L'ora topica di Carlo Dossi

Part 15

Chapter 153,451 wordsPublic domain

Liberi, le armi in pugno, delinquenti, senza legge, monade prima della società civile, quaranta tra uomini e donne stanno dissoluti e diserti dalla comune patria sopra la spiaggia, in faccia al mare, dopo la lettura della sentenza che ve li inchioda e che li abbandona alla implacabile coscienza: passano, in cospetto del suolo ignoto, rassegna omerica. Il maggiore e più forte si avanza; pretende, soggioga, domina «_Ex ferocibus universis singuli metu suo, obedientes fuere_».

Ed è Gualdo-beccajo. _Rex_ o _Konig_, la violenza; biondiccio, membruto, occhi chiari, asciutto, barbaro primordiale, il brigante. Incontra tra le peccatrici, Nera bellissima; la sotto pone, la avvince a sè col prestigio dei suoi muscoli, colla fiamma della sua lussuria; Nera, bruna, magra, vibrante, oratrice d'insolenze e bestemie, trombettante strida acute, l'impulsiva. La coppia aristocratica si fonde, la cellula della famiglia tipica, progenitrice di dinastia, funziona.

Ma Aronne, letterato, debole di corpo, ricchissimo di mente, _Vate_ o _Pontifex_, faina e volpe, il detentore delle parole, il fraudolento, colui che sa commuovere e convincere, che sa creare, dal nulla, cose col verbo, che dà anima ed azione alle idee, il depositario della scienza, che, in quella solitudine oceanica, appare rivelata, perchè nessuna contiguità di continente e d'uomini influisce sopra l'isola della deportazione; l'osteggia; si oppone a Gualdo, pretende e pretesta la sua ragion psichica, domanda superiorità nel comando.

I più deliberati, li assassini, i sanguigni seguono la fazione militare; i più pacifici, i cabalatori, i nervosi sostengono il geronte. S'azzuffano, Ghibellini e Guelfi; il Dispotismo e la Teocrazia si rimettono di fronte; incominciano l'evo di Mezzo di ogni storia universale; provano le loro forze, prima di fondersi, di costruire, sopra i due pernii essenziali, una patria; Diritto e Forza, Cervello e Muscolo, lo Stato integrale.

Il figlio nato dalla coppia regia, da Gualdo e dalla Nera, l'indice vivo della fecondità, della stirpe che si infutura, della posterità che appare, accelera la pace tra le due parti; la giurano. Leggi si informano, preste ed esecutive costituzioni. Aronne le detta; Gualdo le fa eseguire: il _Rex_ ritorna braccio armato del _Pontifex_; il Cervello, il Diritto si valgono dei Muscoli e della Forza: «Se il[149] pugno io l'ho forte, — Gualdo oppose, — debole è il capo. Io non potrei che farmi accoppare. Troppo mi sento ignorante di una ignoranza a cui non c'è pezza. Il mio braccio ha bisogno di testa. Ecco la testa! — e additò il Letterato». Per cui si instaura la diarchia, la antichissima diarchia romana, che i sette re di Tito Livio fa quattordici; che sussiste colla Repubblica ne' due Consoli; che appare nelle istituzioni civili e militari, concomitando all'unico scopo della grandezza romana. — Ne sdegna le leggi Mario, il Nebbioso: elegge esilio, il cammino de' boschi e della miserrima libertà delle fiere; Mario bello, giovane, forte, generoso ed intelligente, il dissidente, il refrattario; un'altra nuova potestà umana, la coscienza del proprio individualismo idealista. Ma amore lo ricondurrà alla comunione.

«_Et Venerem sensere lupae, sensere leaene_».

L'albore, in cui si annega il crepuscolo delle anime terrose e scabre e della informe coscienza umana, nella crisi tormentosa di voler _essere di più_; la pallida luce, in cui l'uomo ridiventa individuo, accetta e consiglia leggi, si fa cittadino, balenando, si affaccia colla seconda generazione: amore, incondizionatamente, fa il miracolo. Forestina nata da Gualdo, e sopravissuta nella nascita, alla Nera, che moriva nell'esporla; Forestina riallaccia la cretura alla natura, il finito all'infinito, ridona esistenza al sentimento, alla fede, determina la religione naturale, difesa preziosa per le anime sensibili e passionate. — Nelle pure viscere della verginità impubere, il bisogno di confidarsi fa scoprire a Forestina la prima preghiera alla divinità. Carlo Dossi trova, per le sue labra commosse, una nuovissima _Ave Maria_ panteista; la preghiera scorre soave e maestosa, battuta sopra, un endecasillabo scolto di foscoliana venustà, nascosto nella piana tipografia di una prosa, che male inganna li orecchi esercitati al verso:

«O Madre, o Madre, dalle tue profonde viscere, alziamo lamentosi il canto. Tu, spento sole, con feconda morte anima e forma a noi susciti e cibi. E noi, tuoi vermi..........»

