’ora un pyaie degli Eimuri o già digerito dopo d’essere stato più o meno arrosolato su una graticola.
— Diaz! Mi fate venire i brividi! — esclamò Alvaro.
— Che vi daranno la forza di fuggire, — rispose il marinaio, sorridendo.
— Lasciateci almeno il tempo di assaggiare il nostro arrosto. Mi libererò almeno d’un peso inutile.
— E la mia testuggine? — chiese il mozzo.
— Serbiamola per domani, — rispose Diaz. — Non avremo più il tempo di cacciare.
— Su, sbrighiamoci! La frittura di formiche non è già un piatto forte per degli uomini che sono costretti a far lavorare le gambe. —
Affamati come erano, essendo stati costretti ad interrompere il pranzo in sul principio, non impiegarono molto a far scomparire l’arrosto e le tre o quattro gallette che avevano avuto il tempo di raccogliere.
Ringagliarditi da quel pasto assai sostanzioso e abbondante se non variato, i tre europei ripresero le mosse, spronati dal pensiero che gli Eimuri avessero già trovato il modo di varcare il fiume e che seguissero già le loro orme.
La foresta era sempre foltissima e costituita da poche varietà di piante per la maggior parte senza frutta.
Erano macchioni enormi di _isonandra_, di alberi da cui si ricava oggidì la guttaperca; di _bombonax_ colle cui foglie si fabbricano degli splendidi cappelli di paglia che poco hanno da invidiare a quelli famosi di Panama; di _laranjus_ i cui fiori profumavano l’aria e di persee piante bellissime queste, alte come i nostri peri e che producono delle frutta grosse come limoni, che intorno al nocciuolo hanno una polpa verdastra, di sapore nauseante, che sembra burro e che si mangia, da taluni, volentieri specialmente se condita con sale, zucchero e vino di Xeres.
[Illustrazione: Il vampiro aspirava pian piano, senza cessare di muovere le ali. (CAP. XVII).]
Pochi uccelli abitavano quella boscaglia, quasi tenebrosa per la foltezza delle foglie e umidissima: dei _tanagra_, colle penne azzurre ed il ventre aranciato; qualche cardinale colla testa rossa e qualche grosso pappagallo che cicalava a piena gola, noioso come tutti i suoi simili.
Il marinaio che sapeva dirigersi anche senza bussola e che aveva le gambe solide, camminava velocemente senza mai deviare, nè esitare, mettendo a dura prova le forze dei due naufraghi.
— Avanti sempre, senza fermate, se volete sfuggire agli Eimuri, — diceva sempre. — È così che io sono riuscito a tenerli sempre a distanza.
— Noi non possediamo dei garretti d’acciaio, — brontolava Alvaro. — Non siamo vissuti quindici anni fra i selvaggi. —
— È necessario, — ribatteva il marinaio. — Chi rimane indietro è uomo morto.
E sempre spronati da quella paura, continuavano ad avanzarsi nell’immensa foresta, passando da un macchione all’altro, sovente strisciando come rettili, quando non riuscivano a trovare un passaggio fra quell’immenso caos di alberi, di cespugli e di liane.
Alla sera, esausti ed affamati, si arrestavano sulla riva d’un torrentello.
— Basta, — disse il marinaio. — Abbiamo marciato come selvaggi brasiliani, riposiamoci qui.
Anche gli Eimuri dormono; possiamo quindi fare anche noi altrettanto.
Cenarono con alcuni banani, poi si lasciarono cadere al suolo, sotto un albero immenso che stendeva i suoi rami in tutte le direzioni.
— Dormite pure, — disse il marinaio che era il meno stanco. — Io monto il primo quarto di guardia. —
CAPITOLO XVII.
La savana sommersa.
Fu una notte di continue angoscie per tutti. L’idea che quei ferocissimi selvaggi fossero già vicini e che potessero, da un momento all’altro, sorprenderli per divorarli, impedì a tutti tre di dormire.
I loro timori però non si avverarono e la notte passò tranquilla, senza allarmi. Tuttavia salutarono con gioia lo spuntare del sole, il quale almeno permetteva loro di poter scorgere i nemici ed impedire una possibile sorpresa.
