L'olmo e l'edera

Part 8

Chapter 8 3,949 words Public domain Markdown

Costei un giorno, dieci anni innanzi i tempi di cui ho impreso a narrarvi, insuperbiva della corte spietata che le faceva Eugenio Percy. Ma la Argellani in quel torno era capitata a Genova, e il signorino, attratto da quella nuova e più efficace bellezza, aveva levato prontamente l'assedio che ancora non era scavata la seconda parallela. L'amor proprio, che di tutti gli amori è il più permaloso, aveva toccato una ferita mortale. Ma la signora Perrotti se n'era ricattata a misura di carbone. Percy non aveva anche baciato il sommo delle dita alla bella Argellani, che già il suo trionfo era strombazzato ai quattro venti. Il signor Argellani, vecchio Alcibiade che se la spassava a Milano, lunge dalla bella moglie, ma molto vicino ad una prima donna di mezzo cartello, di mezzana bellezza e di mezzana virtù, vide pioversi le lettere anonime che assassinavano la fama (intemerata, vi so dir io, intemerata) di sua moglie, e gli parvero un'ottima ragione per ravvicinarsi sempre più al mezzo cartello sullodato, e chieder poscia una separazione _in formis_.

Il processo era fecondo di scandalo, e c'era a Genova chi se ne stropicciava le mani e l'acquolina gli correva alla bocca. Ma il vecchio Alcibiade, un bel giorno (io lo chiamerò proprio un bel giorno) era capitombolato da cavallo e s'era rotto una gamba. La cangrena era sopraggiunta e se lo aveva beccato, lasciando libera la mal maritata signora Luisa, e gli amici dello scandalo con un palmo di naso. La donna gentile stette fuori di Genova qualche tempo; poi tornò, e vivendosene sola, fuori di scena, ridusse anche le male lingue a tacere. Infatti, che cosa di nuovo rimaneva loro da dire, se tutto il peggio già l'avevano detto, quando non era anco vero?

Le rare comparse in teatro, lo andar sempre a diporto in carrozza e fuori di città, l'avevano come appartata dal mondo. Pochissime signore andavano a farle visita, tra le quali la signora Perrotti, che giurava d'esserne innamorata e di non poter vivere senza di lei. Diplomazia femminile, che potrebbe dare dieci punti dei sedici ai gran maestri dell'arte politica!

Senonchè, anche le visite da lunga pezza erano cessate. La malattia era stata un ottimo pretesto per la signora Argellani a non muoversi di casa, e in breve quelle poche visitatrici, amiche del buon tempo, e ligie al cerimoniale, avevano spulezzato. Da tre mesi non se n'era veduta una alla palazzina gialla, nemmeno la signora Aurelia, quella che non potea vivere senza vederla!

Il lettore può dunque argomentare come fosse gran meraviglia per tutta la gente di casa, veder giungere un dì, verso le due dopo il meriggio, la signora Perrotti, inamidata, impettita, colla piuma bianca sul cappellino, e un gran galano sotto il mento, per visitare l'inferma.

La gente di casa non sapeva che in tutti i ritrovi e conversazioni di Genova, dove la signora Argellani era conosciuta, correva la voce di un peggioramento della sua malattia. Già i medici, a detta di ognuno, l'avevano data spacciata; epperò la signora Perrotti, la sua buona amica, non poteva ritenersi dallo andare da lei, per vedere che figura facesse un'amica moribonda. Il cuore di alcune donne ha delle strane consolazioni!

La signora Luisa era in quel punto seduta nel suo salotto, insieme con Guido Laurenti, che le aveva portato un libro nuovo, promessole la sera innanzi. Ella cominciava a provare i benefici effetti della cura assidua, affettuosa del suo medico. I colori della bella salute non erano anche tornati sulle sue guance smarrite, ma per chiunque l'avesse veduta un mese innanzi, il miglioramento era notevole, e prometteva grandi cose.

Quando le annunziarono la signora Perrotti, ella rimase stupefatta, e fu molto che potesse sollevarsi a mezzo dal sofà, come in atto di farsi incontro alla Aurelia, che correva ad abbracciarla.

--Or bene, come va questa bella inferma?--disse la Perrotti, dopo aver fatto scoppiettare le labbra asciutte sulle guance della signora Luisa.--Ma bene, in verità! Qui c'è odore di miracolo...

