L'ora topica di Carlo Dossi

Part 6

Chapter 63,312 wordsPublic domain

Ma, per allora, chi volesse dire ed essere qualche cosa di più, doveva passare — come oggi — alli occhi dei suoi coetanei e concittadini, un matto: i critici misero orginale: ma il matto, Carlo Dossi dice, è quel nome di cui si regala chiunque pensi diversamente di noi, quando ne sembra un po' più forte il chiamarlo o _bestia_, o _birbante_. Onde i matti si facevano da parte, si ricercavano in mutua compagnia; venivano al cenacolo sbarazzino del _Polpetta_, in mezzo alli orti ed ai giardini del palazzo Cicogna; dove schiamazzavano intorno ai pantanelli artificiali, ancheggiando, le oche tarde e prepotenti, bagnate, tra il frascheggiare mobile delli alberi, di larghe goccie di sole come il pittore Carcano suadendo all'invito ritrasse in due tele ad emulare la celebre del Fortuny: _Le Jardin des Poètes_. Pranzavasi a buon mercato, spesso, a credito, sotto la pergola densa d'estate, rumorosa di carambole, se le boccie, sulla terra battuta e compressa del giuoco, si urtavano schioccando. Praga vi portava la sua malinconia, la sua barba bionda, che gli invadeva le guance, li occhi azzurri sotto la fronte amplissima e sognatori, i capelli lunghi e ritti, le scede, le baje, la lestezza delle sue caricature; qualche volta, la domanda un poco ebra e fatua:

«Chi è,[51] chi non è? Oh povero me!... Il prete lo giura, Ma nulla io ne so; Chi dice di sì, chi dice di no.... Gli è il coro dei matti che Adamo intonò!»

Giuseppe Grandi, tumido del trionfo del suo Beccaria, fremeva di orrore se _Stambul_, la cagnola di Giulio Uberti, l'avvicinava: — Giulio Uberti, poeta dimenticato, perpetuo innamorato settantenne a consumare il suo suicidio per una giovanetta quadrilustre ed allieva sua di declamazione, Miss Alice Lohr londinese, che lo amò dopo morto. Giulio Uberti, che appariva, tra li amici, col suo mezzo cilindro di felpa folta, _el castor_, inconcato a barchetta, imposto all'occipite perchè il tormentato e spazioso fronte di lui s'illuminasse al sole, la pipa corta e brunita, stretta fra le labra; — classico come il Cominazzi repubblicano della _Fama_, cantore con vena foscoliana delli eroi di repubblica, _Tito Speri, Washington, Lincoln_, delle _Stagioni_, dei _Bardi profughi_, dello _Spartaco_, e, se in oggi saputo o commentato, vergogna ai precocemente calvi bardassa, ai Merlin Coccaj della bambagia italiana: Giulio Uberti, cui

«....[52] sul rugoso fronte non dome, L'ire fremevano dell'alma austera; Passò imprecando: sferzò: derise: Tutto è putredine! — disse.... e s'uccise».

Gignous, silenzioso ed immerso nell'arte sua, sembrava cabalasse, mentalmente, toni e tinte sino allora inediti: — Bernasconi, _Tartarin_ di politica, fanfaronava piacevolmente. — I tre Fontana si invitavano a vicenda alle ciarle. — Achille Cova arguto, li eccitava e li contrastava; — Giovanni Camerana magistrato, si abbandonava, senza sospetto alla rima macabra, come un Rollinat piemontese, per avviarsi anche esso al suicidio; — Ghislanzoni, ironico balbuziente, raccontava le sue innumeri prodezze, giornalista, librettista dei _Promessi Sposi_ musicati dal Ponchielli, baritono, novelliere; — Ripamonti interrompeva la scultura per la poesia; là dove non giungeva la stecca da modellare veniva la sua penna acuta a trafiggere; — Cesario Testa, che si firmava scora _L'Anticristo_ piemontese _Belial_, e che stava per farsi conoscere sotto il nome di _Papiliunculus_, riconosceva i suoi fratelli d'arte della _Farfalla_ e li veniva a visitare: Cesario Testa, piccolo, bruno, nervoso, coltissimo, razionalista, naturalista, il ponte di passaggio tra la _Scapigliatura_ milanese e la _Scuola nova_ di Bologna; esulcerato dalle miserie della vita e pure _travet_ laborioso, in perpetua bestemia contro il suo destino, cinico, pessimista e quindi romantico puro camuffato; intelligenza, brio, onestà, impiegato di poi alla _Corte dei Conti_ ed alla _Cronaca Bizantina_, dove Angiolo Sommaruga ne abusava; Cesario Testa, anch'egli ricoperto di nebbie, di anni e d'oblio.

