L'ora topica di Carlo Dossi

Part 3

Chapter 33,569 wordsPublic domain

Provvisto di questo sicuro viatico, amministratogli da Giuseppe Rovani, che avrebbe rassicurato qualunque novello autore per le climateriche avventure della letteratura, dopo _Valichi di Montagne_, valicava il Rubicone della pubblicità, infossato ed insidioso, tra li scogli della disconoscenza, dell'ambizione delusa, del livore, dell'odio mascherato da consigliere e da emascolatore, _L'Altrieri_, un volumetto di centotrentanove pagine, stampato dal tipografo Lombardi di Milano in cento esemplari; opera rarissima oggi a ritrovarsi. Il Demone l'aveva preso definitivamente in signoria, e Carlo Dossi vi si era impersonato; per più di vent'anni visse esclusivamente in lui; poi, voltosi per altro campo, le sue distintive qualità non lo abbandonarono e parve tacere; più secreta e più preziosa, l'onda continuava a zampillare, dai mille giuochi ipogei della vena turgida.

Per cui, se alcuno s'arresta alla superficie, ignora o fa caso semplicemente del banale empirismo, e viene a giudicarlo dal suo fatto _pubblico di letteratura_, e lo accorge arrestarsi a metà della sua vita, può ripetere, errando come Benedetto Croce in sulla _Critica_ (Fascicolo VI del 1905) lo parole che il Guerrazzi dedicò a Tomaso Grossi: «aveva ricevuto da natura una bottiglina di olio finissimo; e presto l'ebbe tutto versato.» Ma a chi fu dato da Carlo Dossi l'onore e la massima confidenza di saperlo intiero e schietto come un cristallo; a me, cui si espose in ogni positura d'animo, confidò ogni segreto, ogni piega più oscura, distese davanti tutte le pagine dalle composte alle interrotte e sospese; a me, è pur anche concesso di dire, con una sua frase che ribatte all'altra del critico hegeliano di Napoli; «Nella mia vita di scrittore, tutti non hanno potuto non rilevare delle interruzioni; queste non sono che apparenti. L'energia intellettuale, in me, non fu mai sospesa, ma si trasformò solamente nei vari campi pei quali passò, sotto l'invito delle circostanze, e dove sempre ha lasciato una traccia letteraria.» Egli ha veduto con pupilla di artista anche la menzognera diplomazia cui fece schiettezza e generosità, come la polverosa e barocca archeologia, cui infuse di vita ed espose, a simiglianza di una poetica, giovane ed in azione, nel paese classico delli antiquati fegatosi e tabacconi, avari, ma rimpolpettati di superbia e d'ignoranza. Però che _Minerva_ li nutre, li protegge, li addotta; in fine, li crea Ministri della nostra miseranda pubblica istruzione, in cui tenzonano la tirchieria e l'analfabetismo con bel seguito di pellagra e di delinquenza esemplare, veramente italiana.

III.

GENIALE EBEFRENIA

Codesta precocità lo invasa ed instaura, senz'altro, a nostro predecessore morale; codesto nuovo attributo, ch'egli assegnava al _libro, libro-vita, libro-carità, libro-dolore_, per cui la carta agisce per sè, si riproduce solidamente ricostruita di voce e di volontà, battaglia, o schermo alle nostre soferenze, lo aveva reso, senza che egli lo accorgesse, precursore di Mallarmé: «_Il Libro, espansione totale delle lettere, è un tacito concerto morale; è la persona stessa del poeta, se insiste sopra di un suo dolore, di una sua gioja, di una sua malinconia, di un suo disinganno._»

Ora, chi discese da Mallarmé? Chi discende da Carlo Dossi? Noi; un _Alberto Pisani_ ci aveva preannunciati, uscito da un Guido Etelredi suo _avatar_ di _L'Altrieri_; si continuerebbe nell'Impenitente, che, dopo _La Desinenza in A_, dedicherà alla _Geniale la confessione piena ed intera di Amori_: Carlo Dossi, iperemico di genio, ipertrofico di coltura, s'ammalava d'ideale e di belle lettere italiane. Egli era in pubertà; pubesceva con lui la città che abitava, Milano; adolesceva la Patria; era pur logico tutti patissero, senza avvisarli, passaggi inquieti d'ebefrenia; l'epoca li richiedeva. Sia per la collettività di un eletta di popolo, _romanticismo_, sia per l'elezione di un individuo, _simbolismo_, le cellule prime, o l'aggregato di cellule, rispondono a dei dolori vaghi ed innominati che li vanno martoriando senza lasciarsi attutile e vincere, perchè ne nascondono, misteriosamente, le ragioni. Sono i dolori innominati, non forti, ma insistenti, non decisi, ma continui, che vanno perseguitandoci senza localizzarsi, che formano, vagamente ma realmente, il nostro malessere, _uncassines_ li chiama Locke i _senza causa_; ciò che ne accenna l'_avvertenza morale di sofrire la vita_.