La signora Aurelia aveva pur ragione a maravigliarsi, dappoichè lo stato della Argellani non rispondeva punto al ritratto che le avevano dipinto i benevoli.

--Mia gentile Aurelia--le disse la signora Luisa, ricambiandola di atti cortesi--io ti ringrazio davvero della buona memoria che hai conservata di me.

(volume secondo)

--Che, che! Figurati se io non pensavo alla mia Luisa! Non ho potuto correre, come avrei pur voluto, prima d'ora, per tante cose che avrò a dirti più tardi. Già saprai che il Gigi è stato a letto anche lui parecchie settimane, pel suo solito male; poi i figli di mia sorella da rimandare in collegio, dove non volevano stare... Insomma ognuno ci ha le sue da contare. Ma finalmente eccomi qui! Come son lieta di vederti, la mia buona Luisa!

E così parlando con una volubilità straordinaria, la signora Aurelia stava girando e rigirando per tutti i versi, accarezzando e mettendosi sul cuore, le manine sottili della signora Argellani.

Laurenti era lì presso, in uno stato d'angustia che ognuno intenderà di leggieri. Egli già stava per mettere la mano sul suo cappello e prender commiato, allorquando la signora Argellani, vedendo come l'amica sua lo avesse già più volte guardato, si fece a dirle, accennandolo:

--Il dottore Laurenti, al quale io sono debitrice della vita.

--Ah!--esclamò la signora Perrotti, guardando fiso il giovine--sono lieta di conoscerlo. Signor dottore, se Ella ci risanerà la nostra bella Luisa, noi le vorremo un gran bene.

--Grazie--rispose Laurenti alzandosi, e facendo un inchino;--ma la signora Argellani risanerà, perchè è giovane e forte, ed io non ci avrò merito alcuno.

--Troppa modestia, signor dottore!--ripigliò a dire la Perrotti, in quella che stava notando il turbamento del giovine;--la gratitudine di tutti gli amici della mia bella Luisa, non può venir meno per simiglianti dichiarazioni. Ma sai, Luisa, che tu sei grandemente mutata? Tu mi sembri già fuori di convalescenza, e noi vogliamo vederti in mezzo a noi, senz'altro indugiare.--

Queste erano le parole proferite dal labbro; ma ecco che cosa pensava intanto la signora Perrotti:

--Qui c'è del segretume, e bisogna metterlo in chiaro. Me la davano spedita dai medici, ed ella è qui seduta nel suo salotto, col suo medico accanto... un medico che non si sa chi sia, nè donde venga... un medico molto giovine, troppo giovane, e bello per giunta alla derrata, il quale si turba, perde le staffe appena gli si mettono gli occhi addosso. A me non le si danno ad intendere! L'innocentina! Era lì per morire! E la ci ha il cascamorto a' fianchi!... Qui c'è del segretume, dico, ed ho fatto assai bene a venire.

Intanto la signora Argellani rispondeva alle cortesie della Perrotti:

--Mia buona Aurelia, sono così fiacca, ed ho così poca voglia di muovermi!

--E che fatica ci hai tu da fare? Ti metti in carrozza, e via. Tutti i lunedì in casa nostra c'è sempre il fiore della buona compagnia. Canta la Morati, con una vocina da soprano che innamora, e un buon gusto, poi, un buon gusto... E la Roccanera! Quella fa bene ogni cosa; canta, e si accompagna sul cembalo in un modo!.....

Gli occhi della signora Argellani si rabbuiarono, al ricordo di quel nome di donna.

--La è davvero una bella donnina!--continuò la Perrotti.--Dicono che i suoi occhi non abbiano riscontro in tutta Genova, ed io, imparziale come sono, lo ammetto. La gentilezza de' suoi modi, il suo ingegno, poi, non temono rivali. Che te ne pare, mia buona Luisa? Non la è un ottimo acquisto per le nostre serate? Se tu non ti lasciassi intristire in casa, se tu volessi tornare a risplendere in mezzo a noi colla tua bellezza e la tua bontà, come in altri tempi, certo anche le più belle dovrebbero tremare; ma che vuoi? Chi si ritira dal campo, perde la battaglia.--

Laurenti non poteva patire quella parlantina, innocentissima in apparenza, e piena di tradimenti nel fondo. Egli, avvezzo da molti giorni a notare ogni cosa, e cogliere i sospiri al volo, vedeva come la signora Luisa soffrisse a quelle parole della sua visitatrice. Ed egli pure si sentiva a disagio, ma, fiutando la guerra, non perdeva una sillaba.