— Preferisco camminare, quantunque non mi sia riposato sufficientemente, — disse Alvaro. — Quei dannati selvaggi mi hanno messo indosso una paura indiavolata che non riesco a scacciare.
— Camminiamo, signore, — rispose il marinaio che pareva avesse perduto il suo solito buon umore. — Ci procureremo la colazione più tardi.
— C’è ancora la testuggine, — disse il mozzo.
— Che non ci servirà a nulla a menochè tu non preferisci divorarla cruda, giacchè io non permetterò di accendere il fuoco.
I selvaggi fiutano il fumo a delle distanze incredibili ed il fuoco tradirebbe la nostra presenza.
— Brutto affare, — disse Alvaro. — Dovremo noi galoppare come cavalli e ristorarci poi con delle sole frutta? Non resisteremo a lungo, mio caro marinaio.
— Chissà che non troviamo qualche cosa di meglio delle frutta, — rispose Diaz. — Le foreste brasiliane offrono delle risorse sorprendenti.
Su, gambe in ispalla e riprendiamo la corsa.
— Che ci siano già vicini quei maledetti antropofagi?
— Sulla nostra pista di certo.
— Quand’è che troveremo un altro fiume che ci permetta di fare una buona sosta?
— Lo ignoro, — rispose il marinaio. — Non conosco queste foreste.
Non sono però rari i corsi d’acqua nel Brasile, anzi può darsi che da un momento all’altro ne incontriamo qualcuno. —
Ripartirono, dapprima con passo un po’ lento, poi riscaldatesi le gambe, non tardarono ad affrettarlo quantunque molto sovente fossero costretti ad arrestarsi dinanzi a degli ammassi mostruosi di _cipò chumbo_, piante convolvolacee di color giallo, somiglianti alle liane, che formano delle reti assolutamente impenetrabili.
Essendo le piante altissime in quel luogo, stormi innumerevoli di uccelli fuggivano da tutte le parti all’avvicinarsi dei fuggiaschi, facendo un baccano assordante.
Dei tucani dal becco rosso e giallo e gigantesco, gli occhi azzurri e le penne scarlatte; grossi arà, piccoli _maitaco_ dalla testa turchina, azulee azzurre e _japu_ che facevano un baccano indiavolato e sgradevolissimo, s’alzavano fra i cespugli e le macchie empiendo la foresta di grida, di cinguettii, di schiamazzi.
Sotto le _sipo_ invece saltellavano a miriadi le schifose _barata_, sorta di piattole puzzolenti, di color bruno, che sono la disperazione dei poveri indiani perchè quando riescono ad introdursi in una capanna, in una sola notte divorano provviste, veste, pelli, amache, lacci.
La foresta a poco a poco diventava umidissima. Il suolo cedeva facilmente sotto i piedi dei fuggiaschi, conservando le orme che gli Eimuri potevano seguire senza fatica e dalle piante cadevano goccioloni. La marcia, già tanto faticosa, diventava in tal modo sempre più difficile mettendo ben a dura prova Alvaro ed il mozzo i quali penavano a trascinarsi dietro al marinaio che, abituato alle lunghe e velocissime marce degl’indiani, pareva infaticabile.
Verso le dieci Diaz, accortosi dello stato compassionevole dei compagni, si decise ad accordare loro un po’ di riposo. Capiva che non si poteva chiedere di più alle loro forze già estremamente esauste e poi l’appetito cominciava a farsi sentire colla magrissima cena della sera innanzi.
— Fermiamoci qualche ora e cerchiamo qualche cosa da porre sotto i denti, — disse.
— Era tempo, — rispose Alvaro. — Se la corsa continuava ancora un po’ mi lasciavo cadere al suolo.
E poi stomaco vuoto non sta diritto. Ah! Se avessimo ancora le nostre gallette!
— Sono già state digerite dagli Eimuri; non pensateci quindi più. Vi rifarete nei villaggi dei Tupinambi, se riusciremo a raggiungerli.
— Dubitate che noi possiamo sfuggire all’inseguimento degli Eimuri? — chiese Alvaro con inquietudine.
— Sì, se non troviamo qualche rifugio inaccessibile od un altro fiume che li arresti e che permetta a noi di guadagnare via.