Così io leggo e declamo il cantico classico e razionalista: altri scanda, se può, diversamente

Ma, nelle pure viscere della verginità pubere, scocca l'amore scintille ed accende. Ed è Mario reietto; colui, che, dopo le vicende d'odio e d'angoscia, dopo il sangue versato, dopo il rinnovarsi del mito di Elena, senza rovina d'Ilio e della favola dei _Promessi Sposi_, senza l'intervento del Cardinal Federigo e di Fra Cristoforo, ritorna alli uomini, dai boschi e dalle selve. Consacransi li sponsali tra la cannonata benaugurosa della nave, che arreca, dalla madre patria, l'assunzione de' deportati a cittadini, affermandoli redenti e utili. «Egri[150] eravate — interruppe il silenzio la voce del capitano, leggendo — non vi spegnemmo, guariste. Da ogni Vizio, Virtù. Roma, covo prisco di ladri, diventò nido di Eroi: siate Roma!».

Il nocciolo latino, fondamentale, un'altra volta appariva, anima indimenticabile, nell'innesto barbarico, che, chiaramente aveva inlievitato il racconto da Rousseau a Victor Hugo; felicissima integrazione. La Colonia Felice incomincia dove termina il romanzo intitolato _La Colonia Felice_.

Carlo Dossi può, com'egli crede, condannare, nella _Diffida_, che precede la _quarta edizione_ del 1883, _La Colonia Felice_. Corroborato dall'arida efficacia del vero, dalla dura esperienza, che vorrebbe cancellati li ultimi fantasimi delle nebulosità ottimiste, azzurro-rosei, sotto il nero-fumo del sopravenuto pessimismo, sconfessa, per ragioni scientifiche e pur lombrosiane, il concetto del suo lavoro, non ne accoglie la forma, sembrandogli lo stile troppo latineggiante e la concezione di romanzo storico impropria. S'egli desiderò ripetere la piacevolezza di Manzoni sul _Romanzo storico_, non so: comprendo invece lo scrupolo della sua sincerità, che gli fa preferire la _verità del suo momento del_ 1883 all'altra iniziale del 1874. Comunque, egli aveva fatto onore alla sua antica divisa: «Tuttavia[151] ai presenti miei occhi (i quali non sono gli stessi di jeri e non saranno que' di domani)», predisposta nella prima giovanezza letteraria: e per ciò li occhi suoi del 1883 videro in modo specialissimo; se, per due altre e successive ristampe, quel suo lavoro apparve ma non sbandierò _Diffida_ in sulle prime pagine. — Io pure la trascuro.

Ora, qualunque sia l'apprezzamento, che, delle sue proprie idee oggi faccia Carlo Dossi, non vorrò dimenticare che _La Colonia Felice_ venne di quel tempo, e, per discussioni legislative, citata più volte nelle Camere italiane a sostegno della abolizione della pena di morte e della istituzione di una colonia penitenziaria; sì che la salace arguzia di Cesare Correnti, scrivendone all'autore, trovava modo di pungere: «Voi vorreste[152] che io, affogato, come sono, negli zeri, vi scrivessi qualche cosa del _Regno dei Cieli_ e della _Colonia Felice?_ Ieri, il Senato votò confermata la pena di morte. Domani, la rivoterà anche la Camera dei Deputati. Lasciatemi dunque ripigliare la marra e continuar a dirompere codesti sassi. È una brutta conclusione di vita, dopo essere riuscito a fare (scusatemi, volevo dire a vedere) una rivoluzione poetica, terminare vecchio e cieco a voltar una macina di mulino. Dio, che non è sordo, nè muto, ma ha orecchi e lingua nel vostro cuore, vi conservi giovane e buono anche quando vorreste essere matto». Magnifica patente di genialissima inattuabilità, per la quale chi ha scritto _La Colonia_ può essere sicuro di aver torto per molto tempo, ma di sopravivere alli errori de' plurimi, che sembrano aver sempre ragione. Intanto Giosuè Carducci gli faceva sapere: «Ho ricevuto[153] e letto tutto di un fiato il suo libro. È una rappresentazione potente, a momenti sbalordisce. Meglio, molto meglio dell'_Alberto Pisani_, ultimo libro suo a me conosciuto. Ma mi bisogna rileggere attento e calmo. Dopo che, le dirò, con più coscienza, che me ne pare. In tanto, salvo alcune manierature, ne sono innamorato».

