L'ora topica di Carlo Dossi

Part 17

Chapter 173,469 wordsPublic domain

Veramente, a stile d'eccezione, comportano lettori armati a tutta prova ed intelligentissimi: Carlo Dossi se ne era fabricato uno a suo modo, avendo trattato la lingua di tutti come un _volgare_, su cui operar _de condendo_ non accettar _còndito_. Si sentiva un Dante per qualcuno, che si sarebbe innamorato de' suoi tentativi e de' singolarissimi processi, mentre ripugnava dal lasciarsi ammirare ed imitare. «Alla[168] domanda — qual sia la miglior lingua — si può sempre rispondere: leggete Shakespeare è l'inglese; leggete Richter, è il tedesco: è l'italiano con Foscolo; è il milanese con Porta». A Gian Paolo Richter, sopra tutto, cui venne a conoscere prima de' simbolisti francesi e ch'era sgusciato dalle mani ortogoniche, e per ciò stroppiatici, della signora Kalb, riuscito senza avarie dalla piegatura gibbosa, cui il salotto di Goethe a Weimar, imponeva a chiunque lo frequentasse; — a Gian Paolo ricercò la vergine emozionalità idealista verbale, per cui veniva reso il mondo e si foggiavano i suoi fenomeni in figurazione, preindicando Nietzsche: «Il mondo è l'espressione della mia volontà». Questo suo stile «a[169] viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a proceder guardingo ed a sostare in tempo — parlo sempre del non dozzinale lettore, ossia scaltrito in quei _docks_ di pensiero che si chiamano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul — segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le idee, o sottintese, o mezzo accennate, fanno sì che egli prenda interesse al libro; perocchè, interpretandolo, gli sembra quasi di scriverlo. Aggiungi, che una simile illuminazione a traverso la nebbia, facendo aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle idee dell'autore assai più addentro che se queste gli si fossero, di bella prima, sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira il cervello — a modo di quei poppatoi artificiali che avviano il latte alla mammella restia — a meditarne di proprie. In altre parole, dall'addentellato di una fabbrica letteraria, egli trae invito e possibilità di appoggiarvene contro un'altra, — la sua — e, da lettore, mutatosi in collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'opera altrui divenuta propria».

Che altro può dire di più Mallarmé nel _Quant au livre_? Che altro noi? — Riunito, con estrema sottigliezza di sapere e sensibilità, il suo eloquio, compostolo di una efficacia e vivacità personale, di una abitudine determinata e potenziale, presta a scattare a muoversi, ad assumere tutti i gesti, le pose, dalla corsa al raccoglimento, senza ricorrere a stampi, a reminiscenze, a ricalchi, a strofinature pedagogiche, volle una sua interpunzione, una ortografia sua, volendoci attestare, che, «lo[170] scrittore il quale infrange l'ortografia tradizionale, prova luminosamente il valore della sua forza creatrice». Qui egli impiegò la sua dote di assimilazione e di conio novissimo; estrasse, dai dialetti, dall'anticaglie, dal gergo furbesco, dalle parole passate in disuso, dalle lingue straniere; rimestò, impastò, condensò, con sua fatica, con perseveranza, mentre li altri, scombussolati, intontiti, fuori di pista e di stalla, andavano urlando: «Il pensiero è oscuro, contorto; è barbaro, incomprensibile»; lo accusavano di forzata originalità, di ostentata lambiccatura, di manieratezza, di insufficienza, di tracciar rebus e sciarade, assolutamente, come i simbolisti di dieci anni fa.

Ed egli a non udirli, a non accorgersi delle loro grida, delle loro lamentazioni; ad aggiungere al suo stile il profitto di una vastissima erudizione, che, passata a traverso il ciarpame secentesco delle frasi e delle superstizioni, si era imbevuta dell'ambiguo, del pauroso, del cinereo verbale, di quella trepidazione continuativa, di quei vocaboli massicci come i cantarani del tempo, o scorrevoli inafferrabili, come una vena di ruscello rapidissima, i quali rappresentano la trovata ed il valore estetico del barocchismo ed hanno sopravissuto al suo discredito ed alla immeritata dimenticanza.