--Anche il Percy, sai, è venuto ai miei _lunedì_. Che farfalla, Dio buono, che farfalla gli è mai! E da te, cara Luisa, non è venuto da molti giorni?

--Nè da giorni, nè da mesi;--rispose la signora Argellani, posta alla tortura.--Io non vedo nessuno da un pezzo.

--E allora perchè raccontarmi una frottola?--disse la caritatevole amica, con aria di chi faccia una domanda a sè stesso.--Or saranno due settimane, gli ho chiesto di te, ed egli mi ha risposto che stavi benissimo. Io perciò ho creduto che fosse stato a vederti. Ma guardate un po' che cavalieri, a' dì nostri! Non parlo per Lei, signor dottore; ma invero i signori uomini hanno oggimai certe consuetudini!.... Cavalli, cani, giuoco e bellezze di palcoscenico! Bisogna vederli in teatro, metter fuori le braccia dai palchetti e dagli scanni, per far pompa d'applausi!.... A proposito di teatro, sai, Luisa? Abbiamo un'ottima prima donna, una francese, un fior di bellezza, checchè ne dica il Percy. Figurati che l'altra sera, da me, c'è stata a questo proposito una discussione coi fiocchi. La Bianca affermava, e con ragione, che fosse bellissima; Percy s'era incaponito a dire di no, e indovina il perchè? Te lo do alle mille.

--Non saprei.....--si provò a dire la signora Argellani.

--Eh, capisco che bisognerà dirtelo. Percy non voleva che la prima donna fosse bella, perchè non aveva gli occhi della Bianca, i capegli della Bianca, il profilo della Bianca, e giù una litania di questa fatta, che gli die' causa vinta. È molto arguto il Percy..... ma, a dirti il vero, mi diverte qualche volta e non mi piace mai.

--Signora, che è? si sente male?--gridò Laurenti, balzando dalla sedia ed accostandosi alla signora Argellani, che egli era sempre stato a guardare attentamente, fino a quel punto.

La donna gentile si sentiva diffatti venir meno, e, non osando farsi scorgere, s'era aggrappata, per tener ritta la persona, al bracciuolo del sofà, mentre gli occhi smarriti, stravolgendosi nelle orbite, troppo chiaramente mostravano il patimento dell'anima.

--Nulla..... Nulla.....--rispose ella, chetandolo con un cenno della mano distesa.--Il caldo mi soffoca....

--Oh, povera la mia Luisa!--gridò, strillò la Perrotti, giungendo le mani.--E che fare adesso, signor dottore?

--Aprire quella finestra, anzitutto!--rispose Laurenti; poi, volgendosi alla inferma, si fece a dirle:--Animo, signora; un po' di calma, e il male passerà subito. Senta l'aria fresca che viene.... Io già le aveva raccomandato più volte di non stare così rinchiusa, e ier l'altro, per l'appunto, Ella ebbe a pentirsi di non avermi voluto dar retta.--

Non era vero niente; ma Guido aveva notato ogni cosa, aveva indovinato che crudel passatempo fosse venuta a pigliarsi quella pietosa amica, e non voleva che il patimento improvviso della signora Argellani potesse rimanere senza una spiegazione ragionevole innanzi a quella donna impastata di bellezza e di fiele.

Che ella fosse persuasa dalle invenzioni di Guido Laurenti non vi dirò; certo in apparenza le menò buone, e ne tolse argomento a parecchie esortazioni, affinchè la sua Luisa, la sua cara Luisa, volesse ascoltare i consigli di chi le voleva bene ed amava vederla risanata prestissimo.

Frattanto il giovine che voleva salvar le apparenze per gli altri, tradiva sconsideratamente sè stesso. L'ansietà che traspariva dagli occhi e dal gesto, era a gran pezza maggiore di quella che avrebbe potuto manifestare, in un caso più grave, il medico più dimestico, più stretto in amicizia alla persona inferma. In genere, il seguace di Esculapio, come quegli che intende le ragioni del male, e che ha fatto il callo a tutte le commozioni, non si spaventa, non si riscalda oltre misura. Guido, in quella vece, era come tramortito, bianco nel volto come un cencio lavato, e se la signora Argellani non fosse stata là, adagiata sul lettuccio, cogli occhi stralunati e le membra prosciolte, si sarebbe potuto credere che l'ammalato fosse lui.