Precisamente, a riprova, e ne estraggo dal mazzo una per tutte, ecco, la[154] _Rivista Europea_, che riassume lo spirito del tempo e della gazzetteria in ispiccia forma sintetica: e gli faceva subito sapere: «La facoltà inventiva, che non gli manca, l'immaginazione vivace, gli studi meglio diretti volga il Dossi a scrivere popolarmente, e, dal suo ingegno, poichè supponiamo che il vizio preso non sia in lui inveterato, si possono ancora attendere bei frutti; s'egli proseguirà, invece, nella malaugurata via per cui si è messo, per quanto amico devoto orni di splendida veste i suoi libri, questi saranno nati morti, ed il nome del Dossi, o andrà intieramente perduto, o si citerà, per ricordarsi che visse, a Milano, un giovine ingegno, che concepi il pazzo disegno di creare, in Italia, una nuova lingua furbesca, ch'egli e il suo amico Perelli erano i soli ad intendere e ad ammirare». Per cui, le veniva subito risposto:

«Critico mio, «_Quand un tête et un livre Viennent à se heurter, Et que cela sonne creux, A qui en est la faute: De la tète ou du livre?_»

Conoscete questi versi? Pare di no. Li capite? Capiteli pure senza ritegno, che non son _miei_, nè _nuovi_. Del resto, io vi offro sinceramente la mano. Ho pochi anni, ma bastante esperienza per sapere, che, dal nemico, il più cieco, cavasi spesso l'avvedutissimo amico. E, se voi non siete ancor mio, io mi dico già il vostro Dossi»[155].

Per me, _Regno de' Cieli_ è l'inno orfico, _Colonia Felice_ l'epopea, nel complesso dell'opera sua. Lo stile vi si appiana, si distende; smaglia de' suoi colori più belli; riflette, in limpido specchio, l'anima dell'autore, le sue imagini, l'espressione delle cose, la fisionomia delle persone. Non è più il torrente fragoroso e rabbioso, mal contenuto nelle ispide sponde, aspre di scogli su cui raschia, acciottola, schiumeggia e strepita in cascate subitanee, sotto le quali si nasconde, ipogeo, per tornare a rivedere il cielo, umiliato, per rigonfiarsi, con mille aspetti che imbarazzano, impreveduti, strani: è il lago maestoso, tra ripe lontanissime; si intumida; ha un ritmo seguito; le sue onde, infrangendosi sulla ghiaja della spiaggia, cantano le strofe isocrone di una canzone prosodica di accentate e prestabilite misure, di rime in risposta e ricchissime. Alli albori delle _Odi barbare_, Carlo Dossi volle sfoggiare la maestosa fluenza del suo _Carmen solutum_; le due espressioni della genialità italiana si trovavano, anche qui, a corrispondersi ed a valersi, per necessità di momento sociale ed estetico, corroborate dalla stessa romanità. In Dossi, appariva meno evidente, ma più assimilata, ridivenuta muscolo alla sua prosa: in Carducci, sfolgorava da tutta la massiccia ostentazione della sua sintassi oraziana, dalla sua purezza ciceroniana; ma erotta, dopo un XX settembre di savoina ed indifferente occupazione, per cui l'Urbe non divenne laica, suonava una poesia ibrida e pretenziosa. Le glorie e li eroi, ch'egli evocava, s'imbrunivano, inumiditi «nella nebbia del tempo, inattuali e lontani: ancora amor di patria, rifugiarsi nel passato ed illudersi di accendere, a que' morti soli, il secolo: ma riflessione acuta e preveggente, succhiare e spremere il midollo intimo de' fasti e delle bellezze nostre, per saper porgere al piccolo contemporaneo, col miele della magniloquenza, l'assenzio dell'ironia: ecco, definire l'opera di Carlo Dossi.