Quindi inalza la sua creazione; la dipinge, la scolpisce, le dà respiro, la circonda di fiori, di puzze, di gioielli e di detriti. Egli vuole una solida casa di immarcescibile materia, ben piombata nel suolo e tanto alta da salir alla luna, verso cui lunaticamente sermoneggia e schernisce. Tutti i materiali gli servono per ornarla; come al pittore di genio tutte le materie colorate, non distinguendone i generi, confondendo pastello, vernici, acquarello, tempera, guazzo, alluminatura, disegno con matite d'ogni tono e durezza, pur di compiere il capolavoro, che è fuori d'ogni scuola e d'ogni regola; perchè la bellezza naturale non sottopone sè alla regola, ma la incomincia e la detta.

Poi, diffida ancora del lettore per quanto sapiente ed esperto: gli mette in sulla bocca i suoi accenti, come li appostilla sopra le parole stampate. Vuole ch'egli pronunci in questo modo e con questo ritmo; gli insegna a scandere la sua prosa in questo suono, con questa pastosità, con questo calore, fermandosi sulle apostrofi, sulle elisioni, sui tronchi, determinando specificatamente, da questo complesso di vicinanze e di visione tipografica, la suggestione che ne riesce, guidandola, come egli desidera, per il completo attuarsi del suo magistero. Ci chiama a fabricare con lui il suo e nostro palazzo, ma _cum medicamine_, desiderando di essere il solo architetto, responsabile ed ubbidito: il lettore non può divagare, aggiungere o togliere ciò ch'egli non voglia; nulla è lasciato all'arbitrio suo, al suo troppo presumere: l'autore non abdica al _droit de maîtrise_; e la facoltà che egli ha consentito di indovinare e di completare è diretta dall'altra volontà, che, a distanza, la comanda pena il perdersi dentro la boscaglia impervia, ciottolosa ed inspinata di quei periodi, alli orecchi domesticati dalla melopea, striduli e disarmonici, ma, alli altri, che percepiscono l'armonia morale e l'omotopea, sonori ed euritmici di una profonda pienezza wagneriana.

Perchè Carlo Dossi pregia e non lamenta la fortuna vituperata da Jean Moréas, ritornato alla academia, dopo le brevi rivoluzioni simboliste quando, nelli _Equisses et Souvenir_ allude a sè stesso, discorrendo di Goethe: «Infelice il poeta che nasce in uno de' momenti equivoci in cui la tradizione dell'arte è passata a caducità ed è necessario distruggere l'ordine per cercare di ristabilirlo sopra di una più solida base. Può darsi che si invidii la gloria di tale artefice, ma la vita sua, in quell'immenso sforzo, è pur sempre avvelenata». Ora, se l'autore di _Colonia Felice_ prese luce in una di queste crisi, come Goethe, come il Moreas — in cui la genialità per essere feconda deve prestarsi ad assumere l'aspetto di una originale pazzia — non ne farà mai ammenda coll'imitare il greco-francese, al quale lascerà digitare da solo l'alessandrino classico

«_Vos scrupules font voir trop de delicatesse;_»

