L'umorismo

Part 14

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«L'uomo è un animale vestito, — dice il Carlyle nel suo _Sartor Resartus_, — la società ha per base il vestiario». E il vestiario _compone_ anch'esso, compone e _nasconde_: due cose che l'umorismo non può soffrire.

La vita nuda, la natura senz'ordine almeno apparente, irta di contraddizioni, pare all'umorista lontanissima dal congegno ideale delle comuni concezioni artistiche, in cui tutti gli elementi, visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano.

Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere si stagliano su un fondo di vicende ordinarie, di particolari comuni. Ebbene, gli scrittori, in genere, non se n'avvalgono, o poco se ne curano, come se queste vicende, questi particolari non abbiano alcun valore e siano inutili e trascurabili. Ne fa tesoro invece l'umorista. L'oro, in natura, non si trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori ordinariamente buttano via la terra e presentano l'oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la loro marca e il loro stemma bene impressi. Ma l'umorista sa che le vicende ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita insomma, così varia e complessa, contraddicono poi aspramente quelle semplificazioni ideali, costringono ad azioni, ispirano pensieri e sentimenti contrarii a tutta quella logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti dagli scrittori ordinarii. E l'impreveduto che è nella vita? E l'abisso che è nelle anime? Non ci sentiamo guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili finanche a noi stessi, come sorti davvero da un'anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Di qui, nell'umorismo, tutta quella ricerca dei particolari più intimi e minuti, che possono anche parer volgari e triviali se si raffrontano con le sintesi idealizzatrici dell'arte in genere, e quella ricerca dei contrasti e delle contraddizioni, su cui l'opera sua si fonda, in opposizione alla coerenza cercata dagli altri; di qui quel che di scomposto, di slegato, di capriccioso, tutte quelle digressioni che si notano nell'opera umoristica, in opposizione al congegno ordinato, alla _composizione_ dell'opera d'arte in genere.

Sono il frutto della riflessione che scompone. «Se il naso di Cleopatra fosse stato più lungo, chi sa quali altre vicende avrebbe avuto il mondo». E questo se, questa minuscola particella, che si può appuntare, inserire come un cuneo in tutte le vicende, quante e quali disgregazioni può produrre, di quanta scomposizione può esser causa, in mano d'un umorista come, ad esempio, lo Sterne, che dall'infinitamente piccolo vede regolato tutto il mondo!

Riassumendo: l'umorismo consiste nel sentimento del contrario, provocato dalla speciale attività della riflessione che non si cela, che non diventa, come ordinariamente nell'arte, una forma del sentimento, ma il suo contrario, pur seguendo passo passo il sentimento come l'ombra segue il corpo. L'artista ordinario bada al corpo solamente: l'umorista bada al corpo e all'ombra, e talvolta più all'ombra che al corpo; nota tutti gli scherzi di quest'ombra, com'essa ora s'allunghi ed ora s'intozzi, quasi a far le smorfie al corpo, che intanto non la calcola e non se ne cura.

Nelle rappresentazioni comiche medievali del diavolo, troviamo uno scolare che per farsi beffe di lui gli dà ad acchiappare la propria ombra sul muro. Chi rappresentò questo diavolo non era certamente un umorista. Quanto valga un'ombra l'umorista sa bene: il _Peter Schlemihl_ di Chamisso informi.

FINE

INDICE

PARTE PRIMA

1. _La parola «umorismo»_ » 7 2. _Questioni preliminari_ » 21 3. _Distinzioni sommarie_ » 43 4. _L'umorismo e la retorica_ » 57 5. _L'ironia comica nella poesia cavalleresca_ » 77 6. _Umoristi italiani_ » 141

PARTE SECONDA

=Essenza, caratteri e materia dell'umorismo= » 168

NOTE:

[1] In _Studi di Critica e Storia Letteraria_ (Bologna, Zanichelli ed., 1880).

[2] Pag. 179.

