Part 11
E bene, bando ai gufi! Questa è altra musica e orchestra! A me i giovanotti che vivono all'avventata, facendo l'amore sui pianerottoli! A me i prudentissimi vecchi, che han sempre fatto lo zio e i verginoni senza rammarico, e i «non[92] indegni di aver perduto la prima! — Or chi mi dona una rossa matita? Tu Cletto mio? Oh, grazie! — E la rompo. — Mezza è per te, criti-cuccio, cui ogni mio sproposito è seme di mille tuoi — tu giudice inquisitore che non amasti che il male, per poi, se nol trovi, inventarlo. Hai qui casi di maggiore scomunica, eresie da tanaglia e da rogo. Troverai idee nuove, che tali almeno parranno alla tua squisita ignoranza, troverai gagliardi sapori, che a te, assuefatto alle più scempie pappine, abbaglieranno il palato. — Ma che vuoi? A gusti scaltriti (ed io sol cucino per essi) non può l'ingenuo manzo piacere se non a forza di salsa. Anzi anche il sale è talvolta lor dolce, e però ci vuol pepe. Viva il pepe che salva i panni dal tarlo — ed anche i libri». — Ora, se volete ascoltarlo e vedere, venite qui: se no spulezzate in fretta e subito sull'entrata. — «Chi ama le comedie prive di sesso, ha i teatri suoi, ha i suoi burattini, dove, può assistere senza pericolo alcuno, da quello all'infuori di addormentarsi. Per i poveri d'intelligenza provvede la caldaja dei frati, c'è una letteratura estesissima, nientemeno che il novantanove per cento di ogni biblioteca. Ne profittino, dunque. L'acqua non costa nulla e rinfresca. Questo libro contiene, certo, veleni, ma anche i veleni sono utili, basta sapere dosarseli; così che l'arte della salute — intendi per burla la medicina — fonda in gran parte su di essi. Non succhia il midollo di un libro se non il lettore, il quale si trovi in una disposizione di nervi consimile a quella in cui era, scrivendo, l'autore. Il gran Milton è da leggersi la domenica, quando si accumula nell'atmosfera il religioso uragano fatto di nubi d'incenso, di cerei lampi, di armonioso tuono di organi; Leopardi in una giornata piovosa, colla disgrazia ai calcagni e la dispepsia allo stomaco; Cattaneo in un'aula parlamentare, assente lo sfibratore Depretis; Carducci, sotto un arco romano, non medicato dal dottor Baccelli; Correnti, fra le stoffe preziose e le rarità antiquarie; Hugo al mare. Così è nell'epoca del malinconico e verginale erotismo dell'adolescenza che più si comprende la _Vita nuova_ del giovinetto Allighieri, ed è nell'ora del disinganno amoroso che il presente volume sembrerà facile e piano.
Il Daimon greco di Carlo Dossi si è tramutato nel Dimonio gotico: gli imporrà tutte le birichinerie del caso; lo doterà d'ogni e più secreto strumento, doppia vista, invisibilità, volar per l'aria, sprofondarsi sotto terra, penetrare nelle camere chiuse e sotto le lenzuola del letto, essere ovunque: l'ubiquità lo franca d'ogni _alibi_ e d'ogni presenza, nello stesso momento. Altro che l'_Asmodeo_ di Le Sage, il _Shallaballah_ della _puppets-woman londinese_! Egli è il _Belfegor_ di Machiavello, il _Mephisto_ di Göthe, è il _Diavolo margravio di Von Grabbe_; per di più ha in dito, a talismano, l'_anello di Gige_.
Scoperchia tetti seziona case, divarica cortine... e coscie, spalanca imposte, abbatte usci e tramezze; segna e segue chiunque incontra sulla via pubblica; ne pesa il cervelletto dalla cuticagna; penetra nell'occipite e s'aggira nelle circonvoluzioni cerebrali; discende pel midollo spinale; si sofferma ad analizzare il succo che ne spremono le ghiandole: divide la vita feminile in tre parti; le dice tre atti di una tragedia comica di dieci scene ciascuna, in cui dramatizzano e farseggiano personaggi esemplari; precede ogni atto un _Ouverture_, come una sinfonia, che riassume, _leit-motiv_ e spunti, accenni musicali e variazioni, tutta la tematica della orchestra e del canto; _Intermezzi_ e _Finale_, che si presentano, come il coro della tragedia eschilea e della comedia aristofanesca, e, se non danno il giudizio della folla, pure come il _personaggio che canta_ e il _genio muto_ della scena chinese, come il _Gracioso_ di Garcilaso e di Lope de Vega, esprimono il sentimento e l'intervento dell'autore.
