Part 4
E la sua _Principessa di Pimpirimpara_, risponde a _Lohengrin fils de Parsifal_, alla _Salomè_ del Laforgue.
Per lui tutto è storia, tutto è realtà; quel poco di _avvenimenti veri_, che entrano nel suo racconto, basta ad innerbare la favola; e li uni e l'altra diventano leggenda, cioè una verità personale e passionale, per cui il valore massimo sta nell'averla sentita e vissuta. E che di più? Sognando non ha creduto di vivere? E la vita reale non equivale la visione del sogno? Sopra un'altra colonna del suo Dosso, egli fece incidere, sotto un nome di donna a lui cara, ma che non conobbe se non di udita: «_perchè nulla vi è di più vero del sogno_».
Oggettivazione, dunque, di sè stesso in movimento, in pensiero, in fantasia; egli vi raccoglie tutti li elementi di quanto è, e di quanto vorrebbe essere; tutte le sue donne sono la cristallizzazione poetica delle creature vive da lui conosciute in difetto, rese, per lui e secondo il suo desiderio, perfette; il _bovarysmo_ si trasforma in fantasime indimenticabili. — Se possiede la visione esatta del fatto, vi aggiunge la ragion massima del suo desiderio, della sua speranza, del suo idealismo; donde i _valori reali_ si tramutano e divengono i _valori veri_ della sua estetica. Egli non sa bene che sè stesso; è del suo corpo, della sua mente, delle sue illusioni, il più acuto osservatore, il più nemico critico; saggia, a traverso la pietra di paragone dei propri nervi e della propria sensibilità, qualche volta esquisita sino alla patologia, tutto il mondo e li altri uomini. Ma, mondo, uomini rimpasta a sè; egli si è aumentato; si è fatto centro; la pietra di paragone ha comunicato la propria sostanza nell'assaggio, a cose e ad uomini; li ha temprati al suo titolo; desiderio, speranza, idealismo vi si dispongono, informano li avvenimenti, si cristallizzano sopra li esseri e diventano _le sue azioni, i suoi personaggi_. — L'alchimia interna, donde passano le _realtà_ per divenire le _verità di Carlo Dossi_, produce il suo _tipo d'arte che è simbolico_[17]. — «Simili descrizioni appartengono evidentemente alla storia — storia mia, ove si tratti di quelle quasi autobiografie che sono _L'Altieri_ e _L'Alberto Pisani_, e saranno i _Giorni di festa_, e le _Ore di malinconia_»: storia, poema, espressione della propria sensibilità innerbata dalla imaginazione; racconto di _realtà_ o di _verità_ è tutt'uno. Egli sa con Foscolo che la _Poesia sorpassa la Storia, perchè ha una significazione più vasta e più vera_.
Per intanto, alla _Vita di Alberto Pisani_, corrispondono _L'anima delle Carni_ di un falso Giorgio Ofredi, il _Livre du Petit Gendelettre_, di un supposto Maurice Léon. — Autobiografia, o raccolta epistolaria, Giorgio Ofredi vi si mette in bacheca, espone i _quarti_ del suo cuore pulsante e febricitante; va, per opposte esperienze, dentro il fremito delle carni che spasimano l'amore, alla ricerca dell'_idea pura_: termina, inerte, apata a sorviversi col bestemiare la libertà e la indipendenza di cui ha troppo abusato, giuocando come un gramatico alessandrino per l'esoterica dei sofismi e tormentandosi, nel pessimismo, ch'egli vuole, non che il mondo gli impone. — Strazio, Maurice Léon, concede a sè stesso la sintesi: «Considerate l'anima mia come la espressione simbolica di questa fine di secolo! — Sono seduto nella mia poltroncina: l'orologio a pendolo, tic-tac, tic-tac, oscilla e canta in ritmo. Muojo, vivo: tic-tac, tic-tac. Tutto muore, tutto vive: io so e non so; gioisco e sofro: oh, sofrire!» Che dice il Faust di Marlowe? «Oh, sofrire; ma saper di non morire ancora!» Quale differenza, quale ritirata di fronte ai diritti della vita! — Un bel mattino lieto e tiepido di primavera il domestico socchiude l'uscio della sua camera; dorme Maurice Léon; per lo meno crede ch'egli dorma. Vi ritorna poco dopo. Volumi sparsi, aperti, sfogliacciati, in terra, sopra il tavolino; si rialzarono le coperte del breve lettino sopra un cadavere insanguinato e sopra l'acciajo lucido di una rivoltella. Maurice Léon si era evaso, più fortunato di Giorgio Ofredi, che volle tentare il disgusto della esperienza: la coraggiosa vigliaccheria gli aveva risolto l'enigma delle _idee pure_. — Certo di quest'altri due, Alberto Pisani è più sano.
