Part 11
— Ebbene! — disse questa, sforzandosi a sorridere.
— Ho parlato con Geri. Accetta. Propone Guido San Firmino.
— Ah! E giudica... crede?
— Che domani Carisi manderà i secondi. Passerò da lei domani.
— Sì. Intanto siate calmo, nevvero?
— Altro che! — diss'egli ridendo. — Ma lei non si inquieti. Non è nulla. Anzi, è una cosa da prendere in ischerzo.
— Sicuro! — diss'ella e tentò di ridere. Ma lo sforzo fu così visibile ch'ella dovette sedere su una poltroncina vicina per riaversi alquanto.
L'orchestra ricominciava a suonare. Una nuova coppia passò rasentandoli. Il Principe di Hetzengenfeld dava il braccio a Marina Negroni e le parlava sommessamente. Ella era in bianco, pallida, correttamente splendida. Ascoltava ad occhi bassi le parole del suo compagno. Alzò gli sguardi freddi e luminosi solo quando fu davanti a quei due. Li fissò un momento, ma non tradì nè con una parola, nè con un batter di palpebra l'impressione ricevuta dall'aspetto dei loro volti. Rispose, in tedesco, con perfetta calma d'accento, ad una domanda testè fattale dal Principe.
Il ballo procedeva allegrissimo, sempre più animato e brillante. La Duchessa, come sempre, pareva infondere nei suoi convitati una febbre di vivacità e di brio. Solo verso le tre, qualcuno disse vagamente ch'era accaduto qualcosa tra Carisi e Rescuati.
Il segreto trapelava. Una indiscrezione, forse, qualche parola detta a voce non abbastanza sommessa.
Non si sapeva. Cosa? Perchè?... Non bisognava dire... Le signore non dovevano sapere.
— C'era di mezzo una signora... Chi? La contessa Serramonti.
— No... Impossibile! Lei! Come?... A cagione di cosa?... Ma per lei... proprio per lei?
Il sussurro si diffondeva e la curiosità s'era fatta cocente.
Ma la gioventù danzava e la _flirtation_ alata non ristava. Roberto si era eclissato e Luciano Carisi stava facendo le sue scuse alla sua fidanzata per un malessere che lo obbligava a ritirarsi in casa. Sacha, a cui il medico proibiva di ballare e di fumare, si era fatto centro di un circolo di mamme ancor giovani, coll'incarico di impedir loro di richiamar le figliuole che danzavano e la celia era inesauribile in quel crocchio. La contessa Elisa attese sino all'ora in cui aveva ordinata la sua carrozza. Allora soltanto prese congedo, resistendo alle pressanti istanze della Duchessa. Quando questa si fu convinta che l'ospite voleva assolutamente partire, l'accompagnò sino alla anticamera assieme al Principe di Cannera, il quale doveva scortare Elisa sino alla carrozza. Mentre il vecchio gentiluomo si era allontanato per mettere il soprabito, Ginevra chinò rapidamente la sua bocca di serpente a livello dell'orecchio di Elisa.
— Coraggio! — le fischiò sommessamente. — Non tema di nulla.
Si ritrasse subito, con un sorriso amabile ed assestò meglio la pelliccia bianca al collo di Elisa. — Non pigli freddo, cara Contessa... Sono contenta che si divertano. Ora comincia il _cotillon_... A rivederci presto, nevvero?
S'involò mentre l'orchestra preludiava il _cotillon_, la danza che riesciva sempre così splendidamente in casa d'Accorsi. E affranta, pallida, colpita da un turbamento che ella non definiva e che pareva sconvolgere tutto quanto l'esser suo, Elisa scendeva le scale lentamente al braccio del Principe di Cannera, ascoltando gli elogi che il vecchio gentiluomo prodigava ai padroni di casa... Ma quella Duchessa poi... quella Duchessa... nevvero?
— Sì — disse quietamente Elisa.
Quando fu in carrozza, svenne. Ma solo per cinque minuti. Scese con passo fermo, dinanzi alla _marquise_ della sua palazzetta.
XI.
I balli finivano sempre tardissimo in casa d'Accorsi. Battevano le dieci a Santa Trinità quando l'ultimo gruppo di convitati, gli intimi, rimasti per la colazione finale, si congedarono dalla Duchessa, dal Duca e da donna Marina.
Il Duca s'avviò verso le scuderie e Ginevra rimase nell'appartamento ove una squadra di domestici spegneva i lumi e spalancava le finestre.
