Part 18
Oh la pace... la pace! Elisa era venuta alle Celle solo in cerca di pace, coll'istinto di un uccellino ferito che cerca il più fitto dell'ombra per andarcisi a nascondere, perchè nessuno veda quanto egli ha male, perchè nessuno parli di lui... Si ricordava della malinconia dei giorni autunnali, di quel morir dell'anno, così grave lassù, così suggestivo di forti pensieri di sprezzo delle umane gioie, di alti e generosi oblii delle gioie terrene, in cui trovavano alimento i suoi più austeri istinti, la serietà d'intenti, di studio, a cui l'aveva abituata la sua costante unione d'anima col padre. Quando aveva presa quella brusca risoluzione di fuga, le era parsa questa l'unica soluzione possibile di uno stato di cose in cui sentiva quasi sommergere il suo criterio e naufragare l'animo suo! Dopo quella notte d'angosce indimenticabili — in cui ella aveva avvertito d'essersi ribellata contro le parole di zia Balbina solo perchè quelle parole erano il vero, e ripetevano come lampi brutali quelle confuse scintille di luce che erravano confuse, ma pur visibili, nella tenebra del suo cuore — Elisa aveva pensato alle Celle, come ad un rifugio. E v'era accorsa, dopo una breve sosta in casa della zia, sosta piena della intollerabile noia di quella dimora, centro di minuti pettegolezzi aristocratici di piccola città. C'era stata a disagio, coll'ardente cruccio di celare a qualunque costo quelle prime ribellioni, quei primi morsi del rammarico, il folle, assurdo pentimento del suo coraggio! Ed era riescita a dissimulare sì bene l'interno turbamento che zia Balbina aveva infatti tentato un piccolo cenno di lode per lo spirito, il buon senso di quella cara Elisa. A dir vero, questo era tutto un di più per zia Balbina... Non aveva mai ammesso neppur per un secondo che sua nipote potesse avere l'ombra di qualcosa di serio per quel bellimbusto.
Diamine! queste cose non accadevano! non erano «nell'ordine!» L'unico torto di Elisa era quello di aver lasciato che s'impiantasse quella stupida familiarità che aveva fatto ciarlare i maligni. Ma del resto... Sciocchezze... ubbie! Ora che il suo amor proprio era stato placato dalla subita sommessione di sua nipote, ella considerava il rimanente come cosa di accessoria importanza. Elisa ripiglierebbe l'esistenza solita e buona notte.
I primi giorni che Elisa passò alle Celle, padrona del suo tempo, dei suoi pensieri, furono quasi una felicità. Essa s'immerse nella piena reazione di quel contrasto. Poi, quando l'ebbe vissuta, esaurita (più presto, a dir vero, di quanto credeva) andò in cerca della pace, del santo regime d'anima che soleva offrirle ogni sua dimora alle Celle.
Ma, strano a dirsi, stranissimo a constatare. Pareva che quella solitudine destasse ora in lei delle vaghe sensazioni nuove, indefinibilmente pericolose, anche quando parevano assopirla in una specie di relativa calma. Anzi; era la calma del luogo, quella che più le tornava formidabile!
Ciò ch'ella obbliava lassù, ciò che le pareva ridursi ad una non entità di importanza, era per l'appunto ciò che aveva più paventato tempo addietro... l'opinione del suo mondo. Pareva che l'eco di quelle voci crudeli tentasse invano il limitare di quella solitudine. Quivi ella trovava più palesemente sè stessa e la verità delle cose. Invece dell'avversa atmosfera mondana, era una vaga complicità della vita esterna del luogo, del tempo, della stagione. Tutto pareva dirle semplicemente: ama. È il tuo cuore quello che ha ragione.
S'alzava presto, ad un'ora che avrebbe fatto scandalo a Firenze. Nella freschezza dell'aria mattutina, ella provava una energia fisica della persona, un'elasticità delle membra che le davano la sensazione del possesso di un bene inestimabile! Aveva un orgoglio nuovo, quello della sua salute... una compiacenza di sentire bello di forma, di linee, di freschezza intatta, tutto il suo essere. Faceva lunghe, faticose camminate, senza mai sentirsi stanca, spinta da una specie di ebbrezza a cui tutto contribuiva, la gaiezza del sereno soleggiato, l'ombra indecisa delle piante, dal fogliame tenero, trasparente, il verde nuovo dell'erba, le tinte vive, determinate dei fiori.
