Part 20
Ma, pur troppo, l’autorità giudiziaria nelle lettere di pura cortesia dell’on. Sicuri si ostinava a trovare un reato... L’intervento dell’onorevole Lastri non aveva servito... Le vittime si volevano, per poter salvare i rei influenti, altolocati, potenti... L’opinione pubblica era assetata di riparazioni, di soddisfazioni... Nel 93 la ghigliottina, ora la morte civile.
La marchesa Giulia, vera eroina, per salvare l’amante aveva messo in gioco tutte le influenze della contessa Marcellin, non risparmiandosi per proprio conto.
Avvocato difensore irresistibile per la bellezza affascinante, il casato illustre, le ricchezze, era corsa per tutti i ministeri, aveva perorato presso tutti gli alti magistrati, aveva bussato a tutte le porte di personaggi politici, non chiedendo grazia, invocando giustizia.
Giuliano, incapace alla lotta, si era ripiegato su sè stesso, chiudendo gli occhî, come i bambini per non veder la folgore, turandosi gli orecchî, impaurito dal fragore del tuono.
Spinto alla Camera dalla volontà di Ruggeri, alla quale non sapeva resistere, sotto la rispettata protezione dell’onorevole Lastri, occupava ogni giorno il proprio banco di deputato, nell’atteggiamento di colpevole piuttosto che di innocente.
In quel mattino correva voce che alla presidenza fossero giunte le domande a procedere contro alcuni deputati.
Giuliano, pallido come cadavere, stava assiso al suo banco, straziato dal dubbio d’essere compreso fra gli accusati... Gli sembrava che tutti gli sguardi fossero rivolti su di lui. Per nascondere il proprio turbamento fingeva scrivere, ma in realtà non tracciava che parole senza senso... Non udì una sillaba della lettura del verbale, gli pareva sognare... il sogno tormentoso della notte del suo primo viaggio di deputato da Miralto, la stessa visione, le risa ed i cachinni dei colleghi, che lo beffeggiavano, la stessa apparizione; là in alto, come in una nube, Adele e il suo bimbo!...
La carta su cui la mano inconsciente tracciava i caratteri era bagnata di lacrime...
L’onorevole Boemi, brav’uomo, vicino di banco a Giuliano... a susurrargli all’orecchio:
— Coraggio, Sicuri... Tutti ti rendono giustizia... Via! Sii uomo!
Giuliano, richiamato alla realtà, si asciugò frettolosamente gli occhi, serrando riconoscente la mano al collega...
Un silenzio di tomba s’era fatto nell’aula affollata... I deputati, scesi nell’emiciclo, all’invito del presidente ritornavano ai loro posti, compresi della gravità della situazione sentendo tutta l’importanza delle comunicazioni preannunziate.
Le tribune erano gremite. Pure sarebbesi detto che gli spettatori rattenessero il respiro per meglio udire, tant’era il silenzio.
Spettacolo imponente, solenne, emozionante quanto quello di una degradazione militare.
Un colpo di campanello, ed il presidente annunziò essergli pervenuta, inviata dall’autorità giudiziaria, la domanda di autorizzazione a procedere contro un deputato.
La comunicazione era aspettata, pure un bisbiglio si sollevò dall’assemblea, bisbiglio subito represso dagli zittìi universali e da un rintocco del campanello. Udite! Udite!
Per nessuna catastrofe di dramma, a nessuna Corte d’Assise, nell’imminenza del verdetto, l’ansiosa aspettazione del pubblico fu maggiormente tesa.
La lettera del procuratore del re al presidente della Camera particolareggiava minutamente le prime indagini della giustizia dopo l’arresto degli imputati appartenenti all’Istituto Romano e complici. Dalle deposizioni degli accusati, dai documenti sequestrati appariva che ingenti somme di danaro furono spese dall’Istituto nell’intento di ottenere l’approvazione della «legge per la proroga del privilegio della emissione dei biglietti di banca», legge dal Parlamento votata infatti.
Giuliano, ricordando di aver appunto scritto qualche cosa in proposito al direttore dell’Istituto, non dubitava più di essere compreso fra gli accusati; si sentiva morire, avrebbe voluto essere cento metri sotterra.