egli rimane il barbaro e si compiace di attestarlo, già che almeno in arte non si smentirà mai. — «Dossi[171] è nato per essere un corruttore delle lettere italiane: — dice egli di sè stesso. — Ed in ciò gli Italiani gli dovrebbero riconoscenza, perchè, così, egli prepara loro un nuovo rinascimento. I libri del Dossi sono, quanto al carattere, un misto di scetticismo e di sentimentalità. E due sono i periodi dello stile di lui: I. di avviluppamento, II. di sviluppo — _L'Altrieri_, ad esempio, si compone di tre parti che sono come le tre persone della Trinità. In uno, il Dossi si rimane terra, terra (_parte seconda_) nell'altro sta a terra, guardando il cielo (_parte prima_) nell'ultimo, in cielo e guarda in terra. — Dei tre generi è riuscito passabilmente nei due primi. Egli del resto, vorrebbe dedicarsi al solo primo, il quale è a pari distanza dalle due esagerazioni della odierna letteratura (1880). Ma nel terzo non è riuscito, un po' per le sue inerenti difficoltà, un po' per la lingua e l'indole italiana che male si presta, in un cielo così azzurro, alle nebbiosità». Chè, s'egli non è della opinione di Giuseppe Ferrari, il quale esagerò G. B. Vico, nel presumere la _lingua italiana reazionaria_, cercando di scriverla con genio e capriccio originale; vi incontrava però la scarsità dei tempi e de' modi verbali, invocando la greca abbondanza luminosa, colorita e sonante a cui appetiva, sforzando il carattere chiuso della nostra. «Dossi[172] aveva tentato non di far sentire le parole, ma i suoni; di avvicinarsi, cioè, più che fosse possibile alla musica, come già aveva tentato di rendere la letteratura una pittura» impresa ripropostasi da' simbolisti italiani ultimi venuti sotto il nome di _Futuristi_; i quali osarono il processo dossiano ad oltranza, e, sforzando la rude e ferrigna materia del vocabolario nostro, lo fanno vivere come armonia, lo avvampano di luci colorate come una cinematografia erotta sulla notazione della realtà, alla rappresentazione imaginata e leggendaria della più sicura verità sostanziale ed umana.

Per tal modo, il fare dossiano raggiunge il vertice della nostra eloquenza, oltre la quale, di una linea, si gonfiano la caricatura ed il grottesco letterario, un'altra e peggiore retorica d'impotenza e d'imprudenza menzognera. — Nello svolgersi del secolo, seguendone le fasi, con Foscolo, la prosa italiana ha assunto muscoli e coraggio repubblicano e guerriero, per maggiori libertà e nobile indipendenza, contrastando a Napoleone e pur napoleonica, poi che senza di questi, lo Zacinzio stesso avrebbe assunta altra e meno rappresentativa fisionomia: con Manzoni, ha pulsato il suo cuore in ritmo col cuore della ristaurazione, vagheggiando una tranquillità mite, fingendo una sicurezza per questa e per l'altra vita, volendosi persuadere, col persuadere altrui, nelle necessarie virtù cattoliche, ogni giorno più rare: con Carducci, esercitò le membra ben nutrite sui campi del Risorgimento e pretese a sè Roma completamente romana, invano: con Carlo Dossi, piange e ride, nel medesimo tempo, lo spasimo della gioia e dell'angoscia, sensitivamente raggricciata; si aumentò di tutte le squisitezze, che i sensi acutissimi le obbligavano, raggiungendo il confine dell'ineffabile, in bilancia sulla parodia e la caricatura, tal di qua del grottesco, ma quasi in aspettazione paurosa e patologica della pienezza totale, cui, in alcuni istanti, raggiunse: si rivela, insomma, padrona dell'inesprimibile e lo rende come la cosa più semplice, senza urtare l'educazione. Con Gabriele D'Annunzio, la forma è tutto un rappezzo d'abiti d'imprestito, decaduta nell'arlecchineria della moda che rimpicciolì la sua figura, prima così diritta e schietta, sopra di uno scheletro elegantissimo, su cui s'inturgidiva carne per l'eroica. Per ciò Foscolo, Manzoni, Carducci e Carlo Dossi non furono mai, ne saranno, cantori alla moda — per quanto la vera critica li faccia stipiti di loro arte distintissima; e Gabriele D'Annunzio rappresenta la pura moda; ma ciò, che questa crea, spazza pur via; e costui, abile sartore da rigattiere, durerà sin che vive e gli staranno intorno a trombettarlo i commessi viaggiatori delle sue specifiche.