[3] E anche a Napoli (_Arch. stor. p.le prov. nap_. V. 608). E perchè non citare anche quella degli _Umidi_ di Firenze di cui il Lasca disse (Lett. a Mes. Lorenzo Scala, premessa al primo libro delle opere burlesche, ed. Bern. Giunta 1548): «la quale (_Accademia degli Umidi_) principalmente fa professione, essendovi tutte persone dentro allegre e spensierate, dello stil burlesco, giocondo, lieto, amorevole e, per dir così, _buon compagno_?». Si vedano, per altro, a proposito, delle parole _umore_ e _umorismo_, il Baldensperger (_Les définitions de l'humour in Êtudes d'histoires littéraire_, Paris, Hachette, 1907) e lo Spingarn nell'introduzione del primo volume della sua raccolta _Critical Essays of the Seventeenth Century_, Oxford, Clarendon Press, 1908; non che ciò ne dice il Croce in _Critica_, vol. VII, pagine 219-20.

[4] Cecco Angiolieri in uno dei suoi sonetti, parlando della madre che gli vuol male, dopo avere enumerato alcuni cibi dannosi ch'ella gli consiglia, dice:

E se di questo non avessi voglia e stessi quasimente su la colla molto mi loda porri con la foglia.

[5] Lettera XV.

[6] Vedi Victor Basch, _La poëtique di F. Schiller_ (Paris, Alcan, 1902).

[7] _Zur Naturwissenschaft in Allgemeinen_. Tomo XXXIV delle _Opere_, ed. Hempel, pag. 96-97. Ma il Goethe non tenne conto che prima dello Schiller lo Herder aveva distinto _Natur-poesie_ da _Kunst-poesie_. Vedi anche V. Basch, _Op. cit._

[8] Vedi G. Muoni _Note per una poetica storica pel romanticismo_ (Milano, Società Ed. Libr., 1906).

[9] _L'Umorismo nell'arte moderna_. Due conferenze al Circolo filologico di Napoli, (Napoli, Detken ed., 1885).

[10] Verona, 1885.

[11] _La coltura_, 15 gennaio 1886.

[12] A. Biese, _Die Entwicklung der Naturgefühls bei den Griechen_, (Kiel 1882). Abbiamo su l'argomento lavori più recenti.

[13] Vedi H. Taine, _Notes sur l'Angleterre_ (Paris, Hachette et Cie, douzieme édition, 1903) — ch. VIII, _De l'esprit anglais_, pag. 339.

[14] Vedi su lui il mio saggio _Un critico fantastico_ nel vol. _Arte e scienza_ (Roma, W. Modes ed. 1908).

[15] Il Cantoni chiama propriamente questo suo lavoro _grottesco_, forse per la contaminazione dell'elemento fantastico con la critica.

[16] Vedi Jacques Denis, _La comedie greque_, vol I, chap. VI, Paris, Hachette et Cie. 1886, e la bella e dotta prefazione di Ettore Romagnoli alla sua impareggiabile traduzione delle commedie di A. (Torino, Bocca 1908).

[17] Teodor Lipps, _Komik und Humor_, eine psychologisch-ästhetische Untersuchung (Hamburg u. Leipzig, Voss 1898).

[18] Vedi su esse le sei letture del Thackeray, _The English Humourists, of the eighteenth century_ (Leipzig, Taucknitz, 1853). Sono: Swift Congreve Addison, Steele, Prior, Gay, Pope, Hogarth, Smollett, Fielding, Sterne, Goldsmith.

[19] Il Nencioni definisce l'umorismo «una naturale disposizione del cuore e della mente a osservare con simpatica indulgenza le contradizioni e le assurdità della vita».

[20] Allude alla _Vita e opinioni di Tristram Shandy_.

[21] Come suonano curiose queste lodi a uno scrittore inglese raffrontato con uno scrittore francese, dopo aver letto nel Taine la pagina su l'_esprit_ francese e su l'inglese!