Ve lo dissi già, quei selvaggi corrono velocemente e voi non potete gareggiare colle loro gambe.
Tuttavia non disperiamo e poi voi avete dei fucili e le armi da fuoco producono sempre una tremenda impressione sugl’indiani.
Ah! Ma noi dimentichiamo la colazione. Eh! —
Aveva alzato il capo guardando un albero, alto trentacinque o quaranta metri, col tronco coperto da una corteccia tutta irta di bitorzoli spinosi.
Era un _paiva_, o albero cotonifero, di dimensioni enormi.
Non erano già le frutta fusiformi della pianta che avevano attratta la sua attenzione, frutta d’altronde non mangiabili, bensì una specie di piattaforma, lunga tre o quattro metri e larga quasi altrettanto, costruita su due solidi rami e sopra la quale svolazzavano cinguettando numerosi uccelli, grossi tutt’al più come un pivione.
— Ci sarebbe lassù da fare una superba frittata, — disse — se la paura di accendere il fuoco non ci costringesse a rinunciarvi. Bah! Ci accontenteremo di sorbire le uova se non saranno troppo passate.
— Che cos’è quella piattaforma? — chiese Alvaro.
— Un nido di tordi tessitori, — rispose il marinaio. — Sono uccelli singolari che al pari delle passere repubblicane, amano vivere in società.
Lassù potremo raccogliere parecchie centinaia di uova.
— È solido quel nido?
— Può reggere anche un uomo, tanto sono abili costruttori quegli uccelli. Eh, Garcia, saresti capace di dare la scalata a questo _paiva_? I bitorzoli del tronco ti serviranno benissimo di appoggio purchè tu faccia attenzione alle spine.
— Pronto, marinaio, — rispose il mozzo. — È un affare spiccio.
— Adagio, mio caro, non tanta furia anzi sii cauto quando sarai lassù.
— Che mi cavino gli occhi quegli uccelli?
— No, sono le vespe che pungeranno atrocemente. —
I tordi tessitori costruiscono i loro nidi sulle piante che servono d’asilo alle mosche cartone per non essere disturbati dai ghiottoni che mirano alle loro uova.
— E stringono alleanza? — chiese Alvaro.
— Difensiva e offensiva, — rispose il marinaio — Quando i ratti palmisti od altri minacciano di assalire il nido dei tordi per saccheggiare le uova, le vespe accorrono in difesa dei loro alleati; viceversa gli uccelli danno addosso a quei volatili che tentano di rimpinzarsi di vespe.
— È strana!
— Su Garcia, spicciati e come ti ho detto, fa attenzione alle mosche cartone. Appena ti sei riempite le tasche di uova, scendi subito. —
Il mozzo che era un abile arrampicatore, s’aggrappò ai bitorzoli del _paiva_ ed in pochi momenti giunse sotto il nido.
I tordi, vedendo quell’intruso e sospettando forse le sue intenzioni, avevano cominciato a schiamazzare per attirare l’attenzione delle loro alleate ed a volare cercando di beccarlo.
Garcia, che non ascoltava che i brontolî dei suoi intestini quasi vuoti, con un ultimo slancio si issò sulla piattaforma che era formata da un numero infinito di buche, ognuna delle quali conteneva un uovo.
Si riempì precipitosamente le tasche, con quattro scappellotti fugò la banda ciarliera e si lasciò scivolare di ramo in ramo.
Le mosche cartone, udendo i loro alleati a schiamazzare, giungevano in gran numero, pronte a punire l’audace, ma era troppo tardi.
Il mozzo si era lasciato cadere fra le erbe, restando fortunatamente in piedi.
Aveva nelle tasche più di sei dozzine d’uova.
Il marinaio ne prese uno e lo guardò attraverso un raggio di sole.
— Sono fresche, — disse, — Garcia ha avuto buona mano nella scelta. —
S’affrettarono a vuotarle. Non era veramente una colazione capace di empirli, essendo quelle uova piccolissime, però dovettero accontentarsi.
Si dissetarono in una pozza, poi ripresero l’interminabile marcia dirigendosi costantemente verso l’ovest.
