L'ora topica di Carlo Dossi

Part 10

Chapter 103,363 wordsPublic domain

Chi vuol impedire a questo sfarzo di scienza, di abilità, di sicurezza il mettersi in vetrina. Quale la _mano del veto_ che protenda un pennello intinto di nero fumo, per dar di frego ai disegni, per annullarli sotto tintura indelebile: «Voi non dovete dire; noi non vogliamo sapere! Vi manderemo la legge a inchiodarvi l'uscio, i gendarmi a rinchiudervi in muda: siete pericoloso». — «Baje! È la società pericolosa a sè stessa!». — Santa insistenza della sincerità! Come i barbari, come li anarchici che vedono rosso, li uomini dell'ordine, della legge, della bibbia, ricorrono al pugno; _manu militari_, apprestano la sanzione del loro privilegio, della loro povera e spaventata volontà «_Silentium_!» Sferra l'urto una catapulta contro lo strumento, l'apparecchio, lo specchio perfettissimo e fatato, che vede più di quanto non dovrebbe. Miracolo! Nell'infrangersi argentino e campanellante, sonoro e gajo come una risata di giovanetta, li specchi si moltiplicano; ogni pezzetto porta la sua immagine vergognosa; ogni scheggia riproduce li uomini d'ordine, di legge, di bibbia nelle loro più grottesche ed usuali abitudini; lo scandalo singolare si fa pubblico; tutti debbono rivedersi, messi alla berlina, che attira folla di motteggiatori e pur tra i beffeggiati. Baje! la violenza contro l'Arte aggiunge stipe secche alla bragia: divampa meglio la fiamma intorno, li Artisti cantano e danzano la canzone pirrica della rinnovata purificazione; quest'uomini dell'ordine inconsideratamente incendiarii li divertono, perchè, vedetene la contradizione:

«Quando[80] alcuno, compreso da queste verità, sorge come Parini e Porta a dare la vera poesia _civile_ contemporanea e topica; quando la applica alle tendenze pseudo-filantropiche, agli abusi, alle arti alle istituzioni libere; quando vi adombra alcuno de' vostri piccoli eroi, non quale se lo imagina il volgo, ma qual'è realmente: e tutto ciò con tocchi leggieri di gioconda ironia, colla bonarietà che si addice a questa ricca, grassa ed allegra Lombardia; allora, sapete che cosa succede? Dai più si ride, sì applaude, si vuole che si prosegua; ma nessuno francheggia il poeta di autorità e di protezione; ma tutti si ritirano in circolo a contemplare, sogghignando, l'assurda lotta di una povera penna isolata coi pregiudizii appoggiati alle casse d'oro. Poi si grida all'inquieto, all'accattabrighe, all'uomo pericoloso, all'imprudente che si compromette e si danneggia. In somma la stessa Civiltà s'impenna e si spaventa della troppa civiltà». — Povero Raiberti, del bel numero uno medico-poeta: la sua diagnosi torna attuale, come sulle bocche dei ben pensanti tornano le accuse: «Pericolosi, delinquenti!» Perchè? li Artisti di questa tempra non valgono assai più del borghese fabricatore di coperte di lana, di pezze di sete, di macinini da caffè e di rosarii, (che sono poi la stessa cosa) — di gingilli e di chincaglierie cavalleresche, di abluzionanti _bidets_ e di confessionali, (che lavano il di dentro ed il di fuori meticolosamente bene) — che battono acciajo per sciabole, vanghe, schiumarole, coperchi, catene, chiavi, chiavette inglesi per casse-forti e per cinti di castità? Eh via! È dunque per questo che l'Artista è un farabutto, perchè vi dà come siete e vi ride in faccia, vi ha visto piccoli, deformi, pretenziosi, vili, sudici, lui, oh, quanto puro, oh, quanto bello, oh, quanto nobile, oh, quanto grande al vostro paragone!

S'egli poi discende nelle grotte ipogee, lubriche, che stillicidano, pullulanti di lombrici, viscide di serpentelli ciechi, imbarricate di spesse ragnatele, trascorse dal volo flacido, delle membrane luttuose dei pipistrelli; se si sprofonda nelle miniere inesauste della sessualità, in che modo dovrà chiamare la cameretta verginale della educanda, la camera nuziale, il letto della vedova, il giaciglio della serva, il covo della quadrantaria? Potrà sostituirvi altre parole più determinative, senza esserne indispettito e scontento? Simbolo, ritrova _La Desinenza in A_.