Epoca ibrida e dolorosa; vi si aspetta qualche grande avvenimento; il giovanetto attende l'amore; l'estetica fa allora eccesso e non difetto; vi si conoscono le ipertrofie sentimentali a profitto del culto del bello; si pretende e ci si crede qualche cosa di più e di diverso di quanto siamo; interviene il _bovarysmo_. Giornalmente, vengono a ferirci, con temprati bisturi sapienti, la noja, l'umiliazione, il dispetto, sensazioni morali male definite e peggio conosciute, che si fondono nel _tædium_, non quello latino e stoico per cui Petronio elegge la morte alla vita, ma quello di Leopardi, di Hartmann, di Schopenhaurer, che, pur lamentando di vivere, non si lasciano morire.

Vi si cerca qualche cosa di più che l'ordine di natura non può, per ora, concederci; ed intanto, la crescita normale accelera il suo processo febrilmente. La crisi, nell'esistenza maschile, si riassume una volta per sempre nello spazio di un lustro; qui convengono a svampare i vapori periodici e catameniali che tormentano le feminilità puberi, le involgono e le rivolgono, sempre che li patiscano, al desiderio smodato, all'isterismo, all'amare l'amore, ed alla poesia: in fine, pubertà. Se intercorre tra i quindici e i vent'anni; se non ritarda con processo postumo — e ne diventa una malattia morale, che può dare dei frutti d'arte saporosissimi, ma artificiali ed esigenti di una passione un poco sadica; — se una buona costituzione mentale rifiorisce, si incomincia armoniosamente la prima tappa per la esperienza; si va alla conquista della coscienza delineatasi sul bene e sul male; si risolve in versi; i più forti la deviano a profitto della prosa.

In alcuni organismi privilegiati, e per ciò dolorosi d'esserlo, questo stato di continuo malessere, questo _stato in divenire_, perdura; li accompagna, fedele tormento e carnefice. — Pietro Verri nota, nel _Discorso sull'indole del piacere e del dolore_, che tutti li uomini che coltivano le scienze e le arti con buon successo, furono spinti dalla infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che hanno battuto: ed a loro, così, vien concesso, per tale esuberanza, una valvola di sicurezza, per cui esce, in armonia ed in equilibrio, il troppo pieno della loro commozione. — Arte, rifugio, arte, romitaggio tranquillo, ma donde si espandono, donde non hanno più paura, nè di sè, nè delli altri, nè delle cose del mondo: — arte, che li rispecchia e perciò giudica li altri. L'arte li arma e li protegge, li avvalora; dai termini ambigui, dai dolori innominati e dal malessere, costoro, favoriti e cruciati insieme, si riverseranno _nel libro_; non nel libro del giorno, ma nell'opera dell'epoca; questo, che non si disperde, nè si dimette come un capellino alla moda, ma resta; ed è necessario che lo conosca, a riflesso del tempo, l'uomo civile.

La letteratura universale se ne avvantaggiò, ne conta i capolavori, siano _La Vita Nova_, o _La Vita di Alberto Pisani_ siano _L'Education sentimentale_ di Flaubert, o _La Saison en Enfer_ di Rimbaud; precoce e restio, pei secoli, ciascuno, come Rousseau, ama dettare _Les Confessions_ di fatti accaduti, o di fatti sentiti e per ciò più veri; e, l'uomo conservando il tono del proprio tempo, riesce oltre a dire la semplice personalità dell'uomo di natura. Romanticismo, se il tempo e le costituzioni saranno militari e reazionarie; simbolismo, se l'assetto della nazione volgerà alle industrie, il tono dell'anima al cinismo utilitario.

