Part 12
Più tardi, in giardino, fu la medesima cosa. Uditrice la signora Luisa, e' fece una lezione di botanica col Giacomo; parlò della pioggia e del sereno con una mirabile franchezza. La donna gentile si stancò della passeggiata, ed egli le offerse il braccio per ricondurla in casa. Seduto accanto a lei sul canapè, si pose a leggerle un canto dell'Ariosto, facendole assaporare le prelibate dolcezze del racconto e la scioltezza di quelle stanze divine, fino a tanto gli occhi non le diventarono piccini dal sonno, e allora egli prese commiato.
Per tre o quattro giorni durò in quel modo, salvo che, in cambio di condurla a passeggio pel giardino, l'accompagnò in carrozza a fare qualche gita verso il bel paese di Pegli. La sottile brezza marina rinvigoriva il petto all'inferma; le resinose fragranze del pino ridestavano le inerti fibre; quel muoversi, quel mutar di vedute e di pensieri, le rallegravano lo spirito. Egli spiava con sollecita cura il rinnovarsi di quella esistenza preziosa, precorreva col pensiero impaziente il tempo che dovea risanarla, ed uccidere lui. E Luisa non si addava di quelle interne battaglie; ella si lasciava ire in balìa di tutte le sue rinnovate sensazioni, curiosa, inconscia e serena come il fanciullo che per la prima volta esca dal suolo natale per correr nuovi paesi; raccontava con affettuosa dimestichezza ciò che sentiva; dimandava ingenuamente ragione d'ogni cosa al suo medico; guardava sempre dinanzi a sè, e non volgeva mai gli occhi da fianco.
Egli frattanto, nelle ore che gli restavano disutili (ed erano molte ed eternamente lunghe) si condannava allo studio, e poichè s'era accorto che a meditare sui libri presto perdeva il filo della lettura, ricadendo nei soliti molesti pensieri, correva all'impazzata su per le circostanti montagne ad erbolare, ma più ancora a farneticare da solo. Dura vita che nessun uomo di cuore vorrebbe vivere un mese!
Un mattino, tornando a casa da una di quelle corse rabbiose, fu grande la sua maraviglia al vedersi venir tra le gambe il Giovannino, vestito da festa e razzimato, lisciato, come un putto dell'Albani, il quale, dopo aver ricevute le sue carezze, lo tirò per le falde dell'abito verso il viale, in capo a cui gli fece vedere la signora Argellani, seduta sul muretto, accanto all'olmo, e la Maddalena ritta, poco lunge da lei.
La signora Luisa non aveva mai posto piede in casa sua; però argomentate come rimanesse stupefatto al vederla colà, e seduta là appunto dove egli si stava quel giorno che per la prima volta aveva veduto lei, e l'amore gli era penetrato come una freccia avvelenata nel seno.
--Oh! Era tempo!--esclamò la donna gentile, appena lo ebbe veduto.
--Signora....--balbettò egli;--io non potevo certamente aspettarmi.....
--Zitto, per carità, coi vostri complimenti! Sapete che non mi vanno a sangue.... e se m'andassero a sangue, chi sa? a quest'ora sarei già insanguinata, o non sarei caduta inferma. Vi piace il bisticcio?
--Molto, signora; l'ammalato, che celia sulla sua infermità, è sul punto di mandarla a quel paese. Ma.....
--Ma infine vorreste sapere perchè sono venuta qua; non è egli vero? Vi contenterò subito. Maddalena è scesa la seconda volta a Genova per salutarmi, e il Giovannino, che non vi ha visto la prima, s'è richiamato per violazione di patti. Allora abbiamo pensato di venirvi a cercare, ed è un'ora che siamo quassù. Ma dove siete stato, voi?
--Ad erbolare, signora.
E qui Laurenti mostrò un fascio di pianticelle raccolte sui greppi.
--Ma sapete che voglio venire anch'io?--disse la signora Argellani.--Voi raccoglierete erbe, ed io darò la caccia alle farfalle.
--E' sarà un grande onore per me; ma le vi faranno correre e sudare di molto, quelle che già abbiano messe le ali. Quelle altre poi che sono ancora nel primo stato di bruchi, o in quello di larve, vi faranno ribrezzo.