Comunque, se riavvicinate _Les Images Sentimentales_ di Paul Adam, all'_Altrieri_, dopo di non aver trascurato le definizioni negative dell'Ofredi e del Maurice, voi vi ritroverete davanti autori che si sdoppiano, che projettano le loro diverse fasi, come la luna, sullo schermo bianco delle loro pagine, rinnovandosi: vi si ammirano a loro posta, si calunniano, si umiliano, vi recitano le loro intime tragedie. Poi ironeggiano. Buona ironia! rimane il miglior idealismo preservativo, ricostituente, immunizza; è una ricchezza inesauribile, perchè, coll'usarla, la si riproduce; è un giuocare colla vita, per far sul serio dell'arte; è quanto rimane alle moderne genialità, dopo le messe sanguinose pontificate dalle passioni artificiali, dopo i suicidii delle loro maschere, che sono le modalità della loro coscienza; è quanto appartiene _di più suo_ e di più caro all'artista, questa _proposta dei logaritmi della imaginazione_, sciorinata davanti all'immusonita praticaccia venale; che se ne turba, se ne spaventa e manda pel gendarme della logica, pel catedrante grigio, occhialuto e feticista. — Or bene, ecco le proposizioni annunziate da Carlo Dossi e che lo rendono più che attuale, per cui non può venire dimenticato e dalle quali l'opera sua attinge prerogative di una semplice e continuativa potestà operante: altri recentemente le completarono; ed lo affrettai a rimetterle d'accordo nel _Verso Libero_. Ben duro d'orecchio ed incartapecorito di cuore chi, oggi, non le intende; ben povero di mente chi le equivoca.
Maschera completa, _Alberto Pisani_: Carlo Dossi può schermirsi:[18] «Al diavolo le autobiografie: in esse lui, che si pinge, è troppo occupato a porre in rilievo le sue virtù e i suoi nei, e, poniamo anche, i vizii per dimostrarsi qual'è»: ma tosto soggiunge, per non lasciarci nella illusione di una sopercheria: «in un romanzo, invece, egli si apre ingenuamente ad ogni frase. — Ben sottinteso che chi si ha una pagina innanzi, abbia acuta vista, legga nelle _interlinee_, facoltà di pochissimi». Facoltà che ebbe ed ha ancora Primo Levi; il quale ha potuto dire[19]: «_L'Alberto Pisani_ non è un romanzo: è qualche cosa di più; — non è neppure un libro: è una vita — Alberto Pisani, essere reale, sarebbe stato possibile prima, in un'epoca che non fosse la nostra? No. Ne si creda ch'egli possa fornire un tipo alla presente gioventù — tutt'altro. Ma ha di particolare il nostro secolo, che, tra la disparata mediocrissima uniformità delle moltitudini, presenta qua e là dei tipi di esistenza originalissimi e che hanno, forse, in sè i germi confusi dell'epoche future». Sono delle anticipazioni.
Alberto Pisani, rappresentazione tragica del giovane italiano in un punto psicologico e critico di storia italiana, quando Italia, riuscita dalle prove della indipendenza, dissanguata ed anemica, ma denutrita e febricitante, desiderava di mangiare a sua fame, di riposare per riparare alle perdite, di pensar poco, di dormire, di ristorarsi alla pratica, interrotta dal meraviglioso poema agito del nostro risorgimento; l'Alberto Pisani che ode, ventenne, le ultime ed allegre cannonate di Porta Pia, che lasciano sussistere in Patria il dualismo e ricompongono, sull'ibrida monarchia, il trasformismo parlamentare; è anche l'ipostasi moderna del _Werther_, dell'_Ortis_, del _Rolla_ e deriva il suo dolore dal dissidio, tra la cruda realtà che ci investe, ed i fulgidi ideali che fuggono. Che fa? Come può amare? Chi? Dove esercitare le sue virtù? Ed anche i suoi vizi? — Egli è adolescente; appetisce quanto sogna: il sogno è vero, ma non reale! Quindi?... Colla terzetta insidiosa, che si serbò in tasca dal giorno in cui prese possesso della _Casa del Mago_, scarica un colpo contro Donna Claudia Salis, rea di amare anche dopo morta _non lui_, geloso della morte che non annulla l'amore[20]: «poi volge l'arme a sè. Ci ha un terribile istante in cui la paura aggroviglia le vene: ei serra gli occhi; ma il colpo... parte. L'arme piomba fumante, giù dalla tavola, in una cesta di rose; Alberto cade sul _desiato corpo di lei_, morto».
