L'ora topica di Carlo Dossi

Part 9

Chapter 93,495 wordsPublic domain

L'_humour_ sia dunque _lo stato costante dell'animo suo_: uscire con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione, in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità. L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso: ama la _contradictio in terminis_. Perchè sta nella vita corrente e la conosce a fondo, sa che questa è una continua contradizione, che il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti, di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo una _Avvertenza_ ai quattordici calepini delle _Note_, azzurri ed inediti, dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta, e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sulla _gioja_, qui guarda ed anche quanto si enumera sotto _dolore_: sulla _luce_, va a vedere sotto _ombra_; intorno a _sottigliezze filosofiche_, riscontra con _filosofiche sottigliezze_». Ultimo motto a rischiarare tutto l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.

Donde, noi veniamo a sapere come i fatti ch'egli racconta sono, propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione; così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese — e ne riesce il _Bonhomet_ cacciatore di cigni; — così predilesse Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione, sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive apparizioni; i cardini principiali, il _leit-motiv_ vi continuano, direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità. Perchè Carlo Dossi parla ad una turba di _non iniziati_ i suoi lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e due si fanno parabolani per esporre, _in fatto, l'idea_. Se viene interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene passioni rosso fiammante: «Io[78] divenni un melodramma». Melodramma di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi, ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra la natura ambiente, così detta[79] «_morta_», — da chi non ha fino intuito, colla storia, il carattere il «_momento_» degli attori, che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma moderna».

Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali, i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adora _le cose_, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi, e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza, le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certo _animismo_ per simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana, le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. — Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine: chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano, gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non confessarglisi?

Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose si allevano da sè, lentamente, per germini astrusi: il topazio e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo ambiente?

Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite, mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul valore dei movimenti che si chiamano _volontari_: sa che è un modo di dire e di pensare comune, ma che, del resto, la _nostra umana volontà non ha presa_ a determinare le oscillazioni del nostro pensiero più che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura di _Sirio_. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositi _no_, da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelli _Amori_, manifestare _sè stesso_ a traverso le _cose_, specialmente nel _Primo Cielo_.

Così, egli vive di più, perchè a ciascun _oggetto suggestivo_ presta parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi. La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse contradizioni, si chiama anche _humorismo;_ e Carlo Dossi riflette spesso in questo modo profondo ed originale.

L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza; un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare; nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro: la difesa, l'offesa, la liberazione.

Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle; che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia dell'anima, un _quid_ inispiegato ancora, come la scintilla elettrica; immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa, l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo, è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivere _Ritratti umani_; che sono l'espressione della _sua utile cattiveria e mattia_.

_Pagina mea sapit hominem_, porta, in fronte da Marziale, la copertina di _Campionario_; _sa_ cioè _ha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo ha digerito, se ne è nutrita_; lo conosce per il palato e per il ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico e necessario dell'organismo; la pagina mia _ha evacuato l'uomo, come è_: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che non sa _i vantaggi della ineducazione_, ma sfoggia le inciviltà della fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone; _così ha saggiato l'uomo_ e ne dà il titolo esatto secondo la mia norma.

_Pagina_ eguale ad _Arte_: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa, è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo, come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita. L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella che ogni organismo ben nato e ben costrutto esercita, coll'istinto e colla ragione, se vuol vivere in modo di non danneggiarsi nel contatto delli altri suoi pari. E l'uno e l'altro adunque si dilettano, quando vogliono divertirsi, a raccogliere le impronte, le orme delli uomini e delli animali, a delinearne le forme e li aspetti, a scriver loro sotto un cartellino mnemonico: «questo mi piace, questo no; questo mi conviene, questo ributto, questo mi è utile, questo dannoso; qui ho la gioja, qui il dolore».