--Orbene, io raccoglierò le erbe che mi direte, e voi le farfalle, i bruchi, e quello che vorrete; oppure io starò seduta su di un sasso muscoso a vedervi correre. Vi torna, così?
Laurenti fece un profondo inchino, e si avvicinò a stringerle la mano. Quella donna, per fermo, anco noncurante, non si poteva che amarla, dirò meglio, adorarla.
Il Giovannino fece gran festa a Laurenti, che gli regalò un bel libro di storia naturale, pieno d'immagini dipinte d'ogni maniera d'animali, cominciando dall'uomo. Quindi, fatta vedere partitamente la casa a' suoi ospiti, Laurenti scese con essi alla palazzina gialla.
Lungo il tragitto, appoggiata al suo braccio, la signora Argellani diceva a Guido:
--Se sapeste come mi sento meglio! come sono contenta! Non mi ricordo più di nulla, non penso più a nulla. Oggi vivo per vivere, e più tardi vivrò per studiare, per rallegrarmi lo spirito, per fare tutto il bene che potrò.
Discorso che stringea il cuore a Laurenti! Ed io morrò per voi! pensava egli frattanto.
Poco stante, Maddalena si accomiatò, e la signora Argellani la fece ricondurre nella sua carrozza fino a Staglieno.
--Vi eravate dimenticato di quella brava gente?--chiese la donna gentile a Guido, come furono soli.
--Sì;--rispose egli asciutto.
--Cattivo dottore! E non ricordate già più che quei buoni contadini ci hanno avuto la parte loro, mercè vostra, s'intende, in quella giornata che io reputerò sempre il principio della mia seconda vita?
Un amaro sorriso sfiorò le labbra di Laurenti.--Ed ella lo crede?--pensò egli--Ed ella può giudicarmi così dimentico?
E fatte alcune altre parole, se ne andò, pensando che le donne non avevano più che tanto di cuore.
Quel giorno medesimo, andando pensieroso per via, s'avvenne in un amico.
--Ohè, Laurenti, come va?
--Bene.
--Con che abbondanza di parole lo dici! Tu m'hai l'aria d'uomo che non istà bene affatto, se non per avventura di corpo, certamente di spirito.
--Tu vuoi celiare, oggi. E quando mi hai tu veduto diverso?
--Oh, parecchie volte, ma invero nei tempi passati; chè ora, come dicono i toscani, o non ti si vede, o quando ti si vede non ti si può parlare. Laurenti, Laurenti! Tu se' innamorato fradicio.
--Io? se' pazzo?
--Lo so di buon luogo.
--Che sei pazzo?
--No, che tu sei innamorato. Ti dico e ti ripeto che lo so. Figurati che se n'è fatto gran chiaccherare l'altra sera in fiorita compagnia.... in casa Perrotti, insomma.
--Che? come?--proruppe sbigottito Laurenti.
--Ah, vedi? _Cascano i filinguelli al paretaio_....
--Casco io? T'inganni; io argomento in quella vece che nelle chiacchere alle quali tu accenni ci sia una bella e buona malignità femminile.
--In quanto è a cotesto, avrai forse ragione. La signora Aurelia è un Asmodeo diventato femmina. Ma, in fin de' conti, non ti si faceva ingiuria a dire che sei il medico di una bellissima signora, che tu sei innamorato di lei, o ella....
--Taci; quei signori non sanno quel che si dicano. In tutto cotesto, salvo il negozio del medico, non c'è ombra di vero. E dimmi, fu pronunziato il nome?
--Mi pare di no, ma tutti capivano. I connotati c'erano tutti, e il nome lo si aggiungeva del proprio, nel fondo della coscienza.
--E tu non hai protestato?
--Io, amico carissimo? Ora sei tu il pazzo, non io. O come? Si dice innanzi a me che il mio Guido è avviluppato in una ventura amorosa con una bellissima dama (e la dicevano invero bellissima), che egli è contento, od è ad un pelo di esserlo; ed io, amico suo, dovrei saltar fuori a sacramentare che non è vero? che cotesto è impossibile, perchè Laurenti è brutto, spiacente, e non ha da trovare una donna che gli getti il tulipano dalla finestra? Di amici che possano farti simiglianti servigi vattene a cercare altrove, Laurenti mio, non nello studio del primo avvocato di Genova (primo per ingegno s'intende, e non per copia di mali negozi), dove io sto facendo conclusioni, senza conchiudere mai nulla per me.
