L'Olimpia

Chapter 5

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LAMPRIDIO. Fermatevi, non battete, ché or ora verrá qua Sennia tua moglie. (Non posso tener le risa in vedergli cosí ben travestiti. Dal natural certo. Vedrò se sapran fingere come io ho fatto).

TEODOSIO. Rallegrati, Eugenio mio, ch'or vedrai la tua madre e tua sorella. Oh con quant'allegrezza ci riceverá e bacierá! penso si dileguará dall'allegrezza.

EUGENIO. Mi par ogni momento mill'anni d'incontrarci insieme.

SCENA VI.

SENNIA, TEODOSIO, EUGENIO, LAMPRIDIO.

SENNIA. Ove è questo mio marito nuovamente resuscitato?

LAMPRIDIO. Eccovi, madre, il bello sposo.

TEODOSIO. O Sennia moglie cara, giá giá vi riconosco alle fattezze se di te non mente il vivo ritratto che n'ho sempre portato nel core; giá ti conosco alla sola vista.

SENNIA. Questo altro giovane chi è?

TEODOSIO. Eugenio vostro e mio figliuolo, che insieme con me fu rapito da' turchi.

LAMPRIDIO. (Quanti Eugeni facesti, o madre?).

SENNIA. (Ah ah, figlio, questi è un altro te. Mi dolea di aver perduto un figlio e in un medemo tempo n'ho racquistati duo).

LAMPRIDIO. (Guardate che viso di ribaldo, che faccia di cuoio! come sta saldo!).

TEODOSIO. Ah Sennia, come non mi raffiguri tu ancora? o forse lo strano abito in che mi vedi o i disaggi sufferti m'hanno talmente mutato il sembiante che non mi riconosci? Poiché sei mia moglie, deh lascia che t'abbracci!

EUGENIO. O madre, ho pur visto chi m'ha generato.

TEODOSIO. Voi vi discostate da me, voi mi schivate, dubitate forse che non mentisca? Non è vivo alcun di nostri parenti? ove è Beatrice mia sorella, ove è Eunèmone mio fratello? forse mi riconosceranno meglio di voi....

LAMPRIDIO. (Non vedete le lacrime che gli cadono dagli occhi? mirate che affezion di piangente, che piangere naturale!).

SENNIA. (Naturalissimo).

TEODOSIO.... Ti sei a torto, Sennia, dimenticata di tanto nostro scambievole amore, ché in quel breve tempo che stemmo insieme non ebbe il mondo duo sposi che s'amassero piú di noi....

SENNIA. (Eugenio, figlio, al mover della bocca e al ragionare fa certi motivi che, se ben mi ricordo, eran propri di mio marito).

TEODOSIO.... Non avete un neo nell'ombelico con certi peluzzi biondi?

SENNIA. (Come, figlio, ha potuto saper questo?).

LAMPRIDIO. (I furbi che vanno a torno per lo mondo, da' nèi che vedono nella faccia, indovinano gli ascosti nella persona: lo sa per questo che v'ha visto nella faccia. Ma diamogli un poco la baia).

SENNIA. Ditemi, quando vi sète riscattati?

TEODOSIO. Avendomo inviato molte lettere per lo riscatto, ha voluto la nostra disgrazia che di niuna ne abbiamo ricevuto risposta; cosí abbiam rotta la prigionia e siamo scampati.

LAMPRIDIO. Voi dovete esser usi a star in prigione; non deve esser questa la prima volta che l'avete rotta.

SENNIA. Come sète venuti a Napoli?

EUGENIO. In poco tempo, vogando il remo la notte e il giorno.

LAMPRIDIO. (N'han ciera da vogar bene: mirate che braccia sode, proprio nate per stare ad una galea!). Che strada avete voi fatta al venir di Turchia?

EUGENIO. Niuna, l'avemo ritrovate fatte.

LAMPRIDIO. Che si fa, che si dice in Turchia?

EUGENIO. Si fan mercanzie, palaggi e navi, e si dicono delle veritadi e delle bugie, come qui ancora.

LAMPRIDIO. Mi risponde da filosofo.

EUGENIO. E tu mi dimandi come se mi volessi dar la baia.