L'humorista, per intanto li accetta in fascio; usa di una sola etichetta complessiva: «_Ecco la Vita» — Musei anatomici, Teatri di scimmie, Circoli equestri, Fiere di beneficenze e di egoismo_: tutt'uno — Il lupo mangia il montone; la scimmia inganna il cacciatore; la tigre ha mascelle enormi ed i muscoli del corpo ubbidienti, rattratti in tensione della sua volontà, scatta, azzanna, lacera, uccide nel balzo, cacciando: i conigli fuggono; le anatre schiamazzano, i pipistrelli volano in sul crepuscolo; le formiche, come le api, sono socialiste; il fringuello canta meno bene dell'usignuolo, ed il pavone è uno smeraldo tiepido, rutilo, e sfoggiato, stride ingratamente come una giovanetta dilettante cantatrice: l'aquila vola sola incontro al sole e non si abbacina. Vi imbattete, così, anche nelli _animali della gloria, Animalia Gloriae_ di Tertulliano, nelli enormi organismi di preda e di vanità che insanguinano e sconvolgono il mondo, Cesare o Napoleone; quindi nella divinità eroica, come Garibaldi. L'humorista conosce tutte queste varietà di esseri, ne cava la maschera rispettiva; ma per consolarsi meglio, per sentirsi più intima, guancia a guancia, seno a seno, nuda e tiepida ia sua fondamentale onestà, si procaccia — e ne trova dovunque a schiere — dei modelli più brutti di lui, li mette in bacheca, li sciorina ed indica: «_Ecco la Società!_» Sono i _Ritratti umani_.

La serie incomincia dal _Campionario_, per quanto ultimo uscito in ordine cronologico; un'altra e più saporita zoologia. Il suo procedimento è classico, perchè si svolge per prosopopea come nelle satire oraziane, ma il modo di riferimento è modernissimo; vi rientrano la fisiologia e la psicologia sperimentale, il termine netto e schietto anatomico; qui, non si ha vergogna di nulla, nè meno della vergogna, che è un sintomo d'inferiorità ed una espressione di rimorso; non si ha rispetto di nessuno, nè meno della realtà, che è l'apparenza più ovvia e meno _vera_ di vivere. Giù le maschere, uomini cittadini veramente serii ed importanti; o, meglio: «Qui le vostre maschere; ne abbiamo preso il calco di lontano, per miracolo di plastica telepatica, come i maghi moderni di nostra conoscenza. È inutile che vi nascondiate: il nostro obbiettivo, che lavora coi _raggi x_ penetra oltre ogni schermo, cartone, legno, muro, impudente impostura, maestra nel costruire facciate impermeabili, opache, refrattarie ed incombustibili. Noi vediamo il flusso ed il riflusso del vostro sangue, la sistole e la diastole, i moti peristaltici, il giuoco delle articolazioni lubrificato dalle sinovie e tutto il mecanismo del vostro corpo, come dietro un cristallo limpidissimo: così, il vostro pensiero, prodotto dalla batteria elettrica dei gangli e dei nervi; il pensiero che è poi la vostra malvagità. Dipinti, sopra le lastre di vetro della lanterna magica, le lenti, la luce ed il riflettore vi rifrangono all'ingrosso ed al minuto, sopra il bianco e vasto diaframma delle projezioni».

VI.

«BASSE-COUR» — «TIERGARTEN» — «GABINETTO ANATOMICO» E.... «GINECEO»

Li occhi, accostumati a vedere le imagini virtuali, riflesse dalli specchi ortogonici ed academicamente levigati, secondo realtà, si atterriscono e riprovano le visioni singolari, che interpretano, dalla apparenza, le intime verità. Le accusano di deformare li aspetti, di non percepirli bene; accennano maligni e deplorevoli difetti nella composizione del cristallo, nella patina mercuriale della lastra. Ciò può essere esatto parlandosi di uno specchio reale, suppellettile domestica e consigliere di civetteria, non metaforicamente, di un cervello d'artista. L'espressione sua d'arte che accentua, aggiunge, scopre, è il risultato _del veder meglio_, è l'attestazione di una virtù rara, difficilmente conseguibile. Mettere a nudo le tare nascoste dello «_istinto di perversità_» — come le chiama Pöe — rifugiatesi ed avviluppate nelle pieghe prolisse e sotto la lucida vernice della convenzionale educazione del viver comune e solito; leggere, in lettere majuscole, i vizii appiattati nel profondo dell'animo umano; riproporre l'umanità, ne' suoi tipi esemplari, nella serie di un'altra zoologia, è rendere, colla fisionomia del proprio tempo, l'immutabile caratteristica delle forze umane, passioni, istinti, interessi, virtù; sviluppare, sul tono di una canzone estemporanea, il ritmo archetipo e millennario della razza e della stirpe. Significa, in altre parole, occuparsi di Morale.

