Part 12
Perciò la natura trionfa: il Magoboja operatore della _Palingenesi_, fabrica la femina integrale; sorge Venere, «Un biondissimo[95] fumo dalla fragranza di muschio vela la tremolante figura e si direbbe una chioma che già s'innanelli a larghe onde, e, fra l'aureola di essa e del fumo, va la figura accentuandosi a femminili curve e turgenze. Una bollicina di azzurro (_vitriolum coeruleum_) le scoppia nel mezzo, ed ecco a fremerle a pelle il reticolato venoso; una striscia di minio (_cinnabaris mercurialis_) vi guizza, ed ecco guance soffuse di pudico rossore, con una bocca che è un bacio; due faville vi scattano, ed ecco due occhi lucidi di desiderio e di lagrime che intensamente mi fissano». Non altrimenti vivono, sotto il bulino di Rops, le sue donne — simboli, per quanto si sformino in piedi caprini, in zampe unghiate, Sirene dell'asfalto parigino: «nuda sino alle coscie[96], erge una testa laida e pure simpatica; sorride la provocazione, con grazia ebra e stanca; bestemia parole grasse di suburra, mentre di un gesto crapuloso, in un colpo di gomito, si fruga nell'edificio della capigliatura. Odora il marciapiede e l'acqua profumata del bagno recente; evoca canagliescamente la quadrantaria all'agguato ed in caccia del cliente; sa tirar di coltello». Esse sono che loscheggiano, cachinneggiando con insolenza, espongono le loro acconciature color zafferano; impiumate, accendono la larga bocca col carmino, li occhi piccoli col bistro; si mettono al mercato su divanetti, sotto camicie succinte e rialzate sui fianchi; esse, le belle ragazze del dicterion elegante, esse, la Bellezza-Peccato verso cui balzando la libidine accorre, come un polledro inuzzolito, nitrendo. «Amore[97] mi tiranneggia. E già le palpito in braccio, e dileguo entro lei ed anche il sogno dilegua».
Il giorno chiaro, l'alba lucente e lucida, le ore dell'uomo che lavora pensa e vuole, non le ore oscure e passive, vincono il succubo, lo annullano, ritornano il sognatore spaventato alla realtà. «Su via, vieni tra i tuoi fratelli, dopo la palingenesi, scrivi il nuovo testamento. L'umanità confessa e l'uno e l'altro documento e ne deriva: ma canta la speranza, la carità, l'amore di nuovo e sorgi, con noi, non più, a soffrine ma a combattere per essere più buoni, più belli, più sinceri».
«_La Desinenza in A_, fu, nella vita letteraria[98] di Carlo Dossi, quel che si dice un avvenimento. Si era ai bei giorni della guerra tra idealisti e realisti, guerra gioconda, allietata dalla fecondità straordinaria degli spropositi, che i giovinetti — obliosi di Senofonte e di Euclide — allegramente si scaraventano in faccia». Dossi, impropriamente, veniva chiamato _realista_, accolto con fervore nel campo spumeggiarne della _Farfalla_: anzi gli allogavano titolo ed onori di capitano, messia di un verbo nuovo in estetica, che, del resto sopravanzava realismo ed idealismo scolastico ed ufficiale, catalogati sui quadri di avanzamento della letteraria burocrazia.
Tanto egli era lontano dal carnalismo rubicondo e rubensiano e dalla effervescenza della gazzosa stecchettiana, quanto non volle, ed in sul bel principio lo dichiarò, confondersi «colli[99] incettatori della nazionale moralità, una compagnia di lamentazione perpetua di cui fanno parte i violacei predicatori, che ventilabran dal pulpito vituperi contro la concupiscenza e le ascoltatrici loro ammiranti, le baldracche, che han messo insieme bastevoli soldi per comperarsi il rossetto della castità»; con quelli «che fanno[100] de' loschi compendii di virtù per il popolo, a dieci centesimi la dispensa, e i gazzettieri, che, colla sifilide cristallina sulle labra, sermonano di pudicizia, e le mamme affannate a difendere le orecchie premaritali delle figliuole da ogni susurro impudico, salvo a lasciarvi precipitar dentro un mondezzaio di roba, non appena quelle figliuole sien giunte al legittimo stato di comporre adulteri». Egli stava col realismo di Omero, dal Porta ripresentato meneghino: ammetteva che «la smania[101] sessuale è in natura ed ha dunque diritto di avere anch'essa la sua sede nell'arte; manchevole quindi sarebbe quella letteratura che si occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri inguini non studiandoli che di renderli appariscenti, nè più nè meno dell'altra che si cappona per procurarsi una voce d'angelo».