Vi traevano Carletto Borghi dalla gentile e precoce genialità, morto avanti la fama; — Ambrogio Bazzero, solitario erudito d'armerie milanesi e commosso novellatore di sè stesso in _Storia di un'anima_, il primo discepolo di Carlo Dossi con _Riflesso azzurro_, «bacio su di un fiore appassito, dedicato a Sofia e Maria, sue sorelle», pur esso di brevissima esistenza: — con loro si accompagnava Guido Pisani, scialaquatore della sua intelligenza, _ucciso da una spina di rosa_, fondatore col Borghi, il Bolaffio e i due Pozza, del _Guerin Meschino_; il quale porta tutt'ora per insegna il guerriero cavalcante,[53] disegnato da Tranquillo Cremona e da Carlo Dossi, tra le maschere grottesche che ne fingono le lettere, donde si compita il suo titolo. Nè Tranquillo Cremona, tornato dallo studio e dal lavoro, che lo compiaceva nel cortiletto del Conservatorio, — un chiostrino colonnato e suggestivo offertogli al pennello da Lauro Rossi, — se ne schivava; nè la sua gioconda ilarità scompagnavasi da quella di altrui.

In questo campo chiuso la _Scapigliatura_ si avvicendava; l'arte viveva di speranze; tutti erano migliori di quanto non apparissero; ciascuno si foggiava un Lovelace, un Don Giovanni, un Werther. Qui, si eccitavano le ire intestine; ed il Dossi ascoltava ed annotava la boccacevole eloquenza dell'ideale dipintore dell'ambiguo _Falconiere_, quando, dimessa la pennellata, dosava la burla con lenta perfidia e maestria al padrone di casa. — Ospite interruttivo, Cletto Arrighi, vi appariva dal _Teatro Milanese_ ch'egli ricercherebbe invano di sul _Corso_, dove aveva tenuto il posto del _Padiglione Cattaneo_, sala da ballo per le ultime _madaminn_, dove, oggi, fa pompa un albergo cosmopolita di lucida eleganza: — _Il Teatro Milanese_, che gli aveva trasmesso Perelli fresco delle nobili comedie di carattere, banditi pagliacetti e istrione, riusciti quindi in fama e ricercate dalla salace frivolità del principe e dell'epoca; e dentro cui profondeva l'eredità di Bernardino Righetti, lo zio, amico d'infanzia e collega nelli amori facili di Manzoni, prima del suo millantato pietismo.

Qui, dunque, venivano a rifugiarsi tutti che volessero dire una parola propria e diversa, che dovessero difendersi dalli attentati della borghesia milanese: qui, li artisti frapponevano ostacoli, bastioni e fossati, per non patirne il contatto, per non udire il riso di scherno contro li insuperabili e delicatissimi _Cugini_; per non confondersi coi bestemiatori della plastica vigorosa, psicologica e comacina del Grandi; per non avvalorare li errori delli orecchianti della letteratura di Rovani, della poesia del Tarchetti e del Praga. Da qui, fuggivano tutti li altri: però che scioccamente i rimescolatori dei dizionarii, i passeggiatori di biblioteche e di musei, li ineffabili impostori delle Academie se ne vantavano; e non accorgevano di diminuirsi, privandosi del lievito proficuo e prolifico della genialità, che lasciavan da parte, non vergognandosi del resto delle loro attitudini basse e sconvenienti che domandavano all'arte, cioè il loro fine, con _Nana di Parigi_, od _a Milano_, _alias_ Emma Ivon, pruriginosa di memorie inedite e di aulici quadri plastici, a mezze tinte, tra la seppia e l'ocra gialla; — coefficienti all'onanismo ginnasiale, quando la piaggieria al naturalismo divenne di moda e servì, all'artista, per aver commissioni dal bottegaio arricchito, ed, a questo, di vantarsela da conoscitore.