Il passo della padrona di casa, il suo portamento non tradivano stanchezza alcuna, mentre ella passava per le sale in disordine, coi mobili fuori di luogo, coi tappeti sparsi di mille traccie della recente invasione di ospiti. Nella sala da ballo era un vero campo di battaglia: un polverìo roteante turbinava, dorato dai raggi del sole che entrava dalle finestre. Il pavimento era ingombro di lembi d'abiti, di fiori pesti, di coccarde, di reliquie del _cotillon_. Sotto il divano, una bella ciocchetta di capelli biondi rotolava leggermente, mossa dal vento fresco che alitava da un vicino balcone.
Ginevra diede ancora qualche ordine colla sua voce imperiosa e temuta. Poi si avviò verso il suo appartamento privato. Ma prima di giungervi, alzando una portiera, si trovò faccia a faccia con sua figlia. Malgrado i suoi venticinque anni, la giovane non aveva impunemente perduta la notte. Il suo volto recava nella cruda luce mattutina le traccie di una grande stanchezza.
— Che fai qui? — chiese attonita la Duchessa. — Perchè non sei coricata? Sai pure che alle tre abbiamo il concerto in casa Roscas. Hai bisogno di riposarti.
— Mi riposerò. Volevo parlarti...
— Allora ti prego di spicciarti. Non son di ferro neppur io, per tua regola. A meno che non fosse per darmi una buona notizia. A proposito, mi pare che la cosa abbia progredito stanotte. Il Principe viene al concerto, nevvero?
— Verrà. Ma non si tratta di lui.
— Ah! Allora si tratta...
L'accento era perentorio. Marina ebbe un leggerissimo moto d'esitanza.
— Si tratta — disse poscia — di qualcosa che è accaduto stanotte e che riguarda Luciano Carisi e Roberto Rescuati.
La Duchessa ebbe un piccolo scoppio di risa.
— Ah! quei due ragazzi. I miei complimenti, Marina, per esser così presto al fatto della cosa. Ti credevo meglio occupata. Infatti, c'è stato un pettegolezzo.
— Che avrà conseguenze? — chiese Marina fissando sua madre.
In quel salotto stesso, poche ore prima, la Duchessa aveva avuto con Sacha Dzworoff un breve, concitato colloquio appunto sulle conseguenze del pettegolezzo. Il giovane russo aveva ricevuto delle precise istruzioni, che lo avevano alquanto meravigliato.
Ma la Duchessa alzò le spalle, sbadigliando lievemente.
— Chi può saperlo, mia cara Marina? Speriamo di no. E d'altronde, queste cose non si raccontano alle signorine. Ed ora ti consiglio ancora, fortemente, un po' di riposo. Stanotte eri splendida, ma stamane non sei a prova di luce. E poichè hai finalmente un buon gioco fra le mani, vedi di non gettarlo via come gli altri.
Si mosse per andare, ma la giovane la trattenne.
— Allora... — disse lentamente — non vuoi darmi altri ragguagli?
— Mia cara, sei decisamente curiosa. Non te ne do per la buona ragione che non ne ho io stessa. Oggi si saprà qualcosa. La tua amica intima, la contessa Serramonti, potrà forse essere più informata di me. Ma suppongo che non vorrai rivolgerti a lei. Davvero casco dal sonno. Buon giorno, mia cara.
Passò oltre e la sua lunga coda di velluto sparve ondulando per la fuga delle sale.
Marina rimase immobile per un istante, colle ciglia aggrottate, crudelmente perplessa. Strana, enigmatica, quella splendida figura di donna, così immobile, in abito da ballo, nella sala deserta e fredda, bianca d'invernale luce mattutina.
Si scosse con un piccolo brivido ed ebbe un energico cenno affermativo del capo, riassunto visibile di un rapido soliloquio.
Risalì nella sua stanza al terzo piano. Non chiamò la cameriera, si spogliò sola e si tuffò il volto ed il busto a più riprese in una vasca d'acqua fredda. Indossò poscia una corretta e scura _toilette_ da mattino, una piccola giacchetta di panno grigio e si coprì il capo d'un cappellino nero, a cui sovrappose un velo. Poi scese una scaletta privata che metteva nella corte delle scuderie. Passò in una loggetta, ove sapeva che avrebbe trovata la figlia del portinaio. Benchè avesse vegliato tutta la notte, aggregata anch'essa al gruppo di cameriere che attendevano, in un salotto riservato, a riparare ai guasti avvertiti dalle signore nelle loro acconciature, la Gegia era tuttora alzata e narrava alla nonna gli splendori della notte trascorsa. Le accadeva qualche volta di accompagnare la signorina quando usciva la mattina per tempo. Non l'aspettava quel giorno e si meravigliò che non fosse andata a riposare; ma, senza muovere osservazioni, si approntò e fu ai comandi di donna Marina.