Pupe di carne innervate a capricci ed a cattiverie, pupe di cenci, di cera, di mecanismo, si rispondono, nel giuoco, appena uscite dalla culla, in sulle prime pagine; si destreggiano, nella scuola redibitoria della guardaroba, del lavandino, della scuderia, nella normale educazione del servidorame; incominciano a vivere a paragone per la civetteria, l'inganno, l'intrigo, l'elegante viziosità.
Carlo Dossi, non ancora padre, non ancora chino a scoprire ed a scifrare l'intimo fiorire della intelligenza e del sentimento sopra figli suoi, ebbe delle intuizioni esatte, delle rivelazioni istintive e naturali, quando dettaglia il piccolo tenace ed egoista organismo della feminilità bamboleggiante; prescrive anche una norma a' suoi per il futuro.
Poi il Collegio; un collegio tipico di ricchi, dove incontrate le bimbe di Rimbaud e di Tarchetti ad erudirsi; dove si risvegliano le prime prurigini; dove, le angiolette meditano, col palato, il terzo dei sacramenti ed altre si preparano al settimo»; mentre si disputano «a gara il Millo del portinajo, un gongolino di un anno e se lo serrano al seno, e gli fanno il linguino, e il pizzicorino, e lo mangiucchian di baci e carezze — baci che han denti, carezze che hanno unghie — palleggiandolo, soppesandolo, mirandolo e di sopra e di sotto e all'indrizzo e al rovescio, per imparare forse, come i bimbi si fanno». E le malignità, e le insinuazioni: si determinano i caratteri.
Vi son dipinti i balli e le ragunate: casa Polonia espone le proprie magrezze, ricoperte per pudicizia, colle figliuole da marito; le mamme decantano le palesi e nascoste virtù delle loro bimbe all'incanto. — E l'amor di sorella risponde colla gelosia, colla diffamazione; e l'amicizia è impastata sul livore e l'invidia, che traboccano in cortesi scortesie, in aggraziati dispettucci, in umili vanaglorie, dove le linguettine fesse impastojate tra l'_r_ ed il _v_, lubriche di francese, unte di pittoresco gergo, lutolenti di domande indiscrete, schiumeggiano, dimostrano l'arte maravigliosa e feminile del _Flos duellatorum_, inchiovata, un'altra volta di più, in un odio sincero d'amicizia formale.
Noi sapremo come ami una madre la propria figlia; come, nelle gioie del matrimonio, si amino li sposi; noi vedremo morire la _marquise Iza Millerose di Garza_, maravigliosa maschera indimenticabile, erotta diritta a sfida per _Les Diaboliques_ di Barbey d'Aurevilly; se chiede alla infermiera lo specchietto, al sacerdote il viatico, al vasetto cinabro e cerussa per comparire, dipinto cadavere, in sulle soglie della eternità, mormorando le antitesi di sua vita, tra il sonno e la veglia: «Suis-je en ordre pour le bal? où êtes-vous, mes amis? Dio, non rapitemi il sole! Il bujo soffoca — e lo specchietto le fuggì di mano. — Perdo il chignon!... Mamma, il chignon!... e con un profondo sospiro, Iza piegò sulla spalla il capo, torta la bocca». Fissa la statua perenne, nel marmo della morte, Carlo Dossi.
Escano a stuolo le _bergamine serotine_, le lussuriose rondinelle del crepuscolo e della notte; portino la pregustata golosità, il piacere alla caccia del vizio; ridestino le memorie del lavoro di Venere, la rinomea delle manipolazioni erotiche e strane.