Donde la sua ragion pratica viene insemprandosi con alto timbro speciale di prerogative costanti e perpetue. E, quando l'antropologia criminale lombrosiana invernicia il romanticismo ideologico di Rousseau, ne risulta _La Colonia Felice_; quando l'humorismo predominante viene a contatto colle vigilie armate e le ideali esaltazioni socialiste, sboccia _Il Regno dei Cieli_: il misantropo si fa filantropo. — _La Colonia Felice_ è una riprova: induziona il principio di una civiltà con quella esperienza, per la quale Condillac perfece, viva, la _Statua_. A gradi, a gradi, dimostrò come, sotto la spinta della necessità, l'uomo si migliori. E davanti alla confusione filosofica del secolo, conseguenza del sistema hegeliano, contemporaneo di Spencer, egli ha proposto una intuizione, che, per le sue applicazioni, potrebbe assumere il valore di quella di Lamarck, precursore di Darwin nel determinare i principi della evoluzione in serie di costanza.

Eccone i Personaggi, avvicendati sopra l'isola ad informare simboli, a contenere, nell'albume maligno, il rosso embrione delli organi utili e buoni; dai quali si svolgeranno, necessariamente, le funzioni attive e le attribuzioni effettive disposte, per la divisione naturale del lavoro, in ogni aggregato d'uomini in lotta, per riaffermarsi e ricomporsi in clan, in nazione. Dall'atto riprovato dalla legge e dalla legge morale, sorge l'applicazione esatta di un valore, il quale, rivolto al governo di un popolo, l'avvia al miglioramento. Il gesto singolo differenzia l'individuo; tutti li individui concorrono ai diversi poteri di cui sono capaci: in questo modo l'egoismo si conserva e prospera; s'aumenta con lui la solidarietà delli egoismi, sin che raggiunga la più estesa espressione nella carità beneficente, senza sottintesi d'amore, di gloria, di paradiso, per il bisogno di espandersi, rimunerando sè stessa a profitto d'altrui.

Nobili ed immortali tempre d'artisti e di filosofi intesero a ricercare ciò che saranno per essere li uomini se potessero essere più saggi. Platone ha la sua _Repubblica_ d'oro; Tomaso Moro, martire inglese, l'_Utopia_; Campanella, monaco cosentino, sfuggito al supplizio, ma non alle carceri napoletane, _La Città del Sole_; Fénelon, che retrocede, avvia Telemaco a Salento; Cabet, che galloppa avanti, vola in _Icaria_; un sognatore, il d'Ussières, uscito dal grembo della rivoluzione, rinnova _Cyrus et Milto_, sulla ragione delli Illuminati di Martinez de Pasqually e di Weischaupt, specchio del civismo giacobino; Paul Adam ripropone la sua maraviglia nelle _Lettres de la Malésie_, dov'egli si instaura Solone, Pericle, Omero e Fidia con sacerdozio di pace, di guerra, di pompe, di vittorie, di amori e di funebri. Il gufo parigino Sebastiano Mercier, destina le sue imaginazioni socialiste a _L'An deux mille quatte cent quarante, Réve s'il en fut jamais_; lo ringiovanisce e lo plagia il Bellamy: _Nell'anno 2000_; William Morris discopre una nuova _Atlantide_, e sopra fabrica ed instaura armoniosamente, le cimmerie Città della sua speranza; Camille Mauclair, confidando nelle umanità a venire, legge nei secoli futuri, la vittoriosa difesa dell'Europa insindacalizzata contro l'Asia musulmana; Anatole France, che ha voluto insegnarmi, ma non a digiuno, questa enumerazione, sfoggia l'ironico sogno di _Sur la Pierre Blanche_, dove il suo paradiso comunista protende le ali della felicità, ma dove la felicità è troppo consuetudinaria e non consente alla noja del vivere, rincontro dell'impreveduto, la razzata di smeraldo e di porpora del fortuito. Perchè, se l'umanità muta di poco nell'epoche e le togliete anche ed ahimè! il mistero, il pericolo, la paura, il sospetto, la necessità, il desiderio degenerata, sì annullerà ad un tratto con la bellezza, la bontà e la ragione della vita stessa.