LAMPRIDIO. (Al sicuro ragionar di costoro e a' segni che mostra Sennia, dubito da dovero che questi sieno i veri Teodosio ed Eugenio, e io stesso m'arò dato l'ascia nelle gambe in fargli conoscere Sennia). Ma rispondetemi: quanto avete allogato questi ferri e questi cenci che avete adosso? e quanto v'ha promesso il capitano ché lo vogliate servire a questo effetto?

EUGENIO. Che promesse, che servire, che capitano?

LAMPRIDIO. Ché foste venuti con dir che siate Teodosio ed Eugenio, accioché Olimpia mia sorella gli fusse data per moglie?

TEODOSIO. Io non so che tu dica: io sono il vero Teodosio e questi è il vero Eugenio mio figliuolo.

LAMPRIDIO. Voi fingete cosí, ma non sète quelli che dite. Andate a ritrovare il capitano e ditegli da mia parte che è stato tardi, ché il vero Eugenio è prima gionto del suo falso.

EUGENIO. Chi è questo Eugenio?

LAMPRIDIO. Io son desso.

EUGENIO. Di chi sète figlio?

LAMPRIDIO. Per non tenerti a bada, io son tutto quello che poco anzi costui ha detto che sei tu.

EUGENIO. Voi potete chiamarvi del mio nome ed esser figlio a Teodosio, ma non potete esser me giamai.

LAMPRIDIO. Mirami un poco in viso. Sta' fermo. Non vedi che diventi rosso e che cominci a tremare?

EUGENIO. Vi paio io uomo da tremare se ben sto mezzo nudo?

LAMPRIDIO. Come sei venuto cosí appunto oggi come io? Siamo ancor noi andati per lo mondo e sappiamo di malizia la parte nostra.

EUGENIO. Che volete dir per questo?

LAMPRIDIO. Che non sei Eugenio.

EUGENIO. Che son dunque?

LAMPRIDIO. Un truffator di nomi e delle altrui autoritá.

EUGENIO. Forse con piú veritá si potrebbe dir di te.

LAMPRIDIO. Dici dunque ch'io sia uomo da far truffe?

EUGENIO. Te lo dicono l'opre.

LAMPRIDIO. S'io non facessi torto al boia che ti aspetta, ché ti veggio le forche scolpite negli occhi, ti sfreggiarei cotesta faccia bugiarda, accioché ogni uomo da questo segnale si guardasse non farsi ingannare da te.

SENNIA. Eugenio, figlio, non gli far male; mi paiono di buona ciera.

LAMPRIDIO. Ma sono di cattivo mele.

TEODOSIO. Andiamo, figlio, che difesa possiamo far noi quasi nudi e disarmati?

EUGENIO. Come posso patir questo torto, o padre?

TEODOSIO. Ove è forza, è bisogno che ceda la ragione: ci perderemo la vita.

EUGENIO. Quasi ch'io stimi vita dove si tratta d'onore.

LAMPRIDIO. (Questi sono i verissimi). Su, andate per li fatti vostri.

EUGENIO. Questi sono i fatti nostri, cercar i parenti e la casa nostra.

LAMPRIDIO. Partitevi di qui: andate a gridare al mercato.

EUGENIO. Andremo a gridare dove s'ascolteranno le nostre ragioni e si scopriranno l'altrui vigliaccherie.

LAMPRIDIO. (Se non gli scaccio di qui, non será ben di me tutto oggi).

SENNIA. Lasciategli andare, Eugenio mio, che giá si partono.

TEODOSIO. Ricordati, moglie, che quando mi desti le tue primizie, mi desti il possesso ancora della vita e del tuo core.

SENNIA. Oimè, che questa parola m'ha veramente passato il core, ché giá mi ricordo avergli io detto questa parola in quel tempo, né penso che altra persona l'ha potuto saper giamai che accadette fra noi duo soli. Io non so a chi creder io. Dio mi liberi di qualche sciagura!

SCENA VII.

FILASTORGO, LAMPRIDIO, SENNIA.

FILASTORGO. Son giá fastidito d'andar dimandando, e dubito se non l'incontro a caso, di non averlo a ritrovar giamai; e in cosí populosa cittá è appunto l'andar cercando lui come un ago nella paglia.

LAMPRIDIO. (L'ho cacciati in malora!). Andiamcene su, madre.