Nella tensione d’animo in cui si trovava, tanto apparsagli chiara la propria compromissione, sarebbe svenuto, se, in quel mentre, un usciere non gli avesse recato una lettera dai noti caratteri... L’aperse e, con difficoltà per la vista ottenebrata, potè decifrare:
«_Giuliano_,
«Ritorno ora dall’ufficio del procuratore generale. Nessuna accusa contro di te.
«L’inchiesta trovò regolarissimi i tuoi conti... Le tue lettere inconcludenti... Salvo! Ed io, nella felice certezza, ti amo ancor più.
«GIULIA.»
L’onorevole Sicuri non credette a’ suoi occhî... Rilesse nuovamente per convincersi di non aver errato... Alzò lo sguardo alla tribuna della presidenza, come per aver un’affermazione di quella notizia che poteva essere una pietosa bugia; riconobbe l’amica, indovinò il di lei sorriso... Giulia salutava scuotendo leggermente il fazzoletto, raggiante di gioja.
La lettura del presidente continuava nel più profondo silenzio, appena turbato tratto tratto da qualche bisbiglio... Il nome del deputato accusato, De Respi, era stato pronunziato, e il documento assumeva il carattere d’una fiera requisitoria, che non doveva essere l’ultima, perchè il magistrato preannunziava nuove procedure contro altri deputati.
Gli articoli invocati del Codice penale erano il 168, il 63, il 171, il 172 ed il 204; ognuno dei quali comminava più anni di carcere.
Come un brivido di terrore, forse di pietà, corse per l’assemblea. Impressione profonda, terribile.
Terminata la lettura, i banchi, le gallerie si spopolarono.
Scena indimenticabile... Il deputato De Respi, il colpito dall’accusa giudiziaria, era rimasto solo al suo banco, in atteggiamento in apparenza impassibile, quasi sorridente. Si alzò, con mano ferma raccolse le carte, e fattone un plico, che mise sotto braccio, si dispose ad uscire. Ristette; nella di lui mente d’artista balenò forse un ricordo, come al narratore, che assisteva dalle tribune pubbliche a quel dramma: il plotone di fucilazione del maresciallo Ney, rappresentato dal pennello di Gérome... I soldati guidati da un’ufficiale, i quali, ad eccidio compiuto, se ne vanno riguardando con pietà paurosa la vittima inanimata, stesa al suolo bocconi. Così gli onorevoli, uscenti a frotte dall’aula, si volgevano al colpito dalla morte civile con sguardo pietoso ed impaurito... La solennità dell’esecuzione li aveva commossi.
Nessuno dubitava della di lui reità, per il rapido patrimonio ammassato, per la nomea di audace affarista; ma il collega così ucciso dalla spada della giustizia, che lo coglieva al sommo della popolarità, alla vigilia di afferrare l’ambito portafogli, era sì miseranda catastrofe, che atterriva... I complici suoi, minacciati anch’essi dal rigido magistrato, s’eran dileguati esterrefatti.
L’onorevole De Respi ristette e, portata una mano al cuore, come per uno spasimo improvviso, ricadde a sedere. Un coraggioso collega accorse a lui, l’esempio fu imitato da altri e, l’infelice, nell’ora fatale dell’espiazione, ebbe il conforto della generosa pietà anche di qualche avversario.
Di tutto ciò nulla aveva notato Giuliano, che, abbandonata l’aula, saliva alla tribuna della presidenza, onde ringraziare Giulia, ed effondere tutta la riconoscenza per l’amica devota, tutta la gioja per lo scampato pericolo.
L’emozione aveva spezzata la debole fibra. La lieta notizia, giuntagli tanto improvvisamente, il repentino passaggio dai dubbî accascianti alla consolante certezza della propria innocenza riconosciuta, avevan potuto più del supplizio sì lungamente durato; quando fu al limitare della tribuna, non resse e svenne stramazzando a terra, mal sostenuto dall’usciere, che, vedendolo barcollare, gli era accorso in ajuto.
Dai pochi presenti nel corridojo fu scambiato per il deputato De Respi... l’accusato.
La marchesa Giulia gli prestò le prime cure nell’appartamento della presidenza. Appena potè reggersi, Giuliano, ospitato nella carrozza della marchesa, fu ricondotto al di lui appartamento, preceduto da Ruggeri, avvertito dell’accaduto.
Divorato dalla febbre, fu posto a letto delirante. Febbre cerebrale, avea dichiarato il medico, sollecitamente chiamato.