Urgevano prossime, sull'orizzonte, le aure fiammeggianti, ne' rutili vapori delle quali si sarebbe commossa la funzionale e romantica cavalleria cavallottiana, ed avrebbe spillato, dalla sua lirica, che poco prima aveva commemorato la morte di Manzoni, riepilogando un _Cinque Maggio_:
«Morto![102] ed nunzio lugubre, Via sull'ali del vento, Udii pei campi italici Lungo echeggiar lamento»;
la povera bestemia al _Povero Vate_, indicandovi Stecchetti:
«Povero[103] Vate! in che rimorsi fieri De l'antica viltà struggi te stesso! _Ti levi e insulti_! e non sai dir cos'eri... Se allor più vile — o men superbo adesso. Cessa lo scherno. Non insultarla se tu sei poeta, La sacra fiamma che ti accese il core»;
per interzarvi, da _La Ragione_ milanese, l'apostrofe patetica:
«Poi sdraja[104] nel porcil l'anima sazia E — vigliacchi siam noi — si mette a urlare. Potrà darsi benissimo. Ma... in grazia... Se parlaste un pochino al singolare?»
Sarebbe riuscito imminente un poema a Giosuè Carducci, console di repubbliche per schiette rivendicazioni letterarie:
«Enotrio[105], dormi ed alte a' il ciel le grida de la battaglia vanno, e la bandiera, la tua bandiera dispiegata ai venti sta ne la pugna.
E lo Stecchetti avrebbe accusato:
«........ de l'incenso il puzzo e il canto fermo e d'Escobar la voce,
e il buffon Mena, da 'l tuo forte schiaffo segnato il viso le tue laudi canta, ma co'l pugnale di ferirti prova dietro le spalle.
Oscenamente dondolando l'anca Bavio, spadone, d'assalir si vanta l'arte tua bella e di tenerla sotto ferma, domata;
e Lesbia, usata a glubere i nepoti flosci di Remo sotto gli angiporti, getta il tuo libro e colla lingua infame turpe lo dice.
Ecco i nemici».
Per intanto, _La Desinenza in A_ aveva ingaggiata la pugna a mezza lama, sotto; aveva preceduto il rosario delle pubblicazioni sommarughiane, che da Roma, riburattate dal fresco ventilabro della unità italiana, spargevano sementa gagliarda e spregiudicata, protette da i nomi grandi di Boccaccio e di Machiavello. Il breve libro denso, schiaffeggiatore, apriva la carica, come un foriero galloppante sopra il miglior cavallo dello squadrone, a _Gli Amori bestiali_ del Valera, a _Terra Vergine_ del D'Annunzio, a la fioritura bolognese della _Postuma_, della _Nuova Polemica_; aveva snocciolato non poche avemarie, già nel 1878 prima che in patria si incominciasse ad allungare le orecchie dalla parte di Francia, ascoltando quanto volessero dire di nuovo Zola ed i suoi amici, — «Com'è, _La Desinenza in A_ — libro non certo per monacanda — rappresenta la giovinezza dell'autore, gli errori della poca sua carne, il suo squillo di bicchiere nell'orgia. Ma la giovinezza gli è oggi completamente sfiorita. La penna che segnò quei ritratti donneschi è rotta per sempre. Bene sta. Ogni stagione il suo frutto. Fanciullo, scrissi d'infanzia e vi offersi _L'Altrieri_; adolescente, di adolescenza e vi diedi, L'_Alberto Pisani_; giovine, di gioventù ed eccovi _La Desinenza in A_. Se la vecchiaja non mi sarà, come sembra, contesa, scriverò cos'è da vecchio — metafisici soliloqui, archeologiche dissertazioni; chissà mai! anche ascetica. Letterariamente, almeno, il Dossi non si falsificherà[106] mai».