[22] Palermo, R. Sandron ed. 1904.

[23] «La retorica corrisponde alla logica» — aveva già detto Aristotile (_Ret._ lib. I, c. 1).

[24] Il Croce, in una recensione sulla prima edizione di questo mio saggio, nel VII volume di _Critica_, ha voluto credere ch'io, dicendo così, contrapponessi arte e umorismo e affermassi che umorismo è l'opposto dell'arte, perchè questa compone e quello scompone. Veda il lettore intelligente se è lecito e giusto argomentare dalle mie parole una così recisa e assoluta contrapposizione o opposizione; se è lecito e giusto, dopo aver con molta leggerezza e senz'alcun fondamento argomentato così, aggiungere come fa il Croce: «Ma, forse, la parola è andata di là dal pensiero del P., il quale non voleva già dire che l'umorismo non sia arte, ma piuttosto che sia un genere d'arte, che si distingue dagli altri generi d'arte o dal complesso di essi». Ritornerò su questo appunto più oltre, quando tratterò della speciale attività della riflessione nella concezione dell'opera umoristica. Mi contenterò qui per ora di rispondere al Croce, ch'egli fa — non so se volutamente o no — una confusione tra i così detti «generi letterarii» come li intendeva la retorica, la cui eliminazione è da accettare, con quelle distinzioni, che non solo sono legittime, ma anche necessarie tra le varie espressioni, quando non si voglia confondere l'una con l'altra, abolendo ogni critica, per concludere filosoficamente che tutte sono arte e che ciascuna come arte non si può distinguere dalla restante arte. L'umorismo non è un «genere letterario», come _poema_, _commedia_, _romanzo_, _novella_, e via dicendo; tanto vero che ognuno di questi componimenti letterarii può essere o non essere umoristico. L'umorismo è qualità d'espressione, che non è possibile negare per il solo fatto che ogni espressione è arte e come arte non distinguibile dalla restante arte. La molta preparazione filosofica (la mia, si sa, è pochissima) ha condotto il Croce a questa edificante conclusione. Si può sì parlare di questo o di quell'umorista; egli, filosoficamente, non ha nulla in contrario; ma guai a parlar dell'umorismo! Subito la filosofia del Croce diventa un formidabile cancello di ferro, che è vano scrollare. Non si passa! Ma che c'è dietro quel cancello? Niente. Questa sola equazione: _intuizione_ = _espressione_, e l'affermazione che è impossibile distinguere arte da non arte, l'intuizione artistica da intuizione comune. Ah, va bene! Non vi pare che si possa benissimo passar davanti a questo cancello chiuso, senza neanche voltarci a guardarlo?

[25] Vedi il mio volume _Arte e Scienza_ (Roma W. Modes ed. 1908) _I sonetti di Cecco Angiolieri_.

[26] Vedi Morandi, _Prefaz. ai sonetti romaneschi del Belli_ (Città di Castello, Lapi, Vol. I, 1889).

[27] Città di Castello, Lapi ed., 1888.

[28] Quanti spunti di vero e proprio umorismo in Poggio! Basterà ricordare il patto di quel buon'uomo col cantastorie di piazza per differir la morte di Ettore, che tanto lo addolorava; la risposta di quel cardinal di Spagna ai soldati della Santa Sede: «Ancora non ho fame»; la disperazione di quel bandito per la goccia di latte venutagli in gola durante la quaresima, ecc. ecc.

[29] Vedi sul Pulci il libro di Attilio Momigliano _L'indole e il riso di L. P._ (Rocca S. Casciano, Cappelli, 1907), da cui però in gran parte io dissento, come dirò appresso; e quel che dicono del Folengo il De Sanctis nella sua _Storia d. lett, ital._ cap. XVI, il Canello nel suo _Cinquecento_ e gli studii dello Zumbini e dello Zannoni.