Lasciano il modo freddo e sereno del classico, in cui il ragionamento si distende, in cui la _realtà_ ha un culto maggiore della _verità_, e, per tutti, un valore uguale e circoscritto: su cui non si sente il bisogno di ritornare alla ricerca delle essenze, dei nuclei costitutivi le idee, le emozioni, le credenze, i fatti sociali; in cui l'uomo saggio è calmo, riposa tra quattro spunti, o ruderi fondamentali di cognizioni, e, sopra a queste quattro sicurezze imparate dai maestri, si adagia, pago che rappresentino tutto il suo bagaglio scientifico e religioso. — Romanticismo, simbolismo, l'inquietudine,

«che col dar volta al suo dolore scherma;»

il mare in tempesta; il vento che ulula e sradica; il lago che schiumeggia crestato e livido; la foresta che si discapiglia; tutti nervi esagitati; la nevrastenia alla porta della ragione; la confusione tra i diritti, i doveri che non sono più e molti diritti che permangono privilegi; il cervello che fermenta ed estua; la rivoluzione imminente sulle piazze; provvidenziale e dolorosa, l'arte. È la secchia d'oro, scolpita ed aggemminata, uscita da mani pie e squisite, che discende e s'immerge al drenaggio dell'anima ripiena d'ogni liquore prezioso e va svuotandola senza interruzione sulle pagine; le quali si coprono di scrittura nera, ma cantano i sogni biondi e rosei andati a male, l'ostilità del tempo inclemente, i desiderii senza soddisfazione: liquore, che è il frutto della cooperazione di natura se, dalla mente, imbriglia l'ebefrenia e rappresenta il sopra più dell'ideale. — Crepuscolo, ora _dei nervi_. «Il giorno fondesi nella notte. È la più stanca ora per tutti e la più insidiosa per quelli, in cui i nervi tiranneggiano i muscoli. Già l'uomo cede alla donna, la riflessione alla spontaneità. Tutti quei sentimenti, sepolti lo stolto giorno in un tenore di vita odiata e nel sospettoso contatto coi nostri _così-detti fratelli_, risorgono; ciò che vi ha in noi di gentile parla. Nè le carezze di quest'ora tristissima son sconosciute ad alcuno, perchè tutti hanno in sè qualche cosa di buono, e ne hanno, perchè a nessuno è negato di amare»[10].

Crepuscolare in fatti, coll'_Alberto Pisani_, Carlo Dossi si dichiara e si intorbida insieme; ed è tuttora un grande mistero fisiologico, direi quasi mostruoso, il vederlo in una vita più chiusa dalla comunemente esercitata da tutti, quindi senza un vasto campo d'osservazione a portata delle sue esperienze, indovinare gesti e fatti della vita altrui nelle più intime esercitazioni, farsene il critico e l'humorista. Suol dire per ciò: «[11]Ho cominciato a pensare a cinque anni, — a scrivere a sette — a sedici anni stampava. Ho sofferto una specie di purgatorio matrimoniale dai ventinove ai trentasei, a trentasette ero già entrato in vecchiaja, con disturbi visivi, essicamento di pelle, ateroma. La sola facoltà genetica mi si risvegliò tardi poichè non conobbi donna che ai ventisette anni»; e la conobbe allora dal lato pessimo se gli ha fatto produrre _La Desinenza in A_.

Onde, chi fu precocemente appassionato del sentimento d'amore per riflesso di letteratura e per schiva funzionalità biologica — che del resto lo difende e lo copre dalla repulsa feminile — sente tardi il senso genetico. Si prolunga per lui questo suo stato speciale, come lo accolse anticipato, fattore delle sue migliori rappresentazioni estetiche; non viene assolto in tre anni, come normalmente impiega a nascere, svilupparsi, determinarsi in virilità; ma perdura tre lustri, irretizzandogli le cerebrazioni in modo acuto, donandogli, in oltre, le facoltà necessarie di costanza, coraggio e volontà per te quali ha sentito il bisogno di essere originale e similmente sincero.

Egli soferse e gioì quella età[12] «che in alcuno confondasi colla infantile», ed io aggiungo, in Carlo Dossi, colla maturità — «in cui l'anima anelante di congiungersi ad altra e non trovando chi incontro le venga, dona parte di sè perfino ad oggetti della natura organica; i quali sotto il suo soffio si fanno quasi sensibili: non potendo raddoppiarsi si divide».