Ella non sapeva che la primavera fosse così bella, così formidabile! Lo imparava... ora con un vago terrore di comprendere questa scienza nuova, di avvertire quanto intimamente si collegasse, nell'intimo senso di lei, alla rivelazione di un'altra primavera, quella che in ritardo, a tradimento, le era spuntata, ineffabilmente dolce, nel cuore.
Prima di partire, gli aveva scritto.
Poche righe soltanto, per dirgli che una subita imprevedibile circostanza l'obbligava ad accompagnare sua zia a Foligno. Tornerebbe presto, scriverebbe. Scrivesse lui a Foligno, per dar sue nuove e quelle della madre...
Sottoscrisse: _Affezionatissima amica Elisa_.
A Foligno era venuta una lettera di lui, breve, che non era forse un campione di stile epistolare, e non somigliava, neppur da lontano, alle lettere ch'ella soleva ricevere dagli altri amici suoi, ma quella lettera l'aveva fatta passare per una rapida trafila di sensazioni. Il giovane le diceva semplicemente, (oh! quanto semplicemente), ch'era rimasto sì afflitto nel ricevere il suo biglietto... che era tanto triste! La pregava di tornare subito, perchè egli proprio desiderava di vederla e non poteva vedersi a Firenze... senza di lei... Che desiderava tanto di venirla a trovare! Ed era il sempre suo _Devotissimo amico Roberto_.
Ora, erano passati dieci giorni, ed ella non aveva più scritto.
Evitava di indugiarsi al tavolino. Sapeva quale tentazione l'assaliva colà, quale moto nervoso involontario pareva cacciare sotto la sua mano la penna, e costringerla a tracciare delle parole... Oh! sì poche, sì poche...
Due righe, un indirizzo, e basta... E domani forse... posdomani Roberto sarebbe stato lì... con lei. Lì in quel luogo, lungi da tutti, senza molestie! Insieme avrebbero udito i sommessi preludii degli uccelli nelle macchie, assieme aspirato l'odor delle viole, gli olezzi penetranti del bosco in fiore, le brezze che parevano mettere ovunque, passando, un brivido di gioia nuova. Insieme avrebbero fatto lunghe passeggiate, visitati i luoghi ch'ella vedeva soletta ora, con quel tormentoso desiderio della sua compagnia. L'avrebbe seguito dovunque gli fosse piaciuto di andare, lieta, agile come lui, ridendo, scherzando, mettendosi al livello dei suoi pensieri, vivendo quella sua vita piana, elementare, senza torture di sofismi.
Oh! che rivoluzione aveva fatto nel suo animo quel ragazzo! Come poteva ella aver percorsa tanta via senza accorgersene, per arrivare ad amarlo così... a soffrir tanto della sua assenza!... Tanto! Oh! ben più di quanto ella avrebbe creduto possibile... prendendo la risoluzione di partire.
Un giorno che rientrava ebbra di quel fermento sottile che era fuori, nell'aria, nella terra, dovunque, gli scrisse. Ma non la mandò la lettera. Ne fece mille pezzi.
Sì! Averlo lì... Rivivere!
Ma! E poi?
* * *
Elisa era stata quasi tutto il giorno in casa per un vento impetuoso, che era impossibile, lì su quell'altura, affrontare. Ma, verso le quattro, il vento cadde bruscamente, e una gran pace si mise nella campagna. Ella prese il suo ombrellino ed uscì.
Ora, era una giornata splendida. Il vento sciroccale s'era lasciato dietro nell'atmosfera un tepore estivo, insieme ad una tersità singolare, in seno alla quale l'assieme ed i dettagli del paesaggio parevano assumere un rilievo marcato. Ancora, di tanto in tanto, una brezza si levava non più impetuosa, leggiera. S'alzava, metteva un fruscio nell'aria, un tremore nelle foglie, una impressione come di bacio caldo sulla fronte di Elisa, poi scompariva.