Di là, da questi giardini, da queste officine secrete di motti salaci, di poesie d'occasione, di caricature, la corrente irrefrenata della attività estetica e giovanile si disperdeva per Milano; l'innerbava, la divertiva, la faceva pensare. Estuava per le ragunate della _Famiglia Artistica_ e della _Patriottica_, dove si decidevano le mostre del _Museo Birbonico_, tenute nei palazzi di _Piazza Mercanti_, e le recite del _Carro di Tespi_; si immetteva nei crocchi, sotto la pergola della _Noce_, un'osteria fuori _Porta Ticinese_, governata regalmente dall'astuta e simpatica _Sora Luisa_, mentre _el Vittorel Pizzini_ mesceva, alli illustri aventori, _Gattinara_ squisitissimo ed annoso: — [54] «ora, non c'è più: l'onorevole Depretis travolse il _Gattinara_ nel tinoso baratro della Società enologica stradellina e gli fece fare la fine medesima del parlamentarismo in Italia». — Ma lo aveva cantato con ditirambi bacchilidiani ed inediti Odoardo Canetta, garibaldino e studente in perpetua candidatura sulla laurea di medicina, biondo Adone di gentilezza milanese, autore innominato e truffato di una esilarantissima comediola «_On vioron in dazi_»; e, prima, adolescente coraggiosissimo industrioso, con mio padre, di scede e di atroci burle ai _pollin_, i gendarmi austriaci: ma quel trilustre _Gattinara_ lo aveva bevuto pur Rovani battezzandolo «_Sangu de rana_», quando, commensale gratuito ed abitudinario alla _Noce_, vi teneva scuola di arguzia, insegnando al Magni, che _fiancheggiava allegramente grignolino_ co' suoi allievi, la metamorfosi di un San Paolo in Socrate: «_Schiscegh el nas_» — e Socrate riusciva indicativo, — rimproverargli il monumento eretto a Leonardo da Vinci in Piazza della Scala «_on litter in quatter_».

Supporava il barzelettare del giorno, sul _Corso_, davanti all'_Hagy_, istituzione e ricordo primo-consolare, liquorista di secreti profumi ed essenze, venuto dall'Egitto coi Mamelucchi al seguito di Napoleone. E si ponevano in bacheca, paracarri dell'eleganza maschile, i professionisti del Dandysmo — Barbey d'Aurevilly forse loro istitutore — stato-maggiore della gazzetteria, a dettagliare le bellezze e li abiti feminili delle passanti, a malignare sui nomi, le virtù palesi e nascoste, le abitudini intime, i compromessi coll'essere e il parere. — Sgargiavano le cravatte rosse ed il taglio inglese dei pantaloni di Fabrizio Galli, — baffi alla moschettiera; il _Coq_, nome porpureo che lo indicava nelle sue caratteristiche morali e sessuali, pronto ad accorrere a richieste del _Gaetanino, Genius loci_ del _Gazzettino Rosa_, il _Monitor_ catrafatto e cannoneggiante della repubblica lombarda, quando, per mancanza di redazione tutta sotto chiave, lui solo ed il _Pessimista_ rabberciavano il giornale: — stonava, coi bei giorni di sole, che ingiojellava il marciapiede primaverile, l'indivisibile parapioggia del Pozzoli, cantastorie di intrighi principeschi sempre rinnovati, sempre venali e complicati. — Propalava secreti la gajezza rumorosa ed alla vendetta dell'avv. Cario Besozzi, amico di tutti e di tutte, confidente universale, peroratore delle cause de' _generosi_ e delle _generose_ e de' pianti dei cuori in pena, preziosissimo giovane Figaro in _frak_ ed in toga, disputato per l'occasione e per amicizia speciale, pacere dilettante e viaggiatore patetico per li amori eleganti delle spumose ed inquiete bellezze del _Teatro Milanese_, sensale anche di convegni e del resto, al dire della maldicenza interessata e lurida di Davide Besana. — Il quale, volto piatto ed addormentato, protestandosi sordo, ma le orecchie all'agguato e tese come quelle di un lepre in sospetto, Giuda Iscariota a buon mercato, rimessosi tra i sovversivi vi praticava caccia e pesca grossa e minuta a profitto della polizia politica ed immagazzinava notizie e documenti pe' suoi libelli: _Re Quan Quan e la sua corte, Sommaruga occulto e Sommaruga palese_, di cui fu il sicario prezzolato per ricatti di letteratura alimentare: Davide Besana[55] riconosciuto testè come vecchia pratica del Codice penale e che viveva, scrivendo per commissione, nell'aria umida milanese, necrologie, epitalami, contratti di nozze, precarii, citazioni, ricorsi di macellari contro la ricchezza mobile e denuncie anonime in blocco, mentre poneva mani, piedi e malvagità a difendere sè stesso, calunniando coloro che lo accusavano di facili e questurineschi abbandoni.

