Part 14
La Lotta di Classe dimenticavasi che sempre, una eletta minoranza sarà pur quella la quale doterà di maggiore giustizia sociale, di più lato benessere individuale, di più assodata sicurezza le nazioni, in sul cilio della bancarotta fraudolenta, per mancanza di solidarietà, in pericolo di morte per cessato esercizio di patriottismo e di virtù gestante e serena. Di ciò non obliavasi il Dossi. «Nuovi[125] errori pigliano, continuamente, il posto dei vecchi, perchè l'uomo procede solamente a loro mezzo; per cui, se tu vuoi essere degno di scusa in faccia alla storia, attienti all'errore dei molti, che è la verità di quest'oggi; e se, invece ambisci a una lode datti all'errore dei pochi, che è la verità del domani». Ma s'egli è qui inesorabile contro i _luoghi comuni del presente_ non la perdona alle ignoranti superstizioni del passato: «La clemenza[126], si dice, dovrebbe essere esclusa dalla legislatura; ed io non vorrei neppure la legislazione. Si diminuiscano le pene per diminuire i delitti. Come nelle malattie fisiche giova più la cura preventiva della repressiva; così nelle morali. Cangiate le carceri in iscuole! Le pene rappresentano ancora un lusso antico quando erano un reddito sicuro del principe». — Nè in diverso modo considera la beneficenza: «Non giova che preventiva. Gli 8450 stabilimenti italiani di carità posteriore non sono che altrettanti semenzai di[127] miseria»; sì che il razionalismo dossiano, galoppando con lena, aveva prima di Nietzsche rettificato molti valori malamente in uso di parole di frasi, di idee, depurandoli dall'esoso ed eroso grassume depostovi a patina dai secoli, dalle mani sporche e dalle coscienze sudicie delli uomini per cui erano, perdendo d'efficacia, passati i concetti primi, semplici ed esemplari della naturale moralità. Perchè Carlo Dossi ci ha confessato: «Pensai[128] che giustizia e bontà fossero cavigliati all'uomo dal suo egoismo medesimo, e che il proprio vantaggio, sapientemente considerato, coincidesse, in ultima analisi, col vantaggio altrui; che in ogni caso, il maggior e il più forte interesse si risolvesse in una soddisfazione di coscienza. Sul che imbrattai un fascicoletto di carta che s'intitolò il _Regno dei Cieli_». Qui, un angiolo proclama a divisa, dignitosamente sfavillando: «Vive[129] eterno Amore!» ed il _Regno dei Cieli_ è, per l'autore di _Desinenza in A_: «_Il Quinto Vangelo_».
Si era, allora, nel folto delle agitazioni socialiste, della propaganda attiva libertaria; dalle idee di Chaumettte, di Buonarroti, di Fourier, di Saint-Simon, di Proudhon, di Blaqui, s'accendeva la rivolta sociale. Prima assisi, il _meeting_ di Saint Martin's Hall, nel 1864, costatava la miseria dell'epoca, mostrava a nudo i vizii reconditi del misto regime europeo, denunciava, ai popoli oppressi, il bisogno di libertà, alle nazioni compresse, l'autonomia, a tutti, l'insorgere necessario contro i vincoli del dispotismo, le sovranità delli stati dominatori in urto ed in onta alle ragioni storiche e geografiche. Emanavansi principi, concetti a seminare il mondo di certa raccolta tempestosa; ruinavansi le vecchie formole, le tradizioni, i rapporti diplomatici e costituzionali consacrati, il dogma della autorità. A Ginevra nel 1864, a Losanna, nel 1867, a Bruxelles, nel settembre dell'anno successivo, a Basilea, nel 1869, la _Internazionale_ riuniva i suoi parlamenti. Quivi, Bakunine l'aveva raggiunta colla _Democrazia socialista_, v'innestava l'individualismo conflagrante, cui Marx ed Engels, dopo aver dettato il _Manifesto_, contrastavano con autoritarismo germanico ed egemonico, disvolgendone le due correnti rivoluzionarie; una, verso la statolatria accentratrice, l'altra, verso il sindacalismo dissolvente. Il _comunismo_ ritornava in sulla ribalta della attualità; vi aveva conglobato il binomio, che avrebbe dovuto scindersi subito per incompatibilità