Ella camminava lentamente pel viale. Non aveva scopo. Sentiva solo bisogno di muoversi, di stancarsi. A mezzo il viale, le venne veduto un sentiero, che, tagliando di sbieco la discesa, la faceva più corta. Si mise per quel sentiero, dando le spalle al viale che aveva testè abbandonato. E così non vide subito qualcuno che, camminando frettolosamente pel viale, nella direzione contraria a quella da lei lasciata, si fermò improvvisamente scorgendola, e prese a seguire collo sguardo tutti i suoi movimenti
Ella andava sempre, lentamente, per quel sentiero. Allora egli le tenne dietro, cautamente, senza fare strepito, camminando sull'erba, che dissimulava meglio i suoi passi giovanili, impazienti.
Elisa sostò ad un tratto... Egli sostò pure, sorridendo... aspettando... Uno di quei lievi soffi d'aria calda passò fra loro. Elisa sentì un leggero brivido.
Si voltò, e vide Roberto.
Ebbe l'impressione d'un sogno, d'una visione. Mandò un piccolo grido, e protese inconscia ambo le mani, mentre la sua faccia tradiva tutto... tutto.
Egli le aveva prese le mani in una stretta appassionata, mentre ella tremava come una foglia, con un sorriso vago. Poi, rapidamente, le loro labbra si erano unite... senza progetto... senza volere di alcuno dei due. Così... perchè si amavano. E in quel secondo, incosciente e supremo, Elisa ebbe il primo bacio d'amore della sua vita... il primo fiore dell'ultima primavera.
Stettero le sue sulle labbra di Roberto... Stette ella così, stretta al cuore di quel fanciullo. Negli occhi di quella donna non c'era ira di sorta. Non fu in entrambi, per un istante, che una dolcezza ineffabile, la tenera, sacra gioia, di rivedersi, di ritrovarsi, d'essere ancora assieme, la confessione, il compenso di ciò che avevano entrambi sofferto, divisi...
— Cara... — mormorò Roberto con profonda emozione — perchè sei andata via così? perchè non sei tornata? Lo sai pure che non posso stare senza di te... Lo sai pure che ti amo!
Suonava la dolce, la suprema parola, la nuova, ardita formula confidenziale, nel tepore dell'aria sì mite, sì trasparente... L'udiva Elisa, rivolta a lei, l'udiva calda, vibrante, sincera... Vedeva quei grandi occhi bruni, cinti di appassionata penombra, versare nei suoi, a immensi fiotti, l'espressione di un sentimento, di una vita, di un mondo... l'amore!...
Egli seguitava, colla voce quasi smorzata dall'intima emozione:
— Perchè mi hai trattato così?... È stata quella vecchia che ti ha condotta via, nevvero?... Ma dopo, perchè non mi hai scritto che venivi qui?... Ma io ho fatto tanto che l'ho saputo, e ora... sono qui con te... con te...
Se la strinse ancor più d'appresso al cuore, con un rapido, brusco movimento, in cui, senza saperlo, mise la forza dell'intima accensione che l'invadeva crescente.
Un'abitudine, ch'era diventata un istinto, gridò all'animo di Elisa l'antico grido d'allarme...
E si scosse... spaventata.
— Roberto! — gridò con angoscia imperiosa, irresistibile.
— Non temere — diss'egli. — Ma io ti amo... sai.
Elisa s'era alquanto discosta da lui. Ma le loro mani erano ancora intrecciate.
— Ti amo. Come sia avvenuto, non so. Ma tu devi saperlo... Mi hai trattato come un figlio, ma io non ti amo, no, come un figlio... Non te ne sei mai voluta accorgere, e mi hai fatto soffrire tanto. Poi sei andata via... Ma lo so... che anche tu forse, un poco, hai sofferto. E son venuto...
Si arrestò, vinto anch'egli, lottando contro l'effervescenza della passione, contro il senso di rispetto che assieme all'amore gli aveva sempre ispirato Elisa, lottando contro la sua inesperienza dei supremi momenti della vita.
— Ti amo, — disse ancora sommessamente... umilmente. Poi, ad un tratto, con un accento più alto, più imperioso: — Elisa... — gridò — vuoi esser mia?