Al capezzale, silenziosi, Giulia ed Ettore, che, avversarî fra loro, dall’amicizia e dall’amore erano stati riuniti nella stessa opera di carità. Entrambi testimonî dei vaneggiamenti del povero naufrago, da entrambi, con affetto sì diverso, egualmente amato.
Dei due afflitti, in quei momenti di ansia, sarebbe stata Giulia la più infelice, non udendo mai il proprio nome pronunziato dal febbricitante, il quale nel delirio non invocava che Adele; più infelice sarebbe stata, se Ettore non avesse portato in cuore ben altro tormento.
L’ultimo addio a Stella era stato dato sulla bara della madre.
Ultimo addio, senza speranza di ritorno. La morente aveva ribadito nel testamento il divieto alla figlia. Per ciò il notajo Invernizzi erasi mostrato a conoscenza dell’amore di Ettore, che avrebbe già portato oltre l’oceano la propria disperazione se l’amicizia per Giuliano non gli avesse imposto di rimanere, guida ed ajuto, nelle disastrose peripezie.
Dissi avversarî, Giulia ed Ettore... Non per antipatie personali. Ettore era l’amico della famiglia Sicuri; Giulia l’intrusa, che la felicità di quella famiglia aveva distrutta.
Giulia istintivamente indovinava tutta l’avversione che Ruggeri doveva nutrire per lei e lo detestava, protesta perenne contro l’amore di Giuliano, ad essa perenne rimprovero.
Entrambi al letto del delirante, egualmente solleciti nel soccorrerlo, non avevan discorso che a monosillabi e sempre per cose attinenti al loro mandato, alla loro missione di infermieri.
Il medico era ritornato a sera; la febbre era aumentata, il pericolo si aggravava. Giulia non si era allontanata dal capezzale che alla venuta del medico; quando se ne fu andato, rientrò nella camera del malato per chiedere premurosamente notizia del responso della scienza.
— Giuliano è sempre più aggravato; a me incombe l’obbligo di avvertire la contessa Sicuri... Sarà bene, quindi, ch’ella lasci il posto di suora a chi ha il dovere ed il diritto di occuparlo.
— Mi scaccia? chiese quasi supplicante Giulia.
— Non lo dica... La parola è dura e non risponde alla verità. Vi sono esigenze più forti della nostra volontà... Sarà mia cura mandarle notizie replicatamente ogni giorno. Ella deve comprendere che la contessa, già abbastanza infelice, non deve incontrarla qui.
Giulia non rispose; non aveva argomento da opporre. Solo argomento il suo amore, la ragione appunto per cui la di lei presenza in quella casa diveniva incompatibile. Lo comprese e chinò il capo rassegnata.
— Quando verrà la contessa? chiese, gli occhî pieni di lacrime.
— Non so... Le telegraferò ora... Domani certamente.
— Dunque fino a domani? Acconsente?
— Dovrei dirle di no. Fra poco la notizia della malattia di Giuliano sarà divulgata... I visitatori affluiranno... Ho data la consegna di non lasciar passare alcuno, eccezione per l’onorevole Lastri; ma una indiscrezione dei domestici... Se la contessa venisse a sapere che il suo posto era preso da lei...
Giulia asciugò gli occhî e lentamente, a ritroso, raccolse i suoi oggetti sparsi per la camera, il cappello, i guanti, l’ombrellino, l’enorme portafogli in lampasso antico trapunto, con lentezza, per ritardare di qualche minuto la sua andata; assestò il cappello davanti lo specchio. Quando non ebbe altri pretesti a ritardare, posò sul tavolino da notte del malato una boccetta d’oro da sali, ricordo, della visita sua, e fattasi incontro a Ruggeri, il quale, ritto, ai piedi del letto, la considerava commosso, gli porse la piccola mano inguantata:
— Conto sulla sua parola, signor Ruggeri; mi mandi notizie tre o quattro volte al giorno... E... e, soggiunse, se la contessa non venisse, mi richiami.
Ettore promise... Giulia, riavvicinatasi al capezzale del caro malato, inchinatasi graziosamente, depose un lungo bacio sulla fronte infocata... Il malato si scosse, aperse gli occhî, fissò attonito Giulia, un sorriso gli sfiorò le labbra, e ricadde nel sopore.