di carattere; e l'elettrolisi della critica dispose, in fatti, ai due poli opposti, li elementi inimici. — La _Comune_ aveva sfolgorato, sgozzata a Satory, agonizzante a Cajenna, accesa dalla causa occasionale di un Sedan, di una capitolazione di Parigi. La _Federazione del Giura_ affocava con calma scientifica li odii, si opponeva, sostenuta da Bakunine, all'assorbimento hegeliano della logica di Marx; le _Federazioni italiane_ optavano chiaramente per la rivoluzione pura, per la tattica delle società secrete. Al congresso di Bruxelles, del 1874, Cafiero non credeva opportuno accedere, eleggendo le armi alle chiacchiere; e De Paepe constatava le due tendenze: quella di Spagna, d'Italia e del Giura, anarchica, l'altra di Germania e d'Inghilterra in cui predominava la nozione dello _Stato-operajo_. Le Borghesie europee, all'agguato, eccitavano sommosse, scoprivano e fabricavano complotti polizieschi: in fondo, la loro attitudine era quella del sospetto e del terrore. Nelli anni eroici e di passione dell'_Internazionale_, si determinavano le prime ragioni del proletariato e delle filosofie libertarie, ad inlievitare tutta la serie delle proposte e delle pretese, che ancora si avvicendano sul campo della economia e si schierano, armate, nel breve e più logico arringo della politica interna d'ogni nazione.
Per cui, nella coincidenza appassionata colla _semaine sanglante_ dell'ordine versagliese, Carlo Dossi giovane ventiduenne aveva squillato, con entusiasmo e dolore, terzine libere di foscoliana eloquenza, che dovranno rimanere nella istoria della nostra lirica; terzine forse edite di poi ma anonime nel 1878, in un foglio d'avanguardia, a cura di Luigi Perelli, quando l'Italia ultima, ricondotta alla greppia dalle moine e dalle carezze di Margherita e dalla ostentata democrazia di Umberto, nuovi re, si sentiva, per tornaconto e d'impostura, per pigrizia e viltà, tutta scombussolata al fatto semplice di cronaca del Passanante.
Terzine porte, all'amico, dall'autore, con questa raccomandazione: «Io te le mando, qui accluse, perchè tu vegga se vi è maniera, da parte tua, di farle stampare in qualche gazzetta, o rivista. Inutile raccomandarti il più geloso secreto sul nome del suo autore. Non ch'io arrossi di averle commesse. È un bimbo illegittimo, che, per necessità di famiglia, mi tocca, oggi, di esporre, _ma che in tempi migliori rivendicherò_. — Lasciami dire: benchè solitaria, non è inopportuna una voce, che, in tanto delirio dinastico e pagnottistico, in tanta gara di servilismo, tenti di richiamare a dignità la coscienza italiana ed a carità l'umana. A me, come a qualunque onest'uomo, fa orrore l'omicidio, fosse pure politico, ma a me, come, purtroppo a pochissimi, fa insieme schifo lo spettacolo di uomini, i quali, non solo da sentimento di sdegno santissimo traggono pretesto ad adulazioni che l'amor di patria non iscusa, ma imprecano a quella libertà che li ha fatti e supplicano perchè sia loro tolta[130]»: fiero commento a questi versi che bisogna rileggere qui, poichè ignoti e bellissimi:
«NUOVE NOZZE»
«Piombò l'ignoto Iddio su Humana. Sparso fu il nuzial sangue. Immensa orrida teda, Lutezia in fiamme. Paraninfa, Morte.
All'improvviso amplesso Humana un grido di voluttuoso spasimo gittò, e, affranta, cadde nell'onda dei sogni.
Ma il sonno è sciolto. Ella si aderge altera ricordando l'amplesso, e, intorno, mira se ancor rifulga il suo terribil sposo.
«Vieni, o diletto» — desiosamente chiama — «vieni a colei non sazia e tua e le rinnova quel dolor fecondo.
Stanca son io dell'amor che legge avara mi misura: amor che ha tiara ha plico e diadema e sotto è calvo.
Vecchi rabbiosi d'impotenti voglie, mi circuendo, a fedeltà costretta, e il talamo che olezza ancor di te; «_il tuo_ — mi dicon — _nome è annientamento_. Dunque t'affretta! Quanto intorno veggo invoca scure, rogo e oblio profondo.