— Oh!... — gridò Elisa, esterrefatta — io?...
— Sì... tu... Ti amo, ti voglio... ho bisogno di te, della tua vita, dei tuoi baci... Sei bella, ti amo. Come vuoi... tutto ciò che vuoi... purchè tu sia mia! Di'... vuoi?... vuoi fidarti di me?... sono giovane, ma non importa... Imparerò... saprò... Fammi, ciò che credi, tuo amante, tuo marito! Ma purchè tu mi appartenga, purchè io possa vivere con te... sempre...
Un delirio lo invadeva, un'ardente esplosione, determinata dalle sofferenze reali ch'egli aveva provato negli scorsi giorni, dal vuoto incomportabile che l'assenza d'Elisa aveva messo nella sua vita. L'emozione di lei, la subita certezza che ella lo amasse, avevano fatto divampare l'incendio a lungo soffocato.
Era sincero in quell'istante, sicuro di sè stesso, di tutto l'ardore dei suoi giovani anni, di tutto l'orgoglio audace della sua indipendenza, nell'impulso irresistibile del suo desiderio eccitato sino alla follia dal semi abbandono di lei, dall'estasi vaga in cui andava nuotando lo sguardo di quella donna.
Di nuovo, bramosamente, con uno sguardo di febbre, con un brusco moto, la serrò sul suo petto, ricercò colle sue le labbra di lei. E con una specie di energia prepotente, quasi feroce:
— Di' la verità... — gridò — dilla... mi ami?
Essa lo guardò smarrita. Tentò un sorriso, un diniego, una parola evasiva. Ma come suo malgrado, come per una forza ineluttabile, le sue labbra mormorarono disperatamente: — Sì.
Allora si sentì avvinghiata dalle braccia robuste di quel fanciullo, sentì una pioggia di baci piombarle sul volto, senti un roco grido di gioia, di trionfo.
— Ah! dunque, sei mia!
Ma, con un moto sì rapido ch'egli non ebbe il tempo di opporvisi, ella si liberò da quella stretta. Si accampò ritta, severa, davanti a lui.
— Roberto! impazzite!
Roberto si arrestò... Rimase, anelante, pallido, di fronte a lei, che lo guardava fissa, austera, colla suprema autorità di sguardo di un domatore di belve, quando è solo, senz'armi, di fronte a un leone.
Entrambi rimasero così un istante. Si udiva l'alito rotto, affannoso, di Roberto... Si vedevano vibrare, come in un accesso di febbre, le vene del collo di lei, tremare le sue mani avvinghiate una all'altra, palpitare violentemente il suo seno... Ma ella non si mosse, ed egli non osò muoversi. Dopo un istante, egli chinò il capo e sussurrò:
— Perdonami.
Tacque un istante, come sopraffatto dalla stanchezza subitanea della violenza fatta a sè stesso... Terribili, a volte, queste vittorie della volontà nell'uomo!...
— Dunque? — proseguì un momento dopo, non più colla foga di un fanciullo, ma con una specie di calma determinata, virile.
— Roberto... ho trentanove anni! — rispose ella con profonda angoscia.
Egli alzò le spalle sdegnosamente.
— Roberto, ho i capelli bianchi!...
Egli tese la mano, e una lunga, amorosa carezza passò su quei capelli brizzolati.
— Se sapessi come sei bella, — mormorò.
— Roberto! il mondo, l'opinione pubblica...
Roberto ebbe un bel riso sonoro, echeggiante.
— Il mondo?... ma lo sai pure che del mondo non mi è mai importato un bel niente. Quando siamo contenti noi, di lui cosa c'importa?... Facciamo quello che ci pare. Se son contento io, tocca a me a pensarci. Ti sembra?... Rideranno. Lasciamo ridere. Purchè siamo contenti, noi!... E se è vero che mi ami... — S'arrestò improvvisamente; poi continuò:
— Ancora non posso crederlo che tu mi ami. È troppo... troppo! io non sono che un ragazzo. Ma, se lo vuoi, farai di me qualcosa che somigli di più alle tue idee. Non son mica cattivo, nè difficile da condurre... Tu mi hai fatto capire tante cose. No, degno, proprio degno di te non lo sarò mai; ma se tu vuoi, se tu vuoi... Oh Elisa, Elisa. Non vedi che non ne posso più di questo martirio!...