— Mi ha riconosciuta, mormorò ad Ettore raggiante di speranza... Il medico si è ingannato... Si ricordi! Se non venisse, mi richiami... Il cuore mi dice che non verrà.
— Impossibile, replicò Ettore.
La marchesa uscì mandando ancora un saluto al suo povero Giuliano.
CAPITOLO XXI.
Cospirazioni.
La marchesa si era apposta al vero; la contessa Adele non accorse alla chiamata di Ettore.
Le indiscrezioni dei giornali avevano prevenuto il di lui richiamo.
Che cosa non sanno i corrispondenti telegrafici di Roma ai giornali del mondo intiero?
Quando non sanno inducono, qualche volta inventano senza bisogno di induzioni, e spesso indovinano.
Non vi è polizia meglio fatta di quella dei reporters, che ne sanno sempre assai più e più sollecitamente delle questure internazionali... Quantunque concorrenti nella gara alla notizia, allo scandalo, all’incidente, sono fra essi legati da un certa solidarietà, mutuo soccorso nel comunicarsi reciprocamente le informazioni, subordinatamente all’ora dell’uscita dei rispettivi giornali.
Spedita la primizia al proprio foglio in tempo utile per l’edizione più prossima, la informazione, la notizia ed anche il canard inventato di pianta diventa di dominio pubblico nella sala della stampa, al palazzo di San Silvestro, grande cucina di manicaretti offerti alla pubblica curiosità affamata d’Italia e dell’orbe.
Appena divulgatasi la notizia del malessere sopraggiunto al deputato Sicuri, fu un via vai degli informatori giornalistici per attingere i particolari... L’usciere della tribuna della presidenza fu intervistato come un grande personaggio politico. Si sapeva che il deputato era stato condotto alla sua abitazione nella carrozza della marchesa. Il portiere di Giuliano fu assediato... Per quanto discreto, non potè negare che la marchesa Giulia fosso presso il malato; la carrozza rimasta alla porta quasi l’intiera giornata ne era la prova evidente, e sui fili telegrafici, con ogni sorta di esagerazioni, correva la notizia che l’onorevole Sicuri era amorosamente vegliato dalla bella marchesa. Seguivano le iniziali. A seconda, poi del carattere del corrispondente, dell’indole del giornale, commenti, indiscrezioni, più o meno vere, più o meno fantastiche.
Lo sdegno della contessa Adele mutò in ira feroce, in odio. Ed alla chiamata di Ruggeri rispondeva:
«Ben altri doveri mi trattengono a Miralto: il mio bimbo malato, la povera Stella, la mia orfana, inconsolabile per la grande sventura... A Roma turberei gli amori di un uomo indegno che non ha più famiglia avendola ripudiata.»
Ruggeri non riconosceva in quella lettera la mite, affettuosa contessa. La donna offesa nel suo amore, nella propria dignità, aveva trasformato la dolce sposa in nemesi...
* * *
Mentre Giuliano andava migliorando, assistito ogni giorno da Giulia, ad onta delle proteste di Ettore, altro dramma politico svolgevasi, al quale la voce pubblica voleva ad ogni patto accomunare il nome di Giuliano.
Il deputato De Respi, il colpito dalla giustizia, era stato ferito a morte. Il mandato di comparizione del giudice aveva seguito immediatamente l’autorizzazione a procedere.
L’evidenza delle prove della di lui colpabilità non lo indussero a confessare... Ma rientrato, disfatto dalla lotta impegnata col giudice, si metteva a letto per non più rialzarsi.
Il pubblico che non crede alla logica di certi scioglimenti, lo proclamò suicida, e vi furono i pietosi che lo compiansero vittima.
Il funerale fu sontuoso e celebravasi appunto il giorno nel quale Giuliano, convalescente, per la prima volta affacciavasi alla finestra.
Il corteo funebre si avviava alla stazione, la salma dovendo essere inumata nel cimitero del paesello nativo.
La banda municipale romana che precedeva il feretro eseguiva una marcia straziante, tutta lamenti e gemiti di dolore... Al defunto, strappato dalla morte all’azione della giustizia, rendevansi solenni gli onori ufficiali, dovuti ai rappresentanti della nazione... Il carro riboccava di corone. Le notabilità parlamentari lo seguivano, poi lunga fila di carrozze signorili, fra due siepi di popolo, più attonito che curioso. Attonito per quelle onoranze rese all’accusato da dieci giorni in balìa agli spietati commenti della stampa, alle rivelazioni schiaccianti di fatti innegabili, ormai dall’universale ammessi e condannati.