[30] Si legga a questo proposito quel che dice il Graf nel suo aureo libro _Attraverso il Cinquecento_ su le condizioni del letterato nel sec. XVI.

[31] 1879, III, p. 620 e segg.

[32] Paris, 1880.

[33] Trad. del Gorra (Torino, Loescher, 1888). Vedi Lib. III cap. III (_Valore dell'Epopea_).

[34] I cavalieri si permettono anche, e questo accade negli stessi poemi della crociata, di farsi beffe dei cerimonieri. Così nell'Antioche accade una scena piacevole e caratteristica, quando i cavalieri francesi escono dalla città per combattere contro Kerboga. Enguerrant de Saint-Pol sta loro alla testa e il suo lucido elmo forbito e la sua corazza splendente scintillano ai raggi del sole. Quando sono usciti dalla città, si fermano e un arcivescovo implora la benedizione dal cielo sopra di loro e vuole aspergerli con acqua benedetta, ma Enguerrant fa qualche obiezione e lo prega di non macchiargli l'elmo: _«Anqui le vourrai bel a Sarrasins mostrer»_ (vedi Pigeonneau, _Cycle de la Croisade_, p. 90-91).

[35] Firenze, Barbéra, 1859.

[36] Vedi _Scritti varii inediti o rari_, a cura di B. Croce, vol. I, Napoli, Morano e figlio, 1898. Il De Santis poi nella sua _Storia della letteratura it._ corresse il suo giudizio sul Pulci e sul poema. Qui ho citato il suo primo giudizio solo perchè anche da un errore (del resto riparato) del sommo critico, si può trarre profitto, ponendo in giusta evidenza, in questa facile confutazione, tra i due casi di cui egli parla, quale veramente sia quello del Pulci.

[37] Vedi il vol. già citato _L'indole e il riso di L. P._, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1907.

[38] Pag. 120-121 del vol. cit.

[39] Pag. 113.

[40] Vedi _Introduzione alle Fonti dell'Orl. Fur._, seconda ed. pag. 20 (Firenze, Sansoni, 1900).

[41] Vedi in _Critica militare_ (Messina, Trimarchi, 1907) lo studio _La fantasia dell'Ariosto_ (pubbl. prima su la _Nuova Antologia_).

[42] È curioso veramente il notare a quali aberrazioni potè essere condotto il Rajna dalla smania di sorprendere a ogni costo il poeta del _Furioso_ con le mani nel sacco altrui. A proposito di questo episodio di Sacripante e Angelica, cita nientemeno che 12 esemplari, che l'Ariosto avrebbe dovuto aver presenti. E non si accorge ch'è stupido senz'altro il ravvicinamento di queste pretese fonti, poichè nell'Ariosto, invece del solito cavaliere che ascolta furtivo i lamenti, abbiamo Angelica, proprio lei in persona. Ma questo, — ha il coraggio di notare il Rajna, — «è una differenza di sommo momento per Sacripante, ma _secondaria per noi_.» Già! come dire che, se veramente il Tasso ebbe presente il battesimo di Sorgalis nei _Chetif_ a proposito del battesimo di Clorinda, è differenza secondaria che Tancredi battezzi Clorinda in luogo di un'altro cavaliere qualsiasi! Sapete quali sono invece le _parti sostanziali_? Erba, alberi, acqua, se è giorno o notte, e simili altre amenità. Come se Angelica non fosse nel bosco fin dal principio del canto! Avrebbe potuto risparmiarsi il Rajna tanto sfoggio di erudizione e venir senz'altro all'episodio di Prasildo nel Bojardo. La differenza però rimane sempre sostanziale. L'Ariosto prende un verso al Bojardo:

Che avria spezzato un sasso di pietade;

ma glielo corregge così:

Che avrebbe di pietà spezzato un sasso.

Ecco tutto.