--Hai ragione, chetati, hai ragione. Ma in quello che s'è detto dai Perrotti non c'è ombra di vero, sai? te lo giuro per la memoria di mia madre.
--Perdio, lo credo anco senza bisogno che giuri. Ma infine, perchè ti nascondi da ogni sguardo profano?
--Tu sai che è sempre stato il mio costume di vivermene soletto; ed ora sto appunto per andarmene...
--Che?
--Sì, vado a Milano.
--O quando?
--Dimani; vado a passare alcuni giorni laggiù, dove alcuni amici mi aspettano. Tu, se odi ancora a sparlare, puoi dire chiaro e tondo che io non sono neppure a Genova; poichè, alla fine, una calunnia, segnatamente quando risguardi una donna, se si può levarla di mezzo con due parole....
--Dici ottimamente, e, non dubitare, ti servirò a misura di carbone.
--Addio, dunque!
--Addio; buon viaggio, e fammi una retata di pallide lombarde.--
Verso sera Laurenti andò dalla signora Argellani, come aveva promesso. La conversazione non fu molto ordinata, nè ricca di belle novità, sebbene la donna gentile fosse d'un umor gaio oltre l'usato. Pensando alla sua partenza, che gli era nata in mente a mezza strada come una felice inspirazione, Guido non badava molto a tener vivo il dialogo con quelle immaginose parlate che egli sapea fare su d'ogni tema, solo che gli si desse appiglio con quattro parole.
Come fare a dirle che parto? pensava il giovine, mentre la donna gentile gli venia raccontando le sue pensate di quel giorno.--Il mio viaggio è nato lì per lì, senza preparazione, senza avvertimento di sorta... Ma infine, che cosa le importerà che io me ne vada? Ella oggimai non ha bisogno del medico, ed io d'altra parte non debbo a nissun costo lasciar credere alla gente che amo questa donna, cosa pur troppo verissima, e che ella ama me, il che non è punto vero. Ella amar me? Ella avvedersi solamente che io l'amo?...
Tutti quei bei pensamenti lo condussero finalmente a dire ad alta voce che la mattina seguente egli doveva partire per alla volta di Milano.
--Che? voi partite?
--Si, signora; parto.
--O come, aspettate a parlarmene adesso?
--Perchè stamane.... non ci ho pensato punto. Un amico di là mi prega di andare;... un amico d'infanzia...
La signora Argellani era rimasta attonita a quell'annunzio improvviso. Il pensiero che Laurenti, il suo medico, che ella era avvezza a vedere di continuo, se ne andasse da Genova, anco per una diecina di giorni, non le era venuto in mente giammai.
--Gli è strano!--pensò ella--gli è strano!
E fu per guardare colla coda dell'occhio la faccia di Laurenti; ma si trattenne, e si ristrinse a dirgli:
--Dunque ve ne andate domattina!
--Sì, ma vi lascio in convalescenza cosiffattamente avviata, che non può fallir più.
--Oh non dico per cotesto, signor dottore, che diffatti io mi sento rinata, e per vivere la mia seconda vita non ho d'uopo che di attenermi alle vostre ordinazioni. Mi duole in quella vece di veder partire gli amici.
--Starò pochi giorni--disse Laurenti alzandosi a mezzo dalla scranna per accompagnare quelle parole con un inchino, e voltarle ad un ringraziamento.
Pochi minuti dopo, si congedò, ed uscì dalla palazzina co' denti chiusi e i pugni stretti, come per vincere lo sforzo che il dolore gli faceva di dentro. E intanto la signora Luisa pensava a quella improvvisa partenza, ripetendo tra sè: «gli è strano davvero! Che cos'ha il signor Laurenti, che io non lo riconosco più?»
XVIII.
LUISA A LAURENTI
«15 aprile....