SENNIA. Andiamo, ma questo forestiero che or mi par gionto in Napoli, figlio, non ti muove gli occhi da dosso.

FILASTORGO. (Se il desiderio che ho di veder mio figlio non mi fa parer ogni uomo lui, questi è Lampridio mio).

LAMPRIDIO. (Se la rabbia e la còlera non m'hanno offuscati gli occhi insieme col core, questi mi par Filastorgo mio padre).

FILASTORGO. (Egli è certo. Oh come l'ho ritrovato a punto! non l'arei potuto ritrovare a migliore).

LAMPRIDIO. (Oimè ch'egli è certissimo; o Dio, a che ponto viene! in presenza di Sennia! non l'arei potuto incontrare a peggiore: or serò discoverto del tutto).

FILASTORGO. (Non so se debbo salutarlo o se debbo correre e abbracciarlo).

LAMPRIDIO. (Non so che fare, misero me! debbo fuggire oppur fingere di non conoscerlo?).

FILASTORGO. (Lo saluterò, poi con insperato gaudio vo' abbracciarlo).

LAMPRIDIO. (Vo' fingere di non conoscerlo; perché se mi parto, porrò Sennia in maggior suspetto).

FILASTORGO. O Lampridio, figliuolo carissimo, Iddio ti salvi!

LAMPRIDIO. Oh oh, chi sète voi?

FILASTORGO. Non mi conosci?

LAMPRIDIO. Non mi ricordo avervi giamai visto.

FILASTORGO. Mirami bene in faccia. Che dici ora?

LAMPRIDIO. Né tampoco mi ricordo.

FILASTORGO. Hai fatto la vista cosí corta o forse l'aria di Napoli è cosí grossa che non ti fa veder bene?

LAMPRIDIO. Non ti conosco né mi curo conoscerti.

FILASTORGO. Non sei tu Lampridio?

LAMPRIDIO. Forestiere, m'avete tolto in cambio, perché chiamate Lampridio un che si chiama Eugenio.

FILASTORGO. Il nome e i panni t'arai potuto cambiare, ma l'effigie è quella istessa che avevi in casa mia.

LAMPRIDIO. Tu sei troppo fastidioso: vuoi a forza ch'io ti conoschi non conoscendoti.

FILASTORGO. Non conosci tu Filastorgo?

LAMPRIDIO. Non ho inteso nominar tal nome giamai.

FILASTORGO. Che nieghi me non me ne maraviglio: maggior maraviglia sarebbe se, avendo negato te stesso, volessi accettar di conoscer me per padre.

LAMPRIDIO. Che arroganza è la tua far ingiuria a chi non conosci?

FILASTORGO. L'arroganza è pur tua a non rincrescerti della tua perfidia cominciata. Pur aspettava che qualche segno di vergogna lo manifestasse. Tu pur sei Lampridio mio figliuolo che ti ho mandato di Roma per studiare a Salerno.

SENNIA. Costui si dimanda Eugenio ed è mio figlio ed è stato venti anni in Turchia e non attese a studio mai.

FILASTORGO. Che Eugenio, che Turchia, che parole son queste che ascolto?

LAMPRIDIO. Vo' partirmi, ché la tua perfidia cominciata non finirá sí tosto. Andiamo su, madre.

SENNIA. Andiamo.

FILASTORGO. O Dio, che infideltá ho ritrovato in un figlio! negar se stesso, il padre, e finger di non conoscerlo. Ite, padri, affaticatevi in nodrir figli, in allevargli nobili e delicati; ché all'ultimo che dovrebbono con ogni loro sforzo essere il sustentamento della nostra vecchiezza, o stanno annoverando i giorni che finisca il termine della nostra vita, o ne fanno morir di doglia innanzi tempo. Lasciate la robba a quei che desiano piú la nostra morte che la propria lor vita. Oh come m'ha ben ricevuto, oh che bel riposo ha dato alla mia stanchezza del viaggio, oh che consolazione alla mia vecchiezza! Ma perché affligo me stesso? io non lo vo' piú per figlio, poiché egli non mi vuol piú per padre: farò conto di non averlo mai piú generato o che fusse morto duo anni sono. Che figli che figli!

SCENA VIII.