L'Arte riguarda la Morale come un attributo dell'individuo; la accetta coefficiente allo studio di un problema, che giornalmente, la vita risolve e la biologia propone. L'Arte varia il suo intenderla, col variare delle epoche, dei costumi, col modificarsi della superficie sociale. Per l'Artista, studiar la Morale, significa divertirsi a mettere in esercizio le sue migliori facoltà, sollecitate a funzionare dalla successione de' fatti, delle persone, delle cose che va, a mano a mano, scoprendo e dettagliando. — Viene egli, in fatti, col suo corredo scientifico e filosofico, nei suoi viaggi per il mondo, a visitar le anime, e spesso trova delli istinti; a riconoscere delle umanità, e, molte volte, trova delle animalità.

Il mondo appare alla sua indagine od un cortiletto insiepato e campestre, dentro cui si rinchiudono, col pollame variopinto, piumato, rostrato, speronato, ancheggiante, gracchiante, stridulo, chicchireggiante, schiamazzante, i conigli timidissimi e lussuriosi, le cavie, soggetti vivi e sperimentali di infezioni e di colture microbiche e bacillari, le capre ed i caproni testardi e salaci, le pecore sudicie, popolate di aragnidi e di assilli, cieche d'imitazione, le vacche prolifiche e lattifere, mugolanti e stupide d'imbambolatura ascetica e fatalista, i porchetti rosei ed azzurrini, intrufolati nella melma del truogolo, divoratori delle proprie immondizie, feroci per golosità, dalli occhietti infossati nell'adipe e dallo sguardo bieco, sospettoso, salesiano.

Il mondo si svolge anche alla sua passeggiata più amenamente; appresta boschetti ed ombrie, piante esotiche, frondeggiar di palme, zagaglie lucide ed erette di banani, infiorescenze delicate e strane, ajuole di orchidee asessuate e mostruose, falliformi e vulvaperte; capanni accomodati per bestie rare: antilopi, muffloni, daini, cerbiatti, pachidermi di costo e d'importanza, elefante bianco o rinoceronte violetto del Nilo; la stragrande varietà più che socievole delle scimmie del Capo, della bertuccie, delle platarrine americane, a coda retrattile, ginnaste per eccellenza e per isfarzo funambolico, Wright delle foreste vergini, se, della appendice delle vertebre dorsali, si fanno propulsori forti e delicati per volare, senz'ale, da una pianta all'altra; uranghi di bell'aspetto civilizzato a salutare, a nascondere la vergogna perpetuamente stillando leucorrea; scimpanzè d'ultimo stile, onanisti in cospetto delle damine che li eccitano, mascherati, in faccia, di rosso e violetto, come il nicchio di un prelato delle camere vaticane e ripieni di dignità e di buon senso come un magistrato italiano. Vi sono anche delle gabbie conteste secondo i dettami dell'ultima igiene, con canaletti d'acqua scorrente, col becchime riposto nelle mangiatoie _ad hoc_, coi pioli disposti ed orientati secondo l'uso e il costume dei volatili che li abitano; colle leccornie a portata di becco. Qui, i pappagalli d'ogni clima e colore — se ne trovano sotto tutti i paralleli — dove la loro stupidità diventa impostura ed inframettenza, la loro chiacchiera naturale è purolento parlamentarismo, la loro schiamazzante vuotaggine, loquela meetingaia, il loro sgargiare di penne e d'albagia, virtù academica. Qui, anche i fagiani dorati, quelli d'Inghilterra, li altri del Giappone; della China, i galli rossi e neri di montagna e tirolesi; li uccelli, insomma, preziosi; caccia regale ed imbandigione di solito, alle mense meretricie, doni facili e niente costosi per le amanti delli uomini decorati ed impiegati nei mille ed uno offici della venaria, delle stalle, delle cucine, delle anticamere, delle alcove, del _water-closet_ de' principi.