Se non che Carlo Dossi rimarrà sempre un _caso difficile_ di cui daranno la soluzione rari spiriti di eccellenza; i quali non professeranno la critica ma sentiranno, per affinità di indole e di carattere, un'arte di astruse intensità. Lo prova la stessa _Critica_[173] di Benedetto Croce, il geniale senatore novello e principe, a detta di tutti, in quella professione. Ed egli dimostra di aver compreso non troppo dell'opera dossiana se ributta _Colonia Felice_, _Ritratti umani_, _Desinenza in A_, _Amori_, tra le scorie della sua produzione. Così, essendo egli, come meridionale, un emotivo, afferrato dalla _Vita di Alberto Pisani_, di _L'Altrieri_, di _Goccie d'inchiostro_; e, come riflessivo di metafisiche tedesche, cercando un _sistema in arte_, non avvide il bell'esempio di un artista che sa dare, con eguale intensità nel male e nel bene. Anatomico specialista il Croce, — cioè critico e non costruttore — può conoscere esattamente la topografia dei visceri essenziali, ma difettoso biologo non sa l'ufficio e le relazioni di questi nei processi differenziali della vita particolare d'ogni individuo. Dunque, sapientissimo di nomenclature — di sistemi — è improprio a rilevare le funzioni, cioè le attitudini, le attività, i gesti, la sequenza del moto e del divenire; ond'io diffido di quelli che sanno _troppo di una cosa sola_, e Benedetto Croce è con loro. In fondo, borghese, per quanto imbevuto di socialismo hegeliano si sente scandolezzato alle pitture della giusta malignità dossiana; gli sembra d'aver davanti qualche cosa di furioso e di perverso; rimasto alle categorie, isola li apparati in una necrofilia di dilettante, non li considera nell'organismo in totalità; giudica quindi _ab inferiori_, di sotto in su, errando nel caso generale, doppiamente nel caso specifico; poichè non devesi mai _definire_ su una estetica, ma semplicemente _sentirla_. — Con maggior ragione, allora la folla che pesa è sucida, il greggie, non si ritroverà in Carlo Dossi; e Pipitone Federico lo ha già notato: «A chi[174] sappia intenderlo, apparirà forse il più meraviglioso ed efficace prosatore d'Italia, dopo il Foscolo e il Guerrazzi, l'unico credo, che sappia lottare vittoriosamente colla lingua restia; pure, affermo, che solo pochi riescono a intenderlo, perchè al pubblico non corre obbligo di educarsi a un'aristocrazia fuor di moda adesso». E però, quanti ha egli trovato che si piegassero alla sua difficile disciplina?

Che sian pochi, qualche volta, l'autore di _Desinenza in A_ ha rammaricato per le solite ed umane contradizioni; e l'ho visto rimbrunito davanti alla indifferenza de' più, e, ne' colloqui in cui mi apriva il suo animo ed il suo affanno, recitare un _de profundis_ di amara rassegnazione. Riguardo a sè stesso, dechinato a precoce vecchiaia, ascendeva a generalizzare: «Ad una certa età, come non si può più coitare, così non si ha più la capacità di voler bene, di essere buoni ed onesti:» riguardo alla sua epoca, di una gagliardia che fu, insisteva particolarmente: «Morto Cremona, il mio Perelli, Grandi e Crispi, il mio tempo e l'opera mia hanno cessato di agire» In altri istanti, più scorati e di una sincera umiltà, suggeritagli dalle malinconiche riflessioni del dolore fisico, sottopose sè stesso mancipio di una dispettosa e crudele reversibilità: «Tolto di carriera, nessun onore letterario, salute mala: oggi, per quale giusta ragione, ch'io non conosco, sconto con queste pene una mia incosciente malvagità, o la cattiveria de' miei maggiori?» Ed enormizza i suoi difetti davanti alla scrupolosa rassegna del suo esame di coscienza; com'egli, malato imaginario, parevagli di sentire l'avvicinarsi della agonia, e, sospeso, soffocato dalla imminenza, diveniva di sè stesso il tormentatore emerito, mentre il suo polso numerava battute isocrone, i suoi polmoni respiravano in ritmo, il suo cervello auscoltava il fenomeno della autosuggestione, notandone le fasi per un bozzetto del _Campionario_.