L'evocatore sfoggia la sua potenza; chiama a sè lo Spirito della Lussuria, senza materiale corrispondenza, senza bisogno di un seguito diretto, in cui si sfibri e si plachi. L'atto si annulla alla visione; rimane l'entità _psichica e morale della intenzione_; il gesto si spiritualizza, s'infosfora di bellezza e di pensiero; l'animo dell'artista, erotizzato, si esaspera; il cervello persiste a definire, in etica, l'estetica; rende la nobiltà di un ideale entro cui combattono e fremono, senza potersi superare, in vicenda, il Cielo e l'Inferno. È l'umanità nel suo punto più nudo e più crudo, in bilancia sulla Purezza e la Lussuria, fulcro Priapo; pietra nera d'Elagabalo discettatore della ragione animale ed eterna.
La punta della penna di Carlo Dossi stride ed incide, nera, sulla carta indelebile; non l'emula lo stile libero, che tracciò il museo secreto di Giulio Romano, di Marc'Antonio, de' Caracci, dell'olandese Torrentius, delle stampe saporose e grasse di Rembrandt; le _grivoiseries_ postillate ed acquarellate, a sanguigna ed a _grisailles_, dei La Tour, di Boucher, di Fragonard, delli artisti in diciottesimo, del diciottesimo secolo, che hanno dato il massimo contributo al _Décolleté et Retroussé_ di quattro secoli di _gauloiseries_, non la superarono mai. Anche Rowlandson, colla sua gioja ventripotente e massiccia, anche Hogarth son già sorpassati. Goya gli cavalca alla portiera di sinistra, a destra Rops; essi gli porgono il terribile ed il delizioso; riabilitano, colla soferenza la lussuria: «Oh se la voluttà non è che il sorriso del dolore, la lussuria sarà lo strazio dell'amore!» Ancora i Giapponesi insegnano. Orribili e bellissime hanno dipinte delle donne riverse, li occhi chiusi, i denti serrati, tra la linea di sangue delle labra, il ventre martoriato, straziato da una caviglia spettacolosa; deformi li uomini e divini, inalberando un _lingam_, invidiato dal Dio di Lampsaco; orribile e martire, la donna succhiata dalle mille ventose di una piovra, e pur convulsa, isterica, soddisfatta dalla lussuria che conduce a morte: orribile e reogonico, il mostro ragno mygale, che divora, lentamente, il cuore alla fragile Tang Choui, la Dea della oscurità: orribile ed aspirante, la _Corona del Piacere_ incredibile scoltura ferruminata d'argento, d'oro, di stagno, di perle, di giada, di avorio, di legno, di bronzo, di corallo, di lacche, di porcellane; corona di tutti i peccati mortali, che si spiritualizzano in tutte le virtù: l'_Hoan-hi Koan-mieu_. Morte; Lussuria: perciò è morta Iza Millerose; perciò vengono portate in trionfo, da braccia maschili ed ebre, da banchieri, studenti e cavalieri di fortuna, sopra la majolica bianca degli sparati insudiciati da una notte di veglione, _la Sciana_ e la _Firisella debardeuses_ emerite di borse e borsacchini; perciò si baciano frementi, sulle bocche insaziate, nella cella conventuale, piissima, nuda a difendere il _vas spirituale_, la _janua coeli_, la _mystica rosa_, le monacelle ed, altra farnetica le serafiche misticità di Santa Teresa gridando: «_Dabo tibi dorsum et non faciem_» quasi parlasse al Diavolo, mentre s'intrattiene col suo confessore, — il che è lo stesso. Perciò tengono casini da giuoco per i barati, i bari ed i baroni, principesse valacche e russe, vive ed attuali similitudini di quella Leonora che andò sposa a Borso d'Este: «_faciem pictam, dotam fictam, vulvam non strictam_»; — perciò la Barbica vende carne tenera feminile e già scozzonata; — Sofonisba Altamura del Conneticut dispensa il feminismo alla moda — vi appaiono cinedi ed insatiriti; — la duchessa di Stabia, nuova Marulla, ingaggia domestici d'alta statura, dal collo toroso, dalle spalle quadre, a servirla per cocchieri e stalloni, salvo poi licenziarli, se, nel soddisfarla dimenticano di chiamarla _eccellenza_; Elda duchessa di Stabia, che _divaricavit tibias suas sub omni àrbore_.