Il passeggiatore solitario e sentimentale tenta invano, di incontrarsi in un'aquila, in un leone: se ne trova le spoglie, vede la carcassa di quella, colle ali aperte, inchiodata a spauracchio in sull'architrave del castelletto di qualche miserabile Don Rodrigo da operetta: se si imbatte nella pelle fulva e riccioluta dell'altro, la sa impagliata, con due occhi di vetro dispajati e loschi colla cartilagine del muso incartapecorita dalli acidi, con l'odor di valonea della concia e di naftalina per proteggerla dalle tarme e dai tarli; la ammira domestico immobile per destinazione, guarda — portone e vedetta di un Museo, baraccone ambulante, di storia naturale per le fiere suburbane e stridule.

E bene; non è egli tra li uomini invece? Che cos'è questa trasformazione calunniosa, indecente, che qualche volta si giova delle parole scatologiche più vive e più indicative? Già: le imagini passano dallo staccio del cervello dell'operatore singolare; il quale ha la facoltà di depurarle, _di naturalizzarle_, di ridurle, da apparenti, vere. Quale delitto di lesa umanità avere dei reagenti interni e psichici per cui si scompongono le _imitazioni_, i _fac-simili_ del vero uomo e vi fanno depositare tutta la pelle, la vernice, il lustro, il falso oro applicatovi non chimicamente, rimandandone nudo il nocciolo osseo, amaro, laido, la pasta fangosa della materia genuina! Vorrete voi incolpare a questa sua virtù il disordine della verità? A questo suo coraggio la scelleraggine di essere sincero? A questa sua sincerità il bisogno di essere sfacciata? A questa questa sua purezza il diritto di mostrarsi com'è cristallina ed intemerata? Chi mai ha osato imputare alla anatomia il logico processo di brancicare tra pezzi di cadaveri per studio? L'abilità di esporvi le proprie e nitide preparazioni? La giusta superbia di farvi ammirare il risultato di una difficile operazione? Ben venga il disegnatore necrofilo, che dettaglia e descrive le rigonfiature dei muscoli, il groviglio delle arterie, le molle in tensione dei tendini, l'armatura schietta delle ossa, i perni, le cerniere, le guaine, le membrane, le scanalature delle articolazioni, la ramificazione filiforme dei nervi e dei vasi motori, i meandri, i grafiti, i nielli damaschini di tutta l'innervatura, di tutta la capillare distribuzione, per cui ogni parte del corpo è nutrita e sente. Se ciò non basta, ajuti il plasmatore dei modelli di cera a ritrarre, dal vero e colli stessi colori, l'ascesso, la pustola, la fistola, il cancro imperiale e magnifico, le spondiliti, il rachitismo, i guasti epiteliari e le ulceri della sifilide, le necrosi dei lupus, le piaghe divoratrici della tabe, le obesità idropiche della elefantiasi, le contorsioni spasmodiche, le revulsioni, le slogature dell'epilessia, del tetano, dell'isterismo. Dipinti, disegni, statue di cera, preparati di _carton-pierre_, fotografie, cinematografi portino, in copia, i loro prodotti al Gabinetto anatomico.

Questo si annuncia, in sull'entrata, col buttafuori in livrea oscura e bottoni d'oro, cilindro e guanti; scosta cerimoniosamente la cortina dell'entrata, come un usciere ministeriale; si è assunto l'ufficio che le _avvertenze_ e le _prefazioni_ oneste fanno in sulla soglia dei libri. Chi se ne intimidisce, come coloro che hanno soggezione del preposto alla porta, stia fuori. La timidità, in questo caso, non è mai l'espressione rubiconda del pudore e della innocenza, ma il sospetto, ahimè, troppo fondato, di riconoscere, in qualche pezzo esposto, i sintomi, il colore, la deformazione malamente nascosta della propria malattia vergognosa: hanno paura di rivedersi al vero, di dimostrare, col loro imbarazzo, alli altri visitatori, la qualità del morbo, la specie della gangrena di cui sono affetti e vanno accusando giornalmente altrui, che non li ha di patirli cronicamente.