Ritratti? Si: sempre _Ritratti umani_. Vi ricordate ciò che lo scultore Rubeck dice a Maja nella calma e calda mattinata d'estate, sulla riva di un _fiord_ norvegese, stazione balnearia, in mezzo al _comfort_ di un albergo di prim'ordine, ricco di giardini viridissimi e di fontane? Ibsen si sottintende dentro la maschera di Rubeck ultimo nell'_Epilogo in tre atti: Quando noi ci ridesteremo di tra i morti_: e confessa. «Altro vi ha dietro questi ritratti, a questi busti ch'io plasmo. Vi si trova alcun che di sospetto... qualche cosa vi si nasconde, vi si appiatta, ipocritamente, e che li altri uomini non accorgono. — Io solo lo vedo. E mi diverto secretamente. Già, per li altri, esteriormente, questi busti, queste plachette, questi bassorilievi posseggono quella _assomiglianza evidentissima_, per cui la folla fa le sue meraviglie, e ne resta intontita; ma là, in fondo, dentro, si dissimula, nel volto ora, un'onesta smorfia di cavallo in riposo, ora il muso di un asino restio, ora, un cranio di cane dalla fronte piatta, dalle orecchie penzoloni, ora un ghigno di porco in grassa, spesso, anche l'aspetto di un toro stupido e brutale. — Già; mia cara Maja, non altro di più, semplicemente lo schema, la caricatura de' nostri buoni animali domestici, quelli che l'uomo ha sfigurato... e che, a loro volta, sfigurano il proprio padrone. Bah! sono appunto quest'opere subdole, sornione, che li ottimi borghesi ricchi vengono a chiedermi e pagano.... oh, ingenuamente, a peso doro. Già, ed io son felice».

Veramente, i grassi borghesi d'Italia non vennero mai in folla a comperare i loro propri _Ritratti_, che Carlo Dossi aveva loro preso sopra misura: egli è meno prudente dello scultore Rubeck; comunque non se ne duole ed è lieto del pari.

«Ma passiamo[81], per ora nella galleria de' _Ritratti umani_, dove tutte si accumulano le nubi del cielo mio, dove i colori bui e l'aggrondatura predominano a simiglianza di quelle caliginose imagini di antenati che, nei palazzi patrizi, occhieggiano biechi i loro rachitici successori»; egli ci fa il cicerone delle tele esposte, ci racconta vita, morte e miracoli. Per questa volta essi sono nella categoria delli infusorii e dei parassiti sociali, di cui le lenti dell'interno e nascosto microscopio, han fermato, con sicurezza, il profilo; de' quali li organi di relazione e di digestione furono delimitati esattamente col loro ufficio, pompe aspiranti e lancette tricuspidate di mosche, di zanzare, di vespe, zanche dentate di scarafaggi, di coprobii e di coprofaghi, bisturi flebotomi di pulici, sesso generosamente prolifico di aragnidi capillari.

Eccovi i _Lettori_ in varia categoria; quelli che pur trovano di poter spendere qualche lira, oltre alle cento che sprecano in guanti, in falso _Champagne_, in baci inverecondi; i lettori quasi analfabeti ma dotati di molte pretese legislative e no. — I _Lettori misti_ spulcia-codici, puristi ed etimologisti, ed altra roba in _cisti_, umile come la coronata _humilitas_ dei Borromei: _Lettori scriventi_, pesca grossa e pesca minuta; i _Lettori puri, li sciocchi, i salati_. — «Se non altro», direte, «questo letterato, ci conosce bene, sin dal principio, ci indispettisce subito e noi di rimando gli saremo scortesissimi».