Si erano aperte altresì, un po' più verso il Duomo e da poco, li splendidi battenti della _Giulia_ e della sua _buvette_; un esercizio promiscuo tra il _bar americano_ e la _fiaschetteria_, dove li avventori si trovavano in dovere d'essere innamorati della padrona, o corteggiatori, o favoriti, o protettori, rimanendo essa, che vantava il suicidio del marito e una mezza dozzina d'amanti rovinati, sotto il nominativo di Angelo Sommaruga; il quale non uscì di famiglia se, a Roma, si condusse, per lo stesso motivo, la sorella di lei, la celebre e ricantata, in sulla _Cronaca Bizantina_ da _Papiliunculus; Una Tigre, Adele_. Dalla Giulia si era festeggiato l'esodo della _Farfalla_ da Cagliari a Milano in lietissimo simposio; vi aveva brindato Francesco Giarelli, giornalista di razza, ripieno di enciclopedia, signore di uno stile limpido e scintillante, il _gnomo_ Francesco Giarelli, se credete al Besana, mentore, consigliere, ispiratore e dissanguatore del Sommaruga. E si erano accese dispute di eleganza e di bellezza tra la Giulia e la Ivon, che se la vedeva in faccia troneggiare regalmente, uscendo dal _Teatro Milanese_; rivalità tra la _Caffettiera_ e l'_Attrice_ per maggior leggiadria e minore età: sì che i maschi venivano a parteggiare e parteggiarono i giornali.

Ma, indifferentemente, se si diceva che li attori del _Teatro Milanese_ solevano pagare una cena di trenta soldi a' critici affamati e parassiti, perchè li elogiassero smaniosamente, — e la voce si propalava dalla Giulia — pure, dinanzi ai vetri della _buvette_, intermessa una sosta all'Hagy, si mostravano i pantaloni a quadri bianchi, gialli e neri del Giraud, — il volto glabro e clericale del Ferravilla, Beltramo e Meneghino decaduto, — la figura romantica e allampanata dello Sbodio.

Costanti e fedeli ai veleni certosini ed inglesi tornavano, in sull'ora delli aperitivi, a completare lo stuolo, l'eterno giovane Carissimi, la cavalleresca prestanza del Missori, — la gioventù repubblicana e spadaccina, la letteratura scapigliata e garibaldina del _perduto_ Bizzoni, bello Achille d'imprese eroiche ed erotiche, il _Re Quan Quan_: e la critica intransigente spumeggiava, spigliata, libera, aggressiva, aiutata dai fumi dell'_Absinth_ opalizzato e scorso, a gocciole lenti nell'acqua, Musa verde potabile, eccitata dai fomenti ricomposti dello _Scotum_ e dai _Vermouth di Torino_.

I lambiccatori delle quotidiane maldicenze decantavano i loro prodotti alcoolici, le loro ultime trovate: appostillavano i quadri del Bertini, così: «_el can fa de bagai, el bagai fa de can_» — ribattezzavano Malacchia De Cristoforis «_Don Malacofolis de Cristiania_» — davano la prosopopea del Vanzo, un pittore, che, con Luigi Conconi, cresceva in fama «_on Garibaldi mojàa in la carbonina_»; ripetevano i pensieri detti ad alta voce dai maggiori. Facevano sapere, che ormai, Alessandro Manzoni non tutta mettesse la morale nella sua _Morale Cattolica_, che andasse sfollandosi da casa Cantù, i suoi acoliti e Tommaseo, cui mandava a riferire: «_Basta con lu, che el ga un pè in sacristia e l'alter in casin!_» Che, a chi gli chiedeva come mai, avendo fatto dei libri così buoni, avesse pur fatto dei figli sì birbi, rispondeva: «_I liber i ho faa col cô, i bagai col c...._»: — che per farsi scusare le spesse frecciate contro le cose del giorno, soleva aggiungervi la prudenza di questa barzelletta: «_Però, podi vess come quella veggetta del Mont Cenis, che in del '59 la trovava che i Frances, che vegniven giò, allora, in Italia, no eren pu quii Frances inscì gentil d'ona volta, al temp de Napoleon. Forse, me par ch'el mond el peggiora, perchè peggiori mi_». Ed oscure calunnie propalavansi ad imputargli costumi testè venuti di moda al seguito dal Kaiser germanico, essendosi egli, in prima gioventù compiaciuto di libero poetare erotico; velenose malizie, suscitate dal fango delli spurghi gazzettieri.