Carlo Dossi lasciò da parte l'interrogazione: che cosa saremo domani? per raccontarci le origini; e, quando dalla scienza nuova, Zola estrae un romanzo di mostri, _La Bête humaine_, in cui la visione bovina dei fenomeni assume l'orrore delle allucinazioni deliranti, Carlo Dossi eleva un poema di naturale eroismo.

_Regno dei Cieli_, _Colonia Felice_, rappresentano, in estetica, un momento italiano di scientifico ed esatto positivismo, serenamente severo, vi è espresso l'ottimismo, determinista, colla fede nella perfettibile continuità, nel fatale andare dell'Uomo, verso Dio, per Dio divenire. Consacrano, nell'arte, la massima scoperta del XIX secolo, la legge divulgata ed assodata della evoluzione.

Dal mito poetico, dalla imagine filosofica, dal comma e dalla proposta ellenicamente colorita d'Anassimandro, d'Empedocle, di Democrito, che avevano intravisto l'unità della natura nella pluralità dei mondi, forza e materia in azione e tangibili, ed il concetto che tutti li organismi derivano da un solo o da pochissimi stipiti primogenii; sorgeva, in sul principio del 1800 e prendeva luce chiarissima, il fondamento razionale dell'evoluzione, sotto cui le belle poesie del dogma e d'ogni altra mitologica teogonia, cessavano di apparire, anche per la morale, verità rivelate. Per lungo spazio d'evi, la virtù della Indagine scientifica aveva sonnecchiato dentro le ceneri dell'ignoranza: la Genesi, sopportata e divisa dal Dimonio e dal Dio, aveva dettato il suo insegnamento, _ne varietur_. Tutto il Medio-Evo fu la lotta nascosta tra verità latina ed errore orientale; finchè la Rinascenza diede passo alle Divinità, restituiti simboli, non esseri resuscitati.

Copernico, Galileo, col _tentando e ritentando_, riaprirono le vie generose alla coscienza ed al rinnovamento scientifico del mondo; Laplace, dalla sua nebulosi, determinò l'origine de' sistemi solari; Lamarck, Saint-Hilare, Darwin trovarono che tutti li esseri viventi hanno origini comuni, che la vita delle piante e delli animali si svolge, da forme cellulari microorganiche, sino a raggiungere la complessa semplicità dell'uomo; in cui si assumono tutte le leggi della fisica, della chimica, della mecanica, donde gesto, volontà e pensiero sono il risultato di operazioni controllabili metodicamente e producono, similmente, reazioni al loro riflesso. — Venne Gorini, ed apprestò le sue scoperte, le sue pubbliche esperienze, auspice la _Società del Pensiero_; e dimostrò la teoria dei vulcani, le spontanee generazioni, le determinazioni evolutive. Venne Lombroso; e risalì a nostra dottrina autoctona, attinse alle fonti di Pitagora, discese per Gian Battista Vico, per Filangeri, pei Verri, per Romagnosi; si alleò al portato sperimentale di Darwin e di Spencer, colla _selezione naturale, l'elezione sessuale, l'adattamento all'ambiente, la lotta per la vita_, necessità per cui si trasformano e pure permangono li organismi: affermò, così, per opposto motivo, l'involuzione e, l'arresto di crescita, la stasi degenerativa, i fenomeni morbosi psichici e regressi di alcuni esemplari umani; fece parte, nella follia, al genio.