Ed ecco, che i maschi, per eccesso di virilità non ancora razionalmente impiegata, si feminizzano; ed ecco, che, sorpreso Apollo da Dionyso, Cristo predica e Leonardo da Vinci vede errare, e ritrae, quel sorriso unico ed ineffabile sulle labra adolescenti di San Giovanni — Bacco, di Gioconda — Melusina; e tutte le parole proferite hanno un senso oscuro e conturbato che ricercano luce e speranza. Turgido di linfe, che fremitano nell'impeto seminale e ribollono, l'adolescente, nascosto e pur offerto alla pubblicità della letteratura, si appresta, colle grazie pudiche, spavalde, originali, corrotte, ciniche, in una sincera confusione che lo fa amare.

Egli coltiva la sua crisi; è la sua malattia e la sua gioja, gode della sua innocente perversità come una fanciulla, al primo apparire di sua luna rossa: avete letto _Claudine à l'école_ di Villy? — Parlando di sè, Carlo Dossi attesta il buon lievito di una sua _cattiveria e mattia_. Ed allora si amano, tra le malinconie, le rumorosità dei giuochi strani e crudeli. Avvisano, quelle vergini di difficili mesi, nella incipienza delle virtù generative, anche le altre della distruzione: Shiwa ne è il mito nella trimurti. L'ebefrenismo si balocca sulli scrupoli religiosi ed il sadismo morale. L'organo è in floglosi e sitisce; la perversità gli porta requie e torna ad abruciarlo insieme: cupidigie d'amplessi, pazzie di amori angelici; sboccia la donna che sa concepire. Ad assaporare questo frutto, che palpita ed aspetta, ecco, un Don Juan di metafisica. Un distruttore di metafisiche. Carlo Dossi, è qui invece il paziente: egli sa che i due eccessi non si completano, ma si esasperano; sa che _Le lettere di amore di una Monaca Portoghese_ equivalgono a _Faublas_, che Imperia è classicamente sana ed equilibrata, e che le ascetiche si appajano alle ammalate di ninfomania. Indovina le femine e le persegue; sembra del medesimo sesso: un medico illustre, infatti, discorrendo della costituzione fisica di Carlo Dossi, scherzando, amò sostenere, che, fattone il più tardi possibile la necroscopia, si sarebbe trovato, localizzato dentro di lui, un embrione di femina in arresto di sviluppo: e Primo Levi, che ha pur vissuto i suoi anni giovanili coll'autore di _Alberto Pisani_, non solo lo crede, ma lo torna a scrivere persuaso dall'opera letteraria dell'amico.

Chi poteva essere, adunque, la creatura ambigua, che dall'aspetto si definisce male? Malinconia; è chi va cercando e patisce un difetto per un eccesso[13]. «Or che c'entrava mai; tomo senza compagno, tomo _de subtilitate_, tra quei tomi di amori appajati?» Cerca, e, se non trova, imagina e plasma a sua imagine; e si confida alla carta, al mezzo più semplice e più sicuro; e sa che egli non si tradisce; ma alcuno saprà rievocare la voce viva, il suo canto, come, seguendo le note nere, la mano del musicista sprigiona dalla cassa armonica, quando ne prema i tasti, un mondo nuovo d'armonie.

Certo, dall'altra parte, rispondono: il libro non è inerte mai; al tomo _de subtilitate_ corrisponde l'anima lontana, ignota che si affaccia, tra i fumi e le nubi e diventa _La Geniale_. «_A lei che verrà_» dedica un esemplare della _Vita di Alberto Pisani_ il 30 novembre 1870: ed il 23 settembre 1883 «... _e non venne ancora_» ed il 15 maggio 1889 «_ne è ancor venuta_» ed il 16 luglio 1891 «.... _e forse non verrà più_» ed il 1 dicembre 1893 «_A lei finalmente apparsa!_» Non per altra ragione, Alberto Pisani aveva scritto, nella casina del Mago, davanti alla finestra spalancata sopra la prospettiva del cimitero intimo e breve, _Le due morali_: egli le aveva destinate in mente ed in cuore, a quella sola Donna Claudia Salis, per cui sofriva; tutti li altri che potevano per avventura, leggerle non gli importavano. Era a codesta innocente Salomè di gioconda prestanza lombarda, ch'egli offriva, sopra il piatto cesellato e d'oro della sua sottile eloquenza, il viscere rosso e sanguinoso ancora palpitante che l'arte sua aveva saputo svellergli dal petto senza farlo morire, ed inchinava, in omaggio per l'amore ed il mistero, come Sordello il cuor dell'Eroe pel coraggio e la gloria, a quella desiderata _sua già mai_. — Libro; invito: è il gorgheggio del rossignolo inconscio e necessario; è il doveroso nitrito del polledro a primavera. «Come il giovane che, per pura esuberanza di vita, si avventura senza contar quanto ha e che può, in qualsiasi impresa o viaggio, compreso il più rischioso di tutto, il matrimoniale; le prime volte entusiasticamente scriviamo, non per pompa di arte, non per mire di gloria, ma solo perchè non potremmo non scrivere. La gola dell'usignuolo si è empiuta di note e deve cantare: Venere intellettuale s'è eretta e vuole uno sfogo. È l'epoca, questa, dei lavori sinceri, dei libri fusi e squillanti come campane, non dei connessi a mosaico e muti quali parete di carcere[14]».