Se non Werther, che ha fatto la scuola e la moda, Ortis così: romanticismo; una sosta. La geniale ebefrenia interveniva colle tombe e Giulio Pinchetti, giovane non ancora venticinquenne ed apollineo poeta, autenticava l'_Alberto Pisani_. Oggi chi lo ricorda?[21] «Ventenne, era già disgustato di tutto e non credeva che alla tomba. Pareva quasi che una voce arcana gli susurrasse nell'anima: fuggi dalla terra, ti si vuole nell'infinito. Tre egli amò tuttavia fortemente: sua madre, un amico e una fanciulla». E vi è pur oggi l'amico che lo piange e lo richiede ancora, — Niccolò Sardi, letterato di robusto stile foscoliano e generoso italiano provato dalle palle apostoliche di Monterotondo, per cui trascina la gamba inerte e spezzata da piombo antiboino, — vi è il ligure mazziniano che ha per me aperto il forziere delle sue memorie e lo stipo del suo archivio, sì da concedermi le lettere di Pinchetti, che avvalorano di lagrime e di sangue _La Vita di Alberto Pisani_. In quelle aveva spremuto la sua angoscia e la sua follia l'adolescente poeta lariano: «Ho[22] bisogno della fede e la tua, o Niccolò, è vergine e schietta. Grazie, amico, la tua memoria mi scende dolcemente nel cuore e la confondo colle mie melanconiche speranze, colle mie dolorose reminiscenze. La morte della povera Lisa mi ha reso questo cuore più gentile, ma nel medesimo punto più addolorato; e tu sei capace di sentir questo dolore. La memoria della santa morta mi tormenta tuttodì, ora coll'aspetto del rimorso, ora di una disperata ricordanza; con quella della speranza non posso».
Brevemente lo soccorreva la poesia:
«Quell'acre voluttà della canzone Che in mostra lieta sol pietà sospira, O allegra poesia, Di qual fonte tu sgorghi e quanto ria!»[23].
Alberto Pisani e Giulio Pinchetti brancolano nel buio demenziale; si fanno tetro il mondo, pessimi li uomini; si credono cattivi. Pensano di loro stessi[24]: «Vedo il lento suicidio di quest'anima mia, un tempo così profumata di poesia; vedo sfogliarsi ad una ad una le rose che mi facevano bella la giovanile speranza; mi accorgo del lento calare dell'anima e dello spirito nella maremma della materia e non mi commuovo più: per me tutto è un corollario della umanità. Non trovo in me più quasi la forza di lottare: mi lascio trascinare dalla corrente, che va via infaticata e mi guiderà inonorato alla fossa, vedovo di gioja e di rimpianto cittadino. Ho spoetizzato la mia vita e non trovo che un filtro di vapori; non ho più fede; per me, le emozioni sono un vero onanismo di fantasia; il cuore non caccia più il suo inno spontaneo, primaticcio, prepotente». — [25]«Ho bisogno di cuore, di cuore, di cuore! Pace! E sta tutto in questa parola che sospira dall'anima mia! Ed io potrei vivere sino a trentasette anni, a cinquanta... c'è da divenir pazzo!» — Si ch'egli eleva il dolore a divinità indiscussa[26]; «L'anima mia non ha che una sola potenza: il dolore — che una sola fede: il dolore; — che una sola speranza: la morte». La volle, l'ottenne; col suo gesto reale confermò l'_Alberto Pisani_; ed a mezzo il giugno 1870, faceva getto della propria vita e ne dava le ragioni: parole, d'oltre il silenzio, sacre: «L'opera che sto per compiere e che, quando leggerete questa mia, sarà già compita, è dolorosa, terribile, snaturata; ma è necessaria per me. — Non mi venite però, colla solita bestemmia dei linfatici a dirmi: «fosti vile, che non hai saputo lottare». Il mio dolore non fu chiassoso, non mandò gemiti. — Mi pare di andare a morte come andrei ad una festa». Amara festa della pace perpetua ed oscura: Alfredo de Musset, per quella cripta sollecitata e precoce aveva, da tempo, inscritto l'epigrafe: «_Tout ce qui était, n'est plus; tout ce qui sera, ne pas encore. Ne cherchez pas ailleurs le sècret de nos maux_». Sull'amico cadavere, Felice Cavallotti si chinava bisbigliandogli:
«Dormi, povero martire! Dormi! questa è la calma Che agognavi».