--Ah, ah!--pensava la signora Perrotti, guardandolo di sottecchi.--Il medico ha perduta la testa. E si voleva darla ad intendere a me! Vedete l'innocentina che si moriva d'affanno per l'abbandono di Percy, e già si diceva che fosse per innalzarsi il rogo, come la regina di Cartagine. Che l'amor proprio abbia patito, s'intende; ma far l'eroina da romanzo, poi, figurarsi! Il consolatore è un bel giovine, in fede mia. Se Percy lo vede, metto pegno che va in collera. Quell'altro là è un vanitoso, il quale s'immagina che tutte le donne abbiano a morire per lui, e non può credere che una, piantata in asso da lui, si consoli con un altro. La Roccanera lo ha sulle corna, e quando egli se ne sarà persuaso, il che non tarderà molto, e' vuol starmi fresco davvero! Bene, bene; qui c'è da far quattro chiacchere per lunedì sera. Ma anzi tutto andiamo a darne notizia a qualche amica; intanto, qui non ho altro da fare.--

E finito questo monologo, si alzò per andarsene.

--Se tu avessi bisogno di me, e se io potessi esserti utile, rimarrei. Ma qui sono d'impaccio e null'altro, mia cara Luisa, e il tuo ottimo medico e la signora Tonna porranno ogni cura a farti riavere da questo male passeggiero. Non è egli vero, signor dottore, che sarà una cosa da nulla?

--Certamente, signora; un po' d'aria, un po' di moto, e cosiffatti vapori si dileguano subito.

--Ne sono proprio contenta!--esclamò la Perrotti.--Addio dunque, Luisa; fatti animo. Io, se avrò domani un ritaglio di tempo, verrò ad abbracciarti risanata, e se non potrò io, manderò il servo a pigliar le tue nuove.

--Grazie, mia buona Aurelia;--rispose l'Argellani stendendole la mano--a rivederci--

Fatte ancora quattro parole col dottore per raccomandargli colei che essa amava più degli occhi suoi (frase che si adoperava fin dai tempi de' Romani, e che ha perduto ogni efficacia, come tutte le frasi vecchie), la signora Perrotti, inamidata, impettita, se ne andò, gittando un bacio col sommo delle dita alla Luisa, e simulando di asciugarsi una lagrima.

La signora Argellani aveva resistito a quella conversazione con una virtù non minore per fermo di quella dei martiri cristiani, che si lasciavano tanagliare il petto senza mettere un lamento. Il non essere ella andata del tutto fuori dei sensi, potrebbe citarsi come una testimonianza dei trionfi che ottiene un semplice sforzo di volontà senza altro estrinseco aiuto. La virtù dell'animo l'avea tenuta col fronte alto, e le labbra sorridenti; la virtù dell'animo le aveva dettate quelle parole: «_mia buona Aurelia_» che certamente non avevano ottenuto licenza dal cuore. Ma appena la Perrotti fu andata via, ella ruppe in un grido: «è male! è male!» fe' per alzarsi dal sofà, come se volesse sottrarsi al patimento che stava per vincerla, ma tosto ricadde contro la spalliera, priva di forze e di sensi.

Guido per ventura era là, pronto a soccorrerla con tutti i partiti dell'arte sua. La casa era sossopra: le fanti facevano una cosa; un'altra il giardiniere; la signora Tonna non faceva nulla, ma era già molto che non lisciasse il gatto, o non biasciasse paternostri; Laurenti, poi, badava a tutto e si faceva obbedire a puntino. Per tal guisa, il male, combattuto sui cominciamenti da una intelligente volontà, non ebbe agio a sopraffare la donna gentile, come avea fatto la volta innanzi, e non v'ebbe altro danno che la paura.

Ma qual cuore fosse quello di Guido, lascio che vel pensiate voi, o lettori. Le parole della caritatevole amica gli avevano aperto gli occhi, e quegli occhi correvano assiduamente dal volto della Perrotti al volto della Argellani, cogliendo sensi arcani di espressione, così nel viso del carnefice, come in quello della vittima. I nomi della Roccanera e del Percy avevano scosso l'inferma; la narratrice delle loro geste aveva sorriso, e non era uscita dall'argomento. Nulla era sfuggito alla attenzione di Laurenti. Il nemico c'era, ed era colui che la Perrotti aveva nominato. Glielo diceva il cuore; glielo diceva il turbamento della donna gentile; glielo diceva più apertamente di ogni altra cosa la malvagità che trapelava dall'accento affettuoso della signora Perrotti.