Non ne poteva più, infatti. La sua voce veniva meno nell'intenso ardore di quella preghiera, nello sforzo di quel dominio sopra sè stesso, che lo esauriva.
Ella anelava...
— Lasciami pensare, — supplicò.
Roberto sorrise tristamente.
— Se mi amassi veramente, non parleresti così. Fa ciò che credi. Ciò che ti ho detto, lo ripeto: ti amo.
Si appoggiò, pallido e spossato, contro un vicino tronco d'albero.
— Ti scriverò, domani — sussurrò Elisa con un filo di voce. — Ora, parti.
— Partire?..
Un rossore quasi verginale si diffuse sul volto di lei.
— Parti — ripetè. Ma nella sua voce c'era un tremore così giovanile, così eloquente, un sì profondo ed angoscioso senso d'amore, che un'ebbrezza di gioia invase il cuore di Roberto.
— Elisa! — gridò Roberto con un appello appassionato, supremo.
Ella non si fidò della sua voce. Fece un cenno di comando, d'addio...
— Pensa, — gridò egli — pensa!
Per un momento tutto nel suo essere ebbe ancora un impulso violento, verso di lei. Ma ancora lo vinse.
Con una vibratissima mossa egli si spiccò da quel luogo. Si voltò un istante, ed ella vide la sua splendida faccia irradiata d'amore, sublime della vittoria riportata. Vide un appassionato gesto di addio, di preghiera, vide una visione di bellezza, di gioventù, d'amore che la salutava, che se ne andava, ch'ella stessa aveva mandato via. Un grido morì nella sua gola, stretta da una convulsione. Poi, non vide più nulla. Era andato a Firenze a attender lei o la sua risposta.
XV.
Venne la risposta:
«_Carissimo Roberto_,
«È impossibile... Vi amo, sì, ma come una madre. Non posso prendere la vostra vita. Avete diritto a un'altra, ad una più razionale felicità. Questo, anche a vostra insaputa, sarebbe un sacrificio. Non posso accettarlo. Rimango ciò che ero, la vostra migliore amica. Dirvi ciò che provo in questo momento non mi sarebbe possibile. Ma immaginatelo, se lo potete, per non serbarmi rancore. Iddio vi benedica e vi ripaghi ciò che mi hanno dato il vostro affetto, la vostra fiducia, la vostra offerta! Da questa prova uscite forte, temprato ai dolori della vita. Più tardi, quando un amore più normale parlerà al vostro cuore, e vi guiderà verso una fanciulla degna di voi e che possa darvi la felicità nel modo in cui non è concesso a me di farlo; parlate di me a quella fanciulla, conducetemela, perchè io la baci in fronte e la benedica. Allora, Roberto, sarete contento, e io pure. Ora soffrite forse... e anch'io... sapete, soffro anch'io. Ma ho fatto così per il meglio, e perchè è impossibile, nevvero, è impossibile che sia altrimenti?... Andate da vostra madre, ditele che non ho fallito alla mia missione, che più di questo nè Dio, nè lei potevano chiedermi... E voi, Roberto, ancora, perdonatemi e siate felice.
«ELISA.»
Questo fu tutto ciò che quella donna, (ch'era pure una donna d'ingegno), seppe trovare nella sua testa per scrivere a Roberto, per dirgli che non voleva esser sua. Così riescì quella povera cosa, urtata, fredda, contradditoria nella stessa sua intima disperazione. Forse saputa leggere, intuiva. Ma saper leggere una lettera tutta intera, colle parole scritte e colle altre, non è dato a tutti... È un'arte che s'impara tardi, quando si è già pagato lo scotto di parecchie altre ignoranze. E Roberto non aveva ancora aperta quella partita odiosa col destino, e lesse quella lettera, com'era scritta, soltanto. Provò due ferite: una, acuta di cuore; l'altra, acutissima, di amor proprio.
— Ah! — stridette fra i denti. — Sono sempre stato un ragazzo per lei!