Stia, così, più eloquente che non ci fosse in vita, _mitingaio_: non tacerà mai con diverso dolore di letteratura, colli altri carnefici di loro stessi per _incompatibilità di carattere col mondo che pure avevano amato e sposato_. Ma, se tra i superstiti, che ressero allo scomparire delle illusioni disincantate, si affaccia Carlo Dossi; se il suo delirio erotico si amareggia e si avvelena di disgusto, erompe e si esaspera _La Desinenza in A_[27]; «Un'oncia di sangue di meno, un libro di più».
IV.
PASSEGGIATA SENTIMENTALE PER LA MILANO DI “L'ALTRIERI„
Se il biografo del suicida Alberto Pisani abbandona un istante il suo eroe e lo lascia riposare, torna subito a sè stesso — ed è forse la medesima istoria che seguita — e si compiace di confidarci: «Quando sono a Milano, in cilindro, marsina, guantato, con un sentore di muschio, leggo la _Perseveranza_, fumo cigarette di carta ed esclamo: «_Sapristi!_» Mi vedeste invece a Pavia, oh, mi vedeste quando fò lo studente, con tanto di cappellaccio e mantello! Allora giuro per Cristo e Maria, dò del tu a chiunque e grido: «Viva Mazzini e Garibaldi! e il suo inno».
Tutti e due passeggiarono in quella Milano, _on Milanin che se sgonfiava_, e che si permetteva di conservare le strade ambigue, ed a metà campestri,[28] «fuor di mano, dove, nè le rotaje, nè i marciapiedi s'erano mai sovvenuti di entrare, sì bene l'erba cresceva al sicuro e qualche volta si coglievano fiori». Dove[29] «la casa di Elvira, doviziosa di vista, riguardava un giardino dall'ombre spesse e profonde, di là di cui verdeggiava un'ortaglia, e... così via, per ortaglie e giardini, l'occhio arrivava agli spalti chiomati d'antichi castani. Si bevea un'auretta tutta della campagna, e vi faceva la luna le sue più strane e poetiche apparizioni» — E vi abitò il Mago, in una straduccia de' _Corpi Santi_, che immetteva, dopo un guazzabuglio di piante, al di là di una prateria, in un cimitero suburbano e decaduto; — e vi si ritrovavano le classiche portinerie, dove, due comari, sacerdotesse della Sporchizia, madama Ciriminaghi e madama Pinciroli, discutevano sulla _gabola del lott_, convitando il caporal Montagna, perpetuamente incorizzato e la _poveretta della giesa_, beccamorti femina ed uccello di male augurio: — dove era la dimora de' signori Fabiani, di Donna Claudia Salis, «nella contrada Moresca, lunga contrada vergine, a suolo ineguale» che sciorinava, per quasi tutta la sua lunghezza, de' muriccioli bassi di giardino.
Era la città che adolesceva, ma che, nella crescita precoce ed eccitata da fomenti estranei troppo caldi ed eccessivi, conservava la sua nativa e genuina fisionomia; la Milano fine ed intellettuale, in cui le Arti avevano la preeminenza sopra i traffici e le officine. Qui, Rovani battagliava giornalmente perchè, nel tramutarsi necessario della fisionomia cittadina, venissero rispettate le sue sigle speciali e distintive, non si denaturalizzasse il tipo de' suoi monumenti. — Era la Milano che non conosceva l'esigenza nevrastenica della velocità e camminava per le strette vie, ad agio, assaporando l'aria, riguardando alle bacheche, _pedinando le popole_; che, nelle notti molli e fresche di maggio, non assisteva al doppio scambio di ombre fantastiche, in gara, della luna artificiale voltaica, della luna solitaria e malinconica, in cielo, inquadrata dai tetti a sfondo di prospettiva. Non si fuggivano ancora i gialli carrozzoni della Edison, ronzanti, cigolanti, seguenti il filo della energia, rapidi a svoltare, scampanellando a furia, intempestivi, interrompendo conversazioni e fantasticherie; non ancora frastornava il rumore sordo delle voci e dei piedi, nè infastidiva il fumo del polverio, sul ripetersi arcaico ed atavico di un grido a richiamo del venditore ambulante; il fango, la piova si immelmavano, ma non scintillavano rotaje d'azzurro elettrico, nè suscitavansi uragani di pillacchere, schizzate a raggiera, dalle ruote d'acciajo delle biciclette, nè strideva o mugghiava la sirena automobile, nè, si subivano li urti, i disgusti, il leppo dei fiati prossimi, la promiscuità dei frettolosi. Vi erano i _fiacres_ invece — le cittadine — le moli idropiche delli _omnibus_, che lentamente si facevano sostituire dai _Tram_ a cavalli della _Anonima_; vi erano le linguette gialle e trepidanti del gas, riaccese dalla lancia lucifera del _lampedée_, il quale ricordava _quel lampedée in sci fa di du barbis_ del povero Giovannin Bongè.