Il colpo che la signora Argellani aveva ricevuto, lo aveva sentito pur egli, ed era stato così poderoso che egli ne era rimasto a prima giunta sbalordito, senza aver tempo nè modo a pensarvi, senza misurare nemmanco la grandezza del dolore. Certo il colpo non gli dovea tornar nuovo; chè, intelligente com'era, il suo nemico e' lo aveva indovinato fin da principio. Le prime impressioni sono sempre le più giuste. Più tardi la sua perspicacia, esercitata nel vuoto, s'era smarrita. Alcune considerazioni sulla malattia dell'Argellani, voluta derivare dalla negazione anzi che dalla prepotenza dell'amore, lo avevano addormentato, ed egli era a mezzo del più bel sogno che uomo potesse far mai, quando la voce stridula della signora Perrotti era venuta improvvisamente a svegliarlo.

E' fu un brutto ridestarsi pel povero Guido; il suo castello di carte, tirato su con tanta costanza, con tanto affetto, era crollato ad un soffio. E bisognoso egli stesso di aiuto e di conforto, aiutava e consolava la inferma, la quale lo ringraziava delle sue cure, delle sue consolazioni, con parole fatte per tribolarlo di più, per cacciare più profondamente il verrettone nella ferita.

--È inutile, è inutile ogni cosa!--gli aveva ella detto, porgendogli amichevolmente la mano.--Cominciavo a chetarmi, a dimenticare. Ma la fatalità mi perseguita; il passato mi uccide. Adesso, Ella sa il mio segreto, signor Laurenti, e sa perchè non ho più nessun desiderio di vivere.

XIII.

L'amore è una triste cosa, e sto per dire una delle più gravi malattie dei tempi odierni. Non già che fosse sconosciuto agli antichi, chè sarebbe dir troppo; ma ogni lettore assennato vorrà ammettere che quella passione, rozza forma dell'istinto, passò per molte e molte filiere lungo il corso dei secoli, innanzi di affinarsi a quel modo che oggi si nota, e di aguzzarsi tanto, da penetrar nelle carni a guisa di pugnale.

Le svariate e progressive forme della educazione umana hanno temperato, mutato ogni cosa, e l'amore anzi tutto. L'uomo primitivo, colui che s'innoltrava nella boscaglia armato di una accetta di selce, non sentì altro nel cuore che la voce confusa dello istinto brutale. La donna non gli fu data da santità di connubio, ma dal furto, dalla rapina, e il giorno delle nozze non fu celebrato da geniali conviti, nè da canto di bardi. Chiusa nella spelonca, ella amò il suo rapitore, perchè era forte, perchè combatteva le fiere e portava a lei le spoglie sanguinose; perchè le ornava il collo coi denti del mostro ucciso, o con le pagliuzze del rilucente metallo, raccolte nel letto dei fiumi. Essa lo temeva e lo desiderava ad un tempo; non lo rispettava, non lo amava ancora. Ed egli, poi, non riconosceva che il diritto della forza; quando si sentiva offeso, combatteva; quando la donna gli andava a versi, combatteva ancora. La vita era la guerra; la soddisfazione dell'istinto era il trionfo.

Più tardi, fu gran segno di civiltà la donna chiusa in uno scompartimento della tenda. La famiglia creò le consuetudini; le consuetudini assunsero forma ed autorità di legge. Allora la donna non si rubò più; si ebbe dai parenti, in pegno d'alleanza, o in mercede di prestati servigi, sempre come una cosa, e senza dolersi molto, o rompere il patto, se ella aveva gli occhi cisposi. Si pigliava la donna come moglie, o come serva, ma non la si amava ancora; ella per contro incominciava ad amare colui che la rendeva feconda. Per lei, talfiata, se bella, si facevano guerre; il nemico calava sulla tribù come un avvoltoio sulla preda; uccideva il padrone, e ne ereditava la donna, timida creatura, senza volontà per resistere, senza odio per respingere l'amplesso di mani insanguinate.