PROTODIDASCALO, LALIO paggio.

PROTODIDASCALO. O Dio, come potrei far cerziore Lampridio dell'advento di suo padre acciò non lo colga all'improviso, e impremeditato non sappia che risponderli; come potrei io vederlo? Ma veggio un puello ludibondo uscir dalle sue edi.

LALIO. Madonna, che mi tira, che mi tira?

PROTODIDASCALO. Alloquar hominem. Heus, puer! «Adesdum; paucis te volo».

LALIO. Chi è costui che vola?

PROTODIDASCALO. Heus, olá, a chi dico io?

LALIO. Se non lo sai tu a chi dici, né tampoco lo so io.

PROTODIDASCALO. «Tibi dico, Pamphile».

LALIO. Parlate con me?

PROTODIDASCALO. Optime quidem, sí bene.

LALIO. Chi sète voi?

PROTODIDASCALO. Ego sum Protodidascalo gimnasiarca, ludimagistro, restitutore e reintegrator del romano eloquio all'antica candiditate «fama super aethera notus».

LALIO. (Questi deve essere qualche pedante, «cuium pecus» che sputa «cuiussi» e parla in «bus» e «bas»). Magister, bonum sero.

PROTODIDASCALO. Et tibi malum cito.

LALIO. Che comandate protomastro, patriarca?

PROTODIDASCALO. «_Prius te salvere iubeo_».

LALIO. Io non v'intendo.

PROTODIDASCALO. Dico che siate salvo.

LALIO. E voi salvo e contento.

PROTODIDASCALO. Per mostrarvi la mia largitade vi vo' fare un munuscolo di cinquanta vocabuli ciceronei abstrusi e reconditi.

LALIO. Che ceci conditi son questi che mi volete dare, di mele o di zucchero?

PROTODIDASCALO. Dico vocabuli ciceroniani.

LALIO. Questi vocali son buoni da bere?

PROTODIDASCALO. Son cose che quando sarete in etá piú provetta vi faranno onore nella scuola.

LALIO. Io non vo' scola, altrimente.... Che volete da me?

PROTODIDASCALO. Paulo ante vi ho visto uscir da questo ostio.

LALIO. Che «ostia»?

PROTODIDASCALO. Ti allucini, figliuolo, perché «hostia» con «h», aspirazione, viene «ab hostibus», che è un animale che s'immolava dall'imperadore proficiscente alla guerra per impetrar da' celicoli vittoria contro gli osti, cioè nemici. Onde il sulmonese poeta:

_Hostibus a domitis hostia nomen habet_.

LALIO. Voi volete dir gli osti che stanno nelle taverne?

PROTODIDASCALO. Ma «ostio» sine aspiratione vuol dir le «valve», le «gianue».

LALIO. Barbagianni a me, maestro! mi parete voi un barbagianni da dovero. Parlatemi cristiano se volete che vi risponda.

PROTODIDASCALO. Vorreste che dalla latina mi rivolga testé alla etrusca favella? Son contento. Dico che vi ho visto uscir da questo ostio, cioè da questo uscio; dico se stiate in cotesta casa.

LALIO. Se sto qui adesso, come sto in questa casa?

PROTODIDASCALO. Argutule argutule. Se mi vuoi far un piacere ti farò un presentuculo.

LALIO. Che vorresti? va' via, va', conosco i pari tuoi.

PROTODIDASCALO. Ferma costí, ascolta quaeso due paroline.

LALIO. Parla da lungi, di' presto, che vuoi?

PROTODIDASCALO. Non è venuto un certo forestiero, advena, oggi in tua casa?

LALIO. Sí bene. (O Dio, che avessi il mio schioppetto!).

PROTODIDASCALO. Vorrei dirli duo verba.

LALIO. Vorresti per sorte che lo chiamassi? aspetta che tornerò adesso adesso.

PROTODIDASCALO. «Heu mihi! discedens oscula nulla dedi». Oh che indole maiestale di fanciullo! gli quadra un volgare epigramma che i giorni preteriti feci in lode d'un mio scolare.

LALIO. (Aspetta che l'arai).

PROTODIDASCALO.

O piú formoso del troian giovencolo subrepto dall'uccello fulminifero....

LALIO. Eh! fermati un poco.

