L'ora topica di Carlo Dossi

Part 5

Chapter 53,371 wordsPublic domain

Donde la rammaricata nostalgia si tramuta in arte ed in letteratura. Giovanni De Castro ricorda i _Visitatori illustri_ in una annebbiata palinodia; il Romussi ed il Barbiera, ambo gazzettieri spicci, badaluccano sulle esteriorità, ridipingono sulla vernice e sono pregiati perchè _suonano il vuoto_. Cameroni non può dire Milano se non soggiunga Stendhal, Dossi e qualche volta Lucini; indugia con amore su questa serie di paesaggi che fuggono, di parole che svaniscono nell'aria troppo rumorosa dell'epoca; rammenta Byron, Michelet, Balzac, Flaubert, Gautier, i Goncourt, Taine, amici e narratori di Paneropoli, trascura Foscolo, nemico e grande istigatore di virtù meneghine, che riconosceva: Felice Cameroni, a me carissimo, araldo di Zola tra noi, dalla _Farfalla_, dalla _Italia del Popolo_, dal _Sole_, dalla _Rivista Drammatica_ del Polese; il _Pessimista_, lo _Stoico_, l'_Atta-Troll_, l'_Uaneofobo_, tutte gradazioni dal nero fumo al grigio; per cui egli dispensò la sua volontà e la sua grande coltura e seconda natura, che lo fecero incompatibile colla serenità; sì che, non morto, oggi, si insepolcra dentro un ostinato silenzio. Con lui, Carlo Bozzi amico suo, andava e va proponendo al Comune una specie di _Museo Carnèvalet_ di nostre memorie che vanno perdendosi; Luca Beltrami ne ripara i monumenti, tenta di trasportare la _Cà Missaglia_ vicino al Chiostro ed al Chiostrino delle Grazie, rinascimento primaticcio e lombardesco. Noi ci illudiamo, nelle ore tipiche, di tornare al nostro _Verzée_, «_scoera de lengua... caregada de tucc i erudizion, che i serv e i recatton dan de solit a gratis al poetta_:» ma, tra le faccende del mercato, tra il monte fresco ed odoroso delle verdure, dei fiori, delle frutta, i pingui formaggi, le rosate polpe dei salumi; tra le piume e le pelliccie della cacciagione; tra la fragranza salina e salmastra della pesca, sotto li ombrelloni, sul suolo madido e lubrico; tra i frusti delle insalate e delle verze, in pieno cielo meneghino, un vocabolo toscano, una esclamazione napolitana, una bestemia genovese interrompono l'incanto. La Piazza veste _la sua realtà_: il carattere equivoco e complesso di un gran mercato qualsiasi, all'aria aperta; noi udiamo cianciare, in un misto italiano di caserma e di quinte, incolore e banale, linguaggio permesso ad una città d'emporio, che rimuta le sue espressioni col mutare veloce delle mode trimestrali, la sua fisionomia ad ogni lustro; città aperta all'estuarvi della immigrazione, dove, moltissimi sono li elettori e minimi i cittadini.

Però che se ne accorgeva Carlo Dossi sin dal principio e lamentava lo squalificarsi di molto patrimonio autoctono intellettuale[30]: «L'umore milanese e lombardo, oggi è quasi irremissibilmente perduto. Invano cerchi qualche scampolo di quella stoffa ambrosiana, che diede Manzoni, Cattaneo, Bertani, Gorini, Vassalli, Rovani e molti altri minori. Era gente questa di alto ingegno ed insieme cavalleresca, amabile e bonariamente spiritosa. Nutriti di Porta e di Rossini, erano amanti delle gonnelle senz'essere puttanieri; erano giocondi senz'essere mai sguajati. Oggi si è a loro sostituita la volgarità, l'ingrognatura, il portinarismo del _Secolo_, il bohemismo scimiottescamente francese ed odioso; l'ubriaco che rece al brillo che canta».

Ma allora si rifabricavano e si fucinavano coscienze e modi di vita cittadina, altri se ne assumevamo; si rifiutavano e si accoglievano attitudini, inquietudini letterarie e morali. Di quel tempo, nell'aspettazione di una nuova guerra coll'Austria, che deteneva ancora le provincie venete, nell'alacre fermento delle incalzate generosità del _partito d'azione_, i giovanetti tentavano più difficile se pur pacifica milizia.