Uscirono assieme. Ma la Gegia arguì che la padroncina fosse più stanca di quanto pareva, perchè, svoltato il canto di piazza Curtatone a S. Lucia, ella fe' cenno a una vettura da piazza chiusa. Udì che, prima di salire, dava al fiaccheraio l'indirizzo di casa Serramonti.
Durante la corsa, Marina non aprì bocca. Giunte, ella scese sola e disse alla Gegia di aspettarla in carrozza. Al cameriere, che rispose alla sua energica scampanellata e che aveva l'aria alquanto incerta vedendola capitare sì per tempo, chiese se la Contesta era visibile. Vedendo ch'egli esitava, soggiunse:
— Ditele che sono io e per cose di premura.
Attese un istante immobile, pallida, sotto l'atrio di entrata. Aveva nelle ossa quel freddo speciale che si lascia dietro una nottata persa. Quando il cameriere tornò dicendole ossequiosamente che passasse pure, un'ondata di porpora salì sulla sua fronte e per un momento ella parve non aver capita bene la risposta. Ma subito tenne dietro al cameriere, che la precedeva.
La contessa Elisa le venne incontro. Era in veste da camera, una _douilette_ di cachemire celeste. Doveva aver dormito poco. Aveva le labbra bianche, e un lividore sotto gli occhi li faceva parere quasi pesti e affaticati. Sulle guance non c'era vestigio di colore.
La Contessa dimostrava tutta la sua età, quella mattina, forse anche qualche anno di più.
Fece sedere la sua giovane amica, senza commentare la insolita venuta. Ma il suo sguardo aveva un'interrogazione angosciosa, che parve stranamente facilitare, per Marina, l'adempimento del suo proposito.
— Stanotte — disse con voce calma e con accento preciso — è successo in casa nostra un avvenimento... un diverbio.
— Ah! — interruppe Elisa — anche tu sai. E sai?...
Si arrestò. Ansimava alquanto.
— Non so. Vorrei sapere e per ciò sono venuta.
Un profondo disappunto si rivelò sull'alterata fisonomia della Contessa.
— Ah non sai?... E la Duchessa?
— La mamma non sa... o non vuol dire. Ma mi è parso... avevano detto... ch'ella fosse presente.
— Sì, infatti. Oh Marina che angoscia! Io parlavo con lui, e...
Si arrestò ancora, accorgendosi che stava per rivelare un secreto non suo.
— E...? — continuò Marina, curvandosi avidamente.
— E...? Carisi, che stava dietro a me, scattò fuori, e... accadde... non so bene. Per fortuna capitò Dzworoff e impedì una colluttazione al momento, ma...
— È inevitabile uno scontro — interruppe Marina.
Elisa chinò il capo, stringendo con un lieve moto convulso la mano della fanciulla.
Tacquero un istante, pallide, sotto l'oppressione di un pensiero che non dicevano.
— È il suo primo scontro? — chiese poscia Marina.
— Il primo.
— Chi sono i suoi secondi?
— Gli ho suggerito Serristano.
— Ha fatto bene. È un uomo di cuore e d'esperienza. E delle condizioni non si sa nulla?
— Ancora nulla. Aspetto. Ha promesso di scrivermi.
Diede un'occhiata piena d'angoscia alla piccola pendola in _rocaille_ del caminetto. Segnava le undici.
— Ha ancora i suoi genitori? — chiese Marina.
— La madre! — rispose Elisa.
Di nuovo tacquero quelle due donne, assorte nella muta angoscia dell'attesa, senza che nè l'una, nè l'altra avvertissero quanto fosse strano, anormale il loro colloquio.
A un tratto la contessa Elisa balzò in piedi.
— È venuto qualcuno... ho sentito...
Infatti veniva il domestico. Recava un biglietto, del quale Elisa strappò vivamente la busta.
Lesse a voce alta e tremante:
«_Cara Contessa_,
«Pare che tutto sia disposto per domani. Per me, Serristano e San Firmino. Se posso, verrò un momento a dirle le condizioni. Sto benissimo, e le bacio le mani.