Già dal 1883 egli aveva ipotecato, logicamente, il suo avvenire, predette le sue tappe, tutte quante sorpassate nel suo vivere: l'ascetica doveva arrestarsi all'_Inno al Dio venturo_ in cui tutte le libertà, tutte le bellezze, tutti i benesseri conquistati avrebbero proclamato la felicità dell'uomo, al cospetto del cielo sereno e rappacificato, sulla paura della divinità, sopra il terrore e l'invidia de' propri fratelli. — Ma pure, cristalline rimasero sempre la prosa e l'anima di Carlo Dossi, a rinfrangere le meraviglie de' suoi sogni, il disgusto della sua onestà, la fiducia costante nella perfezione e nell'umano volere. Per conto suo, in arte, fu e rimase aristocraticissimo: come Frine egli non ambisce che all'omaggio de' sovrani... dell'intelligenza.
Non venne per ciò e d'un subito compreso; anche oggi lo comprendono poco. Allora minimamente, quando la pudibonda gesuiteria era venuta all'arme, quando il Carducci denunciava i cuoricini stillanti lagrime e sangue, esulcerati dal nulla de-amicisiano, le marionette di carta pesta e di filo di ferro del Giacosa, ed incominciava a genuflettersi il Fogazzaro, e deliberava, tra il boja e l'esorcista, quell'altro Imbriani dei _Dio ne scampi dagli Orsenigo_, e s'inteneriva liricamente _La Contessa Lara_, promessa al coltello assassino del suo ganzo, povera vittima di letteratura e d'amore, e s'incarnava, a doppio aculeo, la _Nuova Polemica_, suscitando reazioni.
Ultima questa era venuta a definire ed a stravincere: ribatteva nel _Prologo_ le lamentose ed aggressive fandonie del feminismo arrabbiato, corso a mordere alle calcagne Stecchetti e compagnia: si faceva a gridare «contro le[107] svenevolezze degli amori poetici passati, che tendevano a fare dell'arte un mare di latte e miele». Donde la donna viva e vera era esclusa, dove si ammetteva una sua copia manierata, aerea fumigosa, dispersiva, ideale che veniva a lagrimare, come un salice piangente, magra lirica, in ogni romanzo. La _Silvia_, la _Nice, l'amica lontana_ facevan da modelle promiscue; Vittorelli trionfava; il _cant_ della superipocrisia anglicana pontificava dentro le fuori la vita e la letteratura. Era «l'ideale[108] disceso agii uffici del mantello di Noè; voglia il senno italiano che Sem e Jafet, a forza di trascinarlo piamente su tutte le vive libertà del secolo, facciano di te un cencio spregiato anche dai rigattieri e dai preti!».
Ultima determinava, a favore della libertà dell'arte, di cui, per sè stessa, _La Desinenza in A_ aveva già usato vittoriosamente; evitando l'eccesso ed il contagio del francesismo allettato a visitarci, col favore de' pronubi avvisatori innamorati dello Zola, e conservando tono, nerbo proposta e risultato nazionale. La _Giacinta_ del Capuana, i classici e massicci _Malavoglia_ del Verga, sicuro attestato di potestà siciliana, sarebbero venuti dopo. _Madri per... ridere, — Commedie di Venere_ stavano per uscire, sollecitate dall'esempio dossiano.
Nel folto della mischia, corpo ed anima, alla bersagliera, era infatti venuto a sciabolare, ad amministrar manrovesci e stoccate, Cesare Tronconi; aveva raccolto un buon libro di altre e saporitissime _Confessioni e battaglie_ — che hanno il merito di precedere quelle carducciane — e lo inviava «Alla_ Gioventù italiana (maschi e femmine) affinchè non si lasci imbecillire_». Vi si leggeva, come «il realismo non è che l'uso, in arte, della _ragione pura_, — che l'immoralità vera, in arte, consiste nello scrivere i libri così detti morali, — che il realismo, come lo intendo io, è un continuo inno al bene ed alla virtù, — che la morale, la morale, la morale per l'uomo è... la donna e il denaro». Vi difendeva sè stesso, Praga, li amici; si schivava dall'essere un imitatore di Zola, «perchè l'arte non si impara a scuola — l'arte deve essere nell'anima — l'arte è l'anima stessa». Per ciò rivendicava il diritto del tempo ed il tono morale di quella speciale atmosfera, se, contemporanee, _Nana_ e _Commedie di Venere_ erano pur uscite, ignorandosi. Per le piccinerie della ineffabile _Rivista Europea_ e dell'altra, con licenza, _Nuova Antologia_ aveva un motto che Carducci non lasciò senza parafrasare, _nel secoletto vil che cristianeggia_: qui più completo: «_Cari fratellini Italianini, piccinini, Cristianini ed... Ebreini_.» E con ciò _Delitti_ avevano respiro.