È allora che Carlo Dossi rinfrange la propria anima nel prisma dell'arte sua e proietta sullo schermo delle pagine bianche le semplici diversità dei proprii sentimenti, ciascun de' quali si impersona in un eroe, come ciascuna astrazione dell'iride si individualizza in un _colore unito_ e categorico. Eccolo tramutato ne' suoi giovanotti pudichi ed irresoluti; si rivede in costoro, che aspirano dalla pelle e si riempiono di germinazione; sente le seduzioni che li turbano, che si riversano tumide, incomplete coi loro gesti seminudi ed interrotti di donna, col loro fruscio di vesti sganciate e cadenti, o di veli che affrettatamente ricoprono, coi bagliori di un seno intravvisto, collo schiocchio di un bacio improvviso, il succio del bacio reso, livida orma impressa. Li spiriti si liberano, si fondono; la creatura sopporta il suo doppio destino; l'erma quadrifronte del quadrivio riassume, nel passaggio delle età, dalla culla alla tomba; non variano che i lenocinii, i fronzoli di parata, le vesti decorative; _Ciascuno è Tutti_, nudo; dall'imperatore di genio alla lacera canaglia miserabile. Carlo Dossi continua la pubertà per lunghi anni operosi di letteratura; vi funziona in questo stato che richiede l'estetica del simbolismo, perchè appaja concreto, a sua imagine e somiglianza, il _suo fatto_ d'arte. «La malinconia[15] lo aveva preso per mano e lo aveva condotto ad almanaccare, scoprendogli, una strana regione di spiriti che egli non aveva prima sospettato, un regno, se non di difficile entrata, d'impossibile uscita. — E ciò aveva scosso fortemente i suoi nervi, — sotto al chiarore del fantastico mondo, le cose del materiale gli si colorirono al doppio». Egli s'illumina interiormente; _Les illuminations interieures_ avrebbero trovato, poco dopo, i simbolisti francesi; l'equivalenza si determina. Donde venivano: _Gìa_ imbrunata di morte e pargoleggiante, col sorriso pallido e pur lieto; e _Donna Claudia Salis_, che si sostituisce alla Provvidenza e conduce al suicidio, dopo d'esser riuccisa, d'Alberto; e la _Cassierina_, che sciupata dalla golosità di un libertino, non si affretta ad evadere e va consumandosi; e _Donna Ines_, spagnolesca, cerea, ardente in cuore, che odia la luna piena ed odia e ama il fratello, apparsole già come un Arcangelo di fuoco e di maledetta soavità? Donde le figure feminili, circonfuse di un'aura strana, che non si possono definire, perchè sfuggono alla assidua nostra attenzione, trepide, in movimento, rapide a scomporsi ed a ricomporsi in ogni istante la fisionomia, ad illuderci, ad apparirci svelate e ricoperte di nuvole, di garze opache, lune rincorse e seguite dai cirri di una notte estiva, sotto cui scompaiono ed, avvolte, inargentano e sfrangiano di porpore sbiadite e di ori vecchi smunti? — I critici del tempo parlarono di Sterne, di Thakeray, di Gian Paolo Richter; è a me lecito di aggiungervi George Meredith: la morte apre le postierle alla pubblicità, come un bel delitto: — la morte, soleva dire Meredith, io non l'ho mai paventata ed è l'altra fronte della stessa porta. — E voglio ricordarvi le creature del suo spirito che guarda altrove — _my mind looks elsewhere_ — amate, dopo trent'anni che già nacquero, dai giovani della letteratura di Francia come loro creature (curioso motivo di similitudine con Carlo Dossi): — e quelle vengono dalla _Istoria di Cloe_, ed altre da _Diana dei Crossways_.