* * *
Ella non lasciò le Celle. Fu malata per una quindicina di giorni. Li passò quasi sempre sola nella sua stanzetta claustrale. Dall'unica finestra godeva di una grande latitudine di libero orizzonte. Attorno alla finestra si diramava, salito all'alto dal terreno, un cespo di gelsomini in fiore. Quando c'era il vento (e soffiava di frequente lassù) era una danza sfrenata nei rami arcuati. Questa era la sua distrazione. Ne aveva un'altra, la posta, che lassù capitava una sola volta al giorno. Nei primi giorni specialmente, l'arrivo della posta aveva il privilegio di scuoterla da quella specie di assoluta noncuranza di tutto che pareva invaderla ed assopirla. Si alzava sul letto, o dalla poltrona, e, fra le sue mani smagrite, i giornali e le lettere scorrevano più volte, in fretta. Poi, rifattasi pallida e quieta, lasciava per un momento intatto ed ammonticchiato quel gran fascio di carte, che pure le recava ricordi di amici, di persone simpatiche, notizie del suo mondo, del mondo dell'arte, della scienza, di tutto ciò ch'era stato un tempo la sua vita.
Solo qualche ora dopo, sotto l'impero di una suggestione precisa della sua volontà, si dava tutta quanta alla lettura di quei fogli. Ma, in capo a qualche tempo, l'opuscolo, il giornale scivolava dalle mani inerti, ed Elisa stava immobile collo sguardo distratto, fisso su quei rami esterni, che facevano alla finestra una cornice verde e danzavano in molle cadenza sulla solfa del vento.
Anche quando incominciò a star meglio, si limitò per qualche tempo a far moto, sulla passeggiata delle suore. La prima volta che uscì spingendosi sino all'estremità del viale, tornò a casa sì pallida, sì spossata che la Ghita se ne impensierì e ne fece motto con Andrea.
— Eh! — disse Andrea, — sicuro che non sta bene adesso, la Signora. È questa vita che non le conferisce. C'è l'aria troppo fine per lei.
Ammiccò leggermente... con un non so che di malizioso, che fece rimaner perplessa la Ghita e le chiamò sulle labbra una interrogazione.
— Volete dire... Andrea? Ovvero che abbia qualche dispiacere in cuor suo, eh?
— Ma! — disse Andrea, filosoficamente.
E non ci fu verso di cavargli altro!
* * *
Elisa cessò d'aspettare la posta. Cessò di fissare lo sguardo intento, dalla finestra, nella direzione del viale. Roberto non rispose. Roberto non venne a muoverle rimprovero, a lagnarsi di lei... Allora — ella disse risolutamente — sono libera.
* * *
Certo, era libera. Libera e contenta di sè! Si sentiva attorno alla fronte un'aureola, quella d'una santa, fra le mani una palma, quella del martirio. Diceva a sè stessa di aver fatto il suo dovere, di aver agito bene, da signora, da donna onesta, da donna assennata. Aveva dato ragione al mondo, al buon senso, a zia Balbina, agli amici ragionevoli; aveva evitato due terribili cose, un intrigo ridicolo e un matrimonio che lo sarebbe stato del pari. Non aveva tradita la fiducia di Tecla, non aveva approfittato d'un momento di vertigine, di uno scaldamento di fantasia di un fanciullo per fabbricare egoisticamente, su quelle basi fittizie, un edificio di felicità... chimerica.
Arrivata a questo _zenit_ di congratulazione con sè stessa, Elisa non andava più in là. Il suo pensiero si fermava raccapricciando davanti all'immagine di quella felicità. Una spasmodica confusione si metteva nelle idee di quella donna, nel suo cuore, in tutta lei. Non era precisamente il rammarico del suo operato, bensì un lontano equivoco senso di disperazione incongrua, in contraddizione flagrante coi suoi mirallegro, era forse ciò che può provare un suicida che non è morto subito come credeva, ma sa che morrà tra breve, e ora non sa più se ha fatto bene o male a voler morire! Più volte disse a sè stessa: — Partirò.
Ma dove andare? L'idea di veder gente le dava delle acute orripilazioni di nervi. E in quella solitudine, ove pure soffriva tanto, c'era il ricordo, era rimasto il luogo ove s'erano incontrati.