Di quando in quando facevano una brevissima fermata per raccogliere qualche frutto o per prendere un po’ di riposo, poi tornavano a galoppare spinti dalla speranza di trovare qualche altro fiume.
Tutto d’altronde indicava la vicinanza o d’un corso d’acqua o d’una savana sommersa: l’umidità crescente del suolo e la presenza di alcuni trampolieri, dei _gallinago_ che somigliano ai nostri beccaccini, di _pisoca_ dalle gambe lunghissime e di gallinelle acquatiche dalle penne turchine a riflessi dorati.
Anche le piante a poco a poco cambiavano. I grossi vegetali scomparivano e si succedevano invece delle _cuiera_, quelle enormi piante di zucca che occupano degli spazii immensi e delle _iriartree panciute_, piante bizzarre che sono sorrette da un gran numero di radici le quali escono dal suolo per parecchi metri.
Mancava qualche ora al tramonto del sole, quando finalmente scorsero, attraverso i tronchi degli alberi ed i cespugli, una superficie luccicante.
— Una savana sommersa! — esclamò allegramente il marinaio. — Ecco una vera fortuna! Signor Viana, noi potremo finalmente riposarci e anche cacciare. —
Affrettarono il passo e giunsero poco dopo sulle rive d’una vasta palude, dalle acque nere ed ingombre di piante palustri e di minuscoli isolotti che altro non dovevano essere se non banchi melmosi coperti di erbaccie grasse.
Ad una grande distanza si scorgeva la foresta che si stendeva sulla riva opposta.
— Che cosa contate di fare ora? — chiese Alvaro al marinaio, il quale osservava attentamente gli isolotti che emergevano in gran numero.
— Rifugiarci su una di quelle terre e attendere colà che gli Eimuri si siano allontanati, — rispose Diaz.
— E chi ci condurrà? Non vedo alcuna barca io.
— Una zattera si costruisce presto. Non è ciò che mi preoccupa. Dubito della solidità di quegli isolotti. Temo che non abbiano consistenza e vorrei accertarmene presto. Costruiamo per ora una piccola zattera, capace di sostenermi e lasciate che vada ad esplorare la palude.
Il sole sta per tramontare e gli Eimuri si saranno anche essi arrestati e prima di domani non giungeranno qui.
— Temete che non possiamo trovare un palmo di terra solida? — chiese Alvaro.
— È un po’ difficile scoprirne nelle savane sommerse. Ve ne sono molti però degli isolotti e non dispero.
Se tardassi a tornare, non inquietatevi per me. Dormite tranquilli senza preoccupazioni. Conosco le savane e i _jacarè_ non mi fanno paura.
— Vi daremo uno dei nostri fucili e munizioni sufficienti, — disse Alvaro.
— Grazie, non rifiuto un’arma da fuoco. —
Approfittando del brevissimo crepuscolo, tagliarono un certo numero di grossi rami ed un paio di giovani alberi e servendosi delle liane costruirono alla meglio un galleggiante, sufficiente a sostenere un uomo.
Prima però d’imbarcarsi, il marinaio, che era veramente instancabile, provvide un po’ di cena ai suoi compagni, raccogliendo nella foresta parecchi grappoli di _pupunha_, portanti delle frutta grosse come pesche, di sapore eccellente e delle _araca_, somiglianti alle susine e più acidule.
— Mentre vi riposate io cercherò il rifugio, — disse, nel momento d’imbarcarsi. — L’esplorazione sarà lunga però come vi dissi, anche se non tornassi prima dell’alba, non pensate male di me. —
Prese il fucile del mozzo, balzò sulla leggera zattera e si spinse al largo, scomparendo ben presto fra le tenebre.
— Ecco un brav’uomo! — esclamò Alvaro, quando non lo vide più. — Lascia noi pigroni a riposare, mentre va a rischiare la pelle per trarci in salvo. Che resistenza ha quel diavolo di marinaio!
— Che torni presto? — chiese Garcia. — Che cosa volete? Presso quel mezzo selvaggio che sa tutto e che indovina tutto, mi sento più sicuro.
— Ed io non meno di te, ragazzo mio, — rispose Alvaro. — Speriamo che la sua esplorazione non duri molto e che possa trovare un isolotto che ci regga.