Rammentava invece, versi, strofe e poemetti inediti, che erano passati tra le mani di molti, ed a firma manzoniana, prestissimo, del resto soppressi e non controfirmati dalla preveggenza meticolosa dell'_innajuolo sacro_, la memoria prodigiosa tenace e birichina del Rovani. Il quale, lodando e biasimando si valeva di citazioni, che, in bocca sua, erano formidabili armi di offesa e di difesa; ed, a proposito del Monti, ripeteva l'epigramma del Manzoni fatto dimenticare:

«Un vate di gran lode, Sul principio di un'ode, Rimpiange il fior gentile Del suo membro virile; E, mentre ognun si aspetta Ch'egli invochi Paletta O qualcuno dell'arte, Inneggia a Buonaparte.»

perchè, dove Giuseppe Rovani sfoggiava il suo eloquio spumeggiante e capriccioso era appunto all'Hagy, _el racanatt di sciori_. Il Ghislanzoni ve lo aveva descritto nel suo tempo migliore, in una improvvisata antologia, cui il romanziere di _Lamberto Malatesta_ fingeva di declamare:

«In riva del Naviglio Io nacqui e trassi i dì; Il soldo d'applicato Consumo nell'Hagy.

Quando i ronzini trottano E il carro non traballa Può rimanere in stalla Il nobile corsier.

La storia dei _Cent'anni_ Ad intervalli scrivo; Se un altro secol vivo La leggerete un dì:»

già che questa usciva, saltuariamente, in appendice, sulla _Gazzetta di Milano_: _el sô prâa_ de marscida, la sua coltivazione reddituaria, però che la letteratura pura lo mandava in rovina ed il giornalismo lo faceva vivere, senza lasciargli possibilità di pagare i molti debiti. «Io nacqui indebitato; se la bolletta fosse un violino, io sarei un Paganini», soleva ripetere: e pur morì in Milano, la patria de' suoi creditori, il 26 gennaio del 1874, nella _Casa di Salute di Porta Nuova_, trasportatovi dall'_Albergo del Gallo_ il dì di Natale dell'anno prima: e morì creditore esigentissimo di gloria, che tuttora cercano negargli, lasciando alla moglie dispensiere otto capi di vestiario e due fazzoletti bianchi da naso.

Ma, in sulla porta dell'Hagy, conveniva udirlo negli anni fecondi e gagliardi. Martellava una inesauribile zecca di epigrammi a battuta sonante d'arguzia. Corruscavano monete d'oro e d'argento, già mai di rame, al sole artificiale e ringiovanito dai vapori dell'alcool — _el so giovin de studi_ —; insospettati modi di dire svuotavano le viscere scoperte di ipogee miniere ricchissime di storia, d'arte, d'indiscrezioni. — La vista di una passante, di una conoscenza, di un nemico, di un amico eccitava in lui la piacevolezza alla ventura.

Diceva del Sacchi bibliotecario, che camminava col muso per aria mezzo assonnato, muovendo le labra come biascicasse castagne. «_El par un baco ch'el tenta de fa la galetta, ma la ghe reussis no_». Della moglie di Cletto Arrighi, che poverina, non si sgravava che di cadaverini: «_Ona Mojascia ambulante_». — Ad un vedovo che si era riammogliato: «indegno d'aver perduta la prima». — Chiamava una cantante enormemente grassa, ma bella: «il naufragio dell'estetica». Espettorava la quintessenza delli insulti contro il Filippi, che fu tra i primi, critico della _Perseveranza_, a bandire l'opera di Wagner contro i rossiniani, dei quali Rovani era il massimo sostenitore; e fulminava Pezzini, comproprietario della _Gazzetta di Milano_, deforme e libidinoso, assicurandogli che «lo avrebbe migliorato con un pugno» — Ad un suo sozio attestava: «Molti migliori di te hanno salito la forca: ma tu la disonoreresti».