Il greco ed il romano, tutti intesi alla vita pubblica, non hanno tempo per gli affetti soavi. La donna che amano e cantano, non è mai la moglie, ma una facile bellezza, straniera alla famiglia, Lalage, Lesbia, Cinzia, e tutte l'altre regine dell'ode e della elegia, sono donne intorno alle quali si perde la umana dignità, donne che fanno piangere in distici Catullo, Tibullo e Properzio, ma non uccidono nessuno. L'amore è un arciero bendato, che scaglia le sue frecciate perfino a Giove, suo avolo; ma nessuno muore per le conseguenze della ferita. Paragonate cotesto con Werther e Jacopo Ortis.

Antichi esempi di forti amori ve n'ha, ma feroci, teatrali, cantabili, come la forma tragica od epica per cui gli hanno fatti passare i signori poeti. L'amore da pari a pari, che si filtra in tutte le costumanze, in tutte le bisogne della vita, è scaturito dal medio evo, da questo gran crogiuolo di cose nuove, da questo ricostruttore del mondo. La donna nelle più umili sfere sociali è già la compagna dell'uomo; nelle più alte è, più che compagna, regina; tende a superarlo, e ne verrà a capo, imperocchè essa ha più virtù, più affetto, più sottile intelligenza di lui. Egli è ancora per molti rispetti lo schiavo della materia; essa è già la forma eterna, il _weibliches Wesen_ del dottor Fausto, la _diva_ degli antichi. Anchise che fu innalzato al talamo di Venere, Peleo che ottenne in maritaggio da Giove la più bella delle sue oceanine nipoti, non sono più a' tempi nostri invenzioni mitologiche. Il mondo appare a prima giunta più materiale, ed è in quella vece dieci cotanti più poetico di prima. Si soffre per l'amore, perchè l'amore si è immedesimato nella vita. È egli vero che noi diventiamo più deboli, più infermicci, diventando più civili? Le armature degli avi ci opprimono col loro peso, nè più verremmo a capo di tendere l'arco di Ulisse. Per contro, un dardo che a' tempi andati vellicava la cute, oggi ci entra nelle carni e ne uccide. L'amore è una malattia. Chi lo avrebbe mai detto ad Ippocrate?

Guido Laurenti era infermo da senno. Come fu uscito dalla casa Argellani e si ridusse nella sua camera, pianse a guisa d'un bambino, ma le lagrime non valsero a sollevarlo. Il suo caso era grave. Se la signora Luisa fosse stata una donna leggiera, la quale avesse stuzzicato l'amor suo per farsene giuoco di poi, egli avrebbe potuto odiarla tre mesi e disprezzarla per tutto il rimanente della sua vita. Questi odii e questi dispregi, anco sragionati (poichè non sempre si ha ragione intiera contro la donna che ci offende) aiutano a vivere, e danno, se mi è consentita la frase, il tono, il chiaroscuro alla vita. Ma come odiare la donna gentile, che era innocente d'ogni artifizio, d'ogni lusinga più lieve con lui? E come sperare di farsi amare da lei, da quella donna diventata necessaria alla sua esistenza, se nel cuore di quella donna era scolpita l'immagine di un altro? Pari alla vezzosa Minoide, abbandonata dormente sul lido di Nasso, egli non vedeva scampo, nè uscita, nè speranza, nè tregua.

Uscì finalmente di casa, dopo avere stancata la mente in ogni più disperato proposito. Aveva giurato di non andar più da quella donna; ma come fare? Non era egli il suo medico? E doveva lasciarla morire, perchè essa non lo amava e non lo avrebbe amato giammai? Era dicevole, onesto, generoso, il fuggire da lei?

Questa interna battaglia durò molti giorni. Il povero giovine voleva e disvoleva; malediceva e pregava; rimpiangeva le gioie della materia e la vita sollazzevole che avrebbe potuto fare, ad annegarvi dentro quella delicatezza di sentire che è sempre ragione di tanti patimenti; cercava gli amici e li sfuggiva; andava a consolare l'inferma, poi correva a teatro, dove qualche volta vedeva il Percy, e si struggeva a guardarlo. Se avesse potuto sfogarsi contro di lui! Ma la vendetta gli avrebbe forse divelto l'amore dal seno?

Intanto la donna gentile era sospesa tra la vita e la morte. La scienza di Guido la teneva in vita, senza salvarla, senza allontanarla d'un passo dall'orlo pauroso del nulla.