Perchè non vorrò lasciar da parte Cesare Tronconi, dimenticato, o spregiato, dai saputelli euforetici del corrierismo, dove accorsero dalla anarchia e dal iperdannunzianesimo, sapendo che tutto potevano conservare, rivoluzione ed Arcadia in quel luogo refrattario alla sincerità, aperto a tutti i retori barzineggianti d'Italia. E lo rammenterò, come mi apparve nelli ultimi anni in cui lo conobbi, assorbito dalla morte troppo presto, mestissimo e sfiduciato dall'arte, cui aveva volte le spalle per più sicura esistenza, e nei giorni gagliardi, ne' quali la repubblicana amicizia di Perrussia e di Quadrio, editori per gusto e per amore delle lettere, gli apriva la _Casa editrice sociale_ e ne accoglieva i romanzi. — Dalle loro pagine donna Venere-Tisbe-Clementina-Salieri-Arditi-Miller, può dire, a conforto della _Desinenza in A_... e del misoginismo del tempo: «Se sapessero[109], quanti sguardi non significano altro che: _Sei tu il mio cinque franchi_? — oppure: _Vuoi tu essere il mio due-franchi_?» Per lo che Tronconi istesso interviene e riflette: «Ogni[110] donna è un caso nuovo. Dobbiamo quindi regolarci secondo i casi. Certo, bisogna capire... e qualche volta si capisce... quando non si è innamorati — perchè è la _femmina_ che rende ciechi noi altri. — Ora, la femmina è fuori e la _donna_ è dentro. Bisogna trovar la chiave». Egli tornava a distinguere, a far due parti di un tutto: e bene, la sua dedica non rifuse, come la _Palingenesi_ dossiana? «A Lei[111] che ricorderà questi versi giusti... ma ingiusti:
So che. . . . . . . . . amore In. . . . . . . . . . . uccidi So che. . . . . . . . . core So che. . . . . . . . . irridi. Pur. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E non inorridisca, se....
In Arte, tutto ha la sua ragione d'essere — purchè tutto sia al suo posto. Quell'intelligenza che mi si è rivelata così bella... può comprendermi bene». — Comprendono male i barzineggianti, che fan della morale ad uso de' cotonieri e dei caratisti delle fabriche nostrane di automobili. Perciò, qui, Cesare Tronconi può trovare il suo posto; da che, mi pare che questo sia un rosario recitato a tutti i santi senza altare, e destinati alle future basiliche della sincerità.
Per allora, un momentaneo entusiasmo spingeva il Dossi alla popolarità; parve che sorgesse e potesse insistere, nel cielo torbido delle lettere e della critica riconosciuto, il sole meridiano della novella e del romanzo nostrano. Altri, in un impeto di bufera artificiale, vennero, come nubi a distendersi cupe, a velare per poco la faccia d'oro e di luce; poi si dileguarono: ritornò il sole a soggiogare le nebbie.