Se avvisava Giulio Carcano, lo sciapo traduttore di Shakespeare e lo stucchevole manzoniano, claudicante: «_In tant temp che l'è a sto mond e con tanta inclinazion ch'el ga in quella gamba lì, l'è sta mai capace de diventà nan_». — Ed a Paolo Ferrari, che gli confessava d'aver letto molti libri prima di comporre _La Satira e Parini_, rispondeva: «_Ch'el guarda che l'han mal informàa_». — A Cantù faceva sapere: «Aveva egli otto anni ed era già un asino»; appajandosi a Mommsen che lo tacciò di ciarlatano; — a D'Azeglio, venuto in sulle bocche di tutti coll'_Ettore Fieramosca_: «_L'è un gener de Manzon_». Se riconosceva un galantuomo a passare, criticamente osservava: «_On bon galantomm el dev semper avegh un fond cattivissim_»: se ammirava una bellezza giovane e procace: «_Speri che la vegnarà bonna per tutti_»; se un acuto profumo di muschio gli pungeva le nari e scorgeva la biscia che lo emanava, una cantante _ex-cocotte_: «_Adess la cerca in de l'arte quel che no po dag pu la natura_». Eccitava i giovani a gesta erotiche, citando Orazio ed Ovidio, l'esempio turrito ed inalberato pagano che si conserva nel _Museo secreto_ di Napoli, illustrato dalla prolifica divisa «_Sator Mundi_», seminatore dell'universo, proponendo loro il caso di una famosa editrice di musica, _el granatiere di Slesia_. Ma, invitato si schivava dal confessare la sua età, desiderando farsi credere più giovane, mentre, spregiudicato e razionalista, aveva conservato la superstizione del _Venerdì_ e del _Tredici_.

A Garibaldi inchinò, ed incondizionatamente tutta la sua ammirazione: «Un grande uomo; avrebbe potuto essere un altro Cesare, o un altro Napoleone; _ma ghe mancaa la vena del loder_». Il che, udendo, un giorno, Cremona affermò: «_A ogni frase ch'el dis el ghe mett su la sabbia_»: la scolpiva, in fatti, nel marmo e la fondeva in bronzo, se, venutogli presso Carlo Dossi, ne preparava una futura _Rovaniana_. — Artisti letterati, follajuoli gli si affollavano in torno, racimolandogli giudizii sul momento, briciole di conversazioni e di aneddoti pepati sul libro a pena uscito, sul quadro in voga, sulla comedia e sull'opera datesi la sera prima; egli disperdeva le sue ricchezze ai più solleciti, nè si curava di serbarsele; se ne impinzava il Perelli, _el me fioeu_, cui dedicava un suo volume: «In segno d'amicizia che non si trova in commercio». — Quindici giorni prima di morire, Giuseppe Rovani lamentava: «_Gran brutt segn; go voueja de lavorà!_».

Ora, non più: Carlo Dossi e Primo Levi non riconoscono il loro paesaggio: «se ancora tutta una interessante[56] fantasmagoria ti assedia il pensiero, e i dolori e le gioie, le speranze, le delusioni dell'arte e dell'amore, la giovanezza fidente e la stanca maturità, la ricchezza e la miseria, la gloria e la oscurità ci passano dinanzi per dirti che questa è la vita». — _Via Vivaio, Via Borghetto, Via Rossini_, si sono fabricate, si spiegano sulle ortaglie, i giardini; l'_Osteria del Polpetta_ lasciò piazza libera. La città divora; le ombre dei platani centenari, delli ippocastani, che si confondevano con l'altre dei _Bastioni_, furono racchiuse e limitate in alti muri. L'industria conquistò le strade erbose e suburbane, le cascine, i prati irrigui; ricoperse di cripte i mille rivoli, un dì, protetti dai pioppi capitozzati e dai salici educati per vincigli, fugando l'arte e la natura, sempre più lontano. Stendhal, oggi, a Milano, non sentirebbe più _odorare la Felicità_, ma il loppo del carbon fossile: il Milanese è a tutto indifferente che non sia machina, scambio, operai, cambiali. — Irrequieta, disperata, esasperata la _Scapigliatura_ volse al suicidio, o si immise nelle comode strade burocratiche, al soldo del governo; perchè dicono i saggi ed i pratici, — ed io lo credo volentieri — la letteratura conduce a tutto —; quand'anche a me, con licenza, poeta, procacci ogni giorno un odio nuovo, chiegga maggiori sacrificii liberamente esercitati, e mi divorerebbe la borsa e la mente se di quella non fossi, per prudentissima necessità, parsimonioso, di questa inutilmente ricchissimo.