PROTODIDASCALO. Heu Iuppiter altitonante, belligero Marte, armipotente Bellona con l'anguifera egida, soccorrete! che fulgetri, che terrifichi bombi son questi? Questo è il rispetto alla venerabil toga? questo merita chi ha sublevato da' solecismi e dalla esecrabil barbarie il tesoro del latino sacrario, e locupletata la romana facondia? O detestabil secolo, qual immanitá l'ha impulso a cosí facinoroso atto? Un insolente fanciullo con nefario áuso attacca a me nella posterga parte i scoppicoli di pagina ignivomi, fumivomi, e mi dá in preda del foco! a me tanto nemico e prosequente, che in tanto pavore prolapso sono che non è atomo in me che non tremi, e lo spirito par che voglia migrare! Ma dove è sublato dagli occhi miei questo fugaculo? l'andrò cercando con occhio scrutatorio, e se mi vien obvio lo farò col capo arietar in un muro. Meglio será ne vada al mio cubicolo e mi vendichi con invettive di iambi ed endecasillabi che sapranno della lucubratrice lucernula, che mai dall'edace tempo seran consumpte: queste lo trafigeranno piú d'ogni cultrato mucrone. Immorigerato puerolo, ficoso catamito, inter socraticos notissima fossa cinaedos!

SCENA IX.

TEODOSIO, EUGENIO.

TEODOSIO. Mai suole venir una grande allegrezza che non si tiri appresso una grande amaritudine. Oimè! che l'allegrezza dell'acquistata libertá non mi fu tanto dolce quanto or m'è amaro vedermi scacciato dal luogo dove sperava essere disiosamente ricevuto.

EUGENIO. Siamo entrati in una sventura maggior della prima; ché se ogni travaglio e affanno era leggiero con speranza al fin di riposare, quanto or mi è grave pensando esser al fin pervenuti e siamo nel cominciare!

TEODOSIO. O fortuna, io ti disgrazio che ne rompesti la prigionia e ne facesti scampare, ché ci era piú dolce soffrir la fame, la sete, la prigionia e l'ingiuriose parole che abbiamo sofferte da quei cani, che quello che abbiamo inteso in casa nostra. O mar, la tua pietá ne è stata crudele avendoci condotti salvi: quanto mi saresti stato pietoso se in quel giorno che n'avemmo tanta paura tu n'avessi sommerso, ché sarebbomo morti contentissimi! n'hai condotto in porto per farci battere in questo scoglio crudele, per farci provare una morte piú acerba e piú dolorosa!

EUGENIO. Padre, forse questa non è la casa vostra e quella donna non è Sennia vostra moglie.

TEODOSIO. Io l'ho ben riconosciuta. Ma questo giovane si será finto Eugenio. Sennia è amorevolissima, e il desiderio di veder suo figlio l'ará appannato di sorte gli occhi che l'ará occecati, e ce l'aranno aiutato i servi. Onde la sua astuzia, l'ardir della gioventú, la credulitá di Sennia, la malignitá di servi l'aranno servito per ruffiani.

EUGENIO. In questa cittá, dov'è tanta giustizia, si trovano le genti cosí cattive?

TEODOSIO. Le genti cattive si trovano in ogni luogo.

EUGENIO. Padre, lasciate tanti dolori, ché questi non vi restituiranno la moglie e la figliuola; e forse Iddio, che mai suole dismenticarsi de' miseri, ne dará qualche rimedio.

TEODOSIO. Il rimedio sarebbe una morte che ambiduo ne togliesse di vita; ella è il medico e la medicina di tutti i mali. S'ará goduto Olimpia, che rimedio può farsi che quel che è fatto non sia fatto?

EUGENIO. Almeno faremo che non la goda piú: andiamo alla giustizia, facciamolo carcerare, e quivi provi come sia me.

TEODOSIO. Andiamo per mostrar che facciamo alcuna cosa; e poiché abbiamo perduto le robbe e le carni, poco sará se perderemo questo poco di vita che n'avanza.

SCENA X.

LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

LAMPRIDIO. Mai comincia una sciagura che non ne seguano mille, ché la fortuna non si contenta d'una sola. Appena cominciò la prima che seguí la seconda, poi la terza; e mi getta sopra monti ardenti di mali, che appena mi dá tempo di piangere, non che rimediare alla mia disgrazia. All'ultimo, per non lasciarmi tantillo di speranza, fa venir Filastorgo mio padre, onde m'è stato forza finger di non conoscerlo, burlarlo e cacciarmelo dinanzi. Con che faccia gli potrò comparir piú dinanzi? Deh, perché son vivo? perché non moro? che fa in questa vita? Ma il tempo fugge e io lo sto perdendo in parole. Ecco Protodidascalo: cercherò qualche consiglio.--Che ci è, Protodidascalo?

PROTODIDASCALO. Siam rovinati.

LAMPRIDIO. Questo vada a chi ci vuol male.

PROTODIDASCALO. A voi è toccato in sorte.

LAMPRIDIO. Che ci è? parla presto.

PROTODIDASCALO. Che faresti se ti portassi bene, se con tanta fretta mi dimandi il male? Ma tu ancora ignori i tuoi guai: t'apporto nuovi guai.

LAMPRIDIO. I miei guai son tanti che non se ne trovano piú per accrescerli.

PROTODIDASCALO. Tuo padre è venuto.

LAMPRIDIO. Giá lo sai?

PROTODIDASCALO. Ti ricerca.

LAMPRIDIO. Sai troppo.

PROTODIDASCALO. E fra poco tempo tel troverai dinanzi.

LAMPRIDIO. Sai soverchio. Ma non sai che, avendomi trovato in presenza di Sennia, ho finto non conoscerlo e cacciatolo via. Ci è di peggio: che è venuto il vero Teodosio ed Eugenio e l'ho scacciati di casa, ed eglino sono andati alla giustizia a lamentarsi.

PROTODIDASCALO. Heu, che non ti potea accader cosa piú mala, peggiore e pessima--positivo, comparativo e superlativo.

LAMPRIDIO. Oh con quanta difficultá s'acquistano le cose e come poi facilmente si perdono! il mio giorno ha visto la sera al far dell'alba.

PROTODIDASCALO. Ricordati questa mane che per la via una sinistra cornice, oscine inauspicato, crocitando--per onomatopeiam, «_apò tû onomatos_» idest «_nomen_», et «_poios_» quasi «_factum_», idest «_factitium nomen_»--ti predisse con infausto omine questo fatto. Giá la fortuna comincia a visitarci con le sue disgrazie, né per altro te si mostrò cosí fautrice ne' primordi che per farti periclitare et explorare questa caduta maggiore.

LAMPRIDIO. Il superar la fortuna non è altro che sopportar i suoi colpi.

PROTODIDASCALO. A questi colpi non ci è clipeo che li facci obstaculo, perché ubicumque ti volgi trovi nuove erumne da superare.

LAMPRIDIO. Tante piú ne soffriremo. Che difficultá può patire chi non estima la vita? Ma di grazia, facciam collegio della mia vita e cerchiamo qualche rimedio;...

PROTODIDASCALO. Etiam atque etiam cogitandum.

LAMPRIDIO.... ché ben conosco che sono alle mani d'un medico che volendo saprá rimediare al mio male.

PROTODIDASCALO. Poiché m'hai eletto per medico al tuo male benemerito, eccoti un opportuno e proficuo rimedio: fuggi di questa cittade.

LAMPRIDIO. Oimè, tu m'hai ferito, son morto!

PROTODIDASCALO. Perché dici cosí?

LAMPRIDIO. Perché parli coltelli e pugnali e spade che m'han peggio che morto.

PROTODIDASCALO. Questo è un buon rimedio.

LAMPRIDIO. È cattivo rimedio per me.

PROTODIDASCALO. T'apporta salute.

LAMPRIDIO. Odio salute che viene con tanto dolore. Se stessi un'ora senza veder Olimpia non potrei vivere.

PROTODIDASCALO. È cosí gran paradosso questo! L'egroto che non vuol obtemperare al medico, come dice il princeps medicorum Hippocrates, o perirá o patirá una egritudine diuturna.

LAMPRIDIO. Tu sei medico troppo crudele.

PROTODIDASCALO. Il medico pio fa marcir lo apostèma e trucida l'egro. Per uscir dal termine dove sei bisogna suffrir alcuna cosa contro l'animo tuo. Fa' conto che questo star orbato di lei sia uno di quelli alexifarmaci, alexeteri che purgano i mali umori.