Allora e dianzi egli, esagerando, errava addolorandosi di chimere. Abituato alla società di chiarissimi ingegni, al contatto ed all'attrito de' quali, in reciproca emulazione, si raffinava allenandosi a sempre nuove audacie, il disertare dalle lettere, l'immettersi per altra via, lo portarono in un deserto, in cui, unica voce a rispondergli, l'eco della sua. Concentrò la sottigliezza; lambiccò un'altra volta, sino alla morbosità, la essenza singolarissima; e, non badando che a sè, non uscendo nel mondo, che lo circondava e che pur riteneva memoria del suo passaggio ed impronta del suo pollice, si è creduto dimenticato. Certo, con lui e dietro di lui, non erano interessi da soddisfare, non ambizioni, che, agevolando la sua, potessero avvantaggiarsi, ma l'affetto semplice, l'amicizia che non ha prezzo, ed è perciò esemplarmente gratuita anzi, quanto meno rimunerata, più profonda. — Nessuna ditta editrice aveva assunto, in blocco, il monopolio sfruttatore del suo ingegno; nessun incettatore di genialità era venuto a proporglisi come impresario, per cartellonarlo, in vedetta, sulli angoli delle vie per farne strombazzare il nome da tutti i lestofanti, che quando meno intendono, più forte sbraitano nell'arringo piazzajuolo. Solo, colli amici, a lottare contro l'ignoranza e la mala grazia del pubblico, riuscì per altro ad incidere la sua presenza, se non in latitudine, in profondità. È la sementa immessa profonda, a contatto delli strati più densi e meno depauperati dell'humus, quella che meglio rigoglia a sua stagione; ora, è la stagione di Carlo Dossi, se, annusatane l'aria dal più esperto editore italiano, questi protegge e spande, con sicuro profitto, l'opera di lui e se ne assume la ristampa completa.

Lontana dalla insistenza personale di chi scrisse _Colonia Felice_, una sua propaggine continuò crittogama; la sua tendenza, che sboccia coi giovani, covata da buon fomento, si conservò senza nulla perdere della sua virtù criptografa. Raccolti in un corpo solo i suoi _Margini_, le _Note gramaticali_, le _Etichette_, le _Prefazioni_ formerebbero una recentissima _Ars poetica_ anche ad uso de' più esigenti futuristi, per le più libere proposte ed attestazioni estetiche, da cui, per citare, non sai che trascegliere innamorandovisi dietro; e non si terminerebbe più. — Che cosa ha detto di più, in fatti, il futurismo, il quale non rispetta i termini del prima e del poi? Risponderei: Che cosa ha detto di meno? È tutto qui: «L'imitazione[175] ritrae la linea esterna ed alto lì; lo studio fa scoprire la interna, che in tutte le opere eccelse, per quanto fra loro lontane e di specie e di lingua e di epoca, è eternamente quella. Vuoi che il tuo libro possa vincere il tempo? Sia in istile tuo, in parole dell'oggi, in idee dell'indomani, in arte del sempre». — Ed ama i libri piccoli, li opuscoletti leggieri e volanti, che si portano, senza fatica, in tasca, e, da lontano, colpiscono, scagliati, sempre nel segno, giavellotti, da mano maestra e sicura: ed odia i grossi libracci sesquipedali, _li in folio_ buttirosi ed impeciati fratescamente, dove la massa delle sciocchezze si fa piramide; perchè pochissime sono le cose buone, belle e nuove che si possono dire: ma, per intanto consiglia che converrebbe aggiungere, nelle gazzette letterarie, alla rubrica _libri nuovi_, l'altra _vecchi libri_, perchè questi contengono, virtualmente, come ghiandole seminali della letteratura tutto quanto di... inedito i libri, che verranno, potranno stampare.

Così, egli sempre interruppe la consuetudine; l'obbligò a pensar molto, prima di poterlo giudicare; tutto quanto sciorinò, evidentemente, la sua prosa è il meno di quanto ha dato; suscita, coll'emozione di sentimento, come un romantico, l'emozione di pensiero, come un classico; ed è continuativo. — Non permette che venga osservato sotto il semplice schermo naturalista, nè a traverso alla lente azzurra romantica; s'adatterebbe a prender posto tra i simbolisti. Il suo processo estetico, col quale riguarda il suo interno ed espone le scoperte ch'egli fa sopra il mondo, lo manifestano tale. L'idea, il pensiero, l'emozione che ne risultano vengono esposti non in forma narrativa, ma colla satira, coll'epica, colla lirica, facendoli parte integrante del suo _sentire_, non del suo _aver saputo_, del _suo conoscere_. Ed in questa schiera, che dovrebbe essere, quella senza etichetta ed in cui dovrebbero raggrupparsi tutti che danno suggello indelebile di sè; in questo ambito di grande libertà e di massima sincerità senza disciplina, in cui ognuno che vi si presenta è pari, quindi senza gerarchia, consuonerebbe il nome di Carlo Dossi.