Tutt'ardo ed amo. Colle gruccie loro seguon, que' vecchi, di briache linee la terra urlando: «_oltre non amerai_!»
Sentomi adulta e di me stessa donna. Vieni, o possente, e colla man tua rude lacera i veli che mi offuscon gli occhi,
strappa i monili che mi son catene, sciogli la veste che mi impaccia il piede, e mi ritorna al sol libera e nuda.»
Questi endecasillabi si volevano stampati anche da Alberto Pisani, segretario alle sabaude diplomazie della Consulta, come _tradotti da Carlo Dossi_, se pur lo vennero, perchè ritrovai solamente le bozze ma non il foglio che li avrebbe dovuto recare, ed oggi, _in tempo migliore_ glieli rivendico a grande titolo di gloria. Senonchè, allora apertamente, in sospeso, si tenne in bilancia col _Regno dei Cieli_. Che, se in questo evidentemente veniva all'individualismo libertario e rispecchiava le _Nuove Nozze_, lo aveva però vestito di beneficenza e di carità, dandogli la rossa zimarra talare del Cristo. Ma la sua profonda dottrina, il suo scetticismo caustico, dubitarono ancora: riposero sotto a soppannare la camicia del Rabbi, la palandrana lunga, la zimarra decorata del conservatorismo, quasi volesse entrare, e nei palazzi e nei templi, coll'uniforme d'obbligo, volendo sorprendere per insidia le posizioni che desiderava occupare. E però nessuno si illuda, se la sua critica, che permane anche contro il socialismo, si rivolge diritta specificatamente a limitare le funzioni dello Stato improprio conservatore de' privilegi, a combattere la falsa morale, il costume, l'attitudine alla menzogna sociale.
Vi dice chiaramente e rivoluzionariamente: «Il Comunismo[131] ed il Socialismo vanno posti negli errori del tempo presente. (E ricordate che il presente è l'opera del Commercio). Il primo, a fortuna, è inattuabile; esso esige una perfetta e continua eguaglianza. Or come ottenere quella dell'ingegno? — L'altro, _troupeaux et bergers_, pur troppo è in pieno vigore. I Governi ne sono la massima prova; i quali tendono sostituire allo spirito dell'individuale interesse un interesse comune cui nessuno partecipa. L'Internazionalismo è tutt'altra cosa del Socialismo: ma Governo-Socialismo-Dispotismo, nel mio dizionario, sono sinonomi». — «È ora[132] che l'individuo esca dalla tutela dello Stato: ciascuno sia responsabile di sè: facciamo senza degli Dei, tra poco faremo senza dei Governi». — La petizione è singolarmente individualista ed anarchica, per quanto uscita dalla penna di un diplomatico. Ma chi non ha accorto i germini di una teocrazia libertaria in De Maistre e le sementi di un determinismo anarchico in De Gobineau? Carlo Dossi è di questa razza; e non solo dubita, ma condanna lo _Stato_: «Lo Stato! come[133] espressione, anche etimologica, il suo vocabolo rappresenta l'immobilità: Stato è cosa che non si muove»: mentr'egli sa che il futuro filosofico e storico è l'Anarchia; però che la Repubblica, secondo l'opinione di Proudhon e di Giovanni Bovio è l'attuazione generosa di un reggimento libertario. «Lo[134] _Stato_ è sempre un peso immane: pure bisogna pagarlo alla _Società_ col prezzo del lavoro; come alla Natura si paga la Vita colla Morte. Da giovanotto fui persuaso che bisogna rassegnarsi allo Stato come alle sepolture. Oggi è sepoltura aperta che ammorba. E così in me si venne delineando il concetto dello Stato, come un organismo in cui tanto scema il Governo, quanto di autonomia acquista la persona. Un tale concetto, esplicato direttamente, tirava all'_Ideale della Repubblica sociale_. Se nello sgravarci di tutto questo, però, noi non possiamo, nè potremmo, buttarlo giù ad un primo scrollo di spalle, riduciamolo — dico io — secondo il disegno evolutivo della storia»; però che questa si avvia all'Anarchia deliberatamente. Al maggior filosofo italiano moderno può ben rispondere Carlo Dossi: «La Libertà[135] consiste nel poter fare quanto si deve volere, e non nell'essere costretti a far quanto non si può, nè deve. Ora, dato un Governo tutte le forme si valgono. _Quod interest quot domini sint? Servitus una est!_ Dato un governo, il migliore è il meglio amministrato. Ed allora, noi sentiamo tutti i mali della libertà perchè non la possediamo intiera».