Comunque tutti i poveri di spirito della pudibonda melensaggine patria e confessionale gridarono allo scandalo ed alla irriverenza. Li ultimi cavalieri di Re Arthus infiordalisati sotto la procura lasciata loro da Tomaseo se me adontarono. Risuscitarono, per l'occasione, li spauracchi più neri del loro arsenale di guerra, a difesa del loro sacratissimo e male odoroso pudore, per difetto di cotidiane ed igieniche abbluzioni alle parti, domandarono per ogni dove, foglie di fico, di platani e di vite; Stecchetti pornografo, Carducci ateo e fuori legge; altrove Swinburne contaminatore di Londra; qui Dossi infamato con quelli. E, nelli insulti verbali, la rugiadosa pastorelleria risuscitò dal _Bosco Parrasio_, per scolare nelle pie giaculatorie manzoniane, trovando che _La Desinenza in A_ aveva sorpassato _Nana_. Certo, ha detto più di Zola perchè Dossi è più grande stilista; dove s'arresta la fotografia zoliana, là incomincia l'idealismo dossiano. Il suo timbro risuona in tono ben diverso che non squilli il gong di _Nuova Polemica_; unico ancora tra i suoi coetanei a dare quella nota di sua esclusiva personalità. Egli ebbe il coraggio di riscrivere il vecchiume misogino di venti secoli di letteratura, eroicamente senza ridirlo saggiandolo al suo tempo, provandone il contenuto colli aspetti che l'epoca sua gli offriva in ispettacolo: aggiunse, alla fisiologia ed alla patologia classica e romantica dell'odio e del disgusto per la femina, la novissima diagnosi delle donne ch'egli seppe e vissero con lui, le fermò, indice di costumi sociali, di un agire singolare. Chi considera _La Desinenza in A_, come fa del resto il Croce al puro obbiettivo del metodo estetico da lui ereditato da De-Sanctis, si svia. Carlo Dossi non va giudicato, isolato, come categoria, ma deve essere posto a paragone di uomini e di avvenimenti, ragione storica non solo d'arte, circondato dalla sua atmosfera morale e fisica, da cui respirò idee e nutrimento, cui ridiede nerbo ed eccitamento per maggiori volate di bellezza e di sincera applicazione.
Egli può venir imputato, da chi sa molto e non ha oscura nessuna delle letterature europee, d'aver riportato in tempo presente il succo delle pagine argutissime, felicissime, piene di vita del Delicado, spagnuolo, canonico che amò l'Italia, le sue cortigiane, le avventure di passione e di risa e di scherno del nostro rinascimento e diede a noi il più storico simbolo di quella umanità colla _Lozana andalusa_. Altri potranno obbiettare che _La Desinenza in A_ si appaja in alcuni capitoli in parentela prossima ai _Raggionamenti_ del divino Aretino, ed io pure sarò di questo parere; ma tra Carlo Dossi ed il Messer Pietro intercorrono oltre trecent'anni, ed il _la_ de' _Raggionamenti_ è la dilettazione sessuale soppannata di satira, mentre qui risuona in timbro di riprovazione e protegge le verità contro le menzogne. E poi, che gioverebbe questo paragone? A confermare l'opinione mia espressa altrove che il nostro realismo italiano non fu altro che un passaggio classicista, un ritorno al motivo iniziale e positivo della nostra rinascenza, sollecitato dalla voga zoliana; un rivedere in massa e materia, in plastica ed in pittura il mondo che il romanticismo intermesso, ma soffocato aveva descritto in idee ed in forza, in possibilità ed in trasformazione. Il valore nuovo di Carlo Dossi sta come azione di vita e d'arte, pur esplicandosi con formule naturaliste, metodo di arte per la tangibilità.