Se abbattevansi muraglie, Carlo Dossi ed Alberto Pisani venivano alle demolizioni notturne del _Rebecchino_, tra le fumigosità delle fiaccole, perchè, non ancora, alla fretta di far nuovo sul vecchio, aiutavano l'arco voltaico e la lampada ad incandescenza: ed udivano Arrigo Boito lamentare:

[31]«Scuri, zappe, arieti Smantellate, abbattete e gaja e franca Suoni l'ode alla calce e al rettifilo! Piangan pure i poeti».

I poeti? I poeti ironeggiavano con Emilio Praga:

[32]«Per l'ampia volta querula, Nel coro intarsiato, L'orme di cinque secoli Un giorno han cancellato: Or tutto è liscio e candido, E, a quei toni abbaglianti, Ammiccan gli occhi i santi E parlano? tra lor».

Santi? Si incominciava a non credervi più: si stavano stampando _Il Re Orso_ e _Le Madri Galanti_ e _Tavolozza_; si leggevano i romanzi del Tronconi: Felice Cavallotti ristampava le _Poesie_, bersaglio colpito inutilmente dalla Procura del re e soppresse per riapparire; ragione per cui lo scaldo repubblicano tornava ad essere ospite frequente delle _Carceri Criminali_, per riuscirne, brindando nei _Filobaccanti_, col bicchiere colmo e spumoso, sonora ilarità, sfarzo di facili amori a coprirgli i singhiozzi sulla povera ora trista italiana.

Così, mentre si tentava di rappresentare il _Mefistofele_, Tarchetti aveva già gettato il grido: _All'aperto, all'aperto!_ di maggiore ed italiana efficacia che non fosse l'«_en plein air!_» zoliano, denunciava il facile mestiere di imitar Manzoni; tornavasi ad odiare ed a combattere i pedanti come i più _fieri assassini_ della poesia. I giovani si trovavano sospesi tra il lievito spremuto dall'Heine e dallo Schopenhaurer, in una stanchezza di razza che ha troppo lavorato e pensato, in una quiescenza alla servitù avvenire, per le inutili ribellioni al fatto che popolava l'Italia liberale e liberata di burocrazia piemontese, scialacquatrice di patria e pubblico erario. — _Dolore di aerei disinganni_? Non pensavano più alla Byron, alla Leopardi, alla Gilbert, alla Moreau; non adoravano ancora il corteggio dei _Montjoye_, dei _Maître Guerrin_, delle _Susanne d'Ange_, delle _Femmes de Claude_, dei _Sirchi_, dei _Lebonard_, delle _contesse de Chalis_ delle _Ize Clemenceau_, delle _Eve_ alla Verga, delle _Fanciulle_ alla Torelli;.... ma già spuntavano li uomini d'affare: non più si invocava la morte, ma il listino di borsa; non più la manìa dell'Ortis, ma la febre del guadagno e delle voluttà presto godute... a pagamento. L'_Altrieri_ si dubitava di Dio e ci si disperava per amore; _Ieri_, i giovani nati troppo presto per combattere per la patria, od avendo già combattuto per questa e _non per questo_, non trovandosi intorno più nulla da fare, si guardavano in faccia muti, interrogandosi se non conveniva rimutarsi in mercante, vendersi, o vendere qualche cosa, o qualcuno.

Supporavano le angoscie reali ed imaginate di questa gioventù tradita dalla realtà del vivere; deliravano le antinomie tra il volere ed il potere, tra la volontà inutile e la refrattarietà dell'ambiente sociale, tra il pensiero e l'azione, che sembrava _non poter più_.

Rappresentativo del malessere generale, ancora, Giulio Pinchetti sottoponeva la sua dolorosa vivisezione all'amico Sardi[33]: «Ho mille temi capricciosi che mi ballano in capo: mille pensieri condensati in convento: vapori, bolle, forse, che scoppieranno, presto o tardi, in qualche acquazzone di terzine. — Custoza, Lissa, cuore, natura... e tante altre tempeste mi picchiano nel cranio, che non so io dove battere... Con più ci penso, ad onta di questo, mi vado persuadendo che in Italia l'unico poeta possibile, ora, è Byron: ed io ti dico, che, inanzi di essere Chatterton tra questa ciurmaglia di trafficanti, preferisco cantar natura e cuore indipendenti dell'umano bipede, come Berni o Petronio». — Ed il dissidio si acuiva e si faceva ad acusar il mondo[34]: «Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il culo inanzi, il petto dietro e le lagrime strisciavano _per lo fesso_». — E lamentava la mancanza di scopo, e gridava la propria infelicità, e, nello stesso tempo, preferiva, colla Italia di fronte, la maschera di Sallustio, altro fare, altro dire[35]: o esserle infelice e non confessare l'infelicità giammai».