L'osservazione critica si ripropone colla salacità fine e acuta, col senso nascosto della pratica: lo sentiamo irridere alla religione dello Stato, alle Religioni delle masse, alla Religione del Socialismo, alla Religione del Papa; e però ci consiglia alla osservanza di un codice, di un decalogo, di un rito, di un governo, contro cui si appunta e storce il suo _Regno dei Cieli_, il _Quinto Vangelo_!
Torna egli all'errore? «Taci[136], non insultare Natura, la eternamente, la immoderatamente buona. Insieme alle lagrime ci ha dato il sorriso; qui vive felicità...» Felicità nell'inganno? Necessità della menzogna fiorita e dolce: perchè interromperà il sogno fatato delle Illusioni? Perchè, «con una[137] sfornata di ragioni semplici, evidenti, con una eloquenza, tanto più insinuante quanto meno pontificale, darsi a scalzare la buona fede di Pietro?» — «Che le aveva da sostituire il povero[138] uomo?» Carlo Dossi si ferma davanti alla verità che accieca, ma che non consola. «Abbiate pazienza[139], o Dei di seconda mano, miseri fabbricatorini di mondi contro natura; con l'ignoranza non hanno mai valso i raziocinii della saggezza, nè varranno mai. Di addurre al Vero la plebe, unica via, l'Errore». Sacrosanta Utilità dell'Errore; formola sociale: disse Sinesio: «Conviene che le folle sappiano quanto è proporzionato alle loro racchiuse intelligenze:» — E Varrone: «È necessario che il popolo ignori molte cose vere e creda a molte false». — E: Joseph de Maistre: «La folla comprende questi dogmi, quindi sono erronei; li ama, ed allora sono pericolosi». — E Champfort: «Scommetto che ogni idea pubblica è una consacrazione atavica di sciocchezze, poi che ha compiaciuto a tante persone». — Ma per qual ragione privarli del loro piacere? Loforte-Randi, che è un razionalista, anch'egli fa parte all'errore e lo coonesta: alessandrineggia da gramatico e da gesuita, ma ammette: «che la folla[140] creda ciò è un gran bene; essa supplisce, così, alla sua fatale ignoranza, con un atto di fede, rimettendosi, in ogni cosa, a colui che — come essa crede — sa tutto e può far tutto;» ed invidia _I poveri di spirito_, perchè «gli atei, i quali[141] hanno la fortuna — o la disgrazia — di non farsi abbrutire dal bestiale materialismo (e sono gli atei solitari alla Shelley ed alla Nietzsche) sono degli infelici paragonabili a coloro, che, un giorno ricchissimi, sono tormentati dal ricordo della ricchezza irreparabilmente perduta». Per ciò, Carlo Dossi predica la pratica del _Bene_ per l'_Utile_; e, non ricorrendo più alle illusioni religiose, alle speranze della fede, alli entusiasmi del sacrificio, va diritto al senso logico dell'egoismo, che per _convenienza_, conserva e riconsacra la religione. Il circolo si chiude: nuova interpretazione, antichissimi fatti positivi a persistere; Gaetano Negri sbircia malizioso dalle persiane socchiuse.
Gaetano Negri, che si nasconde; un filosofo anch'esso anarchico, perchè egotista ed autoritario, che impropriamente si cammuffò da conservatore, gesuita di altissimo garbo moderno, che assunse il servizio, per meglio dominare, anche del clericalismo, questa volta servo-padrone nel reggimento del ducato di Milano, oggi Consiglio Comunale di Paneropoli: ma fu _raté_, perchè non ebbe il coraggio delle proprie opinioni. Gaetano Negri, non beneviso a Carlo Dossi, che, se ammette necessaria una religione positiva nel compromesso sociale chiamato _Stato_ — vedemmo in qual conto lo tenesse, — la considera colla mirabile impudenza d'affermare: «Manzoni[142] ostenta di aver fede; Rovani di non averne: Dossi ne piglia quando gli occorra di far degli effetti e quando gli accomoda: ma nessuno dei tre ne ha». — Perchè: «Data[143] una religione, la migliore, secondo me, è quella in cui _l'altro mondo_ meglio giova alla felicità di questo» Il tema è tuttora _l'utilità_; il modo di svolgerlo uno scetticismo, che si esaspera cinicamente.