— Chi è morto? chiese Giuliano all’onorevole Lastri che lo reggeva al davanzale.
— Un disgraziato! Un’altra vittima dell’ambizione, della sensualità, della megalomania... Vittima, ma colpevole, ha espiato colla morte... Invochiamo l’oblìo sulla sua bara...
— Ma, chi? Chi è?
— Fu il deputato De Respi.
— Morto? Come? Suicida?
— Forse. I medici dicono aneurisma; il pubblico replica veleno.
Giuliano ancor debole si ritrasse come impaurito dalla finestra e s’adagiò su d’una poltrona soggiungendo:
— Sarebbe stato assai meglio anche per me morire così.
— Bravo! per accomunarti ai colpevoli, ai ladri. Che c’entri tu coi corrotti, coi corruttori?... Ti sei mangiato il tuo, hai fatto male; ma di ciò non devi render conto al pubblico... Se tu sapessi! Nel caso tuo ve ne sono cento alla Camera... Te l’ho detto: Montecitorio è un ammazzatojo di riputazioni, è un abisso per i piccoli patrimonî... Tu sei giovane. Hai l’avvenire per te, il tempo di riparare alle tue balordaggini.
— Giovane! L’avvenire... Ho perduto la famiglia... E non ho di che vivere.
— Si rimedia a tutto... Ritorna a Miralto...
— Impossibile...
Si coperse il volto colle mani, per nascondere le lacrime.
— Eravamo troppo felici!... soggiunse singhiozzando.
Da lungi gemevano, strazianti, gli ottoni... Lastri, non sapendo quale conforto porgere alla disperazione del giovane protetto, stette silenzioso scrollando il capo in atto di pietà.
Giuliano soggiunse:
— Partirò con Ettore, se mi vorrà compagno. Darò le dimissioni alla Camera.
— Oh, non ora! Sarebbero interpretate come una confessione di colpabilità... Un congedo... Poi, al tuo ritorno, che spero vicino, tutto sarà assestato... A Miralto, soggiunse sorridente, ti accoglieranno come il figliuol prodigo... Prodigo davvero, povero Giuliano!
«Ma l’avrai la forza di partire, di rompere ogni rapporto colla... colla marchesa?
Non rispose; vagava collo sguardo azzurro impaurito per la camera, tutta piena di cari ricordi... E quasi avesse fatto un esame di coscienza, un lungo esame:
— Spero di sì!
— La speranza bisogna tradurla in certezza. È necessario... La lontananza ed il tempo guariscono i più grandi dolori!
«Se saprete osare, potrete entrambi ritrovare la calma, se non la felicità. Per te anche la famiglia. È un dovere sacrosanto per entrambi.
— L’adempirò! mormorò Giuliano.
— Giuramento da marinajo, pensò Lastri...
Poi con amorevolezza che non si sarebbe potuta supporre nel ruvido, vecchio parlamentare:
— La musica è cessata, finalmente. Tra poco la salma di quel disgraziato sarà in viaggio. Il romanzo è finito. Quegli ha cominciato di te a rovescio... Anch’egli forse, come te, portava a Montecitorio illusioni e propositi generosi... Ma, povero, fu costretto alle prime transazioni da esigenze che, se potessero essere valutate sulla bilancia della rigida morale, varrebbero forse l’assoluzione.
«Sventuratamente, su quella via è soltanto il primo passo che costa... E le seduzioni sono tali e tante... tali e tanti gli esempî dei fortunati saliti in alto non per i meriti loro, per l’audacia e l’intrigo, che in quell’ospedale di malarici ch’è Montecitorio, l’onestà finisce col sembrare un fardello troppo pesante a chi vuol far cammino.
«E infatti, pochi gli integri che sono arrivati anche in tempi migliori, pochissimi quelli che arriveranno in seguito. Giuliano, il sigaro ti dà noja? chiese facendo pausa l’onorevole Lastri, per lasciar tempo all’amico di meditare su ciò ch’egli aveva detto, e tempo a prepararsi a ciò che stava per dirgli.
Il convalescente accennò col capo di no.