«ROBERTO.»
— Ecco — disse Elisa — è deciso.
Era calma. Non l'aveva neppur detto a sè stessa che aveva sperato, follemente, una soluzione diversa.
Ancora le due donne tacquero. Poi si guardarono, tentando di sorridere l'una all'altra, senza saper perchè.
— Speriamo — disse poscia Marina, alzandosi con un subito ritorno al suo fare indifferente — che tutto vada bene.
— Speriamo — ripetè Elisa. — Vai di già...?
— Sì, devo andare. Abbiamo un concerto alle tre.
— Ah! sicuro... Sarà bellissimo. Ti divertirai.
Si avviarono lentamente verso l'uscio, scambiando, come per una subita, muta intesa, parole affatto estranee all'argomento di poc'anzi. Giunte all'uscio, si fermarono per un istante, con un nuovo indefinibile senso d'incertezza..., come se allora soltanto le colpisse l'ardua e pur già superata difficoltà di quel colloquio od un vago pentimento dell'emozione tradita.
Pure, all'ultimo momento, scambiarono un bacio, breve, caldo... quasi appassionato.
* * *
Nel rientrare, sullo scalone, ancora ingombro della splendida decorazione della notte, Marina s'imbattè con Sacha Dzworoff.
Il giovane scendeva sì frettolosamente, a capo chino, che Marina dovette scansarsi in fretta per non essere urtata.
— Oh! oh! mille scuse — sciamò Sacha — sono un vero stordito. Ma la credevo a letto e nel primo sonno. Invece è già in giro... fresca come una rosa.
In cuor suo pensava: Com'è smorta e sbattuta anche lei! Si scusò, adducendo gran premura.
Marina ebbe per un secondo l'idea di trattenerlo. Ma nol fece ed egli scese in fretta e furia l'ultima mano di scale.
Verso le due e mezzo, Marina era pronta per il concerto, e se l'avesse veduta Sacha in quel momento, non avrebbe formulata in cuor suo l'opinione di poc'anzi.
Si recò calmissima, al tutto padrona di sè, nel gabinetto di sua madre.
Anche la Duchessa era pronta e calzava i guanti.
Fece come al solito la rivista dell'acconciatura di sua figlia.
— Stavolta, cara Marina, sei all'altezza della situazione. Suggerisci assolutamente delle idee regali.
Una lievissima contrazione passò sul volto di Marina, ma ella non rispose.
— A proposito — disse la Duchessa improvvisamente, — com'è andata la tua visita alla contessa Serramonti? Ci hai trovato Roberto Rescuati?
— No, — disse Marina, con superba calma.
— No? Curiosa!... Ma hai avuti da lei i ragguagli che bramavi?
— Sì, alcuni.
— Davvero? Ma è impagabile quell'Elisa! E ti ha detto anche la causa del duello?
Era sì ironico l'accento della Duchessa che Marina pensò, con un lampo di terrore, all'esitazione di Elisa.
— No — disse poscia.
— Ah! — rispose la Duchessa.
Il suo sguardo scintillava una luce sì beffarda che di scatto, involontariamente, Marina chiese: — Perchè?
— Perchè — rispose la Duchessa — perchè non poteva dirtela la vera causa del duello. E tu, mi spiace il dirtelo, ma hai fatta una singolare figura, per una signorina per bene. Nella tua curiosità di avere dei ragguagli sul duello di Roberto Rescuati, non ti sei contentata dei miei, ma sei andata giustamente a chiederli a...
Esitò un secondo, il secondo indispensabile al più abile tiratore per colpire il punto centrale del bersaglio.
— Alla sua amante — finì poscia tranquillamente. — Vuoi che andiamo, Marina? Si fa tardetto.
* * *
Sì... stavolta aveva oscillato davvero la portiera e l'immagine attesa s'era disegnata nello specchio. Lui!
Elisa non si mosse. L'attesa di quelle ore aveva esaurite le sue forze.
— Ebbene? — chiese.
Egli sedette. Era un po' scolorito in volto, ma ilare, animato.
— Tutto accomodato — rispose. — Domattina alle sette, in un certo parco, sulla strada di Fiesole... da un amico di Serristano... Un bravo giovane, quel Serristano.
— Sì... diss'ella a voce bassa. — E le...