Ond'io non lo seguo e vado lealmente colla serena e nobile franchezza del Renan: «La[144] nostra base consiste in ciò: bisogna agire come se la vita futura non ci fosse, sia che essa esista, o no. Predicare al popolo la _non-vita_ futura, vuol dire rendergli un servigio; perchè è lo stesso che eccitarlo a compiere uno sforzo nel presente. Predicargli la vita futura, significa addormentarlo e forse truffarlo, facendogli perdere tutto per indurlo a correre dietro una chimera». Ed «io dico[145], che quando uno scettico somministra al povero il _dogma consolatore_ senza credervi, al solo scopo di tenerlo tranquillo, egli fa opera di scroccone, pagando in _biglietti, ch'egli sa falsi, la buona fede e la miseria altrui_. La preoccupazione della vita futura è nociva alla umanità; nè ci si deve affidar troppo all'apostolato del prete nei giorni della paura. Perchè creda il popolo, e credano le classi dominanti; _ma queste credono, o fingono, o s'illudono di credere solamente nei giorni pericolosi_ al loro dominio. Singolari cristiani questi forzati dal terrore! Al primo sole della tranquillità, ritornano increduli: Voltaire può venir cacciato dalla loro biblioteca, ma non dalla loro memoria. Così, se costoro mantengono una parte dell'umanità nelle barbarie, per dominarla e sfruttarla, fanno opera pericolosa ed immorale. Bisogna dare a ciascuno un posto nel banchetto reale della vita». L'anarchia di Carlo Dossi non se ne preoccupa, perchè è comunque, ed in ogni regime, liberissima anche nel libito, ed il suo esercizio è incondizionato con qualunque professione di fede? Non so: egli desidera che i propri fratelli siano armoniosamente in pace con loro stessi _nella supposizione_ di essere felici, _l'unica vera felicità_: la religione li può aiutare, in questo dunque giova. E che più?
«Imaginiamo per rinnovarci il coraggio di vivere!» A qualche cosa serva anche l'inutile ricchezza della poesia e del sogno, a popolare il deserto della morte coll'al-di-là» a soggiungere ragione di governo colla pompa e le menzogne pietose delle religioni: «L'illusione[146], l'_errore necessario_, è perciò il profumo più squisito della vita!».
Diplomaticamente De Maistre l'aveva già ammesso e Carlo Dossi gli si apparenta più che non a Manzoni, come meglio a Nietzsche che non a Rousseau. E pure, quanti ascosi legami, quante secrete intelligenze allacciano Nietzsche a De Maistre, — Rousseau a Manzoni! De Maistre, che considerava il catolicismo ragion sociale, sorride alle ingenuità di Manzoni, che lo attesta ragion morale: il Dossi può proclamarlo religione positiva, _utile_, il giorno in cui può giovarle al nostro interesse quando, comunque, ci allontana da un pericolo, ci consiglia su quanto ne nuoce, ci propone ciò che può aumentare la nostra felicità. Onde, chi sgorgò da viva fonte manzoniana e percorse un lungo cammino tra bronchi, sassi, cascate, paludi e calmi laghetti ornamentali, pur contrastando alla _Morale Cattolica_, la ripropone per _convenienza_; e dopo maturo esame, può aver motivi di credere: «Manzoni[147], come ogni grande humorista, è scettico. Non si guardi alla esterna fisionomia dei Promessi Sposi. Dentro in vece. E Manzoni non crede; ma il suo scetticismo è vestito di fede; e ciò l'introduce, sotto mentite spoglie, nel campo avversario: Rovani pure non crede; ma ostenta la sua incredulità a volto aperto, e forza il nemico d'assalto». E Carlo Dossi? — L'ho sorpreso qualche volta con questa frase sulle labra: «Credo a questo mondo!» E nella efficacia delle sue religioni positive?