Scortesissimi, del resto, come la presunzioni de' _Dilettanti_: seguono, _la cantatina di buona famiglia; — l'ammacchiatore di acquarelli; — il cuoco dilettante avvelenatore_, secondo i precetti di Brillat-Savarin o le norme di Monsignor Bignami; _il dilettante vinicultore, bachicultore, floricoltore; — il dilettante auriga e cavallerizzo; — il dilettante benefattore; — il dilettante amoroso; — il dilettante medico; — Domine a delectantibus libera nos!_

Perchè, subito, incontrate i _Seccatori_ che stanno un gradino più in su, — poi, la _Gente-che-sparagna_, che _tiene da conto_; poi, i _Poveri Cristi_, che han da mangiare _quando possono_, di fronte alli _Epuloni_ che mangiano quando vogliono; — poi, li _Allarmisti_, quelli _ecclesiastici_, quelli _politici_, que' _sanitarii_, tutte brave persone piene di scrupoli, di paure, che hanno gambe agilissime, leporine, orecchie all'agguato e tese, conigliesche, pallori, lagrime, diarree, dissenterie marziali, politiche di raccoglimento e di riflessioni... _venostiane_, dice Carlo Dossi, io vi aggiungo _giolitto-tittoniane_, per concordar col tempo.

Ed altri giungono sempre in ritardo o troppo presto; i _Contrattempisti_; eccellono le donne: «la[82] maggior parte delle quali non fa mai nulla a suo tempo, cominciando dai bimbi» «Contrattempista[83] è l'architetto che, a glorificare un avvenimento attuale, innalza un edificio nello stile di dieci secoli fa; (convien forse ricordarne i nomi e con quelli l'illustre e glorioso, ma morto Sacconi?). Contrattempista è il politico, che in mezzo ad un popolo avido di libertà, di progresso, di potenza, stringe paurosamente i freni sciupando la generosità di un corsiero in un lavoro di machina burocratica, contrattempisti, più che tutti, siam noi, scrittori, che ci ostiniamo a presentar libri a una Italia che non sa leggere».

Ma codesti scrittori, ed io sono tra loro, hanno subito imparato ed usano i _Vantaggi dell'ineducazione_. Tutti ci possono, a loro pesta, gridar contro: «Maleducati, zoticoni, bifolchi!» Essi non potrebbero, con più grato profumo, incensarci. È piacer nostro, è nostra virtù, è nostro vanto, di comparire presso di loro ineducati. Niente Della Casa, niente Baldassar Castiglione, niente Melchiorre Gioja del galateo academico-professionale-aulico-costituzionale; noi non vogliamo mai più sciupare il nostro tempo nelle loro stalle a mangiatola dorata.

Altri si incontrano, per caso e sono li _Irreperibili_ quando debbono pagar di borsa e di persona. Ma, ovunque, li troverete, arrugginite cavallette de' Comitati, locusta divoratrice di _Fiere di Beneficenza_, con voce reboante, spettacolosa corporatura, insommergibile impudenza sul palcoscenico delle vanità, delle rinomee, delle vuote gonfiature scipite. — O si fan piccoli, miserabili, mendichi per aumentar in fortuna; — o dicono di fare, di lavorare, procurandosi le mostre e le apparenze, politici, letterati, scienziati: e nessuno e nessuna libreria, nessun museo, nessuna esposizione protese le loro opere mai.

I _Fannulloni_ sono i più fortunati. — _Teologi_, creature diafane e galleggianti, come palloncini nell'aria, sonnambolici per la frequenza colli inquilini di là su; — _Metafisici_, che abitano in un cielo incontrollabile ed in un sistema planetario di semplice masturbazione, detto filosofico: — _Gramatici_, che protendono il trionfo della parola sullo spirito: è la _Gramatica_ l'erba, dove in fatti, si sdraiano e brucano i fannulloni, che presi a burla da tutti, entrano a pieni voti nelle academie — il _refugium mediocritatis_, — e vi finiscono — fortunati noi! — ad addormentarsi: _Oratori_, trottole parlamentari e forensi, il cui scopo è dir nulla in molte parole, gonfiando ogni argomento col fiato dei loro polmoni, ciarlando e rimovendo forme elefantesche, pachidermi trombettanti a barriti disarmonici colla letteratura conferenziera ed alimentare.

E venga qui la razza dei _Matematici_ calata nella seducentissima Italia, allora fresca, fresca, oggi, pur troppo, con germogli, rampolli e ceppaje inradicate di loro gramigne; i «Matematici[84], uno de' trampoli del dispotismo, odiatori della originalità, sillogistici sragionatori, preceduti da legge senza amore a terrorizzare l'istruzione, a desolarci il buon senso, barbari odierni, _mondeghiglia_ di erudizione».