Chi fosse stato presente a quel colloquio avrebbe certamente ripensato al consulto del dottor Nero, di Alfredo De Vigny, al giovane nevropatico Stello. La Ragione e l’Imaginazione.
Giuliano, come Stello malato ed annichilito dai disinganni giovanili; il Lastri fisiologo freddo e stringente nelle sue deduzioni, quanto il dottor Nero.
— Quegli, continuò l’onorevole Lastri, povero, si arricchì ed al momento di afferrare pel ciuffo definitivamente la Fortuna che lo lusingava facendogli balenare imminenti i più alti onori, moriva suicida per salvarsi dall’onta di una condanna infamante.
«Tu, ricco, sei stato rovinato e per poco non sei morto disonorato. Ed ora che ti manca anche l’indipendenza, la felice indipendenza dell’agiatezza, vorresti ricominciare?
«Una buona idea ti è venuta; seguila, parti con Ruggeri... Riconquisterai al ritorno, colla famiglia, la felicità perduta... Spezza la catena infiorata di rose che ti costringe a Roma... L’odio della contessa Adele è amore... È l’ira dell’amore tradito... Te assente, nessun motivo di continuare negli atti legali per la separazione, vendetta della quale essa sarebbe la prima vittima. Credi a me! non si domanda la testa di un uomo indifferente, ed Erodiade non avrebbe voluta quella di Giovanni Battista, se non l’avesse pazzamente amato...
«Deciditi... Al ritorno, la calma nelle gioje della casa, che colla tua indole, col tuo carattere, non avresti mai dovuto abbandonare.
Giuliano, il capo rovesciato sullo schienale della poltrona, lacrimava assentendo.
— Lo prometti? riprese l’onorevole Lastri.
— Lo prometto! rispose con voce strozzata il malato.
— Sta bene... Lascia fare a me ed a Ruggeri. Sopratutto non una parola alla marchesa de’ nostri progetti. Essa, come sai, deve assentarsi alcuni giorni dovendo assistere al processo di divorzio intentato contro il marito.
«La tua malattia ritardò la sua partenza per Parigi... Ora deve inesorabilmente recarvisi, e tu non sei in istato di accompagnarla... Durante l’assenza vi imbarcherete. Ne hai il coraggio, te lo senti?
— Sì! rispose flebilmente Giuliano...
— È una trista azione, riprese Lastri, ne convengo... Necessaria! Ad estremi mali, estremi rimedî.
Giuliano assentiva senza poter staccare lo sguardo dal ritratto ad olio di Giulia, sorridente nella cornice dorata come nelle ore felici, per sempre trascorse... Assentiva baciando di soppiatto la boccetta d’oro di sali, ritrovata sul tavolino da notte al suo svegliarsi dai delirî della febbre.
Senza volontà nel vigore della salute, nello stato di debolezza in cui si trovava, Giuliano non sarebbe stato capace di opposizione alcuna. La sua volontà era quella degli altri; soggetto prezioso per uno studioso dei fenomeni ipnotici, ogni atto di lui era effetto di una suggestione estranea.
Se in quelle ore di sconforto, la contessa Adele non fosse stata trattenuta lontana dall’orgoglio ferito, Giuliano sarebbe forse ritornato a Miralto, senza rimpianto... La partenza della marchesa Giulia parve provvidenziale a Lastri ed a Ruggeri, che si lusingavano di aver causa vinta. Strapparlo alla politica ed all’amore di Giulia era salvarlo.
* * *
Gli addìi della marchesa furono tristi, anch’essa era punta da un presentimento... Ma, l’assenza doveva essere sì breve, otto, dieci giorni al più... Lastri e Ruggeri diffidando del loro malato, ebbero cura di non lasciarli soli... Però Giuliano mantenne il silenzio coll’amica sulla cospirazione ordita. E Giulia partì.
— Quel tuo Giuliano mi ha fatto commettere la cattiva azione più grossa della mia vita, diceva Lastri all’amico Ruggeri, al ritorno dalla stazione ove erasi recato a salutare la marchesa. La buona intenzione non attenua nulla. Ci ho il cuore grosso. Ingannare come abbiamo fatto quella gentile creatura tutta amore e devozione fu un delitto.
— Lo sarebbe se non si trattasse della pace di una famiglia, di ridare il padre ad un orfano.