L'Utile accetta, dall'entusiasmo, l'ascetismo: integrativo e sperimentale, fa dalla metafisica sentimentale e dai logaritmi della imaginazione, dalli eccessi dell'isterismo e dalla forza d'inerzia della folla ignorante, un altro serbatojo di energia. L'Utile non può trascurare l'impulso collettivo ed operante della suggestione, come preghiera, come superstizione; non può lasciar da parte la massa di forze vive che si spostano da una comunione di credenti, dall'esorcismo rituale e condecorato, da tutti li incentivi erotici, profumi, colori, luci, suoni, contatti, commistioni d'alito, di abiti, di carni: non può non impiegare la potenza divulgatrice ed eccitante delle processioni e de' trionfi, delle tensioni nervose dell'aspettare, della vibrazione molecolare dell'aria per le grida, le orchestre, i cori squillanti. Freme la folla; aspetta la celebrazione di un mistero, l'avvento di un miracolo, di una grazia, di una cosa non mai prima occorsa: ed il fluido si riversa a fiotti; penetra ognuno ed ogni cosa; opera le trasmutazioni, si fissa in visioni, in allucinazioni, parla parole misteriose, apre la bocca ai muti, li occhi ai ciechi, i sessi alle infeconde; risana, ristora, converte, domina, feminilità radioattiva e passionale erotta e respirata, taumaturga, nell'atmosfera. L'Utile non ripudia Lourdes, le guarigioni, che Charcot dimostra colla scienza, nel suo laboratorio. L'Utile esprime le sue mille virtù dalle _Lettres de Malésie_, quando Paul Adam si induce mitografo e riassume, sotto la simbologia cattolica, il culto della Ragione e della Scienza; lascia ai miti la loro poetica potestà, li aumenta d'esoteriche funzioni, li espone, con isfarzo di teorie e di lustrazioni, alla saggezza del popolo nuovo; ma riserba, come i sacerdoti egizii e le gerusie di Eleusi, alla dottrina ermetica delli iniziati, il senso nascosto delle verità assolute, che dichiarano, per gesti ed attributi, le bellissime iconi, che declamano, con divine maestà di sinfonie e di poemi, le tragedie, sacre commemorazioni della storia, dei conflitti, della gioja e delle vittorie della Terra e delli Uomini, nello svolgersi delle epoche e nelle successive conquiste dell'_Utile_ sopra la brutalità della materia e de' semplici istinti animali.
Per questo motivo, _Il Regno dei Cieli_ racchiude una parola di più ed un concetto maggiore di quanto _La Morale Cattolica_ non abbia esposto: dall'Utile, combattuto e rifiutato da Manzoni, Carlo Dossi ha estratto un principio morale e sociale a cui Manzoni non arrivò. Inalza prezzo e bontà alla vita, mandata in discredito dal pessimismo leopardiano, dal sarcasmo schopenhauriano, restituisce santità alla missione dell'onesto, poesia al lavoro: non toglie la fede a chi crede, le consolazioni ideali e verbali a chi prega, le speranze dell'al di là a chi le brama, e senza delle quali non saprebbe esistere; ma tutti inchina ad adorare Dio anche nel prossimo loro. Egli confida nella Natura; col suo esempio e patrocinio, risponde allo sconforto; benedice anche il vizio, perchè necessario ed in tal modo che nessuna forma di governo, nemmeno la imaginaria repubblica aurea di Platone, ha saputo estirparlo. Egli, forse, sognava ancora, se vien desto: «La[148] mia soave fanciulla, sedutami a fianco, dicea: Che fai tu all'oscuro? — E con un bacio; mi rischiarò».
E però, dal delitto, fa sorgere novella Roma.
La clemenza di un principe dotto ed umanista, nutrito di _Enciclopedia_, innamorato delle teorie di Tomaso Moro e del _Contratto_ di Gian Giacomo, concede a una torma di delinquenti, rei di delitto capitale, vita e libertà; la deporta in un'isola sperduta dell'Oceano. Colà, tiepidezza di clima, suolo pingue, fortunatissima stagione, costante salubrità d'aria, protezione di foreste e di fauna pacifica, favore di Natura li conservano: munificenza reale li dota d'armi a difesa e ad offesa di quella vita, cui la legge della madre patria rifiutò di privarli, abbandonandoli, alla loro coscienza ed al loro arbitrio, per ridiventare, in caccia di loro stessi e de' loro istinti, nella troglodita anarchia, vindici e protettori del proprio egoismo limitato ed aggredito dall'egoismo altrui.