Nel coro s'intona _Forestina_: dalle selve vergini della sua novissima patria di castigo e d'immeritata relegazione, dal crepuscolo di una civiltà primordiale e sovvenuta, nelli sforzi dell'amore, della fede, ella si porge a _Mario_, il regressivo violento, gli dona amore, soavità, purezza ingenua ed incosciente, lo nobilita e lo riammette nelli uffici e nella utilità del consorzio umano: _Forestina_, nome fragrante di eriche e di timi silvestri; nome, anche, di crestaina milanese, sbocciata al fomento de' romanzi di Tarchetti e di Tronconi, per la polvere dei balli dei _Filobaccanti_, di cui, corega e maestro di casa eroico, si istituiva Bizzoni; _Forestina_, ripresa e sciupata dalla penna or mai stanca di Cletto Arrighi, se ne descrive li _Amori_; quella che parve, immeritamente, a Settembrini sorella spuria di Esmeralda, quando giudica victorhughiana _La Colonia felice_; come altri, per troppa presunzione, la rimettono, ed errano, pedissequa al romanticismo dei _Masnadieri_ di Schiller.

Ed anche ritornino dai _Cieli_, che imparadisano li _Amori_, le imagini, le statuine, i ritratti; e _Ricciarda_ giovanetta dipinta e conservata immune dall'oltraggio de' secoli in pinacoteca; ed il bell'albero snello e schietto dalle foglie cangianti nel seguirsi delle stagioni, la _Tillia_; ed _Elvira_, alla cui morte pianse _lagrime innamorate_: e dalla _Terra_ risorgano, per baci oscuri ma saporitissimi, _Ester_ e _Lisa_ ed _Adele_, la fraterna amica dell'amico ed _Antonietta_, intossicata d'amore: e, dal libro suo ancora, una diletta creata da lui, come per ideale incesto angelico, _Gìa_. Queste non suscitano nessun richiamo, nessun esempio nel cielo delle lettere nostre. Foscolo le aveva appena intravedute nella sua traduzione del _Viaggio sentimentale_ e nel _Gazzettino del Bel Mondo_; Tarchetti le sorprese, in parte ma come Ninfe astute e maliziose s'erano rimbucate tra le frasche, nascoste, vivide e capziose nelle profondità di un panteismo illuminato da un raggio fantastico e cristiano; Manzoni le aveva ignorate; Victor Hugo rese enormi sino al grottesco. Queste del Dossi erano fuori ed oltre il classicismo ed il romanticismo. Poco prima, Aloysius Bertrand le aveva indicate dalle sue _Fantaisies de Gaspard de la Nuit_; meglio Baudelaire ne' _Paradis artificiels_; più lontano, Stendhal, allora sconosciuto ai più, fattosi Docteur Sansfin, gibboso e sperimentalista _sulla natura viva_, le aveva vedute balenare interrottamente. Sicuramente, l'ultimo aveva sorpassato la consuetudine e non aveva perduto il merito di continuare Rovani, come questo aveva continuato Manzoni; ma in modo diverso, _nel suo modo_.

Per intanto, oggi, auspicati, gli porgo davanti, a parallelo, un _Poil de Carotte_, un _Livre de Monelle_, le _Moralités Legendaires_: Jules Renard, Marcel Schwob, Jules Laforgue, dovrebbero essere, ignorandolo, scolari del Dossi. La ragione rimane nello stesso momento morale: «Come[16] se non bastasse una vita astiosamente calma, or si trovava essicato quel sentimento che, a volte, a minuti, gliela faceva parere tal quale ei avrebbe voluto, senza pensare, che, spento il mezzo creatore d'ogni illusione, era pur spento quella per non ne sentir la mancanza». — Così, a dispetto della vita, che gli si rifiuta, viene la letteratura grande e pessima virtù d'ogni amarezza; non per questo, conoscendola, rinuncia, elegge il suo piacere doloroso e terribile, come l'ammalato d'amore torna ad amare per morirne; come l'intossicato dall'oppio e di morfina non dimette quei veleni della gioia amara che lo imparadisano e lo consumano. Che altro doveva fare il giovane Alberto se non scrivere sè stesso, sognare:

«_Des casques, des rouets, des livres, des épées,_ _Des cierges, des bijoux, des billes, des poupées?_»