E la melanconia meneghina, il sentimentalismo lombardo (come un chiarore roseo d'aurora primaverile, circonfuso di nebbie fumigate dalle praterie irrigue; e, dalla mandra grassa che pascola, il suono del campano; e, tra le _gabbe_ nane e gibbose capitozzate, il canaletto artificiale e parallelo a scorrere addomesticato) trovavano il paesaggio su cui si erano posati li occhi preveggenti di Leonardo da Vinci, donde traeva la ricchezza il _lombardo Sardanapalo_. Triste e dolce tranquillità della _Contrada della Costa_ e di _Santa Prassede_, giù verso _Porta Tosa_, in mezzo alle quali fluiva lenta, a rispecchio di antichi alberi nani, una roggia, tra rive ineguali e corrose a risciacquare le radici gialle, tentacoli vegetali, lievemente ondeggianti nella corrente: nelle mattine solatie, le lavandaje le fasciavano di panni distesi e variopinti ad asciugare. — Ora, nascosto il Naviglio interno per la maggior parte: demolito il _Lazzaretto_, arrugginito nelle muraglie tozze e sipario alla vista delle Prealpi lariane, Stendhal redivivo si lamenterebbe, se, nelle giornate ventose e limpide, nell'aria ossigenata e cristallina, dall'alto del _Bastione_ non potesse più ammirare i denti bianchi ed acuti del _Resegon de Lek_ (così scriveva) profilarsi sulla azzurra tenerezza del cielo. E i _Corpi Santi_ facevano da sè una città a cerchio dell'altra, tra l'agricola le l'Industriale. Permanevano, come permangono, le cancellate e i pilastri, il primo viale de' _Giardini Pubblici_, tracciati dalla simmetria repubblicana e cisalpina, lungo _Corso Venezia_: ma non più la bella e rettilinea armonia classica, che Piermarini voleva istituita, sulle macchie e nei prati e nelle allee, perchè vi si decorassero, nelle pubbliche commemorazioni, li Eroi, tra le fiaccole, li altari romani, i profumi e le pire: Eroi della guerra e della pace.
Ma, se distrutto il _Teatro Diurno_, celebre per le sue pantomime e pe' suoi carroselli, e _La Giostra_, ed il _Caffè_, non così quel _Salone_, che lasciò indi l'area al _Museo di Storia Naturale_, e dentro cui ballarono il can-can de _L'Orphée aux Enfers_, al suono della musica dei _Chasseurs d'Afrique_, la Dama e lo Zuavo nel pocanzi troppo commemorato 1859.
Allora, il dedalo curioso e caratteristico dei vicoli, delle stradicciuole a gomito, ad oscurità rientrate, a balconcini tondi sporti, ad usciuoli socchiusi, ad invito pandemio, che racchiudevano l'isolato delle case, dalla _contrada di San Raffaele_, ai _due Muri_, dalla _Pescheria Vecchia_, a _Santa Margherita_, andava scomparendo; qui, aveva tenuto campo aperto, ad ogni avventura ed a chiunque avventore, e general comando, la venale e larga galanteria milanese:
«_.... costumm de sta città,_ _Rapport ai donn de bonmercàa,_ _Massimament qui creatur_ _De San Raffael e di Du Mur;_ _Che, quand l'arriva on forestée,_ _Se fa compagn di bottigliée;_ _Massimament in temp de stàa..._»
Poi, _La Piazza del Duomo_, nè ampliata, nè ancora decorata dal Monumento del Rosa, nè, come oggi, allietata dal torneo dei tram, propalatori di addomesticati fulmini tra le ruote e le rotaje, intorno al Padre della Patria, guardato a vista dalle nappine azzurre e dai pennacchi rosso-azzurri: e, se in _Piazza Mercanti_, si era colmato il vecchio pozzo, che, nel 1762, il conte Nicolò Visconti, prefetto della città, aveva ristaurato, pur continuava la frequenza di _avocatt, borsiroeu, spii, vagabond, mercant de gran e de ris, fittavol, beolch, massèe, fattor_.