[43] Applico qui la formula del Lipps che definisce appunto l'umorismo: «Erhabenheit in der Komik und durch dieselbe» (vedi _Op. cit_., pag. 243). Ma come si spiega questo superamento del comico attraverso il comico stesso? La spiegazione che dà il Lipps non mi sembra accettabile per quelle stesse ragioni che infirmano tutta la sua teoria estetica. Vedi su questa la critica del Croce nella seconda parte della sua _Estetica_, pag. 434.

[44] Vedi Arcoleo, _op. cit_., pag. 94-95.

[45] Vedi in _Studii drammatici_ (Torino, Loescher, 1878). Le tre commedie sono _La Calandria, La Mandragola, Il Candelajo_.

[46] Certe tropologie del Bruno sono di un'efficacia senza pari; così, quando di un inetto ragionatore dice che è venuto armato _di parole e scommi che si muojono di fame e di freddo_. Certe comparazioni scolpiscono, come là dove di due presuntuosi sapienti dice che _l'uno parea il conestabile de la gigantessa dell'orco, l'altro l'amostante de la dea riputazione_. Nella _Cabala del Cavallo pegaseo_ così è descritto Don Cocchiarone, mistiriarca filosofo: «Don Cocchiarone pien d'infinita e nobil meraviglia sen va per il largo de la sua sala, dove rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia, e rimenando or quinci or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or questo or quell'altro piede, rigettando or verso il destro or verso il sinistro fianco il petto, con il testo commento sotto l'ascella, e con gesto di voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita, in terra, con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia et occhi arrotondati, in gesto d'un uomo fortemente meravigliato, conchiudendola con un grave et enfatico sospiro, farà pervenire a l'orecchio de' circostanti questa sentenza: _Hucusque alii Philosophi non pervenerunt._

[47] Vedi _Giovanni Merlino, umorista_, Napoli, Pierro, 1898.

[48] Vedi nella seconda parte la dimostrazione dell'umorismo di don Abbondio, che all'Arcoleo sembra una figura ridicola o comica senz'altro.

[49] Del Richter si possono citare parecchie definizioni. Egli chiama anche l'umorismo «sublime a rovescio». La descrizione migliore, secondo il suo modo d'intenderlo, è quella a cui già abbiamo accennato altrove, parlando della diversità del riso antico dal riso moderno: «L'umore romantico è l'atteggiamento grave di chi compari il piccolo mondo finito con l'idea infinita: ne risulta un riso filosofico che è misto di dolore e di grandezza. È un comico universale, pieno di tolleranza cioè e di simpatia per tutti coloro che, partecipando della nostra natura, ecc. ecc.». Altrove parla di quella certa «idea che annienta», che ha avuto molta fortuna presso i critici tedeschi, anche applicata in un senso meno filosofico. _Der Humor kann_, dice il Lipps, _schliesslich ein vollbewusster sein. Er ist ein solcher, wenn der Träger desselben sich sowohl des Rechtes, als auch der Beschränktheit seines Standpunktes, sowohl seiner Erhabenheit als auch relativen Nichtigkeit bewusst ist._»

[50] Paris, Alcan, 1904, pag. 276.

[51] Vedi nei mio volume già citato _Arte e Scienza_ il saggio _Un critico fantastico._

[52] Mi avvalgo qui di alcune acute considerazioni contenute nel libro di Giovanni Marchesini, _Le finzioni dell'anima_ (Bari, Gius. Laterza e figli, 1905).

[53] «Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringere d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciar in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in prò. A segno che fino un: io non posso niente in questo affare, detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà, del suo potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla: ma servono per mantenere il credito alla bottega».

[54] Lo stesso ufficio si dà il Thackeray anche nel _Libro degli Snobs_ e in quella «Novella senza eroi, o vanità illuminate con le candele stesse dell'autore».

[55] Vedi nel libro di Alfredo Binet _Les altérations de la personalité_ quella rassegna di meravigliosi esperimenti psico-fisiologici, da cui queste e tant'altre considerazioni si possono trarre, come notava già G. Negri nel libro _Segni dei tempi_.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.