Perchè, ogni cosa umana concorda con lui, dall'amore al ragionamento, dalle _Pandette_ al _Contratto sociale_, dalle _Serate di Pietroburgo_ alla _Micceide_. In tal modo manifesta la sua sensibilità coll'essere universale; vibrare a tutto quanto esorbita dalla lenta e comune pigrizia, dalla fortunata ed accidiosa ignoranza della mediocrità; e però sfoggia la sua dottrina, la sua pratica, la sua ironia, che, qualche volta, eccede e diventa sarcasmo, conservando, nel suo ribrezzo, nel suo scatto d'odio, nel suo rifiuto, una grande indulgenza ed una misericordia che non si meraviglia nè del miracolo, nè del più comune e disgraziato delitto. Ma col sicuro osservare le smorfie dell'uomo civile, spesso si sentì preso dalla nostalgia del selvaggio: notò le piccolezze, le grette sparagnerie, le povertà del cuore, della borsa e del cervello borghese italiano, non lo risparmiò, nè se gli piace, si risparmia con lui: il sorriso maschera il singulto, la risata le lacrime; egli sofre mentre maledice la miseria, la laidezza, il delitto e li trova pur sempre necessari alla vita.

Nel giuoco del parallelogramma delle tendenze morali, comprende ed avvalora ogni direttiva ed ogni forza per quanto contraria; compassionando, si vale per burlare e burlarsi: mente, sesso, scherno, applauso applica, intende, amministra. Grande psicologo, sotto le vesti, l'apparato, l'ornamento dei fronzoli delle sopraposizioni e delli incrostati depositi della civiltà, ha scoperto ancora l'uomo nudo; ed oltre ai giardini, ai parchi circoscritti e tosati dal giardiniere e dalle cesoje dell'_ars topiaria_, la natura: merito enorme, che sa svellere i veli della ipocrisia e spogliare i falbalà della gente per bene, onde si vedano le miserabili anatomie; si che noi, amando di riguardarci nello specchio azzimati, vi ci possiamo, con orrore, scorgere nani, gobbi, sciancati, animali lupini incontro ad imagine e crudeli. Gli servì e s'impose freddezza di cuore, quasi una logica crudeltà; nelli istanti dell'osservazione, sicura maestria del gesto; quando viviseziona, imperturbabile serenità, se anche sopra sè stesso ed i suoi operi, notomizzando, sulli organi vivi che pulsano, sul cervello che farnetica; usò metodo d'ordine; ripristinò, per suo conto, delle categorie prima di lui non autorizzate a comparire in filosofia ed in estetica: egli stesso fu la sua pietra di paragone, perchè ebbe il più grande e meritato disprezzo per la folla che fischia ed applaude: libero uomo, sopra tutti i pregiudizi, tanto da sapersene usare contro coloro che ne abbondano e di piegarli alla sua volontà, uomo forte.

Carlo Dossi ci ha arricchiti di un'opera singolare, intensa e completa come un Albero della Scienza del Bene e del Male. Volle in fatti che si frescasse, sulla parete e la volta del suo studio, al Dosso, il serpente incollarato di perle e di fisciù a stringerlo, ascendendo, nel tronco. Anche s'indora, in sul frontone del palazzo, la divisa che lo afferma: «_Pax candida fortis_»; antica leggenda che arreca una colomba araldica, sullo smalto azzurro della pezza, sin dal lontano tredicesimo secolo. — Egli ha vinto; quindi sta in pace. Rivide sè stesso in trasmutazione estetica e il suo tempo; ripassò il mondo come una successione di fenomeni, di anime; rifuse la critica e l'avviò per altra via, concretò le sue idee, le rivestì di panni tagliati su misura esatta. Voltosi per altro campo non venne abbandonato dalle sue distintive qualità; diplomatico seppe le sale auliche, ma non si dimenticò delle foreste vergini e della sacra verginità delli artisti.