«Amico,
«Grazie della vostra lettera, sebbene la si facesse aspettare un po' troppo. Cattivo dottore! Sei giorni a Milano, senza mandarmi quattro versi per raccontarmi qualcosa di voi e chiedere novelle della vostra convalescente! E poi, mi scrivete due paginette asciutte, per dirmi.... che cosa? Aspettate, le rileggo; non c'è proprio nulla, e non sono nemmanco due paginette. La prima incomincia a mezzo il foglio, e la seconda ha quindici versi a stento, mettendo nel conto l'ultimo paragrafo dei soliti complimenti, il _devotissimo servitore_ ed il nome.
«Basta, se non avessi da ringraziarvi dell'esservi finalmente ricordato di me, avrei a sgridarvi ben bene. Ma non lo fate più, se no posso andare in collera a dirittura.
«Io vivo, amico mio, e potrei dire che vivo bene, se non fossi un pochino annoiata. Mi manca la vostra utile compagnia, il vostro leggiadro conversare. La è colpa vostra, d'avermi così male avvezzata. Ogni cosa che noi vedessimo, anco un fil d'erba, era argomento a svariate considerazioni, nelle quali io centellava la vostra scienza multiforme, senza pompa, senza occhiali, e sopratutto senza tabacchiera.... Ora argomentate voi quante ore della giornata mi rimangano disutili e sciocche.
«Scendo nel giardino per tempo, ad aiutare, o, per dire più veramente, ad impacciare il Giacomo, quando inaffia le aiuole. Giungo così, seguitandolo, fin sotto all'olmo; saluto la vostra edera, e poi torno in casa all'ora dell'asciolvere. Il cuoco non si diparte dalle vostre leggi, non ardisce pensare a novità nel reggimento di questo povero regno dissanguato, dissestato, che è il mio. Fuor di metafora, mangio prosaicamente dei pezzi di carne arrostita, che mi dipinge le labbra innanzi di andare a far sangue in petto, e bevo vino di Bordò. Il verde è sbandeggiato dal regno; perfino la innocente lattuga è condannata, come un pericoloso cittadino, un agitatore di popoli. Quindi mi metto a passeggiare da capo, ma all'ombra della casa, e dopo un'oretta vo a lavorare un tantino, quando non giungono visitatori; i quali sapete chi siano; la Maddalena e suo figlio.
«La Maddalena è già venuta due volte, dacchè siete partito; e ieri l'ho fatta rimanere a pranzo con me. Il Giovannino studia, e vi manda tre baci, tre soli! Gli ho chiesto se vi voleva bene, e mi rispose di sì; quante sacca, e mi rispose tre. Egli ha in mente il numero tre, simbolo forse de' suoi affetti infantili che si incarnano in sua madre, in voi, e nella vostra umilissima cliente.
«Sapete già che mi è tornata la mania del ricamare, come intermezzo a studi più gravi. Per punirmi delle mie passate malinconie, ricamo le più prosaiche pantofole che vi possiate immaginare. La signora Tonna, vedendomi lavorare con tanto fervore e metter seta e fili d'oro in forma di fiori e rabeschi, s'è posta in mente che io voglia mandare un'offerta a Roma; la qual cosa mi ha fatto ridere, ma proprio di cuore. Leggo poi di astronomia nel trattato di Arago, e di storia naturale nei libri che mi avete donati; faccio insomma un intriso di scienze, che non ardisco ancora battezzare col nome di studio.
«Dopo il pranzo, mi metto in carrozza e me ne vo fino a Pegli, o dall'altra banda fin oltre Nervi; respiro aria marina, e torno, a luna alta, in casa. E qui non apro più un libro; me ne vo a letto, e dormo subito della grossa, come un filugello, non già sognando di far seta, ma di essere tranquilla e contenta in uno di que' paesi fantastici che voi m'andavate qualche volta dipingendo, senza averli veduti più che tanto.
«E voi? Se non vi è troppo grave tener mezz'ora la penna tra le dita, come faccio io senza fatica, ditemi un po' quel che fate. E intanto ricordatevi della vostra riconoscente amica, ma non _divotissima serva_
«LUISA.»
LAURENTI A LUISA.
17 aprile....
«Signora,
«Io vegeto. Questa sarebbe l'unica frase che io dovrei mettere in carta, per darvi le più certe e le più chiare novelle de' fatti miei, _Sed si tantus amor casus cognoscere nostros_, cioè se voi avete tanto desiderio di conoscere particolarmente e diffusamente come io vegeti, _incipiam_, comincierò.