Oggi, pur troppo, lo so per esperienza, tornano i giorni dell'_Indice_: corre per le città una turba di iconoclasti e di svergognati piissimi in cerca del vero e del bello, e, perchè nudi, li fanno sudici. Non accorge la morale bruttura della sua anima collettiva e feroce. Oggi, il _Concetto della Pornografia_ ha cambiato sede; io lo rimetto nel cervello, quelli altri lo inchiodano, tra coscia e coscia, nel sesso. Oggi, la pornografia è venuta in coturno a passeggiare, tra li onori delle pubbliche sedute parlamentari, careggiatavi delle 40.000 firme di dame e di dami di bergamasca e grottesca notorietà: _coprire è mentire_. — Oggi, pornografia non è più quanto insulta, o non rispetta, il diritto d'arte, la bellezza della forma, la necessità funzionale e naturale della letteratura. — Pornografia non è pur sempre, e dovrebbe essere, quel pleonasmo che esorbita sul necessario, il dettaglio viziosamente enormizzato a proposito, sì da riempire il primo piano, la piccola e misera ragione di sfondo, l'atto accessorio, verso cui si vuole forzatamente condurre l'attenzione del lettore; dove rimangono l'artificiosa esposizione, l'inutile suggestione intensiva per li esercizii dell'inguinaja e delle perversità, certo di natura, ma non tutta la natura. Molti libri, affatturati su questa ricetta, invece, hanno spaccio per ciò, e sono lodati; moltissimi lettori vi accorrono, se a pagina tale, o tal'altra, degustano il sal amaro ed il limone spremuto di scene speciali, in cui Garaguez e Priapo, turco e romano, falliformi soggetti esemplari, discutono colla _chteis_ greca e si accordano internazionalmente sempre, qualunque siano le loro capacità. Tali pubblicazioni si determinano per lucro; dimostrano l'esibizione, l'eccitamento, l'offerta, la soddisfazione acquistata a tariffa: «πόρνη bagascia: anche l'etimologia insegna; colei che vende piacere, che inganna, cioè, all'amore eseguendone tutti li atti; colei che è l'_idolatra_ secondo il senso evangelico di Paolo da Tarso; insomma, la mercantessa di cose false, di spasimi e di voluttà simulate, di preghiere mentite verso una falsa e bugiarda divinità. Così, la letteratura pornografica rimane la menzogna gesuitica e male espressa: La _Pia Giovanetta_ del canonico Nava, _La Via del Paradiso_, i romanzi ascetici e modernisti del Fogazzaro, il brecciame e la rigatteria variopinta, ricucita insieme, li sfoggi invelati di lussuria da basso impero, centone d'annunziano: tutta la roba rinverniciata, ridorata, a richiesta del tempo giudeo e ghettajuolo, le acadabranti posizioni ultra aretinesche, l'ambiguo ed il grigio, ad encomio, dell'epoca pigra e lutolenta, che appare, ora, sotto l'etichetta del libertinaggio, poi, della scienza, quindi, della religione, per ingannare, per corrompere, per farsi comperare, perchè autore ed editore ne abbiano i profitti maggiori: _Pornografia_.
E già che ci siamo, oh si, pornografia il nostro reggimento politico, in cui nulla è spontaneo, sincero, serenamente responsabile, in cui tutto è un affare, una burla insidiosa ed assurda, un commento pagato, un volo lucrato. Onde, se un giudeo di grandi numeri e di vertiginosa eloquenza, ipostasi non corretta di un montanaro allobrogo e cinico, interposto Luzzatti al potere dittatoriale di un Giolitti; se il filosofo-economista-scrittore di sulla religione sulla tolleranza, sui diritti dell'anima e della pancia, in bilancia tra il Ferri, avidissimo guascone di prerogative ministerali, ed il salesiano astuto bracconiere di coscienze e dilettante di gaudi deretani; se il Primo Ministro di quest'ultimo regno ingiurioso al buon senso ed alla virtù (ahimè, virtù!...) italiana, spaccia circolari per difendere la morale pubblica dai libri, dalle stampe, dalle cartoline, dalle scatole di zolfanelli, dalle maglie color carne, dalli inviti pandemii, dalle occhiate che offrono, dai _pis-pis_ coi quali anche la povera prostituta si sfama, se, in quest'ora grigia dentro cui l'episcopato trionfa in Parlamento, la scuola è mancipia dei frati e delle monache, le banche passano allo sconto dietro l'attestazione _del biglietto di pasqua_, si vien parlando di morale, di ritorno ai sacri affetti della famiglia, d'instaurazione etica, di conservazione della innocenza, di diritti sacrosanti alla pura ignoranza delle vergini; oh, sii, sono assolutamente convinto che tutto è pornografia tranne le aperte imagini, le belle pagine, le sincere rappresentazioni che danno l'uomo nudo ne' suoi atti d'amore; tranne l'eterno, purissimo, vittorioso nostro paganesimo che insorge contro i Cristi e le Madonne rachitiche, colle sue bellezze, vituperando in quelli venti secoli barbari e tenebrosi di teocrazia, di dispotismo, di ferocia cristiana, attestando la sua perenne divinità umana già mai oscena, se l'arte colga in ogni positura, e, commossa, rappresenti carne e spirito nell'odio, nel piacere, nel delirio insindacabile dell'amore, compartecipato gratuitamente, proferto ed accolto. E grido: «Se incominciassero codesti preti della morale pubblica a redimersi alla vera morale!».