— Le condizioni, vuol dire?... Oh discrete. Cioè, adesso... Ma stamane al primo abboccamento dei secondi, grazie! La pistola e venti passi di distanza. Frenetico quel Carlisi! E quell'altro, il suo padrino, più arrabbiato di lui. Ma ora l'hanno capita. Anzi, Serristano e Firmino non si rendevano ragione di quella subita arrendevolezza di Dzworoff. Adesso è ragionevole; si è scelta la sciabola. Almeno, non sarà una cosa illegale, se ci resto.
Un brivido scosse tutto il corpo di Elisa.
— Roberto! — disse con accento sì profondo e sì angosciato ch'egli ne rimase colpito.
— Dicevo per scherzo... sa? Sono di quelle solite cose, che finiscono con un buon _déjeuner_, da Donney. Per conto mio, non ho nessuna voglia di far strage. D'altronde, un duello non sta mica male nella vita di un giovanotto. Bisognava pure che ci capitassi un giorno o l'altro. Certo, se avessi saputo ch'era vicino colui non me la sarei presa così calda per quel suo matrimonio. Non è mica antipatico quel giovane. Come mai è andato a finire così? È vero ch'è stata la Duchessa?
— Sì, — disse Elisa, — queste sono le opere sue; così esercita il suo potere.
Una condanna quasi sacra vibrava nelle sue parole.
Ma subito tornò a Roberto colla calma apparente che ella si era imposta quale supremo dovere della contingenza.
— Allora... Serristano consiglia?
— Nulla pel momento. Ho fatto due ore di scherma e stasera tornerà il maestro a casa mia. Ah sì... dice di riposarmi.
— Benissimo consigliato. Siete stato a casa? avete dormito?
— No. Volevo, ma non mi è riuscito. Invece, ho...
Stava per dire: — Ho fatto testamento. — Ma sostituì: Ho assestato alcune cose. Ho scritto alla mamma.
— Ah! — esclamò Elisa, che si era fatta color di fiamma.
— Per un caso soltanto. Perchè altrimenti, è meglio che non sappia niente. Sa, colle sue idee... Vuol dire... che, alla peggio... la commissione toccherà a lei, cara Contessa.
Tolse di tasca una lettera sigillata e la porse ad Elisa.
— Vuole?...
Un sudore pungente si levava alla radice dei capelli di Elisa. Ma, con un sorriso, ella prese la lettera e la depose nel cassettino.
— Per accendere il fuoco domattina.
— Ben inteso. Ma se invece... dovesse... allora gliela porterebbe lei, nevvero?
Ella non rispose; chinò solo il capo.
Egli tacque un istante. Un'espressione grave, qualcosa d'indicibilmente triste ed affettuoso si dipinse nei suoi sguardi.
— Povera mamma! disse Roberto a voce bassa e come smarrita. — Se avessi saputo! In fondo, non sono stato quello che avrei dovuto essere per lei... Intendo ciò ch'ella avrebbe voluto ch'io fossi, colle sue idee. No, non è mica solo per... per la circostanza che dico così. L'ho pensato delle altre volte, specialmente da che conosco lei. Voglio dire... È difficile a spiegarsi, ma lei capisce, nevvero?
— Capisco... Credo di conoscervi meglio forse di quanto conosciate voi stesso. So di quanto sareste capace, solo volendolo. E di questi pensieri, di questo volere, bisogna ricordarsi poi, non è vero?
La sua voce aveva un accento di infinita tenerezza.
Egli l'ascoltava, sorridendo.
— Com'è buona, — le disse poscia colla sommissione d'un fanciullo affettuoso. — Sa che le voglio tanto bene?
— Anch'io, Roberto, vi voglio tanto bene.
La voce moriva, incolore, sulle sue labbra.
— Sì — diss'egli, balzando in piedi e con un atto quasi iroso, — mi vuol bene... lo so, come a un figlio!
Senza attendere, nè avere risposta, prese a passeggiare in su e in giù pel salotto. Parlava ora concitatamente del suo duello, di quanto aveva combinato con Serristano; questo, quest'altro colpo. Aveva frequentato la scuola di scherma; parlava colla sicurezza di un buono scolaro, col sangue freddo di chi è sicuro del fatto suo.
Ella ascoltava, pallida e in silenzio.
A un tratto, Roberto, cessò di parlare. Girellò ancora più volte pel salotto, toccando distrattamente libri e gingilli.
Poi con un piccolo brivido nervoso si fermò e disse come a malincuore: — Sono stanco!
— Lo credo. Non avrete dormito molto stanotte?
— Affatto. E l'altra notte e la notte avanti, avevo fatto tardi al Club.