Insieme a questi interessantissimi ed assomiglianti connotati, Carlo Dossi vi darà pure la _Ricetta per farsi illustri_; cioè come si giunga dai mediocri, al trionfo. Non distenderà il fresco enorme, mal disegnato e colorito a tintaccie villane e stridule de L'_Arriviste_ di Champsaur, zibaldone romantico-dramatico d'_appendice secolina_; ma precederà, con nostrana sottigliezza e maliziosa didattica, Henri Chateau, insegnandogli, quasi, i passi migliori del suo _Manuel de l'Arriviste_, dandogli le norme generali sul modo di vestirsi, di parlare, di porgere, di ammobigliare il proprio appartamento, con speciale riguardo lo studio; il _recipe_ di non perder di vista li odori della cucina e pur di aver occhio alla bandieruola della fortuna. «Sii puttaniere, spilorcio, legalmente birbo in tua casa, — padrone — inviolabile è il domicilio; basta che la facciata stia in regola colla commissione d'ornato. Ti consiglio, per tanto, di pendere più dalle vecchie che dalle nuove idee: mettiti in fronte allo scrittojo qualche ritratto di celebrità, vere anche, ma a patto che siano antiche, o, se contemporanee, a patto che sieno false. Un busto, un medaglione, ad esempio, di un Cantù, o di un Bonghi, farebbe egregiamente al tuo caso. Non temere la spesa. Basta il gesso». Polvere di scagliola e pasticcio di mota rappresa, la fama che si vende dalle gazzette a buon mercato: per Carlo Dossi, per quest'uomo piccolo, sparuto, magro, di poche parole, che difficilmente vi accoglie nella sua casa, acutissimo, che sembra saper tutto, che vede quanto alli altri sfugge, non ebbero che dei sorrisi di commiserazione. Ed egli, che ascoltò il cuore secreto della società, porge la mano esperta al polso de' veri e falsi ammalati; fa loro da medico, d'infermiere, da Giovenale, li sostituisce, degente.

Domanda al Dottor Ferretti «che, dopo avere per tanto tempo e con tanta ostinazione sofferto, per necessità di natura, la parte dell'ammalato», gli sia concesso il diritto di fingere — per breve capriccio d'arte — la parte del medico. Il Dottor Ferretti non è più nella prima giovanezza, ha trentott'anni; è discretamente colto in belle lettere; ha qualche ambizione politica, molto amore per il suo ufficio e per li ammalati in sua cura; la praticaccia del mestiere non gli ha ottuso la sensibilità: è un uomo di mondo ed onesto. Il Dottor Ferretti gli concede la sua persona, il suo _stifelius_, la cravatta bianca, i guanti _gris-perle_, il cilindro, l'aspetto elegante e sereno di un procuratore della morte, la tranquillità dello scienziato. Esso rappresenta il medico moderno. Non più i Merlini ed i Sabini, con barbe e zimarre e berrettoni; non più i _Grotteschi_, che balzano nel _Monsieur de Pourceaugnac_, colle più acadabranti preteste ed i più stolidi medicamenti; non più il sottile medico di Montesquieu e delle _Lettres persanes_, farcito de' misteri della cabala e della potenza delle evocative projezioni — ricordiamo le sue tisane purgative, i vomitivi, le sanguettate, i clisteri generosamente inferti di revulsionante e letteraria indicazione —; non più il _Medico-categoria_, soggetto de' mille epigrammi, da Marziale al _Magister Stopinus_; non ancora le crudeltà fredde, matematiche e professionali dei _Morticoles_ dell'ultimo Daudet; nè la curiosità scientifica e sanguinaria, l'avarizia sistematica, che dibatte il prezzo, al letto del moribondo del _principe chirurgo_, emerso dalle pagine aspre e virulenti del Mirbean; nè la lunga satira di dolore, di angoscie e di rassegnazione de' _Dottori in Medicina_ di Carlo Del Balzo; nè il sacrificio compartecipato d'abnegazione del medico-sacerdote di _La Force du Mal_ di Paul Adam.