Sì che Carlo Dossi ed Alberto Pisani furono spettatori della trasformazione. In quel loro _Presente_, in questo nostro _Altrieri_, già si pretendeva luce ed aria; già si incominciava a demolire: piazze larghe, strade in rettifilo; sovrani, picconi e squadre. Vi hanno camminato, vi camminano i cittadini più diritti e sicuri? Ogni cosa consiglia l'ortogonia, la politica e l'igiene; per ciò si sopprimono li edifici biscornuti e le idee doppie; — quelle, cioè, che sono sempre vive, e sono le più sincere; — noi non vogliamo scansare l'ostacolo, ma lo abbattiamo; alla critica succede la sintesi; ma scordammo molta allegria e molto buon cuore; ma l'ironia si è fatta sarcasmo; e ciascuno teme del suo vicino: se la satira interviene, si invoca al chirurgo, che Carlo Dossi reputa una delle più tristi necessità umane; e, chi dice chirurgo, accorge l'ammalato; e Carlo Dossi molti ne vide, coi quali, Alberto Pisani. In compenso, l'aspetto non potrebbe essere migliore; ma è un'inzaffatura di calce lievemente indorata dal giallo-cromo dell'imbianchino: niente portoni ad ogni ponte del _Naviglio_, colmati i vicoli, fontanelle d'acqua potabile sopra d'ogni trivio; ciascuno veste più decentemente; alla domenica _riposo festivo_ — incontrate il vostro lustrascarpe agghindato come un milord, George Brummel del selciato —, e le vostre domestiche si rifiutano di custodirvi il bollito. Milano è più sana, più costumata, più libera? È una domanda; e pure, quell'altra ha i suoi adoratori che la vagheggiano di sulle stampe ed i disegni con postumo amore tra il curioso e l'indiscreto; se ne innamorarono troppo tardi; la scrivono e la descrivono come una paleografia sentimentale.
Vecchie ringhiere, rigonfie e barocche, riccioli e tortili viticci e foglie d'acanto battute nel ferro; balaustre a volute ed a conchiglie massiccie, a specchiarsi nell'acqua lenta e verde del canale; _lobbie_ di legno brunite dalla piova e lucidate dal sole; pensili giardinetti di quattro garofani garibaldini, un cespo di geranio rosato, una tegghia odorosa di maggiorana pei gatti, di salvia per l'arrosto; l'arcata del ponte bituminosa, concava, nell'acque, convessa, oscura galleria ai _comballi_, carichi di pietre, di calce, di fascinate; la rozza a guidaleschi, al rimorchio del _carro fluviale_: la _Madonnina_ specchiante d'oro, ultima sull'orizzonte milanese, simbolo ed indice, come una fiamma: l'intimi ripostigli della città: l'ombra magra e profumata dalle glicine urbane e stanche, spioventi sulla terrazzetta; l'umidiccio della piccola ajuola, un portento di giardinaggio e di orticoltura d'ogni varietà; i _Terraggi_, i _Bastioni_, la _Guglia_, o bianca, o bigia, o violacea, o rosata, a sfidare il cielo, e, dai bassi muricciuoli, erigersi le alte magnolie sfiorendo e cercando azzurro ed aria motivi alla matita, un dì, del Bossi, del Canella; oggi, del Mentessi; raffigurazioni di una nostalgia. Ed il Belloni ne dà i paesaggi dell'_Alzaja Pavese_, e Ferraguti, le prospettive crepuscolari, e Balestrini la fanghiglia dei _Fuori porta_, i cavalli stanchi e professionali delle carrozze di piazza; ed il Buffa la newyorkese irruenza dei traini pesanti, la furia modernissima dei commerci, che vanno rombando tra le brume, i fanali vegghianti e scarlatti, il rombo delle ruote e dei carrozzoni; l'Agazzi i cantucci caratteristici, le ripiegature secrete ed addominali dei vicoli, il _Duomo_ in ogni ora del giorno, in ogni stagione, nevicato, sereno, le piangenti statue romane di _Piazza Fontana_, prefiche inesauste davanti l'Arcivescovado.