Decadenza?

«Noi siam i figli dei padri ammalati; Aquile al tempo di mutar le piume, Svolazziam muti, attoniti, affannati, Sull'agonia di un nume».[36].

Agonizzava una coscienza eroica, perchè, organo non impiegato, s'arrugginiva nell'ozio e si sfaceva; agonizzava l'orgoglio del sacrificio mazziniano, perchè meta irraggiungibile. Che se Giuseppe Mazzini aveva consigliato alla gioventù sua[37]: «Abbiamo bisogno, noi giovani, de' poeti; di voi che raccogliate, abbelliate, inghirlandiate dei vostri fiori immortali quella poesia che a noi tutti freme nell'anima, incapace di crearsi un'espressione; abbiamo bisogno di ascoltare la vostra voce, il vostro inno in mezzo alla lotta, nella quale noi ci avvolgiamo; abbiamo bisogno di sapere che il vostro canto ci conforterà il sospiro ultimo che daremo alla patria, che un raggio della vostra poesia poserà sui nostri sepolcri:» — i giovanissimi poeti si rammaricavano col Pinchetti:[38] «Quando pensi alle ombre mazziniane degli Uticensi, dei Bruti minori, dei Cassii, dei Timoleoni, perchè tu palpiti per essi e fremi per la innocenza loro? perchè questo brivido per le carni, se rammenti l'aura sonnolenta di Filippi, trofeo dei Pretoriani? perchè giustifichi il fratello che rompe il petto al tiranno? — No: la squallida aritmetica del fatto uccide l'uomo: egli ha bisogno di un _divino_ per sognare, per destarsi, anche... ma intanto sognare! — Guardo le cose come stanno: e li eroi girano il mondo come le striscie nereggianti che pinge sul muro la lanterna magica. — Bruto è un pazzo; Cassio un broglione; Timoleone un fratricida puro e semplice, esecrabile di più; la statua si è infranta, resta il marmo. Ed ecco cos'è per me la vita: _marmo_: — Del resto, sono l'uomo più pacifico del mondo «mangio, bevo, dormo e vesto panni»; giuoco al bigliardo; fo pratica di notaio: evviva il _Foscolo in fieri_!»

La risata è un cachinno di ineffabile angoscia; la critica sulla società e sopra l'ultima, terza, monarchica, mal fatta Italia si determinava, perchè li Italiani, pur troppo erano, come i loro poeti disconosciuti, ancora _in fieri_.

Alberto Pisani accorgeva una patria, una sua città, che, nelle ore notturne, assumeva un'aria sospettosa,[39] «quella di una ragazza, che, con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi»:

«Eran fanciulle che leggean romanzi Di fantasmi e di ganzi; Eran fanciulle che poneansi al crine, Fra i vezzi e fra le trine, E gemme e perle e corone immortali, Di fiori artificiali»,[40]

all'ora «in cui il mercato di Priapo affolla».

E Carlo Dossi avvisava che,[41] «intanto una carrozza si arresta in una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintana. Lo sportello si apre; ed, ecco, un alto signore, il quale offre la mano a una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. Tò! quel signore non mi riesce nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni... La bella sua moglie le passa dinanzi. Egli le fa un ampio inchino, e, come la vede sparire in una piccola porta, — porta alle grandi fortune, — tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incuginan col re, rimonta nella carrozza». E Alberto Pisani e Carlo Dossi udivano aumentare, dalle finestre, i _pst_,[42] _pst!.._ — Nabucco imbestia: la città è in fregola; — ... mentre rincasano dai teatri:[43] «dove, nel vano della porta di mezzo, avevano ammirato i due poliziotti agli stipiti, i propri sostegni del palchettone regio»; od avevano, altrove, salutato, nei venerabili consessi ufficiali, a presiedere «La Maestà sua di gesso (dico il busto del re modellato nel gesso, o perchè simbolo, questo, di un costituzionale sovrano, o perchè comodo assai, nè repentini passaggi di temperatura politica)».