Non è nè meno il medico-romanziere, della sanguinolenta e clinica autobiografia, il dottor Veressaïef delle: _Memorie di un medico_; le quali ebbero successo tolstoiano in sulla fine del secolo scorso in Russia rappresentando la dolorosa confessione di una vita di professionista tra il rammarico costatato della impotenza, della menzogna e della sterilità di una medicina di grido e di una chirurgia di fama internazionale impiegate nei casi difficili al letto de' pazienti: non codesta requisitoria contro l'ufficio sociale di una scienza la cui attività si manifesta in progresso sopra un cumulo di cadaveri; prodotto dalla inesperta e pur cocciuta curiosità travagliatrice per scoprire l'origine delle malattie, nelle vivisezioni, sopra li ammalati delli ospedali di pubblica beneficenza. — II Dottor Ferretti non è un mago di scienze miracolose; è un galantuomo professionista, che sa il suo conto, che si tiene al corrente delle ultime scoperte della chimica, delle ultime applicazioni elettriche, che già fa caso della chinesiterapia della laringojatria, dei microbi, de' bacilli, della igiene preventiva; egli non ha più in bocca l'_Ipepaquana_[85] o il _Sal de duobus_ non è chi vende la salute e li sforzi per non lasciar morire, come dice Raiberti; è chi sa, «come il volgo sia[86] sempre disposto a rinnegar la Medicina» e con ciò opera, senza illusione ed ancora con amore, il suo ministero.

Il Dottor Ferretti piacevoleggia; ha lo stile di Carlo Dossi, la pratica clinica di Giovanni Raiberti, il suo determinismo portiano:

«Gh'è[87] l'Omiopatia; Gh'è l'Idro-glacio-sudo-terapia; Gh'è i dottor dessedaa, stradessedaa, Che guarissen qualunque malattia Con i rispost di donn indormentaa».

Perchè questi nostri[88] «dottorini senza gravità, nè velluto alle unghie, abbigliati con gusto e ben pettinati, che fumano sigari e usano di occhialetto, che dottamente annojano poco, ma chiacchierano anche di capellini, che spesso sanno sonare delle polche e dei valsi, e, all'occorenza, ballarli», — questi eleganti cavalieri della farmacopea, del bistury e del forcipe, non hanno abolito l'erudita ciarlataneria, l'uomo essendo tuttora qual'era nelli eroici tempi: «dagli abiti in[89] fuori quel desso». Questione di livrea, di soppanno, di lavorini ricamati con arme differente, con colori opposti; Carlyle ce l'ha da tempo insegnato col suo _Sartor resartus_.

Il Dottar Ferretti regala a Carlo Dossi penna, carta, calamajo ed inchiostro molto nero, impresta la sua esperienza; l'altro se ne valga. — La penna corre, l'inchiostro tinge, afferma, inchioda in berlina. È tutta una spigliatezza, un ghirigoro liquido e scorrevole di frasi semplici e pungenti; ogni parola ha un aculeo, ogni virgola è un amo immesso a pescare nella coscienza del lettore, un uncino suggestivo; ogni esclamazione un graffio. Malati, malattie, infermieri, eredi che aspettano impazienti l'ultimo nato del parente ricco, che li ha diseredati; medicastri che ritengono la laurea in medicina come una licenza di caccia; delitti sordidi, crudeli, nascosti, appiattati sotto la lustra del titolo nobiliare; la gola, la lussuria, la sciocchezza, la paura; dilettanti ammalati e dilettanti isteriche; Putifarre de' proprii medici curanti; nevrastenia, cattiveria, ed, ultima perla, invece del veleno in fondo, la riconoscenza d'un brav'uomo: tutto questo rivedono, al passo elegante della chiacchiera saporita, i _Ritratti umani, dal calamaio di un medico_.

La sua magnifica innocenza ha dei traslati, che, come una luce raccolta acconsente al mormorio caldo della voluttà sussurrata senza adombrare il pudore, così, castamente, persuadono a fare quanto offenderebbe di udire; qui, si barzelletta ad aforismi ed a paradossi, come un conferenziere di bazzecole umanitarie; qui, si riversano, si smascherano le nagioni de' drami, che esplodono sopra la cronaca de' giornali, con meraviglia di tutti; le tare secrete e vergognose, donde provengono li aspetti interessanti, poetici, romantici delle persone per bene ed assai sentimentali. Che più? Il coraggio è sangue in copia. — La bontà? digestione perfetta. — Il rossore? delicatezza di pelle. — Carattere integro, irriconciliabile? mal di fegato. — Poetiche malinconie? semplice gotta! — Dalla cura alla bara il Dottor Ferretti, raddoppiato da Carlo Dossi, ci porta in sulle braccia scientifiche e disinteressate questo corpo, quest'anima; cencio e fiato intermittente, gettandoceli sul tavolo della necroscopia e della vivisezione: «Questa è!» dice. Si riporta alla biologia pura ed alla sua parente, anatomia comparata: «L'anima[90] — mi diceva Gorini — è come il vapore, che, sempre quello, dà effetti diversi, a seconda dei mecanici ordigni mossi da lui: perocchè la stessa anima, entrando in un organismo di tigre, rugge; in uno di augello canta; in uno di uomo pensa; in una di donna ama ». — «Ama?» riflette tutto solo Carlo Dossi, ridivenuto psicologo integrale. «Mente!» Ed ha la visione infernale e meretricia della _Palingenesi_ della sua _Desinenza in A_.

