L'ora topica di Carlo Dossi

Part 8

Chapter 83,412 wordsPublic domain

Inoltre, la sua erudizione, che aveva riburattato il grano, il loglio e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo, aveva scoverto, ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de' _recipe_ farmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa, revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò di sè stesso _La Colonna infame_ milanese in sulla _Piazza della Vetra_. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi, avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume, che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime, di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che ritornano e si _fanno sentire_. Quanti elementi per il grottesco, quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze, cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del seicento: a lui appariva _el sur Dianzen benedett_ del Porta; beffando, in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco, un _letto_ monumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa: ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita un _quid_ di diavolesco, di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E le prime pagine dell'_Altrieri_ si svolgono tra la leggenda, le paure reali ed imaginarie; e _La Casetta di Gigio_ è costruita dalla pura fantasia che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie, i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali; il necroforo, la mammana, la _poveretta de la giesa, el giovin de macellar, el perrucchée_, il cenciajuolo, la minuta straccioneria urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una scoperta. Ama lo stipite dell'_Humorismo_ nostro secentesco. Giordano «per quelle sue pagine _così genialmente mal scritte_, nelle quali chiama _la divinità_: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno, che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino, il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed all'ateismo militante.

Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo svincolare il _senso di fede, la sensazione di confidenza_, dalle forme canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli nella coscienza dell'_Unico_ a mo' di uno Stirner religioso. Dal _Candelajo_, dallo _Spaccio della Bestia trionfante_, dalli altri scritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore di _Ritratti umani_ ripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.

Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una descrive: _una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità_, parlando: «_Repulsa adsurgo_» — e l'altra: _un razzo d'oro in un cielo di notte: «Brevis sed splendens»_; accoglie, definitivamente, la terza da Giordano Bruno: «_In tristia hilaritas, in hilaritate tristis_». — «Perchè[70] gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè, dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71] di Manzoni era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa, che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde, dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta vittoriosa: «e la satira»[72] torna a dirsi «che è la forma letteraria della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservargli la morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73] satira si trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che naturalmente dovevano anch'essi sentire, il _pathos_:» — per cui, se «il comico[74] è riso, — l'umorismo è sorriso».

È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su, ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene la palingenesi, facendolo discendere dal _Vero_, dal _Buonsenso_, da cui nacque lo _Spirito_, che sposò una collaterale di nome _Allegria._ Fruttarono le nozze l'_Humour_, il più giovane della illustre famiglia, erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi; perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice, ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.

Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe imperfetta: «L'_Humour_ è un _quid_ di acre, di amaro, di oscuro, che nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «_wrüst mit salkraut_», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze; e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario, chi ha cioè una filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire: «Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido, se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che il _magnifico nulla_». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova il _magnifico nulla_ della vita moderna, nuda di tutti questi attributi, ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma, ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più doloroso: «_Un'oncia meno di sangue, un libro di più_».

Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie. Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra forma sotto cui si manifestano _i dolori innominati_; in cui questi stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati, in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato, il volto antropoide, orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per dar luogo alla coscienza umana.

Socrate, che ironeggia nei _Memorabili_ di Senofonte, presente la voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno, fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura, mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria ventura. Luciano, il classico dell'humorismo produce _Peregrino, L'Elogio alla Mosca_, il _Pirgopolinice_, la _Descrizione di Jerapoli_, le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.

Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato, il dì di San Giovanni, i _Misteri_, declamati e cantati nelle absidi abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica; Gilles de Rais, il Barba-Bleu del _folk-lore_ indo-europeo, sfoggia la sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica dei nostri divinatori è meravigliosa: da _Nôtre-Dame_ a _Là-Bas_. — Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità, sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano, il lievito. Ne riuscì una filosofia volgare per tutti, contadini, monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione del _monismo_, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto medio-evale.

Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene la _callida iunctura_; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica, stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.

Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelle _Eaux de Jouvence_ Pantagruel, prototipo del _Père Ubu_ e di _Roi Bembance_; — Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda, e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la loro fioritura classicheggiante ed humorista.

Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo, diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna; Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà parlare un gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà, sotto la magra e trista figura d'_hidalgo_ spiantato, il cuore di Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.

Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dal _Racconto di una botte_, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino, canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare, sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono, al _Pariato_ avventuroso, la _Gentry_ sedentaria delle banche. Ma quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa, presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.

Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia; «calano[75] i numerai, nelle cui vene scorre sangue darwiniano di scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati, insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri, i contabili: «O Muse, o, Amori[76] restate!». Ma tutta la grettezza delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità. Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord, quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico, funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si sentì invaso da questa corrente di _Goulf Stream_ assiderato, pungente e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone, le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi, attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra volta, il concetto ch'io già esposi della _geniale ebefrenia_.

Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali, i casti per regola monastica, le monache continenti per regola deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto, che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche, sacre, demoniache, le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano, oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, dai _Niebelungen_, sporge la destra ad Ettore della _Illiade_; le razze scompajono, rimangono il _poema_ ed il _poeta_, che le riassumono nella totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura, anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede; che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi; che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera; la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui, tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.

Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano, popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro li scaffali e si chiamano: _Saggi_ d'Emerson, _Opere_ di Carlyle, quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa, con _Don Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel_, la _Raccolta completa_ dei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria Maggi, al Raiberti, le _Tragedie_ di Shakespeare. Questi formano il perno della sua dottrina e del suo credo estetico. A traverso le pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera, il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo: _rendere una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e morale_. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia? Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre Carlo Dossi adorò «quel[77] fazzoletto dagli stemmi tarmati, che evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica, metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta, spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine, genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.

Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, inedita presentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo, come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto, i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni, Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suo _humour_, anzi se ne avvantaggia.