Mirabile ed autentica sintesi letteraria; è sempre l'idealista precipitato in fondo alla cloaca sociale, dentro li infondibuli del sesso. Ne estrae il groviglio biblico: la donna, il dragone, l'uomo, il pomo: tra fiori, tra frasche, tra le angoscie: il serpe-dragone, sopra tutto, che rinchiude, nelle sue spire, tutto l'amore della umanità, che lo agglutina, lo protegge, lo cova e ne schiaccia mosto dalla pazzia e dall'isterismo. Mirabile assunzione della carne nell'ideale: Carlo Dossi, come Barbey d'Aurevilly, come Rops, come Péladan, come Villiers de l'Isle-Adam è un gnostico; Lussuria, per lui, sottintende la Morte, — donde trova: il Peccato, l'Assoluzione. Ne descrisse il simbolo Flaubert nella _Tentation de Saint Antoine_: «_Toutes sortes de bêtes effroyables surgissent: c'est une tête de mort avec une couronne de roses; elle domine un torse de femme d'une blancheur nacrée, et dessous le linceul une étoile fait comme une queue. Et tout le corps ondule à la manière d'un ver gigantesque, qui se tiendrait debout_». Gorgone d'altra e modernissima fattura, non quella che ha spaventato Sant'Epifanio, durante le sue preghiere, nel deserto: «La Gorgone somiglia ad una bella donna, i suoi capelli biondi terminano in teste di serpente; tutto il suo aspetto è incantevole; ma se tu la guardi, muori. Quando infuria di fregola, chiama, con voce armoniosa il leone ed il dragone e li altri animali, ma nessuno accorre all'invito. Quindi brama l'uomo. Costui si lascia ingannare e l'avvicina; ma s'Ella concede di nascondersi la testa la si cattura di sorpresa»: — «Questa donna, che nella sua bellezza sorride d'amori, ti regalerà l'anima e la morte»: termina Ottavio di Parigi. Nella sequenza di queste psichiche esperienze, il risultato è un paradosso, di queste espressioni esestiche la nota determinativa non è già la caricatura, ma l'humorismo: sopra la linea solita della realtà sociale si disegna la sigla personale della verità umana; la scoperta è ancora una specie di grottesco feminile.
L'humorismo ha trovato che sia il _vero pudore della donna_; portato dalla sua educazione, indica la paura dell'uomo consideratolo come nemico, prima d'averlo carnalmente saggiato. Ma fate ch'ella si famigliarizzi col mostro; ed il pudore sarà una natural reazione, la tattica istintiva di tutte le femine della zoologia, tattica e processo che mira alla sovraeccitazione dei sensi, all'erezione massima della virilità per l'assalto ed il possesso.
Il pudore — nel giudizio di Carlo Dossi — ed i connessi attucci difensivi della civetteria, sono cantaride, carezze squisitissime, via alla lussuria: la realtà sessuale compie quanto l'imaginazione ha mal indovinato, e qui la lussuria è l'unico legame che mantiene l'accordo carnale e psichico tra l'uomo e la donna; che quando incespica in un giuoco impotente risovviene la castità e la continenza per logico dispetto. Però ch'egli vide tutte le donne così: affannate ed intese a quest'unico scopo; saziare le bramosie del sesso. La sola dissimulazione che loro presterà non altro significa che l'apparenza forzata di dover ubbidire. Esse invece determinano e regnano; esse invece, si modellano, schiave compiacenti, ai disegni preconcetti del loro piacere, per soddisfarsi la morbosità curiosa della loro imaginazione, avendo l'aria di farsi mancipie di una millantata docilità.
Arte, artificio supremo scoperto e raccontato; le femine ci regalano ma si raddoppiano; la febre erotica abolisce i generi; vi è un _duale classico e greco_ che interviene, con un modo speciale e completo di verbo agito, ad esprimere una duplice azione concordata. Ma la virilità più da che non riceva,.... per quanto insofferente d'indugio e bramosa di critica la _Desinenza in A_, trionfi sopra la fregola pudicissimamente.