Sovversivismo? Erano trascorse le vigilie d'armi e di speranze, nelle quali l'entusiasmo fucinava e imaginava grandissima la patria e gloriosa; stagnavano le brume della sconfitta, l'onta di un dono, dalle mani dell'arbitro europeo, fosco, accigliato e fatale napoleonide. Pesavano alla Nazione la resa, non la violenta rivendicazione del Veneto, le Convenzioni di Settembre, il veto su Roma, guardata dalle milizie antiboine, mercenarie e francesi, accomandate dal bigottismo pauroso e dall'elegante fescennare gesuitico di una _ex-maitresse-de-tripot_, incoronata, per sapientissime lussurie imperatrice. E Giulio Uberti, sdegnoso, rifiutava l'anima sua al verso:

«Tu[44] vuoi ch'io scriva.... Per questa Italia che sommersa in brago Non troncheria il grugnito sonnolento Sotto un milion di schioppettate ad ago? Che ai suoi fornicator gridando viva, E gavazzando de' miei calci al vento, Me godrete impiccato? E vuoi ch'io scriva?»

Impazienza rivoluzionaria? Erano le giornate della cronaca torbida; quando, tra le memorie, ancora torride delle vittorie garibaldine, susurravasi di amori venali del principe a turbare la calma del parco brianteo; quando, le azzurre-bianche Guide ed i verdi-scarlatti Usseri di Piacenza, caricavano, caracollando in cospetto dei marmi istoriati della Cattedrale e ne scendevano, braveggiando, la scalea; quando _Regìa_ e Lobbia, ed i fatti de' guardiacaccia di Tombolo e di Stupinigi irritavano la folla; quando, i migliori cittadini, perchè repubblicani, venivano a conoscere la Santa Margherita del Torresani croato, non d'altro rei che di franche e libere parole. Erano le giornate del Maggio _1870_ in cui il sospetto per le congiure mazziniane spingeva i Savoia sulla via di Roma: quando Milano aspettava la bomba da esplodersi in _Piazza della Scala_ per insorgere; ed il Galimberti, audacissimo dei Mille, andava rinfocolando le ire tra i commilitoni; quando s'accendevano, nelle notti del marzo, le brevi fiammate di Parma e di Pavia, alla _Caserma di San Lino_, senza suscitar l'incendio generale; e veniva, dopo lo scherno dell'attesa nell'anticamera ministeriale del Lanza, risposto ad Anna Pallavicino-Trivulzio — la quale a nome di quarantamila madri italiane chiedeva la grazia pel caporale Pietro Barsanti — ch'egli era stato proprio allora legalmente assassinato tra il muro e la fossa del Castello di Milano. Sacra inferie: di quel sangue Cavallotti raccoglieva le stille per altro battesimo tremendo sulla corona, al contrapasso:

«Prole di Giuda, prole di sicari; Sii maledetta!»

E le speranze si inacerbivano e l'ozio intristiva, e ne usciva le _Scapigliatura_. Acuire, ricopiando la vita e la letteratura di Rovani, aumentarsi nel giornalismo e nella vita pratica, che contrastava colle loro aspirazioni, non aver paura della verità, ironeggiare, bandire un _Gazzettino Rosa_ ed una _Cronaca Grigia;_ spensieratezza nei ritrovi, interruzioni aggressive e ribelli; la nostra _Bohême_.

Allora, finalmente, strozzato dalla agonia mortale che lo faceva irridere Giulio Pinchetti, dopo aver imprestato dell'Heine una sua beffarda disperazione:

— «Tengo[45] serrato il core Perchè ho in dispregio ognun, Non credo più a nessun, Credo al dolore. Vita, fatal menzogna, Che noi tentiam negar, Ma che con presto andar Creder bisogna;» —

si liberava; e, colli altri, Boito lo assegnava, nel tempo turgido di un funereo incarico di demenze e di morti:

«Torva[46] è la Musa.... Per l'Italia nostra Corse, levando impetuosi gridi, Una pallida giostra Di poeti suicidi. Praga, cerca nel buio una bestemmia Sublime e strana! E intanto muor sui rami La sua ricca vendemmia Di sogni e di ricami».