Egli aveva fondato la scuola scientifica del diritto: se l'antropologia criminale toglieva l'uomo dall'assurdo di un peccato originale, dalla crudeltà di una deliberata malvagità, gli assegnava una malattia, sostituiva, ad una colpa, l'immeritato destino del delinquere; chiamò, in parte, responsabile la società di molti delitti individuali, che scomparirebbero, se li organi dello stato volessero difendere e premunire, nella corsa del vivere e del meglio vivere, li individui soggetti alla loro tutela e trascurati per l'imperio delli antichi pregiudizii e privilegi, condannandoli ad essere li insufficienti abbandonati senza ajuto a migliorarsi. A che il castigo ultimo e definitivo che sopprime? Perchè diffidare della concreta virtù naturale, dell'istintivo principio che ci avvia, per l'utile, al meglio, e richiamar la legge grettamente sul fatto e là colpire a morte, quando il delitto capitale? — Anche la predicazione cristiana aveva fatto suo cardine del: «_Viva e si converta!_» Perchè, li ergastoli non avrebbero potuto tramutarsi in manicomii criminali, dove la esperienza e le cure avrebbero agito a salvare delinquenti, redimendoli? Perchè, se tutto è un cerchio chiuso e non sappiamo distinguere dove termini la materia e dove incomincia la forza, dove l'Uomo, per dar luogo a Dio, si dovrebbe dubitare della continuità delle leggi nel campo morale, dalla selezione fisica alla metamorfosi delli istinti, rivissuti come anomalie crudeli, sanguinose, cleptomane, bugiarde, depravare (tutti modi primordiali di difesa del troglodita, esposto ai pericoli del cielo, della terra, delli animali e del proprio fratello); perchè le bestialità non potrebbero svolgersi in virtù coscienti ed operanti, per l'utile, al benessere?

Li atavici, che rispecchiano le forme morbose della razza de' loro progenitori, si trasformano; una moralità superiore si evolve, per affrancar meglio la vita dell'individuo; si insempra, colla autonoma espulsione del male, la durata della specie. L'energia di costanza del Bergson riprova l'esattezza delle leggi evolutive: il regresso scompare; l'individuo si assetta in vista del futuro; il delinquente passivo e pericoloso, si tramuta nel cittadino per la grandezza della patria, per la gloria di sè stesso.

L'arte accorre a condecorar di bellezza la ragione scientifica della legge biologica; foggia i simboli umanati ed in azione del più grande poema di vita cosmica, — _L'Esistenza umana_; fa del mistero un drama, lo recita; dà alli uomini la percezione tangibile delle proprie origini e della propria destinazione. Ciò ha fatto Carlo Dossi, colla _Colonia Felice_: la mia lirica gli si mette al pari:

«Natura accoglie secreti avvolgimenti, Forme protende e le conserva: erompon, dal grembo materno, infinite varietà di gioire e di sofrire.

Le Essenze prime sfoggiano onnipotenza, sono le Allegorie personale a popolar la Terra. Dai più brevi cristalli, al cervello del genio, una legge presiede e comporta questa continua trasformazione dall'elettrone all'uomo.

Dal lampo che abbaglia alla fiamma del ceppo, dal rombo del tuono al canto delli uccelli, dalla Vita alla Morte, e fin dentro la tomba, una legge presiede, completa, rinnova il moro indefinito della Costanza e lo prova.

Tal cade una pietra spontanea da un monte; vorticano, così, nell'orbite stellari in armonia le Sfere e si compensano.

Fede nuova ridesta d'esultanza; credi e confessa divinità la Vita.

Ama sempre ed ancora, approssima il futuro coll'amore: questo è il grande lavoro che incalza la speranza a concretarsi.

Sofri; sofrire è bello con nobiltà serena: in te si affisa, nel tuo dolore, tutto il dolore del mondo; se tu gridi di angoscia ciascuno risponde, ciascuno è ferito, il tuo pianto singhiozza e si confonde colla pena di ognuno.

Tutto consente e ti protende plurime grazie di compassione[156]».

Dio torna a sorridere dai millenni, dimenticatosi della crudeltà, nel cuore dell'Uomo; s'Egli Lo venera adora logicamente Sè-Stesso nella sua creativa potestà.

L'Iddio filosofico sorride anche a Carlo Dossi; gli apre il regno dei cieli; gli appare, globo d'oro e di fuoco: quello che sembrava assente della sua letteratura avvisò che sempre l'aveva protetta e stava per istaurarne l'autore nuovo poeta di teogonia per l'_Inno al Dio venturo_. — Nel concetto rientra la reversibilità dogmatica, come si presentano le limitazioni ataviche e naturali testè scoperte dalla scienza. E chi assistè le prove di laboratorio di Paolo Gorini, il quale fu demiurgo di mondi nella pentola officinale e probatoria della chimica; quegli non dimette l'idea della Divinità, Energia del Mondo. Perchè Carlo Dossi è un moralista: già disse Ugo Lazzarini, nella sua _Etica razionale_: «Non v'ha morale senza Dio»; e si può soggiungere: «Non vi ha artista _ateo_, nel senso della negazione, perchè dovrebbe annullare sè stesso creatore per eccellenza».