I timorati vergognosi di loro stessi, non lo credono, ma non importa. La _Desinenza in A_ raccorda le linee della passione collo stile acuto e dismagatore di un Rouvèyre, in tutti i suoi passaggi. Segue la donna, dallo sviluppo alla esplosione della voluttà, in ogni attitudine, quando le trine coprono una lupa, quando i lini male scoprono una tigre, quando le mussole denudano una leonessa che rugge. Carlo Dossi, se rifugge dal descriverci l'atto, lo suggerisce con due parole che ne uncinano l'imagine tra riga e riga di una banale presentazione; noi lo indoviniamo a canto ad ogni femina passante; di sotto alte maschere, che va rappresentando nelle attitudini le più solite, noi scopriamo l'unica positura animale, normale e personata caratteristicamente in una parola, in un aggettivo che riproduce in sulla ribalta letteraria l'altalenare commosso della foja.
E pure egli rimane freddo, come stanco e sazio: è l'artista che ha la mano sicura, ferma e traccia dal nudo vero la figura del modello lascivamente adagiato, con un tratto solo, dalla testa ai piedi e non si eccita: si ricorda, disegnando lucidamente, di tutta la nomenclatura topica ed anatomica, pronuncia delle frasi che palpeggiano ancora come mani sui fianchi tumidi, altre che graffiano e mordono di voluttà, ed or son tristi come ogni maschio dopo l'abbraccio; altre ancora che riflettono il delirio suppliziatore di cui persiste la torsione estasiata, il flagello della crudeltà, perchè Hilarion proclama: «La lussuria ne' suoi furori, come la penitenza, è sempre gratuitamente disinteressata: l'amor frenetico del corpo accelera la distruzione e proclama, colla sua stessa impotente debolezza, l'amplitudine dell'impossibile». Verdetto assolutamente futurista se un'altra volta Marinetti ne dà le ultime conseguenze in un _Mafarka_ africano e barbaro, disceso in modo insospettabile, — per quanto li altri non lo vogliano comprendere — dalla _Bibbia_ e dalla _Desinenza in A_.
Però che Carlo Dossi, come F. T. Marinetti, è un mistico e la filosofia del suo _Gineceo_, da tutte queste sue bocche spalancate, da tutti questi suoi ventri nudi e proferii, urla: «Noi siamo i procreatori: bianco di luna che inganna sulle rotondità callipigie e marmoree: però che la voragine si apre sotto, piena di ombre, aperta sul nulla; il maschio vi si troverà _sicut in vacuo basiliscus antro_» — Ma la _Desinenza in A_ trionfa anche dopo il coito, gelidamente ostentandosi doppia da un prisma nero. — Ricondotta _la carne_ ad una azione esagerata, immessala in un posto preponderante, colla brutalità, nel drama comico del mondo, opera come un perfetto esorcista, un demonologo della scuola di Sprenger, che, per troppo amore alla salvezza eterna dell'uomo fatturato e stregato, consiglia affidarlo alle fiamme del rogo. Nella donna trovò subito la patologia, le rare; cercando _la geniale_, ha sfogliato molte rose senza giungere alla sincerità, all'affetto generoso, alla dignità, al sicuro affidamento, cui avrebbe dedicato sè stesso. — Un gorgoglio di risa represse, lo avrebbe presto persuaso della enorme fatica inutile.
«E[93] le donne? Oh, le donne! Che modelli di spose, di ragazze, di nonne! Che virtù portentose! Se questo tempo dura, non c'è più corna per la jettatura».
Si ebbe davanti la folla della bagasceria rimorchiata da' suoi critici, uggiolantigli alle terga, «un[94] nuvolo di gonnelle, — dalla seta alla cotonina — ballerine ed avvocatesse (ambo oratrici coi piedi) trecche toscane e maestre di scuola (ambo appendici de' classici) sorelle di carità, mogli a nolo ed altre parenti posticcie, sarte, balie, modelle, cantiniere, telegrafiste, filandiere... un cibreo insomma di femmina, che, dopo di aver assistito ozioso alla pugna, cerca ora di riappicarla coi denti e colle unghie».