Certo è, che Carlo Dossi, appunto perchè conobbe in sul tardi la donna di dentro, come troppo presto l'aveva degustata platonicamente, si trovò da queste sue esperienze disgustato e spaventato insieme. Se, per quasi dieci anni, avrà patito una specie di purgatorio-libero più o meno matrimoniale; se, una sua perversamente ingenua amica la N... tenterà di mutargli in odio l'amicizia coll'ottimo Perelli; se, una T... si sarà incaricata di spampanare e portar in trionfo una pseudo-maternità incolpandogliela; se egli avrebbe potuto dire dell'A... paragonandola ai bagni arsenicali di Roncegno, scrivendo ad un amico: «Già mi tuffai in due bagni di arsenico: assuefatto ad un veleno che era il riassunto di tutti l'A..., me la cavai, ma non ne trassi fino ad ora sollievo»[91]: può lambiccare queste sue scoperte e prove provate nel suo libro capitale di lussurie rientrate, di misoginismo e di morale per un'opera, caustica, dissolvente, fuori della consuetudine, personalissima.

Su via, non arrossite; non fatemi i bambinoni maliziosi ed imbambolati, colti sul fatto: non lo negate! Voi avete pur avuto tra le mani questo libro diffamato, lo avete gustato in secreto; avete palpeggiata la sua copertina, che, sotto una fascia rossa colla nera leggenda del titolo, porta le due belle testine di Conconi; e l'una ride giovanilmente graziosa, e l'altra s'attrista precoce, vizza, inviziata, erma bifronte, il libro e la vita. «Scegliete», vi dice ancora l'autore: «Scegli ipocrita lettore,» soggiungo io, «_hypocrite lecteur_ baudelairiano, tu che non hai letto con animo puro _Lesbos_ e _Les Metamorphoses du Vampire_, ed hai foraggiato, colle mani tremanti, ne' secreti ripostigli di _Les Bijoux_, cercando il tuo vizio; scegli le pagine di questo volume, su cui tu non sapresti recitare una preghiera alla sincerità, senza di cui non esiste mortale, nè in Arte, nè nella Vita vissuta».

Essi sanno che non ci ingannano e pure continuano a ripeterci davanti i gesti archetipi della menzogna; impalpebrano li occhi, si nascondono il volto colle mani, arrossano, fuggono gettando grida d'orrore e trepidano, sfoggiano la mimica del _bluff_ della pudicizia, della castità, della verginità della compunzione, veri saltimbanchi della morale pubblica, presbiteriani dalle coscienze sporche, _jankees_ invischiati d'ogni vizio, ma ripoliti al di fuori, lucidi, specchianti, profumati, inganno vano e pretesa ignorante. Chamfort sogghigna ed io con lui: «Più il costume peggiora, ed in eguale misura s'aumentano le delicatezze della decenza. Per ciò, più li uomini si fanno viziosi, meglio applaudono ai quadri virtuosi». Vi risponde il Diavolo innamorato di Cazotte: «Mi avvedo, che da quando hanno incominciato a rispettarmi, e con me, li altri, ciascuno e tutti, io mi sento più infelice d'allora che mi si odiava». perchè il mondo è così: Fra Timoteo e Tartufe sono i più tristi bighelloni e ladri della opinione pubblica: essi leggono di nascosto _Desinenza in A_, se ne dilettano; interrogati pubblicamente, crocesignandosi, eruttano l'omelia delle virtù teologali, strillando come bimbi sculacciati dalla balia.