«Mi alzo anch'io di buon mattino, e vado a contemplare i monumenti di questa bella ed illustre città; poi in Brera a meditare su d'un quadro di Raffaello, o all'Ambrosiana a scartabellare vecchi codici, come un erudito, e senza intendervi nulla, del pari.
«Più tardi, all'ora in cui i milanesi si alzano da letto, vo a far colazione al caffè Martini, dove si scambiano le prime parole della giornata. Sto a sentire le chiacchere di certi buontemponi, intorno all'ultimo amante della contessa tale, intorno alla festa della tal altra, o i giudizi sul ballo della Canobbiana, o i commenti sull'ultimo articolo del _Pungolo_. Quindi si piglia una carrozza e si va a desinare fuori le porte; o si desina in città e si esce a fare una cavalcata sui bastioni col dottor C. uno dei miei più cari amici, il quale ha un umore come il mio; poi si va a teatro, e da capo al Martini, o al Cova, o dove meglio torna al mio bizzarro collega.
«Ma quello che io faccia davvero, non so. Per rompere un tratto la monotonia del vivere, siamo andati fino a Bergamo, a salutare la statua di Torquato Tasso nella più malinconica piazza antica che io abbia veduta mai; di là fino a Brescia, e, Dio cel perdoni, fino a Lonato. Se non ci fossero i tedeschi, saremmo andati fino a Venezia. A Lonato, un bel paese che ha una chiesa più grande del naturale, ho visitato le rovine di un castello dei Veneziani, dal sommo del quale si vede il lago di Garda. Mi parve di scorgere il mare, e non ebbi pace fino a tanto non giunsi a Desenzano, dove mi imbarcai per Sirmione, a visitare gli avanzi della villa di Catullo. Ma non mi chiedete ricordi; viaggio con desiderio fino alla meta; quando giungo, mi passa la voglia, e non vedo l'ora di tornarmene via.
«Eccovi la mia vita; sono stanco, e sapete il perchè? Io credo di averlo indovinato. Di tanto in tanto, sul mare della vita vi colgono di cosiffatte calme moleste; non tira una bava di vento; la vela non giova, e non s'ha braccia per andare a remi. Io sono in questo misero stato, e se non fossi il vostro medico e non temessi colle opere di far contro alle mie stesse parole, potrei dirvene di belle, circa la utilità della vita.
«Voi intanto risanate, che siete chiamata a risplendere nel mondo per bellezza e bontà. Io pure ho speranza di vincere questa fiacchezza, e venir presto ad ammirare l'opera mia.... anzi a baciarle le mani.
«GUIDO.»
LUISA A LAURENTI
«Amico,
«Ho letto attentamente la vostra lettera, e mi sono convinta che avete lo spirito infermo assai più di quello non vogliate parere. Ogni cosa vi tradisce; perfino l'arguzia vi esce stentata dalla penna; il vostro stile è arido e smorto; volete fare un racconto e non riuscite che ad una infilzata di fatti, da lasciarvi indietro una tavola cronologica.
«Io non so le cagioni del vostro male, e quelle che voi dite non sono cagioni, ma segni piuttosto e poetiche dipinture del male. Tuttavia v'hanno rimedi che giovano a tante malattie, e vo' dirvene uno. Sapete di che cosa avreste bisogno, voi? Di lavorare. Lasciate che faccia un po' la medichessa, e cerchi di risanarvi a mia volta. Lavorate; scrivete per esempio un libro, voi che sapete tante cose; non vi restate inoperoso, poichè l'ozio, se non è padre di tutti i vizi, come l'hanno detto gli antichi, è certamente il padre di molti dolori.