Prese il suo cappello, per congedarsi. Ma invece s'indugiò irrequieto; poi sedette sur una _chaise longue_, che gli era vicina.
— Come si sta bene qui. Quasi, quasi...
Era realmente stanchissimo, in quell'istante, sotto l'influenza di un'improvvisa reazione di nervi. Lo aveva colto un subito, imperioso bisogno di riposo e di sonno.
Essa gli andò accanto.
— Volete riposare qui? — gli chiese.
Senz'attender risposta, abbassò alquanto un cuscino che giaceva sullo schienale; poi, con atto dolcemente autorevole, posò una mano sulla spalla di Roberto e gli disse:
— Riposate.
— Che, che! — replicò il giovane, tentando di reagire contro la tentazione dell'invito e la involontaria flessione delle membra. — Ma le pare?
Ma poi, come vinto, ubbidì e si allungò alquanto su quel letto improvvisato.
Elisa osservò che la guancia di Roberto era a un contatto disagevole col ricamo rilevato del cuscino. Con una rapida mossa, come avrebbe potuto fare una madre, passò il braccio dietro il capo di lui, lo sollevò alquanto, e stese rapidamente sul ricamo il suo fazzoletto di battizza.
Poi adagiò sul cuscino la testa di Roberto e gli chiese sommessamente:
— Va bene così?
Egli era già mezzo assopito. Riaperse le palpebre un istante per mandare alla Contessa uno sguardo affermativo, pieno di languido benessere, mentre la bocca aveva un sorriso vago, quasi infantile. Poi si addormentò.
Elisa stette immobile, ritta, accanto a lui, guardandolo.
Un grande silenzio regnava nel salotto. Si udiva da lungi l'eco affievolito dei pochi strepiti di via S. Gallo e il sordo ronzìo di un moscone, smarrito nei labirinti di seta e di trina, fra le doppie cortine applicate alla finestra.
Il respiro del dormente era sì lieve che la Contessa si chinò, per udirlo meglio, mentre un pensiero imperlava di sudore la sua fronte. Lentamente, inconsciamente, s'inginocchiò al suo fianco.
Così sentiva il suo respiro. Vedeva, tranquilla nel sonno, la poderosa forma dai nobili e fini contorni. Il volto era idealmente bello... le parve più bello del solito, con quel lieve pallore di stanchezza, colle labbra socchiuse sul lucido smalto dei denti, e appena ombreggiate all'alto da un disegno più che da una forma di bruni mustacchi. Attorno alle lunghe palpebre calate si allargava più diffusa l'ombreggiatura delicata, così suggestiva di confusi sensi di passione e di sentimento...
— Dio! — mormorò Elisa — com'è bello!...
Non l'aveva mai veduto così bello, non aveva mai compreso come in quell'istante la poesia ed il fascino di una giovane e maschia bellezza!
Pensò ciò che sarebbe quel volto improntato di un carattere tragico, in un sonno più greve, nel sonno che...
Balzò in piedi, con un senso folle di raccapriccio e per un istante il suo seno non ebbe respiro.
Scosse il capo, ridendo. Scacciò quell'impressione; poi, di nuovo, s'immerse nella contemplazione del dormente.
Sì, era bello... Una festa per gli occhi quel suo aspetto, un calore pel cuore la sua compagnia, la sua gioventù, la giovanile allegria del suo carattere, delle sue parole. Ah! Dio, era stato crudele per lei!... Non le aveva dato nessuno ch'ella potesse amare così, come Tecla amava suo figlio. Pure, anche per lei Roberto era un oggetto di inesprimibile affetto, ormai! Certo, ella soffriva ora come se egli fosse stato un figlio suo, in pericolo di morte.
Poichè era veramente in pericolo di morte, dopo tutto. Un momento, un colpo mal parato, una mossa abile di Carisi... Ah maledizione! Ma perchè, perchè?... E quegli sciagurati, Serristano e gli altri, che non avevano saputo impedire, che discutevano il modo di far ammazzare quel ragazzo... E tutto ciò... per una parola, un'inavvertenza! Ah non poteva... non doveva essere!
Ebbe un impulso frenetico di far qualcosa, qualunque cosa, per stornare il pericolo. Mille confuse suggestioni si urtarono nel cervello di quella donna. Scrivere a Serristano, avvertir la Questura, telegrafare a Tecla. Ma tosto, per una inevitabile reazione di buon senso, sentì quanto tutto ciò fosse impossibile.