— Lo aspetteremo svegli?
— Approfittiamo per dormire invece, — rispose Alvaro. — Tu non devi essere meno stanco di me.
— Non posso tenere quasi più gli occhi aperti.
— Gli Eimuri non ci inquieteranno, almeno per questa notte. Coricati presso di me e dormi. —
Alvaro stava per imitarlo quando la sua attenzione fu attirata da alcuni grossi volatili che venivano dalla parte della savana e che svolazzavano intorno all’albero sotto il cui fogliame si era sdraiato.
Che razza di volatili sono? — si chiese. — Non ne ho mai veduti di così grossi eppure devono essere dei pipistrelli. —
Ne avevano infatti le forme, ma erano ben più grossi di quelli europei. Le loro ali, riunite, non dovevano misurare meno di ottanta centimetri ed il loro corpo per lo meno venti.
Se il portoghese avesse conosciuto un po’ meglio il Brasile, si sarebbe ben guardato dall’addormentarsi, malgrado la sua estrema stanchezza.
Non sapendo quanto erano pericolosi quei volatili, non ci fece caso e si appoggiò al tronco dell’albero socchiudendo gli occhi.
Garcia già russava beatamente, segno evidente che gli Eimuri se li era affatto dimenticati.
Per qualche po’ Alvaro lottò col sonno, poi vinto dall’eccessiva stanchezza si abbandonò.
Non erano trascorsi dieci minuti quando uno di quei grossi pipistrelli che svolazzavano intorno all’albero, sotto cui dormivano i due naufraghi, si abbassò silenziosamente volando per qualche po’ sopra la testa di Alvaro.
Non era un semplice pipistrello, bensì un _vampiro morugo_, dalla testa grossa e sporgente che terminava in una specie di trombetta, dal pelame fitto e morbido d’una tinta bruna.
Pareva che cercasse il punto migliore su cui posarsi.
Ad un tratto calò dolcemente su una spalla dell’addormentato, agitando lentamente le ali e applicò l’estremità del muso dietro l’orecchio destro di Alvaro.
Aspirava pian piano, senza cessare di muovere le ali per mantenere un po’ di frescura attorno al povero portoghese del cui sangue si nutriva.
Lo schifoso volatile rimase lì parecchi minuti, ingrossandosi a vista d’occhio, poi quando fu ben sazio riprese il volo senza che Alvaro si fosse svegliato.
Da un forellino appena visibile, aperto dagli acutissimi denti del _morugo_, usciva lentamente un filo di sangue.
Mentre il vampiro s’allontanava un altro era calato sul mozzo.
Aveva già cominciato a succhiare il sangue, quando un lieve rumore che proveniva dalla parte della foresta lo costrinse ad interrompere bruscamente il pasto.
Degli uomini s’avanzavano camminando come i lupi, scivolando dolcemente fra i rami, le radici e le liane, senza che le foglie secche scrosciassero sotto i loro piedi.
Il _morugo_, spaventato, erasi già alzato precipitosamente scomparendo in direzione della savana sommersa.
Il drappello che era composto di una dozzina d’uomini, nudi come vermi, e ricchi di pitture, s’avanzò verso l’albero sotto cui, ignari del grave pericolo che li minacciava, dormivano i due naufraghi.
Un urlo rauco che pareva uscisse più da gole canine che umane, scoppiò fra quei selvaggi.
Avevano finalmente raggiunta la preda che avevano inseguita con tanta ostinazione.
Nessuno però aveva alzata la mazza contro i due addormentati, anzi tutti si erano fermati guardando Alvaro ed il mozzo con un certo rispetto.
Si scambiarono rapidamente alcune parole, poi improvvisarono con dei rami due barelle e vi posero sopra i due naufraghi senza che questi, sfiniti dalle eccessive fatiche e dalla perdita del sangue, si fossero svegliati.
Raccolsero le armi ed il barilotto delle munizioni che posero su una terza barella, poi rientrarono nella foresta, correndo a precipizio.
. . . . . . .
Quando Alvaro si svegliò, con suo immenso stupore non si trovò più sotto l’albero che gli aveva servito d’asilo, nè sulla riva della savana sommersa.