«E poichè sono venuta, io povera donna, a parlarvi su questo tono, lasciatemi dir tutto. Io pure incomincio a credere che fosse errore qualcosa di ciò che ho creduto, come voi di ciò che avete detto per consolarmi lo spirito. Egli è verissimo, e lo sento io dentro di me, che si possa vivere senza l'amore, ma quando lo si abbia provato, non prima. Ora voi, mio ottimo amico, avete anche un amore a provare, quello della famiglia. Voi siete giovine, atto a far felice una donna e ad esser felice per lei. O perchè non ne trovereste una fra tante, bella, buona e colta, da poterla rifare a vostra immagine, riflesso della vostra anima generosa? Voi l'amerete molto, ed ella vi amerà; i vostri passatempi saranno i suoi; i vostri studi, i vostri viaggi ugualmente. Se saprete cavarla fuori dalle sue frascherie, da' suoi nonnulla, dalle sue vanità muliebri, vera rovina del nostro sesso, ella vedrà la parte più degna della vita, v'intenderà, e voi sarete la sua guida; l'avrete innalzata nelle regioni del vostro pensiero, ed ella saprà tenervisi a pari.
«A proposito di donne, sapete chi fu da me ieri mattina? La Perrotti. Ella è venuta a congratularsi con me del mio risanamento, e davvero non s'è congratulata invano. Quando ella è giunta, io, forse per la prima volta dacchè mi conoscete, era colorita in viso, e la poverina non ha potuto nascondere la sua maraviglia dispettosa. Mi ha invitata all'ultimo de' suoi lunedì, che si chiudono con una gran festa da ballo; e chi sa? son donna da accettare l'invito.
«Addio; non istate a smarrirvi per le vie di Milano e venite presto a vedere la vostra sincera amica
«LUISA.»
Se io non temessi di offendere il lettore, mostrando di dubitare della sua perspicacia, vorrei pure appiccicare un commento a questo carteggio. Solo per coloro che hanno letto più sbadatamente, dirò brevi parole.
Luisa era annoiata e non sapeva il perchè; ne accagionava il mancare improvviso della scienza chiaccherina del suo medico, e non indovinava che a mezzo.
Laurenti si sentiva morire, ed egli sì lo sapeva, il perchè; ma, non dandogli l'animo di dirlo a colei che era debitrice a lui della ricuperata salute, se n'era fuggito come un codardo che ha paura del male, e, nella fuga diventato anche ingiusto, non le scriveva e si adirava contro di lei.
Ella infine si era addata di qualche cosa. Riscontrando alcuni fatti, alcuni pensamenti, aveva veduto balzarne una scintilla di vero; ma non voleva ancora aggiustar fede a sè stessa. E intanto scriveva una lettera piena di pessimi consigli, pessimi come tutti quelli che danno le signore donne, quando e' non escono loro dal cuore.
--Oh, ella non mi amerà giammai!--aveva detto Guido, percuotendosi il fronte colla palma della mano, alla lettura di que' paragrafi.--Ella può credere che io amerò un'altra donna! Sì certo, lo può credere, se non si è neppure avveduta che amo lei, disperatamente lei! E adesso tornerà nei geniali ritrovi, nei teatri, nelle conversazioni... bene, bene, tre volte bene!
E passeggiando a passi concitati per la camera ripetè due o tre volte con Shakespeare, sebbene la citazione c'entrasse come i cavoli a merenda:
_--Fragility, this name is woman!--_
XIX.
Egli era un sontuoso appartamento, quello della Perrotti, in via Palestro. Le sale non erano stragrandi, come quelle dei vecchi palazzi, ma spaziose abbastanza, e la quantità teneva luogo dell'ampiezza, imperocchè di due quartierini, posti al medesimo piano, se n'era fatto un solo, e ci stava ad agio in una fila di salotti, dove, alle conversazioni del lunedì, o a qualche festa da ballo, conveniva la miglior compagnia, vo' dire la più ricca e la più sfoggiata di Genova.
Oltre la sala da ballo, i salotti da conversazione e la credenza, c'erano le camere da giuoco sacre al _goffo_ tradizionale, giuoco genovese pretto sputato, contro cui si sono rintuzzate le armi della moda, tiranna ordinatrice di _whist_ e di _lansquenet_, come di crinolini rigonfi e di vesti sfiancate, di spalle ignude e di capigliature tolte a prestanza. Là, il signor Cesare Perrotti, perdendo quasi sempre di bei danari, s'era guadagnato il nome di magnifico, egli che usava lesinare la mattina sui venti centesimi in piazza de' Banchi, egli che non aveva mai reso servizio ad un amico in angustia.