Ne pigiarono il mosto, con molte pretese e molti esclusivismi, ne' cenacoli racchiusi tra le cortine verdi di _Via Vivajo_, nell'_Ortaglia_, nell'_Osteria del Polpetta_, nelle ragunate del _Conservatorio_, peripateticamente, per _Via della Passione_, tra lo sfondo del _Naviglio_, limitato dalla balaustra tortile del palazzo Visconti di Modrone e il dorso del _Bastione_ impennacchiato, tra le foglie palmate delli ippocastani, di panocchie di fiori rosei e bianchi, gendarmi vestiti in gala a guardia della città. In tanto cantavano:

«Siam[47] tristi, Emilio, e da ogni salute Messi in bando ambidue. Ho perduto i miei sogni ad uno ad uno Com'obolo di cieco; Nè un sogno d'oro, ahimè! nè un sogno bruno Oggi, non ho più meco».

E trovarono il tempo e lo strazio più acuto di stordirsi. — Se tornerà a Milano Primo Levi, nei giorni più chiassosi di fiera, quando vi convenne Italia alla sua prima esposizione non se li dimenticherà; ne riparlava testè «_Pei nuovi Cento Anni_», eccitando Luca Beltrami a raccogliere le memorie, «a colmare[48] le lacune, a rischiararne le ombre, a mettere in luce tutta la cara figura di quella Milano, la quale, per non essere ancora che una metropoli regionale, non era certo meno interessante della odierna mondiale città; che, per tanti titoli, merita l'ammirazione e la riconoscenza di tutta Italia». Ma,[49] «allora, il dir di Cremona era un delitto e di Grandi un'infamia. La critica era un inno solo all'arte del Bertini e dei suoi seguaci, e, noi, poveretti, che osavamo protestare passavamo per pazzi, e, per poco, non per furfanti». Allora, per esporre le proprie idee, senza sottoporle ad una evidente amputazione, senza contravenire alla urbanità che imperava nelle gazzette-per-bene e gesuitiche, dove si raccomandava il luogo comune, per non irritare la pubblica melensaggine, era necessario fondare delle riviste eccezionali: _Le Tre Arti_. Erano uscite, con un primo numero di saggio nell'ottobre 1873 ed ultimo della serie; vi erano accorsi Primo Levi, Carlo Dossi, che parlava di _Tranquillo Cremona e di Giuseppe Grandi alla esposizione di Belle Arti a Brera_ nell'anno 1873[50]; venivano riassunte da Luigi Perelli. Il quale, fuggendo lo strazio per la morte della amatissima Elvira fidanzata, fidanzavasi, per sempre, alla amicizia, riversandosi, nella bontà verso altrui; adorando l'opera di Grandi, e di Cremona, proteggeva Rovani pubblicandone _La giovinezza di Giulio Cesare e la mente di Alessandro Manzoni_: creandosi il re del _Carnevalone Ambrosiano_, promuoveva anfizionie di Maschere, verso Roma, ricongiunta, cuore d'Italia, rimesso a pulsare alacremente in petto alla Nazione; suscitava in fine, con Vespa e Borgomanero, il _Rabadan_, senza di cui non poteva essere _settimana grassa_ milanese e non disinteressata piacevolezza, se, una volta l'anno, non compariva a frecciare, colla satira saporita del buon tempo, il costume e colla _bosinada_ di circostanza _a sora_...; a cui non rifiutavasi la penna caustica di Carlo Dossi, emulo del Balestrieri. — Il _Carnevalone Ambrosiano_ che si ammorba ed agonizza, oggi, nel fango marzolino di _Porta Genova_ sfolgorante, in quei dì, di scintillanti attualità argutissime! La satira apparecchiava, tra li altri carri mascherati, in quelli anni eponimi alla carnascialeria, un traino fantastico di una gran luna, dentro cui si entrava per la bocca spalancata e nel cui interno si vedevano dipinte le goccie di liquidi diversi osservate al microscopio: in quella del vino, erano rappresentati ad infusorii Perelli e Rovani, in quella dell'acqua, le teste dei più insipidi tra i milanesi, in quella dell'aceto i più rabbiosi gazzettieri, Bizzoni, Treves, Cavallotti, — in quella dell'orina, il marchese Villani. Luigi Perelli regnava assoluto sulle maschere: Perelli «che si incarica di volermi bene», come lo complimentava Rovani; il _Perellino_ ed il _Rovanino_, perchè gli stava tutto il giorno alle costole, imitandolo nelle stranezze, e nell'amore intenso per l'arte, nella sottigliezza squisita del buon gusto: — Perelli il collaboratore nato e fabricato sopra misura, per intendersi e riplasmarsi cordialmente con l'autore di _Ritratti umani_.

«Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata tra Perelli e me. Si era, allora, all'equatore della nostra amicizia e diciassettanni son scorsi», confessa l'altro nell'_Etichetta al Campionario_ (1885). «Possedea, Gigi, tutto ciò di cui io mancava; bello aspetto, buon senso, pronta e smagliante parola, una audacia, che senza mai confondersi colla sfacciataggine, rovesciava d'assalto qualsiasi diffidenza, una onestà sovra tutto abbigliata di allegria, che quanti cuori toccava, avvinceva. In me, invece, il pensiero, benchè pigro e lambiccato, profondo, una ostinazione che mi rendeva capace, non solo di ideare un lavoro, ma di cominciarlo e, quel che è più di finirlo: oltraciò, molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua può veramente dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la _lega_ del mio _fino_». — Insieme passavano le lunghe sere dell'inverno lombardo, così favorevole all'amicizia, in quelli anni tra 1866 e 1877: la cameretta tepida di Carlo Dossi li accoglieva, e, mentre questi aspettava accanto al camino, Tea, una sua cagnola _fox-terrier_, gli sedeva in grembo. Valicava il pensiero di lui, caprioleggiando, sopra le culmini di montagne rocciose, per poter offrire al veniente fiori di ghiaccio insospettati e rarissimo bottino d'alpinista-ideologo; «ma Gigi tardava troppo, e sotto al solleone della fantasia, il mazzetto si distillava e mutava in una fiala di essenze acutamente insopportabili. Finalmente, il suo passo franco si udiva. Tea si alzava di soprassalto squittendo di gioja ver lui. Carlo, assai meno umano di quella bestiola, lo accoglieva, di solito con asprezza. Prigioniero volontario di lui medesimo, indispettivasi, quasi, della sua libertà».

Povera Tea, cui donna Ida doveva invitare alla ciotola della zuppa mattiniera, colle sacramentali parole: «_Panera doppia e pan frances_», perchè ne mangiasse, ella restia; povera Tea, generosa gladiatrice uccisa dal suo coraggio, da un rospo avvelenato, che addentò a morte nel piccolo giardino di Roma; Tea che riposa al Dosso, sotto all'enorme cippo, troppo piccolo per il suo affetto animalesco, gigantesco per l'esile corpicino sepolto: «_Tea, bianca, nera, nocciuola, — dodici anni vissuta con Alberto Pisani — modello di fedeltà — più che umana canina_»; e l'edera delle rovine, della morte e della immortalità serpenta, abbruna ed insempra il bianco marmo della targhetta commemorativa.

Ma, per allora, a pena nata _La Vita di Alberto Pisani_, a pena ricomposto, nella sua fragranza d'amore, _Il Regno dei Cieli_, la solita borghesia fanullona ed arrivata dalle academie teneva il campo, a Milano, ed ingombrava colla alterigia, la supponenza e l'idrocefalia, l'elfantiasi congenita, l'esosità e la golosità esemplari; sì che, nè il Gorini, nè il Cremona potevano essere decentemente nominati da quelli, nè Dossi vi aveva trovato mercè. I grossi bacalari, che facevan l'occhio pio alla prebenda governativa, aveano gridato, subito, al sacrilegio; si erano sbalorditi li stenografi delle frasi stereotipate dai trecentisti, o da Manzoni, i mendicanti de' riboboli fiorentini, i cucinatori di sdolcinature e graziette a fior di crusca di Val d'Arno; i compilatori di frasuccie lascive, scelte colte, de' gentilini pensierucci, delle facili ed elastiche riverenze, i puristi della lingua dotta, i modernisti della lingua parlata. Lo scandalo, in parte, perdura.