LAMPRIDIO. Fuggir io, star senza vederla io? piuttosto potrei vivere senza la vita. Taci, ché questa tua medicina será piú atta ad uccidermi che la malattia.

PROTODIDASCALO. Se perseveri in questa ostinazione adamantinale, serai in discrimine di essere obtruso in carcere e d'esserti obtruncato il capite, e perderai Olimpia e la vita.

LAMPRIDIO. Vo' piuttosto che fuggir esser menato in prigione e patir ogni supplizio sino alla morte. Amore è cosí insignorito di me e con sí forti catene mi tiene avinto che non mi lascia partire.

PROTODIDASCALO. Io dunque, imponendo coronide al mio dire, ti lascio senza medico e senza medicina. Vale.

LAMPRIDIO. Io me ne andrò a casa, ché se ben sto col corpo fuore, l'animo è dentro. Oimè, chi sono costoro che vengono?

SCENA XI.

TEODOSIO, CAPITANO di birri, LAMPRIDIO.

TEODOSIO. Questi è l'ingannatore, signor capitano. Birri, prendetelo.

CAPITANO. ¡Alto a la corte! Sois preso; o vos, atadle.

LAMPRIDIO. Che ho fatto io, che feci mai?

CAPITANO. Lo sabrás como serás en carcel.

LAMPRIDIO. Aspettatemi un poco, lasciatemi parlare.

CAPITANO. Habla cuanto quieres.

LAMPRIDIO. Non stringer cosí forte, lasciatemi parlare.

CAPITANO. Ya no hablas con las manos.

LAMPRIDIO. (O Dio, come scamperò dalle mani di costoro?). Ascoltate, signor capitano, due parole all'orecchio.

CAPITANO. ¡Valame Dios! clerigo sois. Dejadle, dejadle.

LAMPRIDIO. Signor capitano, costui, che forse non conoscete, è scemo di cervello e va dicendo a ciascheduno che è venuto di Turchia e che ha trovato in casa sua un non so chi, che dice esser figlio a sua moglie e fratello a sua figlia, e mille altre filastroche; e si piglia diletto di dar la baia a tutta questa cittade. Mirate che stracci da mascalzoni.

CAPITANO. Por cierto yo me lo he imaginado da mi mismo viendole llorar y echar gritos tan altos por todo. Venid acá, ¿que quereis vos de este?

TEODOSIO. Questi, sotto nome d'Eugenio mio figlio vero, è intrato in casa d'una mia moglie; fingendo esser suo figlio e fratello d'Olimpia, una mia figlia, s'è fatto falso fratello e vero innamorato.

CAPITANO. Yo no entiendo que diga de mujer y de hermano, ni de falso ni de veras.

LAMPRIDIO. Mirate che faccia rossa, che gesti strani: l'aria proprio d'un pazzo.

TEODOSIO. Io pazzo? pazzo pari tu a me.

LAMPRIDIO. Ad un pazzo tutti gli altri paiono pazzi: e che sia vero dimandiamogli alcuna cosa e vedrete come risponde a proposito.

CAPITANO. Dime ¿que has comido esta mañana?

TEODOSIO. Che dimande son queste? Un canchero!

CAPITANO. Por ti es buen pasto que has comido.

TEODOSIO. Cacasangue!

CAPITANO. Buen provecho.

TEODOSIO. Voi vi fate beffe di me: cosí s'adempie l'uffizio della giustizia?

LAMPRIDIO. Vòltati qua, gli alberi che fioriro l'estate che verrá, che frutti produrranno la primavera passata?

TEODOSIO. Produrranno una forca dove fosti appiccato!

LAMPRIDIO. Io mi fo la croce: non dice parola che non meriti un anno di prigionia.

TEODOSIO. O Dio, che questo ribaldo mi fa proprio divenir matto.

LAMPRIDIO. Non diverrai tu matto, perché sei matto giá. Signor capitano, si trova una spezie di còlera che movendosi per lo corpo fa ferneticare: non vedete la faccia sparsa di macchie nere? giá si muove la còlera nera.

CAPITANO. En verdad, que este me parece loco.