Ciascuna di esse egli accusa nelle sue virtù maleficenti; tiranni-domestici, bas-bleus, feministe, isteriche, streghe sobbillatici, ninfomani, simulatrici di reato, pervertite, vampiri dissanguatori, megere, prossenete, facitrici d'angioli, svuotascarselle e brachette, lo scandalo, il tormento, la peste, la sifilide. Erasmo di Rotterdam lo titilla a fianco: «Su via; bisogna confessarlo, la femina è un animale inetto e folle, e pure piacente e grazioso».
Quante volte le letterature europee, con diverse lingue, metri differenti, identiche intenzioni intonarono l'_Est enim mulier_ di Sant'Antonino misogino e taumaturgo, al cospetto della cristianità! L'_Avidum Animal_, che incomincia il suo alfabeto per terminare col _Zelus Zelotypus_, è ancora lo stesso. Tutte le massime, i proverbi della antichità, spolverati, ripoliti, riordinati _La Desinenza in A_ ripropone colle apostrofi contro il malinteso feminismo, dalla _Lisistrata_ aristofanesca al _pamphlet_, inglese del principio dell'800: _Women and the Alphabet_ d'Higginson; dalle diatribe d'aurevilliane alla psicologia stendhaliana, dalla epigrammatica della _Erotica Biblia_ all'odio posticcio di bravata futurista, genialmente marinettiana.
Anche il suo Swift permette allegramente il misoginismo, se concepiva la femina non come creatura umana ma come una specie di essere tra l'uomo e la scimmia, la quale è, tra li animali, mon il meno cattivo, ma certo il meno spendereccio e più divertente. — Anche un recentissimo e giovane Georges Fouret decanta maliziosamente _La Negresse blonde_:
«..... Sa mimique Me dicte, et je sais lire en ses regards profonds De vocables muets au sens metaphisique; Je comprends son regard et nous philosophons: Elle croit en Dieu par qui le soleil brille, Qui crea l'univers pour le bon chimpanzé, Puis, dont le Fils-Unique, un jour, s'est fait gorille Pour ravir le pécheur a l'enfer embrasè».
Dond'Eva evoluta, come codesta _Singesse_, va ragionando sul tema a mo' di Bernadette, intermessa una prova saffica classica e monacale: che, se non conosce Spinoza, s'acconcia a divertirsi, _ritornando_ a ballare, cioè ad arrampicarsi di nuovo sulli alberi trogloditicamente a quattro mani, come ha imparato a stento a suonare il piano ed a pensare a quattro mani.
Non sarà dunque logico l'intervento delle agitate verghe del sadismo e della correzione didattica:
«Asinus, nux, mulier simili lege ligati, Haec tria nil recte faciunt si verbera cessent»;
ed a che pro?
«Quid levius fumo? Flamen. Quid Flamine? Ventus. Quid vento? Mulier. Quid muliere? Nihil».
Dove potrà rifugiarsi col proprio amore? Dove imbattersi nella bellezza fresca, nell'innocenza generosa della Sulamite? Chi gli ripeterà il versetto del _Cantico dei Cantici_? «_Mane surgamus ad vineas, videamus si floret vinea, si flores fructus partorient, si flomerunt mala punica; ibi, dabo tibi ubera mea_». O fecondità della campagna, a maggio, ed in quell'incenso di corolle sbocciate, in quelle sicure promesse, prossime a fruttificare, la munificenza lieta e serena delle grazie di sposa! Si? _Cinque lire d'amore_ costa. Costei della sfacciata fornicazione è la più pura, perchè la più sincera: s'ella proclama le sue doti, sfoggia un inno maraviglioso alla Pandemia, al suo valore sociale di valvola di sicurezza per la pudicizia borghese, al suo merito profilattico ed igienico contro i pericoli e le degenerazioni dell'onanismo, alla sua divina compassione che nulla e nessuno rifiuta: e la lirica inchina alla prosa dossiana le più alte vette musicali, la satira si fa poema battuto nell'oro.